domenica 6 dicembre 2009

CLAUDIO LOLLI 2


È stato qualcosa di meno ma al tempo stesso anche qualcosa di più di un concerto, quello tenuto da Claudio Lolli l’altra sera al Teatro Bobbio, davanti a duecento aficionados, nell’ambito del Festival Trieste Poesia.

Qualcosa di meno, o comunque di diverso, perchè la forma vocale perlomeno traballante del cantautore bolognese (classe 1950, primo album nel lontano ’72, lo storico ”Aspettando Godot”), unita a quel quadernetto dal quale il nostro leggeva - in certi casi nel senso letterale del termine - i suoi testi, faceva somigliare il tutto più a una sorta di reading musical-politico che a un concerto in senso tradizionale. Pur supportato da due superbi musicisti come Paolo Capodacqua alla chitarra e Nicola Alesini ai sassofoni.

Qualcosa di più, perchè - complice qualche bicchiere di buon vino sorseggiato dall’artista fra una canzone e l’altra - la serata si è via via trasformata in una confessione mai così diretta e sincera, quasi un bilancio di vita personale e forse generazionale. Condito di amarezza ma anche di tanta ironia e autoironia. Esempio: «Ho fama di cantautore malinconico, triste. Dunque se siete qui, sapete già quel che vi aspetta. Le ballerine arrivano dopo...».

Apre con ”Donna di fiume”, una delle ”Lovesongs” scritte in tanti anni di carriera e recentemente riproposte tutte assieme nel nuovo album. Poi si racconta così: «Provate a immaginare un ragazzo, verso la fine degli anni Sessanta, che non riesce a dormire. Cosa può fare? Una delle prime radioline portatili, una cuffietta improbabile, e ascolta. Tutta la notte. Ma nessuno trasmette. Suoni in onde corte che vanno e vengono...».

È la sua storia, la storia di tanti suoi più o meno coetanei che di lì a poco, entrati negli anni Settanta, si trovarono calati in un mondo nuovo, pieno di energia e di speranze e di voglia/certezza di cambiare il mondo. Quello stesso ex ragazzo, quegli stessi ex ragazzi, un paio di decenni dopo, credono di essere tornati nel Medioevo: «Sintonizzatevi su Radio Padania Libera - suggerisce - e capirete benissimo cos’è l’odio moderno, contemporaneo, cos’è la nostra colonna sonora infame».

Meglio allora l’amore, la riflessione disincantata su passato e presente. Altre canzoni, figlie di tempi diversi. ”La pioggia prima o poi” e ”L’amore ai tempi del fascismo” («non quello degli anni Trenta, quello di oggi...»), ”Alla fine del cinema muto” e ”Analfabetizzazione” («il potere nasce dalla comunicazione, l’avevo capito già trent’anni fa»), ”Adriatico” e ”Da zero e dintorni”, ”La giacca” e ”Dita”...

Altre parole, altre riflessioni. Lolli racconta e si racconta. L’adolescenza, le letture, la politica, gli anni in cui si era animati dalla fede nel progresso, dalla certezza che il mondo stesse per cambiare. Il tutto sullo sfondo di Bologna, i vecchi in Piazza Maggiore («tutti comunisti...»), la chiesa di San Petronio. Ma anche Rimini a soli cento chilometri: il demonio, il male, la casa di famiglia dove veniva portato d’estate, da ragazzo...

Accenni di particolare sincerità - persino di commozione - quando arriva il turno dei padri: quelli musicali (”Folkstudio” e ”I musicisti di Ciampi”) e quello vero, biologico, «che non sarebbe contento di vedermi stasera qui...» (”Quando la morte avrà”, brano che chiudeva l’album d’esordio, del ’72).

Il finale è dedicato al capolavoro di Lolli, ”Ho visto anche degli zingari felici”, canzone del ’76, rifatta recentemente anche da Luca Carboni. E c’è anche un bis, ”Borghesia”, necessariamente riveduta e corretta nelle sue granitiche certezze di allora. Ora infatti si conclude così: «Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia, per piccina che tu sia, il vento un giorno - forse, eventualmente... - ti spazzerà via».

