giovedì 9 febbraio 2012

DISCHI / McCARTNEY + morgan

Sono le canzoni con cui Paul McCartney, classe ’42, è cresciuto. Quelle che ascoltavano suo padre e sua madre quando lui era ragazzino. Quelle che magari provava assieme a John Lennon, prima dell’inizio della loro straordinaria avventura beatlesiana. E che ora, giunto alla vigilia dei settant’anni (li compirà il 18 giugno, roba da non credere...), gli è venuta voglia di incidere.
“Kisses on the bottom” (Hear Music) è il sedicesimo album in studio del Macca, a quasi cinque anni dal precedente “Memory almost full”. Tempi nei quali il nostro non è rimasto certo con le mani in mano. Tour a parte (con recenti tappe anche in Italia), nel 2008 pubblicato “Electric arguments” con il suo vecchio progetto elettronico denominato The Fireman, nel 2009 il live “Good evening New York City” e l’anno scorso “Ocean's kingdom”, colonna sonora di musica classica per l’omonimo balletto del New York City Ballett.
Il nuovo lavoro - registrato fra Los Angeles, New York e Londra - è un omaggio ai grandi standard jazz della tradizione statunitense, riletti con lo stile e il gusto propri dell’ex Beatle. Riascoltiamo allora la classicissima “Home (when shadows fall)”; “I'm gonna sit right down and write myself a letter”, portata al successo da Fats Weller nel 1935, da cui l’artista ha tratto il titolo della raccolta; “The glory of love”, interpretata da Benny Goodman nel 1936; “Always”, composta da Irving Berlin nel 1925; “It's only a paper moon”, “More I cannot wish you”...
Ci sono anche due inediti, scritti dall’artista per l’occasione: “My Valentine” e “Only our hearts”, che ovviamente non si discostano per quanto possibile dalle atmosfere del disco. Grazie anche ala partecipazione di due pezzi da novanta: la chitarra di Eric Clapton nel primo brano, le tastiere di Stevie Wonder nel secondo.
Produzione affidata a un grande: Tommy LiPuma, già all’opera con gente del calibro di Miles Davis, Barbra Streisand e Al Jarreau. E in cabina di regia c’era anche Diana Krall, che ha aiutato Sir Paul nella selezione dei brani ma anche nella gestione dell’orchestra.
“Questa è la musica con cui sono cresciuto, quella che mi suonava al piano papà, quella che assieme a John abbiamo amato prima di innamorarci del rock’n’roll», ha confermato Paul McCartney presentando questo particolarissimo regalo che ha fatto innanzitutto a se stesso, ma in fondo in fondo anche a tutti noi.
Ancora l’ex Beatle: «Ho lavorato con Diana e con un grande jazzista come John Clayton. È un album tenero, quasi intimo. Da ascoltare quando torni a casa dopo il lavoro, con un bicchiere di vino o una tazza di tè...». Visione romantica. Ma c’è da capirlo. Il nostro si è appena sposato per la terza volta.
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MORGAN
    “ITALIAN SONGBOOK VOL.2” (Sony)  Molti temono che sia diventato “soltanto” un personaggio televisivo, con tutto quel che ciò comporta. Sarebbe un peccato, perchè Marco Castoldi in arte Morgan, al netto di tutte le esagerazioni e le sgradevolezze del personaggio tv, rimane un buon musicista. Lo conferma questo secondo capitolo (il primo era uscito nel 2009) del suo viaggio fra i classici della canzone italiana degli anni Cinquanta e Sessanta. Quindici canzoni, di cui tre in inglese, che il nostro rilegge attraverso la sua originale sensibilità artistica. Riscopriamo allora canzoni come “Marianne” di Sergio Endrigo (scelta anche come singolo di lancio dell’album), “Hobby” di Luigi Tenco, “Io che non vivo” di Pino Donaggio... Non potevano mancare, secondo le prevedibili regole della discografia contemporanea, due inediti: “Una nuova canzone” e “La sera”. L’album esce in una doppia versione: il cd singolo e il doppio, comprendente anche il capitolo precedente.
 
