domenica 17 aprile 2011

NEK GIOVEDI' AL ROSSETTI


«Per festeggiare i miei vent’anni di carriera sono tornato alle origini. Formazione classica: chitarra, basso e batteria. Suoni ruvidi, essenziali, rock. E ho anche ripreso a suonare il basso, che avevo abbandonato da tempo. Ora mi sento davvero parte del mio gruppo...».

Nek torna giovedì a Trieste, in concerto al Politeama Rossetti, nell’ambito del nuovo tour che in queste settimane sta attraversando l’Italia, a maggio va in Europa (Germania, Svizzera, Austria, Francia, Spagna, Olanda...) e poi attraversa l’oceano per toccare Canada, Stati Uniti e Sud America.

«A Trieste torno sempre volentieri - dice colui che per l’anagrafe di Sassuolo si chiama Filippo Neviani, classe 1972 -, dopo i concerti al palasport, a teatro, in piazza Unità per i Mtv Trl Music Awards. Ma ricordo con particolare piacere di avervi girato due anni fa il video di “Semplici emozioni”: sul molo, vicino al mare, con sveglia alle quattro di mattina per cogliere le luci uniche dell’alba...».

Che carriera, quella di Nek. Comincia nel '91, con un secondo posto a Castrocaro. L'anno dopo esce l'album d'esordio “Nek”, fino ad allora suo nomignolo e da quel momento nome d'arte. Ma è nel '93 che il grande pubblico si accorge di lui, con un terzo posto a Sanremo Giovani, con “In te” (titolo anche del secondo album), che suscita polemiche per il modo in cui tratta il tema dell'aborto. Il '94 è l'anno del terzo disco, «Calore umano», e del Premio Europeo come miglior cantante giovane italiano.

Il botto arriva con “Lei, gli amici e tutto il resto”, album del '96, e soprattutto con “Laura non c'è”, Sanremo '97. L’album vende 600 mila copie in Italia e poi alla conquista del mondo: Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Finlandia. E Sud America: Perù, Colombia, Brasile, Argentina, Messico...

«Il bilancio di questi primi vent’anni - prosegue Nek - è ovviamente molto positivo. Ho un seguito internazionale e un repertorio ormai ricco che il pubblico conosce. In questo tour sto sperimentando nuovi arrangiamenti dei pezzi più vecchi. Il mio motto? Resistere, magari per altri vent’anni...».

Questo tour segue la pubblicazione della raccolta “E da qui, Greatest hits 1992-2010”, già disco di platino. «La mia prossima sfida riguarda il prossimo album di inediti: vorrei suonarlo tutto da solo. E poi c’è il cinema: le colonne sonore mi hanno sempre attirato. Ci sono dei progetti al riguardo».

Sanremo? «L’ho fatto due volte, da debuttante e da big. Per ora non è nei miei piani futuri. Anche se... mai dire mai. E anche se Morandi ha fatto un ottimo Festival».

Il prossimo duetto? «Deve crearsi un feeling particolare con qualcuno. Com’è avvenuto con Laura Pausini e Craig David. Di definito non c’è ancora nulla, ma dovrei fare qualcosa con L’Aura. Con o senza apostrofo, evidentemente quello è un nome che sta scritto nel mio destino...».

domenica 10 aprile 2011

THE WALL


I muri hanno sempre diviso qualcosa, qualcuno. Quelli del Novecento separavano, nel caso di Berlino anche fisicamente, l’Occidente dal comunismo. Oggi rimangono quelli che tentano di tracciare una linea fra povertà e ricchezza, fra lotta quotidiana per sopravvivere e abbondanza, fra miseria e spreco.

Roger Waters, già leader dei Pink Floyd, dice che su un graffito a Gerusalemme una volta gli è capitato di leggere: «La paura alza i muri». Un’immagine, una frase che evidentemente lo ha ispirato, prima di decidere di portare in giro per il mondo “The Wall live”, di nuovo dopo vent’anni, nel trentennale dello storico album dei suoi Pink Floyd.