Applausi di affetto, quasi con tenerezza, per quell’ex ragazzo un po’ invecchiato.

venerdì 4 dicembre 2009

CLAUDIO LOLLI


Dice che queste canzoni sono «come un anticorpo politico-erotico contro il normale odio oggi in uso tra gli esseri umani, di qualsiasi razza, sesso, colore». Parole di Claudio Lolli, il cui concerto di domani al Teatro Bobbio (ore 21, ”evento speciale” del Festival Trieste Poesia) è uno dei primi del tour di presentazione del disco ”Lovesongs”.

«La tournée doveva partire a primavera - rivela Lolli, bolognese, classe 1950, sin dai primi anni Settanta esponente storico della miglior canzone d’autore italiana - ma il 23 aprile, due giorni prima del debutto previsto, sono caduto per strada. Una caduta banale, ma mi sono mezzo distrutto un ginocchio e ho dovuto annullare tutti gli impegni per mesi».

Lolli, dal sociale all’amore. Cos’è successo?

«Io le canzoni d’amore le ho sempre scritte. Ma mi davano sempre queste etichette: il cantautore del suicidio, della rabbia, persino il fiancheggiatore delle Brigate Rosse...».

Addirittura. Ma dica la verità: le sue canzoni d’amore erano poche...

«Questo è vero. Erano ”infilate” nei dischi, fra un brano impegnato e l’altro. Ed è per questo che ho deciso di riprenderle e riproporle. Con i miei collaboratori le abbiamo ascoltate tutte assieme, trovandole belle, omogenee, quasi ”sorelle” l’una dell’altra. Insomma, sembravano episodi minori ma non lo erano».

Canzoni di epoche diverse.

«Sì, direi fra il ’70 e il ’97. Ne abbiamo selezionate sedici, fra le quali abbiamo scelto le otto che sono inserite nel disco. Con Nicola Alesini e Paolo Capodacqua sapevamo di non poter riproporre gli arrangiamenti originali, né fare un disco pop. Dunque è prevalsa la scelta di puntare sul jazz, sul lirismo dell’improvvisazione».

E le canzoni politiche?

«Se la politica avesse ancora un ruolo, anche la canzone politica ne avrebbe uno. Ma oggi non c’è più politica, solo parole in libertà. Contano il potere per il potere, il denaro con cui si crede di poter acquistare tutto».

I giovani?

«Per un ragazzo oggi è difficile capire, intervenire, credere di poter cambiare le cose. Sembra tutto immodificabile. Sono pochi i giovani attenti al sociale: si trovano a cozzare contro questa società finta, costruita in studio. E poi manca una collettività giovanile a cui fare riferimento».

Lei insegna sempre?

«Certo. Italiano, latino e storia antica al Liceo Da Vinci di Bologna. Ormai sono vicino alla pensione: dovrò farmi fare i calcoli...».

I suoi studenti come reagiscono?

«Quando ho una classe nuova, di solito ci vogliono un paio di settimane perchè scoprano che sono ”il cantautore”. Vanno su internet, chiedono ai genitori, trovano i dischi... La loro reazione è buona. In fondo è un po’ spiazzante, per loro, scoprire che il prof è uno che fa dischi, concerti...».

Recentemente i suoi ”Zingari felici” sono stati rifatti sia dal Parto delle Nuvole Pesanti che da Luca Carboni. Quale versione preferisce?

«Quella con il Parto l’abbiamo fatta assieme, una versione molto balcanica, quasi zingaresca. Luca ha scelto da solo, ne ha fatto una versione molto dolce, delicata, togliendo aggressività all’originale. Mi ha fatto molto piacere, anche perchè lui arriva a un pubblico diverso dal mio».

Nel video c’è anche quel vostro incontro in Piazza Maggiore...

«Sì, una cosa carina. Quasi un passaggio del testimone, hanno detto. Anche se nemmeno lui, in fondo, è giovanissimo. Gli anni passano per tutti...».

Lolli, negli anni Settanta sembrava tutto possibile. Oggi...

«Ci eravamo immaginati che la storia andasse sempre avanti, in una direzione sola. E invece la storia va avanti e indietro, ha le sue fasi, ora va un po’ come un gambero. Aspettiamo che passi...».

domenica 22 novembre 2009

BATTIATO


Canta Franco Battiato: «Uno dice che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti: e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti...?».

Ancora: «Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? La giustizia non è altro che una pubblica merce. Di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente...».