 
 

SPRINGSTEEN A TS, MADONNA A ZAGABRIA

Magari ai seguaci del Boss non potrà importar di meno. Ma l’annuncio che nella stessa sera del concerto di Bruce Springsteen allo Stadio Rocco di Trieste, lunedì 11 giugno, il tour di Madonna farà tappa allo stadio di Zagabria, beh, può essere tranquillamente iscritta nell’affollatissima lista locale delle “sgradevoli sovrapposizioni”.
Si dirà che a parte le comuni origini italiane (la madre di lui si chiama Adele Zirilli, lei di cognome fa Ciccone) e la comune appartenenza alla ristretta schiera dei numeri uno, il rocker del New Jersey e l’ex “material girl”, fra l’altro reduce dall’apparizione al Super Bowl, non hanno molto da spartire. Vero, ma è anche un dato di fatto che quella sera di inizio estate - o almeno così si spera - una parte del popolo della musica di casa nostra punterà dritto verso la capitale croata, mentre tantissimi altri non mancheranno di certo l’appuntamento allo stadio triestino.
Per il concerto di Springsteen, la prevendita dei biglietti ha ormai superato quota 22 mila. «C’è una crescita costante di richieste dal pubblico straniero - segnala Luigi Vignando, di Azalea Music, che organizza la tappa assieme a Barley Arts -, soprattutto da parte di quello ungherese, oltre ovviamente alle richieste da Austria, Slovenia, Croazia e Serbia». Si punta comunque al tutto esaurito, fissato a quota 35mila.
Gli organizzatori segnalano anche che, sulla base dell’esperienza passata, le prevendite dovrebbero subire un’ulteriore impennata nelle prime due settimane di marzo, in concomitanza con l’uscita del nuovo album “Wrecking ball”, prevista in tutto il mondo per martedì 6 marzo. Si tratta del diciassettesimo album in studio del Boss, con undici brani nuovi, prodotto da Ron Aniello assieme al produttore esecutivo, nonché manager storico, Jon Landau e allo stesso artista.
Il tour americano partirà il 18 marzo da Atlanta e si concluderà il 2 maggio a Newark, nel “suo” New Jersey. L’esordio europeo è invece previsto per il 13 maggio a Siviglia, in Spagna, e si concluderà il 31 luglio a Helsinki, in Finlandia, dopo aver toccato vari Paesi fra cui ovviamente l’Italia: Milano il 7 giugno e Firenze il 10, prima di arrivare a Trieste.
Gli organizzatori stanno approntando assieme al Comune il piano logistico per il concerto (trasporti, parcheggi, servizi navette...), ma anche iniziative collaterali per i giorni di vigilia dello show.
E siamo alla novità di queste ore. La conferma del concerto di Madonna (finora erano circolate solo delle anticipazioni), la stessa sera dell’11 giugno allo stadio di Zagabria. Il Madonna World Tour partirà il 29 maggio da Tel Aviv, in Israele, e toccherà Europa (Londra, Parigi, Berlino...), Stati Uniti (New York, Los Angeles...), ma anche Australia e Sud America, dove non si esibisce da vent’anni. La tappa croata anticiperà gli unici due concerti italiani previsti, il 14 giugno allo Stadio San Siro di Milano e il 16 allo Stadio Franchi di Firenze.
Le prevendite dei biglietti per il concerto a Zagabria cominceranno venerdì 17 da Radio Attività, a Trieste. L’emittente organizza anche dei pullman per il concerto.
Per quanto riguarda invece il debutto a Tel Aviv, da segnalare l’incredibile richiesta dei fan israeliani della regina del pop al governo dello stato ebraico: nessuna guerra all’Iran almeno fino al 29 maggio, giorno del concerto... «Per favore non fermate la musica!», hanno scritto i fan su una pagina Facebook creata appositamente. Roba da non credere.