Un tour che è partito il primo giorno di primavera a Lisbona, ha già toccato Milano (sei repliche tutte “sold out” al Forum di Assago, dove tornerà il 6 e 7 luglio), mercoledì sera è all’Arena di Zagabria, e fra le altre tappe - in Olanda, Ungheria, Repubblica Ceca, Russia, Finlandia, Inghilterra, Francia, Svizzera, Germania - sarà anche il 20 giugno all’Olympiahalle di Monaco di Baviera.

Che intuizione, quella di “The Wall”. Con quel “concept album” la band inglese anticipò di ben dieci anni, nel ’79, il crollo del muro per antonomasia, quello di Berlino. Dove il 21 luglio del ’90, nel primo anniversario della caduta del muro, fu presentata una colossale messinscena dello spettacolo, dieci anni dopo le trentuno repliche andate in scena fra l’80 e l’81. Ora lo spettacolo ritorna, rivisto e corretto per il nuovo millennio, con Waters orfano degli originari compagni d’avventura.

«Il mondo - ha ricordato il musicista quando ha presentato il tour europeo, che segue quello statunitense, ricco di un incasso di 89,5 milioni di dollari in 56 serate, che ha già abbondantemente ripagato i costi dello show - è ancora pieno di muri. C’è un muro che separa i ricchi dai poveri, un muro tra il primo, il secondo e il terzo mondo, ci sono muri che dividono la gente a causa del loro credo e della loro ideologia».

Lo spunto iniziale di “The Wall” è il ricordo del padre di Waters morto in guerra (nel ’44, ad Anzio, quando il musicista era un bimbo di quattro mesi), ma lo spettacolo poi diventa il racconto della crisi di una rockstar - crisi che l’artista ha vissuto per davvero -, che lo porta a calarsi nei panni di un dittatore che si chiude dietro a un muro, cercando nell’infanzia le origini della sua alienazione.

Ma oggi, riflette il musicista, «chi ha alle spalle una storia come la mia non scrive “The Wall”, va a raccontarla nei reality show, in cerca di quindici minuti di celebrità. Si diventa famosi senza saper far nulla, non c’è più bisogno di saper recitare, cantare o che so io. Al contrario, è la totale mancanza d’immaginazione a creare il personaggio».

Già, i reality. La televisione, la necessità di apparire, i quindici minuti di notorietà che, diceva Andy Warhol, non si negano a nessuno. «La tv - è sempre il pensiero di Waters - è il vero oppio dei popoli. Foraggia consumismo e propaganda. Crea dipendenza. Nonostante i social network, la gente non riesce a comunicare e a scambiarsi le idee. Nazionalismo, razzismo, sessismo e religione generano le stesse paure che hanno paralizzato la mia infanzia».

Fino alla notazione finale: «Oggi quando canto “Another brick in the wall - Part II” penso all’inutilità delle guerre. Mi chiedo: che stiamo a fare in Afghanistan? Cosa siamo andati a fare in Iraq? Tutto gira sempre intorno alla conquista, al potere, ai soldi. Dagli antichi romani a oggi, passando per l’imperio britannico. La guerra è sempre stata una droga».

Quello che l’ex Pink Floyd sta portando in giro per l’Europa è uno degli show più monumentali ed emozionanti della storia del rock. Riletto grazie alle tecnologie più avanzate, con un impianto scenografico che - assieme a musiche ormai diventate classici - ogni sera lascia gli spettatori a bocca aperta.

Il muro immaginato oltre trent’anni fa da Waters evocava la Germania divisa. Oggi torna a parlarci di nuove barriere culturali, dei simboli del potere e della religione che dividono anzichè unire, dei conflitti storico-culturali di ieri e di oggi. Ma anche di muri interiori che ognuno di noi erige dentro se stesso, di nuove tecnologie che privilegiano realtà virtuali a scapito di mondi e conoscenze reali, di un’incomunicabilità individuale che chiude ogni essere umano in una sorta di microcosmo.

Lo show che arriva a Zagabria comincia con il sessantasettenne bassista entrare in scena nerovestito. Un mantello, una fascia rossa sul braccio a evocare una divisa militare, il saluto al pubblico. Poi fuochi artificiali, figuranti in divisa militare, bandiere e aerei (che non sganciano bombe ma crocifissi, stelle di David, mezzelune, simboli della Shell e della Mercedes), suoni e scenari di guerra, atmosfere drammatiche e messaggi di pace, i volti dei caduti nelle guerre recenti (e Waters ha chiesto di mandare altre foto al suo sito), mentre un grande muro - the wall - di 743 metri quadrati prende forma mattone dopo mattone, fila su fila. Dinanzi a uno schermo circolare alto ottantacinque metri.