Versi quanto mai espliciti da ”Inneres auge”, il brano che dà il titolo al nuovo album (Universal) del sessantaquattrenne musicista siciliano. Sono passati diciotto anni da quando Battiato cantava ”Povera patria” («schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos'è il pudore... tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni...»). Era il ’91, si era alla vigilia della stagione di Mani Pulite e delle stragi mafiose, la parte sana del Paese si aggrappava alla speranza di un cambiamento. E l’artista scrisse quella splendida - e al tempo stesso dolente - invettiva contro l’arroganza del malgoverno, che si sperava non avesse bisogno di un seguito.

Il seguito - purtroppo e per fortuna - è arrivato. Purtroppo perchè è il segno che la situazione è, se possibile, ancora peggiore di quella che vivevamo all’alba degli anni Novanta. Per fortuna perchè almeno una sdegnata voce si leva, unica, fra i cosiddetti artisti, per denunciare la decadenza della vita pubblica. Con la complicità dei tanti che preferiscono un silenzio indifferente.

Sia come sia, ”Inneres auge” (qualcosa come ”l’occhio interiore” in tedesco) è un atto d’accusa contro una società malata, dove morale ed etica sono valori ormai fuori moda, dove il denaro è l’unico metro di giudizio. Situazione che Battiato aveva lucidamente previsto in tempi non sospetti. Ricordate ”Bandiera bianca” (da ”La voce del padrone”, dell’81)...? Ammoniva: «siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro, per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali...». Insomma, gli anni passano ma il quadro non cambia. Anzi.

”Inneres auge” è uno dei quattro inediti dell’album. Gli altri sono ”U cuntu”, in dialetto siciliano con un verso finale in latino, in cui canta anche il filosofo Manlio Sgalambro; ”Inverno” di Fabrizio De Andrè (presentata a gennaio allo speciale di ”Che tempo che fa”, su Raitre, in occasione del decennale della morte del poeta genovese); ”Tibet”, cantata in inglese e composta nel 2008 contro il regime cinese, che finora era disponibile solo su iTunes.

Fra gli altri brani ci sono delle riuscitissime riletture di canzoni già pubblicate: ”Un'altra vita”, da ”Orizzonti perduti” del 1983; ”Haiku”, da ”Caffè de la Paix” del ’93; ”La quiete dopo un addio”, da ”Ferro battuto” del 2001. Riascoltate le quali, si ha conferma dell’antico detto: non c’è nulla di più inedito del già pubblicato. Soprattutto se firmato Franco Battiato.


TENCO


Può sembrar strano che escano ancora, magari da qualche cassetto, degli inediti di un artista scomparso nel gennaio ’67, cioè quasi quarantatré anni fa. Ma tant’è. È appena stato pubblicato ”Luigi Tenco, inediti” (Ala Bianca, collana ”I dischi del Club Tenco”), doppio album di un cantautore che ha anticipato la nostra miglior canzone d’autore.

Curato da Enrico de Angelis, responsabile artistico del Club Tenco, il doppio comprende due cd ricchissimi: nel primo compaiono canzoni mai pubblicate come ”Padroni della terra”, traduzione di ”Le deserteur” di Boris Vian, e tre brani che il cantautore piemontese non aveva mai inciso e che sono quindi stati affidati a interpreti come Massimo Ranieri (”Se tieni una stella”), Stefano Bollani (”No no no”, solo strumentale) e Morgan (”Darling remember”, traduzione in inglese di ”Vola colomba”).

Molte le versioni alternative di brani già noti ma con musiche, testi o arrangiamenti diversi dagli originali: ”Quello che tu vorresti avere da me” (sulla stessa musica de ”Il tempo dei limoni”), ”Quando”, ”Il tempo passò”, ”Come mi vedono gli altri”, ”Se stasera sono qui”.

Ma anche ”Ragazzo mio”, ”Non sono io”, ”Ah l'amore l'amore”, ”Vedrai vedrai”, ”Io sono uno”, ”Guarda se io”, ”Un giorno dopo l'altro” cantata in francese e in inglese, ”Ognuno è libero” in spagnolo. E ancora ”I know, don't know how” e ”The Continental”, eseguite al sax contralto da Tenco in registrazioni del ’57 e un'intervista radiofonica al cantautore di Sandro Ciotti.