mercoledì 8 febbraio 2012

VASCO BRONDI SABATO A PORDENONE

Cantava crisi e disagio quand’ancora non erano esplosi. Quando c’era qualcuno sempre sorridente che voleva farci credere che i tempi difficili erano già alle spalle. Lui, Vasco Brondi - che sabato alle 22 torna al Deposito Giordani di Pordenone -, girava l’Italia, annusava l’aria, parlava con la gente, e capiva che le cose andavano male. E sarebbero andate peggio.
«Non serviva essere economisti - dice il cantautore, classe ’84, che continua a presentarsi come Le luci della centrale elettrica -, bastava guardarsi attorno per capire che il sistema era prossimo al collasso. La crisi invece è stata negata fino all’ultimo, facendo un danno doppio: sarebbe stato importante preparare la gente, anche psicologicamente».
E le sue antenne fra sfigati e mammoni ora cosa segnalano?
«La sensazione, forse il rischio, è che da cittadini stiamo diventando azionisti, per giunta di minoranza. Siamo governati da chi rappresenta più le istituzioni economiche e bancarie che lo stato. E se ne viene pure fuori con quelle frasi infelici: sfigato è chi non ha previsto ma ha negato la crisi»
Ma eravamo messi male.
«Certo, non possiamo tacere sulle responsabilità di chi ci ha portato fin qui: politica ma anche sindacati, che da anni parlavano di cose che non esistevano più. Rappresentando solo dipendenti e pensionati, non si erano accorti del buco nero del precariato, della disoccupazione galoppante».
E comunque il governo Monti non le piace.
«Chiariamo: è mille volte meglio di chi c’era prima. E ha un vantaggio: essendo formato da persone che non puntano a essere rielette, può fare le cose di cui c’è bisogno. Prima, fossero di destra o di sinistra, il principale obbiettivo era la rielezione».
Parliamo di musica: da De Gregori e Jovanotti cosa ha imparato?
«Che sul palco non devo difendermi da nessuno, ma piuttosto espormi, trasmettere al pubblico il più possibile di me stesso. Il primo era un mio mito da ragazzo, cantare con lui a Torino è stato bellissimo. E aprire i concerti di Lorenzo, davanti a migliaia di persone, mi ha insegnato un nuovo modo di stare sul palco».
Nuovo album?
«Non ho fretta, per fortuna non c’è nessuno che mi corre dietro. Amo i ritmi umani, fare un disco quando ho qualcosa da dire».
Lei incide per “La Tempesta” di Pordenone. Come vi siete incontrati?
«Attraverso i Tre Allegri Ragazzi Morti, che ho sempre seguito e ai quali avevo inviato un demo nel 2007. Anzi, ho ritrovato un disegno che Davide Toffoli mi aveva fatto dopo un loro concerto a Copparo, in provincia di Ferrara. Io avevo quindici anni, lui scrisse sotto il disegno: a Vasco, allegro ragazzo morto...».
Il primo disco nel 2008 accolto benissimo, il secondo nel 2010 bollato come una brutta copia.
«Tutto previsto. Santificato all’esordio, criticato dopo. Ma non avevo e non ho nulla da perdere, non devo mica vendere un nuovo modello di automobile, preferisco puntare sulla sincerità. Va detto comunque che le canzoni di quei due album erano state scritte nello stesso periodo».
Due mesi fa ci ha concesso un antipasto.
«Sì, il mini-cd pubblicato con XL, la rivista di Repubblica. L’inedito “C’eravamo abbastanza amati” e alcune cover stravolte, anzi, “canzoni d’amore rovinate”, come le chiamo io. Mi è servito per sperimentare nuove strade».
Dove portano?
«Chi lo sa. Privilegio i sentimenti alle logiche commerciali. Sempre sul crinale fra canzone d’autore e punk. Che assieme fanno quasi un corto circuito...».