Su questo schermo vengono proiettate, in uno scenario da grande fratello (quello originale, orwelliano...), le immagini di mastodontici pupazzi. Mentre le musiche dell’album scandiscono con toni a tratti violenti la storia dei Pink Floyd, la vita e i ricordi di Waters: la morte del padre, la madre iperprotettiva, una scuola troppo autoritaria, la salvezza attraverso la musica, ma poi anche la vita dorata ma alienante da rockstar. E fu proprio quel senso di alienazione per la vita da star, unito a una mancanza di comunicazione con il pubblico, ad ispirare un tormentato Roger Waters, nel 1979, nel comporre “The Wall”.

Alla prima milanese, introducendo il brano ”Mother”, il musicista inglese ha detto: «Sembra strano siano passati trentadue anni dall’inizio di “The Wall”, è strano come il tempo passi in fretta. Adesso vedrete parte di un video del 1980 tratto dal nostro concerto a Londra. E farò un duetto a doppia voce assieme al povero piccolo disperato Roger che ero in quegli anni...».

Per poi aggiungere alla fine, dopo aver ringraziato il pubblico: «Una volta non ero così, ero una persona misera, ma è passato tanto tempo e adesso sono cambiato». I muri, le guerre che ci racconta, invece, sono terribilmente uguali a quelli che trent’anni fa gli avevano ispirato “The Wall”.

mercoledì 6 aprile 2011

ORME


Accade in tanti matrimoni. E tocca anche alle band che hanno fatto la storia del pop italiano. Che cosa? Di non andare più d’accordo, di fare baruffa, di far volare gli stracci. E di finire davanti a un giudice per mettere le mani, non sulla casa o sull’affidamento dei figli, ma sul nome della ditta. E’ successo anche alle Orme, che domani sera tornano in concerto a Trieste, al Teatro Miela.

«Due anni fa - spiega Michi Dei Rossi, batterista e unico superstite della formazione originaria del gruppo -, al termine di un tour in Canada, il bassista Aldo Tagliapietra ha deciso di uscire dal gruppo. Io ho scelto invece di continuare, con il tastierista Michele Bon, che è con noi dal 1990, da quando cioè era uscito l’altro componente originario, Tony Pagliuca, e con gli altri nostri nuovi compagni».

Divorzio consensuale? Macchè. Tagliapietra chiede al giudice di inibire a Dei Rossi e compagni l’uso del nome Le Orme, registrato al cinquanta per cento fra i due. Ma la richiesta viene respinta. «E dunque noi continuiamo a chiamarci così - prosegue Dei Rossi -, mentre Tagliapietra ha formato un nuovo gruppo con Pagliuca e Tolo Marton (altro musicista veneto che ha fatto parte del gruppo - ndr). E fanno anche loro il repertorio delle Orme».

Come dire: due gruppi per rifare le stesse, storiche musiche. Ma uno solo dei quali con il diritto di usare il vecchio nome della ditta. Ditta, anzi, gruppo che era nato in Veneto alla fine degli anni Sessanta. Inizialmente avevano scelto di chiamarsi “Le Ombre”, in omaggio agli inglesi Shadows, ma poi cambiarono idea per evitare ironie e doppi sensi (“ombra” in veneto è il bicchiere di vino...).

Al Disco per l’estate del ’68 cantano “Senti l’estate che torna”. Ed è un successo. Ma il botto arriva nel ’71, all’alba del nascente pop italiano, con l’album “Collage”. «Sì, quel disco ci ha cambiato la vita - dice Dei Rossi -. Siamo passati dai garage dove facevamo le prove, nel nostro Veneto, ai palasport, ai teatri, ai grandi raduni all’aperto. A proposito di raduni, nell’estate del 1970 partimmo con il loro furgone per l’Isola di Wight, dove assistemmo all’ultima grande esibizione dal vivo di Jimi Hendrix, che poco dopo morì. C’erano anche i Doors con Jim Morrison, Who, Joni Mitchell, Miles Davis, Jethro Tull, Ten Years After, tanti altri. Fra i quali Emerson Lake & Palmer, di cui eravamo dei fan».