Nel secondo cd, 17 brani interpretati da vari artisti in esibizioni tratte proprio dalla ”Rassegna della canzone d'autore” di Sanremo intitolata a Tenco: da Vinicio Capossela a Roberto Vecchioni, da Simone Cristicchi a Shel Shapiro, da Alice ad Alessandro Haber, dagli Skiantos a Tetes de Bois, da Giorgio Conte a Ricky Gianco, da Ada Montellanico a Eugenio Finardi...

"Luigi Tenco, inediti” anticipa un futuro progetto a cui da tempo il Club Tenco e Ala Bianca stanno lavorando: la pubblicazione in cofanetto dell'intera produzione del cantautore.


MARIO BIONDI Ai piani alti delle classifiche di vendita, da un paio di settimane c’è lui, Mario Biondi, la voce nera della musica italiana. Con ”If”, che comprende undici inediti e tre classici rivisitati con lo stile inconfondibile dell'artista catanese. Registrato tra Roma e Rio de Janeiro, masterizzato a New York e con il contributo degli archi registrati a Londra dalla Telefilmonic Orchestra London, il disco ospita tutti i musicisti che hanno accompagnato Biondi nella sua carriera: da Herman Jackson (piano) a Michael Baker (batteria), da Jacquès Morelenbaum (violoncello) a Ricardo Silveira (chitarra), da Sonny Thompson (basso e chitarra) a Lorenzo Tucci (batteria), da Fabrizio Bosso (tromba) a Giovanni Baglioni (chitarra)... Fra i brani: ”Serenity”, ”Something that was beautiful» (di Burt Bacharach), ”Be lonely”, "Love dreamer”, ”I know it's over» (versione inglese di ”E se domani”, di Carlo Alberto Rossi, cantata da Mina), ”Winter in America” (cover del celebre brano di Heron), ”Everlasting harmony”... Elegante e sofisticato.


SERGIO CAMMARIERE «Il suono sono andato a cercarmelo in posti lontani, ho immaginato un luogo di pace dove contemplare la natura...». Così Sergio Cammariere presenta il suo nuovo album, che mette tra parentesi le ambientazioni jazz dei lavori precedenti e si avventura in una ricerca musicale che lo porta a scoprire sonorità inedite: quasi un’incursione in mondi lontani di cui percepiamo a volte solo l’eco. L’album comprende tredici brani nuovi, di cui due solo strumentali. Esotici gli strumenti utilizzati: sitar, moxeño, vina, tampura, tabla... Al fianco dei tradizionali pianoforte, chitarre, violino, percussioni, tromba, sax, archi... «Ogni frammento di questo disco fa parte di un mosaico attraverso il quale s’immaginano le carovane come il senso della storia, il passaggio dell’umanità, generazioni senza luogo e senza tempo», spiega il musicista calabrese, sempre affiancato nella scrittura dei testi dall’antico socio Roberto Kunstler. Per chi acquista l’album su iTunes c’è una bonus track: “L’impotenza” di Giorgio Gaber, già presentata da Cammariere al Festival Gaber.


 

LIVING COLOUR e MARILYN MANSON


Living Colour domani sera in concerto al Deposito Giordani di Pordenone, Marilyn Manson dal vivo giovedì 26 novembre al Palaverde di Treviso. Un’accoppiata coi fiocchi, per il popolo del rock del Nordest, quella che il calendario propone per i prossimi giorni dalle nostre parti.

Nati nell’84 a New York (ma il loro primo album, ”Vivid”, è uscito solo nell’88) attorno al chitarrista Vernon Reid (ex Defunkt) e al cantante Corey Glover, in questi venticinque anni gli afroamericani Living Colour si sono imposti come gli esponenti forse più importanti del genere funk metal.

Si narra che fu solo grazie all’intervento di Mick Jagger, che espresse da subito il proprio parere positivo, che la band riuscì - dopo una sana dose di gavetta - a firmare il suo primo contratto discografico con la Epic Record nel 1987. L’anno dopo fu pubblicato il citato ”Vivid”. E la storia del gruppo ebbe inizio.