domenica 5 febbraio 2012

DOMANI PUPKIN KABARETT ALLA TRIPCOVICH / SANGERMANO / RASSEGNA STAMPA

Quando si dice un predestinato. Massimo Sangermano è nato il 29 dicembre, lo stesso giorno del “Piccolo”. Giusto a qualche annetto di distanza... «Ma in fondo mi sarebbe piaciuto nascere anch’io nel 1881 - confessa l’attore e regista triestino, classe 1963, origini calabresi -, probabilmente avrei trovato un mondo migliore. Magari rischiavi di morire di morbillo, ma c’erano più educazione, rapporti più veri, un panorama più libero. Sì, mi trovo abbastanza male nel mondo moderno...».
In queste parole c’è già tutto Sangermano, l’ideatore di quella caustica “rassegna stampa” che è da sempre uno dei punti di forza della proposta spettacolare del Pupkin Kabarett. E lo sarà ancor più, c’è da scommetterci, nella serata speciale dedicata ai 130 anni del giornale.
«Sì - conferma -, abbiamo cercato anche nei vecchi numeri del giornale, per fare una cosa più completa. Ho letto con attenzione la copia del primo numero, che avete ripubblicato in occasione dell’anniversario. Beh, in fondo le cronache e le storie sono sempre uguali...».
Com’è nata questa passione per il “Piccolo”?
«Faccio da tanti anni il pendolare fra Trieste e Roma, dove lavoro dal 2004 come regista per Rai Educational. Mia mamma Nunziatina, una che legge il giornale dalla prima all’ultima riga, ha sempre conservato le vecchie copie. E io, ogni quindici giorni, quando torno a casa, mi leggo gli arretrati. Che è un buon modo per rendersi conto meglio delle notizie».
Cosa la colpisce?
«Che tutto il mondo è paese: la piccola cronaca, l’incidente, la vecchietta, la polemica... Amo le vecchie foto dei compleanni e degli anniversari. Ma il punto è che ormai la realtà ha superato la fantasia, dunque dopo anni in cui ho puntato sulla seconda, ho deciso di prendere spunto dalla prima. Combatto questo tempo che non mi piace, e ho adottato il “Piccolo” per essere sempre informato, anche vivendo altrove, sulla mia città».
Che ovviamente odia e ama.
«Certo. Trieste è stata grande in altre epoche, oggi può solo ridurre il danno. Il fatto è che l’Italia comincia a Mestre. La caduta dei confini doveva aprirci grandi orizzonti, non è successo proprio nulla».
L’avventura del Pupkin?
«Un altro ottimo motivo per tornare a casa. Dobbiamo ringraziare la Cooperativa Bonawentura che ci ha dato spazio e fiducia. Abbiamo cominciato nel 2001 nella saletta video del Teatro Miela. Poi, settimana dopo settimana, i quaranta posti a sedere non bastavano più, e nel 2003 siamo stati promossi nella sala grande».
Lei ha cominciato con Arbore.
«Sì, nell’88 ero con Fulvio Falzarano e altri triestini nel pubblico di “Indietro tutta”. A Roma ero andato due anni prima, per frequentare la scuola di teatro di Enzo Garinei, nella cui compagnia ho poi lavorato. Ma ho fatto anche tv, un po’ di cinema, fiction, qualche video con Jovanotti (conosciuto negli Stati Uniti nel ’90), pubblicità. Portai le mie gag al “Gran Premio” di Baudo, sempre nel ’90, su Raiuno. E Oreste Del Buono scrisse su di me delle cose molto belle sul Corriere della Sera...».
A Rai Educational cosa fa?
«Giro per l’Europa, faccio servizi su mostre e musei. Ma senza la presunzione di Daverio, o di Sgarbi. Io sono un illetterato. Faccio cose pop».
Prossime cose?
«Ho fatto una parte nel film per la tv “Il toso”, con Elio Germano che interpreta il boss Felice Maniero, in uscita su Sky Cinema. Insomma mi arrangio, anche se i quattro neuroni che mi rimbalzano in testa a volte mi suggeriscono che forse sarebbe meglio entrare in un convento di frati, a fare distillati “de pomi”. Niente stress, niente tivù, tanti “uselèti”..».