Al ritorno in Italia, fa capire l’artista, nulla fu più come prima. Se ne accorsero i giovani triestini, che nel febbraio ’72 affollarono il Dancing Paradiso di via Flavia per il primo di una lunga serie, in questi quarant’anni, di concerti delle Orme.

Ancora Dei Rossi: «Eravamo partiti con il vecchio beat nelle orecchie, tornammo ebbri di suoni, sensazioni, idee nuove. Insomma, eravamo pronti per gli anni Settanta e per il pop italiano. Il pubblico fu subito dalla nostra parte. Cominciava un decennio speciale, c’era un fermento che oggi non c’è più, noi che stavamo sul palco avevamo la stessa età del nostro pubblico, assieme eravamo protagonisti di una rivoluzione musicale e al tempo stesso culturale».

Oggi, invece? «Oggi queste cose non esistono. La globalizzazione ha avuto conseguenze positive ma anche negative. Fra queste, la completa standardizzazione dei prodotti, dei gusti, delle idee. A Marghera trovo le stesse cose che ci sono nelle città di mezzo mondo. Di positivo c’è solo il fatto che razze e culture si mischiano, alla faccia di chi predica la non tolleranza».

Dal vivo, domani a Trieste le Orme - che in questi anni hanno suonato in mezzo mondo - presentano il nuovo album “La via della seta”, senza dimenticare classici come “Felona e Sorona”, “Cemento armato”, “Gioco di bimba”, “Collage”. Aprono il concerto, organizzato dall’Associazione Musica Libera, i triestini Proteo.

venerdì 1 aprile 2011

DISCHI - VASCO + mannarino

 Dedicato a tutti quelli che stanno scappando, scriveva vent’anni fa Gabriele Salvatores in epigrafe al suo “Mediterraneo” premiato con l’Oscar. Oggi Vasco Rossi riprende idealmente quella dedica, spiegando che un artista “deve fuggire dagli stereotipi, dalla grettezza e dalla mediocrità, dalle bugie e dall’ipocrisia, dalla superficialità, dai posti di blocco del conservatorismo, dall’omologazione, dai poteri che non lo vogliono far parlare, lo controllano, lo limitano...”.

Grandissimo Vasco, la cui vena creativa non si è mai esaurita, la cui libertà di pensiero non conosce restrizioni, la cui onestà intellettuale dovrebbe essere d’esempio per tanti.

“Vivere o niente” (Emi) è il suo nuovo album, sedicesimo in studio in trentatre anni di carriera discografica, a tre dal precedente “Il mondo che vorrei”. Alla vigilia dei sessant’anni (è nato nel febbraio ’52), il rocker di Zocca si mette a nudo con sincerità disarmante. Ammette che non credeva nemmeno di arrivare a quest’età, lui che a 35 anni pensava di bruciare tutto, «non credevo che sarei mai arrivato all’età di mio padre, ho sempre pensato che sarei finito presto, sennò forse non avrei scritto ciò che ho scritto». Come dire: «Sembrava la fine del mondo e invece io sono ancora qua. E non c’è niente che non va, non c’è niente da cambiare», scandisce quasi beffardo in “Eh... già”, singolo apripista.

Nel primo brano, “Vivere non è facile”, canta: «Proprio non bastano le mie scuse, ormai mi annoiano. Io sono qui e vivo come pare a me. Sarebbe tutto semplice se avessi almeno un complice, col quale condividere quest’avventura inutile. Che mi facesse ridere di tutte queste favole...».

Il tema della fuga salvifica è ovunque, sin dalle foto di copertina. Altri indizi sono seminati fra i solchi. «Prendi la strada che porta fortuna, prendi la via che fa più paura, prendi le cose così. La vita è dura! Non ti fermare davanti a niente, non ascoltare nemmeno la gente, non ti distrarre perchè la vita è tua. Non ci sono vie di mezzo per una generazione di sognatori, illusi e disillusi, non c’è spazio per l’indifferenza» (“Prendi la strada”).