Dopo una carriera ormai lunga - con una breve ”pausa di riflessione”, fra il ’95 e il 2000 - due mesi fa è arrivato ”The chair in the doorway”, album nel quale spicca il brano ”Behind the sun” e che li ha confermati in questa posizione di primo piano. Grazie all’energia assicurata, oltre che dai due leader e fondatori, dal basso di Doug Wimbish e dalla batteria di Will Calhoun: veri motori della ”macchina” sonora chiamata Living Colour.

Da segnalare che due giorni dopo il concerto in programma domani a Pordenone, e cioè martedì 24 novembre, il tour europeo dei Living Colour farà tappa anche nella vicina Slovenia, per un concerto a Lubiana.

E siamo a Brian Hugh Warner, detto anche ”il reverendo”, quarantenne rocker che tanti anni fa ha scelto di farsi chiamare - meglio: chiamare il suo gruppo - Marilyn Manson in onore di Marilyn Monroe (a rappresentare nella sua concezione il bene e la bellezza) e di Charles Manson (per il male e la violenza). Il suo originalissimo mix di pose provocatorie e testi graffianti che parlano spesso di autodistruzione ha fatto il resto.

Nel corso di una carriera ormai lunga Marilyn Manson ha venduto infatti oltre sessantacinque milioni di dischi in tutto il mondo ed è sempre molto amato da schiere di fan, spesso giovanissimi, che lo imitano e lo seguono ovunque. ”The high end of low” è il titolo del suo nuovo album. Il suo breve tour italiano comprende soltanto due date: giovedì 26 novembre a Treviso, il giorno dopo a Milano.

Due brevi anticipazioni rock anche per il mese di dicembre. Martedì 8 dicembre arrivano a Jesolo, al Palazzo del Turismo, i Franz Ferdinand. Sempre nella località balneare veneta, e sempre al Palazzo del Turismo, venerdì 11 dicembre sono di scena i leggendari Deep Purple.

martedì 17 novembre 2009

COME MI BATTE FORTE IL TUO CUORE


di BENEDETTA TOBAGI


A volte lo chiama Walter, altre Tobagi, altre ancora semplicemente papà. Come nelle ultime righe della lettera che conclude il libro, quando gli confessa: ”Papà, questo libro è la mia rosa per te. Per te, come tutte le cose importanti. Con tutto il cuore”.

”Come mi batte forte il tuo cuore - Storia di mio padre” (Einaudi, 304 pagine, 19 euro), di Benedetta Tobagi, è un altro libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole. Proprio come ”Spingendo la notte più in là”, di Mario Calabresi, pubblicato due anni fa. Entrambi spostano il dibattito sul terrorismo - di ieri, di oggi - nella prospettiva delle vittime.

Il libro è al tempo stesso lo straziante atto amore di una figlia che non ha praticamente conosciuto il padre e una ricerca storica e politica di prim’ordine sugli anni Settanta. Benedetta aveva tre anni il 28 maggio del 1980, quando suo padre Walter fu ucciso sotto casa da una semisconosciuta formazione terroristica. Ragazzi di buona famiglia, si disse, che cercavano di fare il ”salto di qualità” per essere ammessi nella macabra serie A del terrorismo.

Tobagi era nato in Umbria nel marzo 1947 a San Brizio, frazione di Spoleto. Padre ferroviere, che trasferisce la famiglia al Nord negli anni Cinquanta. Vanno ad abitare a Cusano Milanino. Gente povera e di sani principi.

La gavetta giornalistica ha radici nell’adolescenza. Al liceo Parini a quindici anni comincia a scrivere articoli di attualità sulla famosa ”Zanzara”. Poi collabora al settimanale sportivo Milaninter, a diciannove anni anni è al mensile Sciare, a ventuno è praticante all’Avanti. Da lì passa all’Avvenire e poi al Corriere di Informazione, prima di approdare nel ’76 al Corriere della Sera. Integra la vocazione di cronista con quella di studioso. Scrive libri e saggi sui marxisti leninisti, lo squadrismo fascista degli anni Venti, l’attentato a Togliatti, il potere dei sindacati confederali... Già, il sindacato: l’altra sua passione. Quando viene assassinato ha solo trentatre anni. È articolista di prima pagina del Corriere e presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti.

«Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall’immagine pubblica di Walter Tobagi», scrive l’autrice. Che quella mattina di maggio ha visto tutto: il padre per terra, il sangue, la madre disperata. «Hanno ucciso papà. Ma queste cose succedono solo nei film, non può essere vero. I compagni dell’asilo non mi credono. Allora insisto: ”Hanno ammazzato papà, gli hanno sparato, bum bum, con la pistola”. E mimo con le dita la forma dell’arma, una P38...».

Adolescente, Benedetta decide di studiare il ”caso Tobagi”. Per tentare di capire, per attenuare un dolore e un’assenza troppo grandi, per sfuggire alla ”comprensione cristiana” materna. «Attenta a non farti troppo male», le dice nonno Ulderico. Ma lei ha deciso. E ritrova «l’eco delle perplessità della mia infanzia nelle parole di un ex terrorista tedesco della Raf, che guardando all’esperienza dei ”compagni” italiani, si chiede perchè mai, mentre in Germania si colpivano capitani d’industria ed ex nazisti, a sud delle Alpi sotto il piombo dei sedicenti rivoluzionari caddero più spesso i riformisti».

«L’hanno ammazzato perchè aveva metodo», disse di lui Leonardo Sciascia. Se ne accorge bene la figlia, che scava fra le carte professionali e quelle più intime per ricostruirne la figura pubblica e privata. Allora rilegge i suoi articoli, i libri, le pagine di diario, gli appunti, le lettere... Da cui traspare un talento precocissimo.

Di idee socialiste - e dipinto a torto come ”uomo di Craxi” - di sé Tobagi scrive: «Mi sento molto eclettico, ideologicamente; ma sento che questo eclettismo non è un male, è una ricerca. La ricerca di un bandolo fra tante verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco».

E alla moglie, per giustificare le troppe assenze: «...con la speranza che possa essere meno assurda la società in cui, fra un decennio, i nostri michelangiolini (chiamava così Benedetta e Luca, di quattro anni più grande - ndr) si troveranno a vivere la loro adolescenza».

Marco Barbone, uno dei killer di Tobagi, era un ventunenne di buona famiglia all’epoca dell’omicidio. ”Pentitosi”, ha fatto solo tre anni di galera. Poi si è sposato in chiesa, ha adottato il cognome della madre, oggi lavora alla potente Compagnia delle Opere, quella fondata da don Giussani.

Benedetta parla anche del processo, degli incontri con i killer, delle verità ancora non scritte sull’omicidio di suo padre. All’epoca del quale qualcuno avanzò sospetti di complicità all’interno del Corriere. Ma l’autrice dimostra di non credere alla ”pista interna”. Sottolinea piuttosto le inquietanti coincidenze che portano dritte alla Loggia P2 di Licio Gelli, cui all’epoca erano affiliati direttore ed editore del quotidiano di via Solferino.

Misteri dolorosi e irrisolti. Rilanciati da un libro che bisognerebbe - come si diceva - far leggere ai ragazzi di oggi. Per far capire loro cos’è davvero successo nel nostro Paese negli anni Settanta.

lunedì 16 novembre 2009

TRIESTE: A DICEMBRE PIOTTA E CLAUDIO LOLLI


Uno è romano, l’altro è bolognese. Uno è un rapper figlio degli anni Novanta, l’altro è uno dei cantautori storici che hanno segnato gli anni Settanta. Uno ha un pubblico soprattutto di ragazzi, l’altro si rivolge a tutti ma è seguito soprattutto dagli ”ex ragazzi” nati nel suo stesso decennio, gli anni Cinquanta.

Questo per dire che Piotta (l’uno) e Claudio Lolli (l’altro) non potrebbero essere più diversi. Il calendario musicale triestino ha scelto di metterli assieme, l’uno vicino all’altro, in una sorta di ”due giorni” che si terrà nel capoluogo giuliano fra meno di venti giorni. Piotta sarà infatti per la prima volta a Trieste venerdì 4 dicembre al Raceway (Ippodromo di Montebello), Lolli ritorna dopo un’assenza di qualche anno sabato 5 dicembre al Teatro Bobbio, nell’ambito del festival Trieste Poesia.

Piotta - un tempo noto come ”Er” Piotta - è nato a Roma nel ’73, vero nome Tommaso Zanello. Il primo album, dopo varie prove discografiche, esce nel ’98 e s’intitola ”Comunque vada sarà un successo”. Dentro c’è anche quella ”Supercafone” che rimane il suo brano forse più noto. Nel 2004 partecipa anche al Festival di Sanremo con ”Ladro di te”.