25 ANNI FA MORIVA CLAUDIO VILLA

Sabato 7 febbraio 1987, serata finale del 37º Festival di Sanremo, quello vinto dal trio Morandi Ruggeri Tozzi con “Si può dare di più”. Pippo Baudo interrompe la kermesse, il suo volto è contratto, la voce traballa. «Purtroppo devo dare una brutta notizia. E mi sembra doveroso interrompere per un momento questo spettacolo che è fatto di festa, di gioia e di canzoni per rivolgere l'ultimo applauso a Claudio Villa...!».
La notizia della scomparsa del Reuccio della canzone italiana, ricoverato all’ospedale di Padova per una pancreatite, arrivò così nelle case degli italiani. Tutto il pubblico del Teatro Ariston si alzò in piedi, per una volta l’emozione fu autentica, a molti sembrò quasi un segno del destino che l’annuncio della scomparsa venisse fatto proprio lì, a Sanremo, in quel Festival della canzone che lo aveva visto tante volte competere e quattro volte vincere: nel 1955 con “Buongiorno tristezza”, nel ’57 con “Corde della mia chitarra”, nel 1962 con “Addio... addio” e nel ’67 con “Non pensare a me”.
Ma Villa non è stato solo Sanremo. Nato a Roma il primo gennaio 1926, vero nome Claudio Pica, trasteverino di via della Lungara (dove c’è il carcere di Regina Coeli), padre vetturino e mamma casalinga. La voce profonda e potente diventa subito il suo strumento di riscatto sociale. Debutta alla radio nel ’46, dopo vari concorsi canori. Nel dopoguerra è protagonista sulle frequenze radiofoniche. Quando arriva la tivù, si fa trovare pronto. La sua popolarità cresce in maniera esponenziale, in Italia e all’estero. Canta “Granada”, “Binario”, “Il torrente”...
Iscritto al Pci, diventa protagonista anche al cinema: tra i suoi film “C'è un sentiero nel cielo” e “Primo applauso” del 1957, “Fontana di Trevi” del ’60. Viene soprannominato “Il reuccio” per il temperamento fiero e orgoglioso, durante una puntata dello spettacolo tv “Rosso e nero” di Corrado. Storiche le sue sfide nelle “Canzonissime” televisive con Gianni Morandi.
Per i venticinque anni dalla scomparsa, tante iniziative per ricordare il Reuccio. Una al Museo della canzone di Vallecrosia (in provincia di Imperia) viene inaugurata oggi una mostra di fotografie, dischi, musicassette, copertine, articoli di riviste e giornali d’epoca, manifesti e locandine dei film. E poi spartiti delle sue canzoni, un portadischi autografato, una giacca di scena e il contratto del 1958 con il Festival di Sanremo. Quello in cui Villa portò a casa “soltanto” il quarto, il quinto e il settimo posto (allora ogni cantante poteva partecipare con più canzoni), perchè per la vittoria non c’era stata partita: era andata a “Nel blu dipinto di blu”, di Domenico Modugno.
Sulla sua tomba c’è scritto: «Vita sei bella, morte fai schifo».

giovedì 2 febbraio 2012

PETER HAMMILL IL 10-5 A TRIESTE

Peter Hammill il 10 maggio in concerto al Teatro Miela. La primavera/estate musicale triestina si arricchisce dunque di una nuova perla. L’ex Van der Graaf Generator torna in città a nemmeno tre anni di distanza dal concerto tenuto con il suo storico gruppo in piazza Unità, nel luglio 2009, per la sesta edizione del Trieste Rock Festival.
Punta di diamante del “progressive” inglese, sviluppatosi a cavallo fra gli ultimi Sessanta e i primi Settanta, la band nasce nel '67, all'università di Manchester, proprio attorno al cantante Peter Hammill. “The aerosol grey machine”, nel '69, è il primo album. Ma dopo “The least we can do is wave to each other” e “H to He, who am the only one”, usciti nel '70, è soprattutto con “Pawn Hearts”, del '71, che il gruppo ottiene il successo che merita, fra l’altro prima in Italia e poi in patria.
In tutti questi anni Hammill e soci si sono allontanati e ritrovati tante volte. Ultimamente, dopo l’uscita del sassofonista David Jackson, si sono spesso esibiti in trio: Hammill (voce, chitarra, pianoforte), Hugh Banton (tastiere, basso, chitarra) e Guy Evans (batteria). Gli stessi di tanti anni fa, gli stessi del luglio 2009.
Ma in questo tour che fa tappa a Trieste, il musicista inglese (classe ’48) sarà sul palco da solo: chitarra, pianoforte e voce, per proporre al pubblico cose vecchie e nuove della sua fascinosa e originale carriera, cominciata quan’era giovanissimo.
Concerto organizzato dall’Associazione Musica Libera di Davide Casali, la stessa del festival rock estivo. Prevendite dei biglietti dalla prossima settimana al Ticket Point e da Radio Attività. Info su http://www.musicalibera.it/