L’insofferenza, il mal di vivere, l’autoironia sono ovunque. Anche in una canzone d’amore come “Dici che”. Anche in brani come “L’aquilone” e “Stammi vicino”, “Il manifesto futurista della nuova umanità” e “Sei pazza di me”.

L’album, registrato fra Bologna e Los Angeles, è uscito da due giorni ed è già primo in classifica. Previsione semplice semplice: ci rimarrà a lungo. Quest’estate il Blasco torna dal vivo: l’11 giugno a Venezia, all’Heineken Jammin Festival, poi 16, 17, 21 e 22 giugno a San Siro, 26 giugno a Messina, 1 e 2 luglio a Roma, all’Olimpico. Altra previsione facile: appendice quasi sicura a settembre, magari con la possibilità di vederlo dalle nostre parti.



- MANNARINO

A Roma e dintorni, Alessandro Mannarino è già un mito. Da quando appare su Raitre, dalla Dandini, la sua fama si sta progressivamente allargando al resto del Paese. Questo è il suo secondo album (il primo, “Bar della rabbia”, è uscito nel 2009). Racconta “un viaggio, dal tramonto all’alba, dove si intrecciano vicende e si incontrano personaggi tutti legati a un filo, quello della fine del mondo”. E lo fa proponendo un’unione di “ritmi forsennati, gonne al vento, vino e lanterne, festa a crepacuore, ballate struggenti, lamentazioni funebri, cantautorato e world music”.

Mannarino è nato a Roma nel ’79. A vent’anni suona nei locali del rione Monti, due anni fa è tra i finalisti del Premio Gaber e del Premio Tenco nella categoria “album artisti emergenti”. In questo disco si smarca dalle tentazioni esterofile ma anche dalla lezione vetero cantautorale. Meglio la sua verve anarchico insurrezionalista, i suoi spunti folk, la sua vena anticlericale. Fra i brani: “Rumba magica”, “Serenata lacrimosa” ma anche “Serenata silenziosa”, “L’ultimo giorno dell’umanità”.

  

martedì 29 marzo 2011

ALEX LANGER


«Quante Cernobyl, quanti incendi nel Golfo, quante guerre, quanti attentati, quanta deforestazione, quanti studi e previsioni catastrofici ci occorreranno per prendere le nostre misure e digiunare?»

Parole di Alex Langer, scritte vent’anni fa, che tornano di bruciante attualità nei giorni dell’apocalisse giapponese e della guerra libica, ma anche del livello mai così basso a cui è scesa la nostra politica. Parole che ritroviamo nel volume “Il viaggiatore leggero, Scritti 1961-1995” (pagg. 410, euro 18), che Sellerio rimanda in libreria - a cura di Edi Rabini e Adriano Sofri, con un’introduzione di Goffredo Fofi - quindici anni dopo il suicidio dell’europarlamentare verde, padre dell’ambientalismo ma anche del movimento non violento italiano.

Quella frase iniziale, Langer la continuava così: «Nel digiuno si può ottimamente sintetizzare il cuore del messaggio anche della “conversione ecologica”: la corsa sfrenata al profitto, all’espansione, alla crescita economica, alla dissipazione energetica e alimentare, alla super-motorizzazione, alla montagna ormai ingestibile dei rifiuti. Un digiugno - una scelta di autolimitazione, del “vivere meglio con meno” - è oggi necessario e urgente. Anche a costo di apparire impopolari».

Langer era sudtorilese di lingua tedesca, nato nel ’46 a Vipiteno da padre ebreo (un medico viennese che si era trasferito a Bolzano da ragazzo) e madre cattolica. Vicino ai cattolici del dissenso, conosce don Milani nella Firenze degli anni Sessanta, dove studia giurisprudenza: una delle sue due lauree, quella in sociologia, la consegue poi a Trento.

L’insegnamento, a cui si era dedicato a Bolzano, Merano e a Roma, viene ben presto abbandonato dalla passione per il giornalismo e per la politica, che lo porta a essere prima consigliere regionale per la Nuova sinistra in Alto Adige e poi parlamentare europeo. Per i verdi, nell’89 e nel ’94, del cui movimento fu fondatore in Italia e fra i maggiori esponenti a livello continentale.

