martedì 17 novembre 2009

COME MI BATTE FORTE IL TUO CUORE


di BENEDETTA TOBAGI


A volte lo chiama Walter, altre Tobagi, altre ancora semplicemente papà. Come nelle ultime righe della lettera che conclude il libro, quando gli confessa: ”Papà, questo libro è la mia rosa per te. Per te, come tutte le cose importanti. Con tutto il cuore”.

”Come mi batte forte il tuo cuore - Storia di mio padre” (Einaudi, 304 pagine, 19 euro), di Benedetta Tobagi, è un altro libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole. Proprio come ”Spingendo la notte più in là”, di Mario Calabresi, pubblicato due anni fa. Entrambi spostano il dibattito sul terrorismo - di ieri, di oggi - nella prospettiva delle vittime.

Il libro è al tempo stesso lo straziante atto amore di una figlia che non ha praticamente conosciuto il padre e una ricerca storica e politica di prim’ordine sugli anni Settanta. Benedetta aveva tre anni il 28 maggio del 1980, quando suo padre Walter fu ucciso sotto casa da una semisconosciuta formazione terroristica. Ragazzi di buona famiglia, si disse, che cercavano di fare il ”salto di qualità” per essere ammessi nella macabra serie A del terrorismo.

Tobagi era nato in Umbria nel marzo 1947 a San Brizio, frazione di Spoleto. Padre ferroviere, che trasferisce la famiglia al Nord negli anni Cinquanta. Vanno ad abitare a Cusano Milanino. Gente povera e di sani principi.

La gavetta giornalistica ha radici nell’adolescenza. Al liceo Parini a quindici anni comincia a scrivere articoli di attualità sulla famosa ”Zanzara”. Poi collabora al settimanale sportivo Milaninter, a diciannove anni anni è al mensile Sciare, a ventuno è praticante all’Avanti. Da lì passa all’Avvenire e poi al Corriere di Informazione, prima di approdare nel ’76 al Corriere della Sera. Integra la vocazione di cronista con quella di studioso. Scrive libri e saggi sui marxisti leninisti, lo squadrismo fascista degli anni Venti, l’attentato a Togliatti, il potere dei sindacati confederali... Già, il sindacato: l’altra sua passione. Quando viene assassinato ha solo trentatre anni. È articolista di prima pagina del Corriere e presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti.

«Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall’immagine pubblica di Walter Tobagi», scrive l’autrice. Che quella mattina di maggio ha visto tutto: il padre per terra, il sangue, la madre disperata. «Hanno ucciso papà. Ma queste cose succedono solo nei film, non può essere vero. I compagni dell’asilo non mi credono. Allora insisto: ”Hanno ammazzato papà, gli hanno sparato, bum bum, con la pistola”. E mimo con le dita la forma dell’arma, una P38...».

Adolescente, Benedetta decide di studiare il ”caso Tobagi”. Per tentare di capire, per attenuare un dolore e un’assenza troppo grandi, per sfuggire alla ”comprensione cristiana” materna. «Attenta a non farti troppo male», le dice nonno Ulderico. Ma lei ha deciso. E ritrova «l’eco delle perplessità della mia infanzia nelle parole di un ex terrorista tedesco della Raf, che guardando all’esperienza dei ”compagni” italiani, si chiede perchè mai, mentre in Germania si colpivano capitani d’industria ed ex nazisti, a sud delle Alpi sotto il piombo dei sedicenti rivoluzionari caddero più spesso i riformisti».

«L’hanno ammazzato perchè aveva metodo», disse di lui Leonardo Sciascia. Se ne accorge bene la figlia, che scava fra le carte professionali e quelle più intime per ricostruirne la figura pubblica e privata. Allora rilegge i suoi articoli, i libri, le pagine di diario, gli appunti, le lettere... Da cui traspare un talento precocissimo.

Di idee socialiste - e dipinto a torto come ”uomo di Craxi” - di sé Tobagi scrive: «Mi sento molto eclettico, ideologicamente; ma sento che questo eclettismo non è un male, è una ricerca. La ricerca di un bandolo fra tante verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco».

E alla moglie, per giustificare le troppe assenze: «...con la speranza che possa essere meno assurda la società in cui, fra un decennio, i nostri michelangiolini (chiamava così Benedetta e Luca, di quattro anni più grande - ndr) si troveranno a vivere la loro adolescenza».

Marco Barbone, uno dei killer di Tobagi, era un ventunenne di buona famiglia all’epoca dell’omicidio. ”Pentitosi”, ha fatto solo tre anni di galera. Poi si è sposato in chiesa, ha adottato il cognome della madre, oggi lavora alla potente Compagnia delle Opere, quella fondata da don Giussani.

Benedetta parla anche del processo, degli incontri con i killer, delle verità ancora non scritte sull’omicidio di suo padre. All’epoca del quale qualcuno avanzò sospetti di complicità all’interno del Corriere. Ma l’autrice dimostra di non credere alla ”pista interna”. Sottolinea piuttosto le inquietanti coincidenze che portano dritte alla Loggia P2 di Licio Gelli, cui all’epoca erano affiliati direttore ed editore del quotidiano di via Solferino.

Misteri dolorosi e irrisolti. Rilanciati da un libro che bisognerebbe - come si diceva - far leggere ai ragazzi di oggi. Per far capire loro cos’è davvero successo nel nostro Paese negli anni Settanta.

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