mercoledì 1 febbraio 2012

PRESENTAZIONE SANREMO / CELENTANO / BENEFICENZA

Adriano Celentano, si sa, è una vecchia volpe. Al Festival di Sanremo - 62.a edizione dal 14 al 18 febbraio, presentata ieri nella città dei fiori - ci andrà, anche se il contratto non è ancora stato firmato. Il suo staff ha già ottenuto nei giorni scorsi dalla Rai adeguate garanzie su contenuti (non dovrà presentare in anticipo testi a chicchessia) e spot pubblicitari (i suoi sermoni non verranno interrotti).
Ma l’ex Molleggiato, che ha da poco festeggiato i 74 anni, ha capito che la vera polemica si era ormai spostata sul suo megacompenso, ufficializzato ieri dal direttore artistico Gianmarco Mazzi («Se farà una serata percepirà un compenso di 350 mila euro, se ne farà due o tre 700 mila, per quattro o tutte e cinque 750 mila»).
Col passare dei giorni le proteste su queste cifre, ritenute da tutti perlomeno inopportune nell’attuale momento del Paese, sono andate via via aumentando. Con proposte da parte di alcuni di boicottare il suo intervento e non pagare il canone. Solo il direttore generale della Rai, Lorenza Lei, se l’è cavata richiamandosi alle “regole del mercato”.
E il furbo Adriano come si leva dall’angolo? Facile. Annunciando di devolvere tutto in beneficenza. A Emergency e a famiglie povere. «Ha già contattato sette sindaci - ha spiegato Mazzi -, quelli di Verona, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Cagliari, chiedendo loro di segnalargli i nomi di famiglie in condizioni di assoluta povertà. Se percepirà 350 mila euro, ne destinerà 100 mila a un ospedale di Emergency e 250 mila a tredici famiglie. Nel caso di 700 mila euro di compenso, 200 mila andranno a due ospedali di Emergency e 500 mila a venticinque famiglie; gli eventuali 50 mila euro in più consentiranno di portare a ventisette il numero delle famiglie aiutate. E Celentano si farà carico di tutte le tasse».
Geniale. Anche se qualche giornale oggi lo taccerà di demagogia e populismo, per non ammettere che quel che rode a parte della politica e dell’opinione pubblica è innanzitutto l’aiuto all’organizzazione di Gino Strada. Che è amico di Celentano, “il nostro Tevez”, come ha detto ieri il direttore di Raiuno Mauro Mazza, quello che una settimana fa si scambiava sms con Lei e Mazzi con scritto “Celentano è fuori dal Festival”.
Invece l’artista a Sanremo - dove manca dal 2004 - ci sarà, e rappresenterà il vero evento di quest’anno. «Portare Celentano - ha detto Gianni Morandi, per il secondo anno consecutivo sulla tolda di comando - è un sogno che abbiamo da sempre: lui è Sanremo, proprio qui iniziò le sue provocazioni nel ’61 cantando “24 mila baci”. Lui è la storia, è la musica, è l’Italia. Lo conosco da 49 anni e la cosa che mi sorprende è come riesca sempre a creare una rivoluzione ogni volta che arriva, ad attrarre l’attenzione. È come se Sanremo fosse il festival di Celentano, all’insegna di Celentano, questo ci aiuterà».
Ancora Morandi: «Alcuni politici hanno parlato di scempio e di immoralità, parlano male degli artisti e credono di risolvere così i problemi legati alla politica in questi anni. Probabilmente parlano di Celentano solo per apparire sui giornali. Ma non c’è un artista italiano che vale più di lui».
Il resto? Fra gli ospiti - lista ancora “in progress” - ci saranno Sabrina Ferilli, Geppi Cucciari e i Cranberries, appena tornati dopo dieci anni di assenza con l’album “Roses”. Fra gli sportivi, oltre a Federica Pellegrini, dovrebbero fare una comparsata Prandelli, Capello e forse Trapattoni.
L’assurdo ricorso della vedova di Lucio Battisti, che ha diffidato la direzione artistica del Festival dall’utilizzare “Il paradiso” e “Amarsi un po’” per la serata dei duetti internazionali di giovedì 16 febbraio, intanto procede. «È una vicenda surreale - ha detto Mazzi -, credo che le canzoni di Battisti siano un patrimonio di tutti e vengono cantate ovunque. Con la signora Battisti ho avuto un rapido colloquio, ma lei non ha mandato niente per iscritto».
Un altro ricorso, quello dei quattro “over 28” che si sono sentiti discriminati dal limite di età previsto per Sanremo Giovani, è stato «dichiarato inammissibile» dal Tar del Lazio (la competenza è del giudice ordinario e non di quello amministrativo).
Da ultimo, ma non per ultimo, il ricordo di Mia Martini. Avverrà la sera di giovedì 16, con la strana coppia formata da Gigi D’Alessio e Loredana Bertè, sorella della cantante scomparsa. Canteranno “Almeno tu nell’universo” - portato a Sanremo da Mimì nell’89 - assieme a Macy Gray.