Un anno dopo la sua conferma al parlamento di Strasburgo si tolse la vita. Una vita troppo breve, dedicata a tre grandi filoni di militanza civile e politica: l’impegno per la convivenza interetnica e interculturale nel suo Sudtirolo, i movimenti ecologici verdi, le carovane per la pace nell’ex Jugoslavia, ai tempi della guerra dei primi anni Novanta.

Il volume comprende scritti e articoli che abbracciano quasi quattro decenni. Dalle prime cose realizzate da adolescente per riviste cattoliche di lingua tedesca fino agli articoli per Lotta Continua (del cui quotidiano fu l’ultimo direttore responsabile) e per il Manifesto, per giornali locali e riviste di varia natura, ma anche per fogli autofinanziati e a bassissima tiratura.

Un altro estratto, che a distanza di vent’anni risulta di bruciante attualità: «Gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza e ingerenza del sud (e dell’est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento e possono diventare un importante “ponte” tra le nostre società e le loro comunità di provenienza».

Langer ci lascia frammenti e riflessioni di una lucidità sconvolgente, per questo nostro mondo che sembra viaggiare allegramente verso il naufragio. Il suo messaggio nella bottiglia, da splendido “viaggiatore leggero” qual era, rimane scritto con la forza di un comandamento: non smettere mai di ascoltare l’altro. Alex l’ha fatto finchè ne ha avuto la forza. Poi ha salutato la compagnia.

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«Se si dovesse chiudere in una formula ciò che Alex Langer ci ha insegnato - scrive Goffredo Fofi nell’introduzione -, essa non potrebbe che essere: piantare la carità nella politica. Proprio piantare, non inserire, trasferire, insediare. E cioè farle metter radici, farla crescere, difenderne la forza, la possibilità di ridare alla politica il valore della responsabilità di uno e di tutti verso “la cosa pubblica”, il “bene comune”, verso una solidarietà tra gli umani e tra loro e le altre creature secondo il progetto o sogno di chi “tutti in sé confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor, porgendo/ valida e pronta ed aspettando aita/ negli ultimi perigli e nelle angosce/ della guerra comun”. Dico carità nel preciso senso evangelico, poiché Alex era un cristiano, dei non molti che cercavano di attenersi agli insegnamenti evangelici che era possibile conoscere in quegli anni nel “movimento” (e oggi sono ancora di meno) e non, come tanti di noi che gli fummo contemporanei e amici, di fragilissime convinzioni “marxiste”...». 



domenica 27 marzo 2011

GREASE al Piccadilly Theatre, Londra




di Carlo Muscatello

LONDRA “Grease”, ovvero la brillantina con cui i giovanotti degli anni Cinquanta si impomatavano le chiome. Oggi non esiste più, sostituita da mille varianti di gel, rigorosamente unisex. Ma sopravvive sulla scena, per esempio al Piccadilly Theatre, a due passi dal quotidiano caos di Piccadilly Circus, in una Londra in fibrillazione per le imminenti nozze reali fra William e Kate e per le inevitabili Olimpiadi.

Nello storico teatro vittoriano del west end, le repliche del musical - che nella versione originale firmata David Gilmore arriverà al Rossetti di Trieste dal 7 al 12 giugno - si inseguono da anni senza sosta. Niente male, per un testo scritto nel ’71 da Jim Jacobs e Warren Casey, che debuttò l’anno successivo a Broadway e nel ’78 ha ispirato l’omonimo film campione di incassi con John Travolta e Olivia Newton John, diretto da Randal Kleiser (vedi scheda a destra).

La storia è nota. Stati Uniti, estate 1959. Durante le vacanze, il fustacchione Danny (interpretato da Matthew Goodgame) conosce Sandy, biondina australiana tutta acqua e sapone. Lei è ingenua, lui fa il bulletto. E al rientro a scuola, se la ritrova iscritta nella sua stessa Rydell High School. Per farsi bello con gli amici non la calcola, lei si dispera.