A due anni da "Multi Culti", disco ricco di contaminazioni linguistiche internazionali, e reduce dall’itinerante ”Warped tour” statunitense (primo e finora unico italiano invitato alla manifestazione, che atteraversa gli States da est a ovest), il rapper di Montesacro è appena uscito con il nuovo album dal titolo "S(u)ono Diverso", nel quale mischia i suoni delle origini ad atmosfere e arrangiamenti più marcatamente rock.

E siamo a Claudio Lolli, uscito quest’anno con l’abum ”Lovesongs”. Il disco vede il cantautore bolognese - classe ’50, debuttò giovanissimo nel ’72 con ”Aspettando Godot” - dedicarsi per la prima volta interamente ai temi dell’amore. Con un lavoro molto curato anche dal punto di vista musicale, poichè i brani sono stati arricchiti dalle sonorità sperimentali del sassofonista Nicola Alesini e del chitarrista Paolo Capodacqua, che da anni accompagna Lolli dal vivo.

Il disco è arrivato a tre anni di distanza da ”La scoperta dell’America”, che a sua volta aveva seguito la rivisitazione - assieme ai calabresi trapiantati a Bologna del Parto delle Nuvole Pesanti - dello storico album del ’76 ”Ho visto anche degli zingari felici”. Canzone che lo scorso anno anche Luca Carboni ha riletto nel suo ”Musiche ribelli”.

Il ”Lovesongs tour” sarebbe dovuto partire a maggio, ma è stato rinviato per una frattura alla rotula dell’artista, che ha richiesto una lunga riabilitazione e gli ha impedito per mesi di esibirsi (ulteriori informazioni su www.storiedinote.com)

giovedì 12 novembre 2009

ELISA A DUINO


 Elisa diventa mamma e sforna il disco forse più rock della sua giovane ma già importante carriera. Per presentare ”Heart”, che esce oggi, la trentaduenne popstar di Monfalcone ha invitato stampa e tivù nazionali al Castello di Duino, a due passi da casa sua. E mentre la piccola Emma Cecile dorme al sole novembrino accudita amorevolmente dalla nonna materna, lei spiega com’è nato l’album e parla del suo momento magico, artistico e personale.

«Sì, ho fatto un disco rock - spiega Elisa - anche perchè volevo cose divertenti da suonare dal vivo. Sono canzoni nate in un periodo di tempo ampio. ”Lisert” è addirittura del ’98. Doveva già entrare in album precedenti, ma poi per una cosa o per l’altra era sempre rimasta fuori. Stavolta sono riuscita a inserirla, anche come atto d’amore per la mia terra, alla quale rimango molto legata. Le mie radici sono sempre qui, è qui che ho scelto di continuare a vivere. E ne sono soddisfatta. Non mi sento prigioniera. Ma non trovo ragioni per andare a vivere altrove, anche perchè posso partire ogni volta che serve o che voglio».

Nel disco, che arriva a cinque anni da ”Pearl days” e dopo la raccolta ”Soundtrack”, e richiama l’energia del ”Pipes & Flowers” del fulminante esordio datato ’97, ci sono quattordici canzoni nuove. «Non c’è un filo conduttore unico. L’album - dice la cantante - non è stato pensato in maniera globale. Diciamo che è un insieme di canzoni accomunate dal linguaggio musicale, che in effetti è più rock, più aggressivo delle mie ultime cose. In questo è venuta fuori l’anima di Andrea (Andrea Rigonat, chitarrista della sua band dal ’96 ma soprattutto padre felice di Emma Cecile - ndr), che ha prodotto e arrangiato con me il disco, cofirmando alche alcune canzoni».

”Heart”, ovvero ”cuore”. Quanto di più intimo e centrale si possa immaginare. «Ho scelto di intitolarlo così perchè stavolta ho messo da parte la razionalità. In questa fase della mia vita hanno prevalso le ragioni del cuore, per la musica e per tutto il resto. La mia vita musicale e privata è oggi una scelta d’istinto, direi quasi di pancia. Sì, a guidarmi è stato il cuore. E con il cuore ho abbattuto filtri e barriere che avevo dentro».