Sandy (l’attrice è Lauren Samuels) rivela l’amoretto estivo alle compagne, una delle quali organizza un incontro “casuale” fra i due. Danny prima si mostra indifferente, poi ricuce la tela: lui ostacolato dalla sua banda, lei dalle compagne. Alla gara di ballo si presentano in coppia ma poi vengono separati, e lui vince la gara con una sua procace ex. Per farsi perdonare porta Sandy al “drive in”, le dona un anello, tenta di baciarla, lei scappa via.

Dopo una gara automobilistica tra bande, lei torna alla carica, adottando atteggiamento e abiti più aggressivi. Alla festa di fine anno si presenta molto grintosa a uno sbalordito Danny, che a sua volta ha imboccato un processo di trasformazione opposto, pur di riconquistarla. Happy end scontato, con i due piccioncini che partono a bordo di una scintillante decappottabile, festeggiati dagli amici sulle note di “You're the one that I want”. Che con “Summer nights” è il brano di maggior successo del musical.

Che dire? Atmosfera leggera, allegra, frizzante, decisamente edulcorata rispetto al testo originale, nel quale - con toni crudi e a tratti volgari - erano maggiormente presenti i temi delle bande giovanili, delle sottoculture, della violenza, delle prime esperienze sessuali, dell’emergere per la prima volta dei giovani quale categoria sociale.

Sì, perchè il periodo in cui è ambientata la vicenda è quello della nascita del rock’n’roll, dell’ascesa di Elvis Presley, dei giovani americani - giubbotto di pelle, jeans e ciuffo impomatato - che per la prima volta nella storia del continente a stelle e strisce rivendicavano un destino diverso da quello dei padri.

Purgato da tutto ciò, lo show sopravvive con l’eterno tema dell’amore adolescenziale, fra canzoni, balletti, risatine e gag più o meno sciocchine. Con la morale per la verità banalotta che due mondi apparentemente distanti possono sempre incontrarsi. E che l’amore alla fine trionfa. Buon allestimento per uno spettacolo godibile, indicato per anime semplici e danzerecce.

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Il film “Grease” uscì nel ’78. John Travolta era già famoso per il grande successo de “La febbre del sabato sera”, ma qui mise in luce il suo talento d'interprete ironico e si confermò gran ballerino. Anche la fama di Olivia Newton-John crebbe dopo la sua partecipazione al film, che ricevette cinque nomination al Golden Globe ’79. La colonna sonora di “Grease” rimase per settimane al primo posto delle classifiche in molti paesi. In Gran Bretagna i duetti “You're the one that I want” e “Summer nights” schizzarono ai primi posto delle classifiche e sono tuttora presenti nelle classifica dei singoli più venduti di sempre. La canzone “Hopelessly devoted to you” ha ricevuto una nomination al premio Oscar per la migliore canzone originale nel ’79. Anche il tema del film, scritto da Barry Gibb dei Bee Gees e interpretato da Frankie Valli, giunse ai vertici delle hit parade. Nell’82 fu prodotto un sequel (“Grease 2”, con un cast differente) di scarso successo. L’originale è stato riproposto nelle sale nel ’98, in occasione del ventesimo anniversario.  

lunedì 21 marzo 2011

ELISA AL ROSSETTI (1)





Comincia con "Lullaby", voce e organo, sola sul palco, in un lungo ed elegante abito chiaro. Poi entra la band, lei imbraccia la chitarra acustica, si concede un "ndemo vanti, dèi!" giusto perchè stasera si gioca in casa, poi parte "Nostalgia", e poi ancora "Una poesia anche per te", con strofe intere cantate da un pubblico adorante. 


Piccola grande Elisa. La sua più grande ispirazione è sempre stata la natura. Lo sapevamo. Ma dopo il concerto di ieri sera al Rossetti - teatro ovviamente tutto esaurito per la popstar di Monfalcone nata al triestinissimo Burlo -, la convinzione che avevamo maturato nell’ascolto di tante canzoni e tanti dischi, non ultimo il recente “Ivy” (edera in inglese, si pronuncia “aivi”), è diventata granitica certezza. Che forse spiega anche il motivo per cui la trentatreenne artista ha scelto di rimanere a vivere in queste terre, a ridosso di un confine che non c’è più, dove tante volte da ragazza ha visto la luce dei suoi tramonti a Nordest.

L’edera, spiega Elisa, non ha fiori ma è sempreverde, ben radicata a terra, combattiva e resistente, si spinge verso l’alto, abbraccia e fa proprio tutto ciò che tocca. E le canzoni del nuovo disco, fra cover altrui, riletture di propri successi e brani nuovi, «sono quelle che mi sono rimaste dentro, raccontano frammenti di vita reale, ricordi che vivono nella memoria ma la rileggono anche con nuova maturità e prospettiva, nella loro essenza e semplicità. La loro bellezza, la loro forza è simile alle emozioni che trovo nella natura».

Ecco, ci risiamo: la natura, che nel concerto è elemento molto presente, quasi palpabile. E non solo per le immagini proiettate sul fondale: foglie e alberi, fiumi e montagne, fra nordici paesaggi incontaminati. E’ la musica stessa, le canzoni a sembrare abitate dagli elementi della natura. A partire da quelli più importanti: l’acqua nello spettacolo visto ieri sera, nel primo teorico giorno di primavera, il fuoco nella seconda parte che al Rossetti arriverà esattamente fra un mese, il 22 aprile. Sì, perchè per questo tour Elisa ha scelto di portare in giro in ogni città due spettacoli diversi (altrove, come a Udine il 3 e 4 aprile, in due sere di fila...): prima l’acqua e il Nord e le canzoni di “Ivy”, poi il fuoco e il Mediterraneo e l’Africa e i brani dell’album ”Lotus”, uscito nel 2003.

Natura, ambiente, aria. «Aria fresca, una boccata d’aria da respirare. Prenditi una possibilità, culla un sogno. Un posto sicuro dove stare e contare su quello che hai trovato...», canta Elisa in “Fresh air”, che aveva scritto a vent’anni, quando «la musica finalmente non era un hobby per me, ma facevo fatica a capire dov’ero», e che ora ha riscoperto per questo nuovo “Ivy”, di cui è uno dei tre inediti. Con la citata “Nostalgia” e “Sometime ago”, anch'esso presente nella scaletta di ieri sera. Che vive anche di classici come “Dancing” e “Creature”, “Heaven out of hell” e “Fairy girl” (del 2001, stavano entrambe nel terzo album “Then comes the sun”), “Rainbow” e “Asile’s world”... Delle cover di “1979” degli Smashing Pumpinks e di “Cuore amore” degli Ustmamò. Dell’omaggio a Mia Martini con “Almeno tu nell’universo”. Ed Elisa è l’unica che può cantare questo brano senza far rimpiangere i brividi che sapeva regalare l’immensa Mimì. Alla stessa maniera in cui può interpretare “Ti vorrei sollevare” e “Gli ostacoli del cuore” da sola, senza che nessuno rimpianga i rispettivi duetti con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e Ligabue.

«La verità è che ho aspettato a lungo qualcosa che non c'è, invece di guardare il sole sorgere», canta all’inizio del secondo tempo, in “Qualcosa che non c’è”. E lo fa assieme al coro di voci bianche Artemia, di Torviscosa, che la affianca per buona parte del secondo tempo. In questo tour, in ogni città coinvolge - anche per motivi logistici - un coro diverso, della zona dove si svolge il concerto. Anche perchè l’idea del disco e dunque del tour sono nate proprio da un concerto fatto l’estate scorsa, con un coro di bambini poco più grandi della sua piccola Emma Cecile, che ha un anno e mezzo.

Sul palco, mamma Elisa appare a suo agio. Passa dalla chitarra al pianoforte, alle percussioni: si muove, balla, canta, ride, esprime la propria felicità sincera di “giocare in casa”. Stupisce sempre la sua capacità di ricamare trame melodiche sottili su tappeti armonici semplici. Parte dal basso e poi sale, la sua voce si arrampica su, in cielo, verso l’alto. Proprio come l’edera del titolo.

Al Rossetti, otto mesi dopo  i quattromila di piazza Unità, un altro successo trionfale. Davanti alla mamma e alla nonna accomodate in un palco a godersi "la picia". Un successo senza se e senza ma. Come la grandezza di Elisa Toffoli da Monfalcone.