Con questo disco Elisa torna a cantare soprattutto in inglese. «Ma in realtà - precisa - io dall’inglese non mi ero mai allontanata. Anche se il pubblico ricorda di più le mie canzoni in italiano. E pure quest’album, inizialmente, doveva essere in italiano. Poi, quando sono rimasta incinta, mi sono in qualche modo inabissata. Ho provato a scrivere in italiano, ma mentre a livello musicale il lavoro stava procedendo in modo fluido, sui testi mi sentivo in difficoltà. E diventavo quasi isterica, anche perchè per la gravidanza non potevo fumare. Ma non volevo fare il compitino in classe, ero terrorizzata dallo scrivere cose glaciali, nelle quali poi non mi sarei riconosciuta».

Fra le quattordici canzoni ci sono due duetti: ”Ti vorrei sollevare” con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro (singolo apripista già molto trasmesso dalle radio) e ”Forgiveness” con Antony Hegarty (quello di Antony and The Johnsons). «La prima canzone - spiega - l’ho scritta ad aprile, già pensando a un possibile duetto con Giuliano. Lui è intenso, istintivo, ha la potenza vocale giusta».

E Antony? «L’avevo conosciuto al suo concerto milanese della primavera scorsa, al Conservatorio. Sono rimasta affascinata dalla sua voce fuori dallo spazio e dal tempo, addirittura fuori dal sesso, per quel suo timbro così puro e incontaminato da risultare assolutamente classico. E perfetto per la canzone. Il duetto purtroppo è stato solo virtuale: lui a New York, noi a Milano. Ma abbiamo comunicato molto, scambiandoci ”file” e opinioni».

Qualcuno chiede se ”ricambierà la cortesia” nel prossimo disco dei Negramaro. Elisa e il suo staff (che ruota attorno alla sorella manager, Elena Toffoli) sorridono ma si vede chiaramente che sono presi in contropiede. Non confermano né smentiscono, ma la cosa - considerato anche che la cantante monfalconese e il gruppo salentino fanno parte entrambi della scuderia Sugar, di Caterina Caselli - ha tutta l’aria di essere già decisa e programmata. È solo questione di tempo.

Nel disco c’è anche una cover: ”Mad world” dei Tears for Fears: «Guardando il film ”Donnie Darko” - rivela Elisa - sono rimasta folgorata dalla versione acustica di Michael Andrews e Gary Jules. E l’ho voluta inserire nel disco».

Ma il tempo vola. E la piccola Emma Cecile reclama giustamente la sua dose di attenzioni. Fra le interviste televisive e l’incontro con la stampa, s’impone dunque una pausa per l’allattamento. Bissata un paio d’ore dopo, a incontro ultimato.

«È nata il 22 ottobre - racconta mamma Elisa - dopo quarantuno, interminabili ore di travaglio. La data prevista per il parto era il 2 novembre (e scatta un gesto scaramantico molto meridionale... - ndr), ma lei ha deciso di venire al mondo in anticipo. Meglio così. Noi ci eravamo preparati per il parto in casa, avevamo comprato persino una piccola piscina per l’occasione, ma poi non è stato possibile ed Emma Cecile è nata all’ospedale di Monfalcone. Devo dire che non ho mai urlato tanto in vita mai. Anzi, ho urlato talmente tanto che a questo punto potrei fare la cantante di un gruppo hard rock».

Il doppio nome? «Emma era quello che ci girava per la testa da tempo. Poi Andrea si è innamorato di Cecile, in onore del pianista jazz Cecil Taylor. Alla fine, abbiamo semplicemente messo assieme i due nomi. Essere mamma ha influenzato questo disco, mi ha reso più spontanea ma anche più pratica, più diretta...».

A primavera Elisa sarà di nuovo in tour. Debutto il 6 aprile da Conegliano Veneto (per ora la data più vicina alla nostra zona, assieme a quella di Padova il 7 maggio), e poi si prosegue in giro per la penisola. «Ma prima - rivela - dobbiamo trovare una tata. Per ora siamo noi a occuparci della bimba: non vogliamo estranei in casa, soprattutto di notte».

Elisa guarda il tramonto e ricorda: «Da ragazzi andavamo al mare lì, a Duino. Chi aveva il motorino a volte trainava qualcuno che era in bicicletta. Sì, ho girato il mondo, ma continuo ad amare molto questa terra...».