...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 18 marzo 2012
ORME, FESTA x 40 ANNI DEL BANCO sabato a pordenone
Il Banco (già del Mutuo Soccorso) compie quarantanni, festeggia con un tour - che sabato 24 fa tappa al Deposito Giordani di Pordenone - e chi chiama per condividere palcoscenico e celebrazione? Ma ovviamente le Orme, gruppo assieme al quale ha scritto la storia del pop italiano.
«Come tutte le cose belle - spiega il batterista Michi Dei Rossi, unico superstite della formazione originale, dopo laddio indolore del tastierista Toni Pagliuca e quello con strascichi giudiziari del bassista Aldo Tagliapietra - anche questa è nata per caso. E sta funzionando. Sul palco, durante i concerti, sembra quasi che il tempo si sia fermato. Fra noi e loro cè un ottimo dialogo umano e professionale».
Altri ricordi. «Quando il Banco debuttò, noi eravamo in scena già da qualche anno, era uscito lalbum Collage, facevamo le nostre tournèe. Ricordo che andai a vedere una loro anteprima dal vivo, vicino Milano, e rimasi entusiasta per loriginalità della loro proposta musicale dellepoca. Il loro uso delle tastiere, le costruzioni dei brani, i testi».
Eppure, per collaborare hanno aspettato quarantanni. «Già, non era mai capitata loccasione. Rapporti di buona colleganza, mai sentimenti di invidie o gelosie reciproche. Fino a che è arrivata questoccasione. Forse era destino così».
Che storia, quella delle Orme. Veneto, fine degli anni Sessanta, il beat comincia a lasciare il campo al nascente pop. Inizialmente avevano scelto di chiamarsi Le Ombre, in omaggio agli inglesi Shadows, ma poi cambiarono idea per evitare ironie e doppi sensi (ombra in veneto è il bicchiere di vino...).
Al Disco per lestate del 68 cantano Senti lestate che torna. Ed è un successo. Ma il botto arriva nel 71 con lalbum Collage. «Sì, quel disco ci ha cambiato la vita - ammette Dei Rossi -. Siamo passati dai garage dove facevamo le prove ai palasport, ai teatri, ai grandi raduni allaperto. Nellestate 70 partimmo con il furgone per lIsola di Wight, dove assistemmo allultima grande esibizione dal vivo di Jimi Hendrix. Cerano anche Emerson Lake & Palmer, di cui eravamo dei fan».
Ancora Dei Rossi: «Eravamo partiti con il vecchio beat nelle orecchie, tornammo ebbri di suoni, sensazioni, idee nuove. Eravamo pronti per gli anni Settanta e per il pop italiano. Il pubblico fu subito dalla nostra parte. Cominciava un decennio speciale, cera un fermento che oggi non cè più, noi che stavamo sul palco avevamo la stessa età del nostro pubblico, assieme eravamo protagonisti di una rivoluzione musicale e al tempo stesso culturale».
Tanti anni dopo, la storia finisce in tribunale. Tre anni fa, Tagliapietra esce dal gruppo. Dei Rossi continua con il tastierista Michele Bon, entrato nel 90, e con gli altri nuovi compagni. «Tagliapietra ha chiesto al giudice di vietarci luso del nome Le Orme, registrato al cinquanta per cento fra noi due. Richiesta respinta. Ma la causa è ancora in corso».
Meglio non pensarci. E dedicarsi a questo tour con il Banco, che forse avrà anche un seguito discografico. «Nella prima parte del concerto - conclude Dei Rossi - siamo in scena da soli: presentiamo le canzoni del nostro nuovo album, La via della seta, uscito un anno fa e accolto con interesse anche allestero. Poi tocca al Banco. E alla fine facciamo i bis assieme: due canzoni nostre, di solito Gioco di bimba e Sguardo verso il cielo; e due loro, quasi sempre Fino alla mia porta e Non mi rompete. È una grande festa, davvero...».
venerdì 16 marzo 2012
DISCHI / CAMMARIERE e finardi
A quasi tre anni dal precedente lavoro Carovane, che già aveva spalancato la finestra della sua curiosità verso le musiche e i ritmi del mondo, Sergio Cammariere torna con un album - intitolato semplicemente con il suo nome e cognome, etichetta Sony - e un tour che parte lunedì da Bologna. Un periodo, quello di silenzio discografico, dedicato alle composizioni per il cinema e il teatro, che ci restituisce ora il musicista e cantautore calabrese di nascita (Crotone, 1960, una lontana parentela con Rino Gaetano) e romano dadozione nel pieno della sua maturità artistica.
Lo dimostra questa manciata di canzoni nuove, che si inseriscono nel solco migliore della poetica elegante e raffinata che il grande pubblico cominciò a conoscere anni fa con lalbum Dalla pace del mare lontano (fra laltro da un verso del goriziano Carlo Michelstaedter). Sonorità ricercate, impreziosite dai ritmi del mondo, con lo straordinario collante rappresentato dallintensità interpretativa dellartista.
Canzone jazz, si diceva al suo apparire, forse per uscire in qualche modo dalla difficoltà di ingabbiare in unetichetta la musica di Cammariere. Ma queste pennellate darte musicale sono in realtà di più. E di diverso. Spaziando fra bossa nova e samba, echi di folklore balcanico e ritmi quasi cubani, blues e canzone, tentazioni classicheggianti e tradizione jazz.
Nellalbum - dedicato allamico Pepi Morgia, regista, scenografo e artista delle luci recentemente scomparso - dodici brani e una bonus track, Sinestesie, per pianoforte solo, scaricabile soltanto su iTunes. Nel paniere, anche due brani strumentali (spicca lintensità di Thomas) e un omaggio al grande Vinicius de Moraes, Comè che ti va? (Onde anda você), con testo liberamente ispirato dellindimenticato Sergio Bardotti e di Nini Giacomelli.
Fra gli altri titoli: Ogni cosa di me, Inevitabilmente bossa, La mia felicità. Ma anche Transamericana, Controluce, Notturno swing... Per gli altri testi Cammariere si avvale della consolidata collaborazione di Roberto Kunstler, cui si aggiungo per loccasione lo scrittore Sergio Secondiano Sacchi e il musicista/narratore Giulio Casale.
Completano il cast Luca Bulgarelli al contrabasso, Amedeo Ariano alla batteria, Bruno Marcozzi e Simone Haggiag alle percussioni, Olen Cesari al violino. Più Fabrizio Bosso alla tromba (che farà anche lo special guest nel tour in partenza), Michele Ascolese alle chitarre, Roberto Rossi al trombone, Francesco Puglisi al contrabbasso, Marcello Di Leonardo alla batteria, Max Ionata al sax.
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EUGENIO FINARDI
SESSANTA
(triplo cd, Edel)
Eugenio Finardi compie a luglio sessantanni. Per festeggiarsi, è tornato al Festival di Sanremo a cantare E tu lo chiami Dio. Ma soprattutto ha pubblicato un triplo cd che ripercorre una carriera che iniziò giusto quarantanni fa, allalba dei Settanta. Riascoltiamo allora i suoi successi storici (Musica ribelle e La radio, Extraterrestre e Saluteremo il signor padrone, Le ragazze di Osaka e Non è nel cuore...), ma scopriamo anche cinque inediti: Nuovo umanesimo, Why? (classico pezzo blues), Maya e Passerà (brano country), oltre al pezzo sanremese. Bella raccolta, che permette ai più giovani di conoscere in maniera organica uno degli artisti più rappresentativi della musica italiana degli anni Settanta e Ottanta. Poi ha fatto un po di tutto, esplorando territori culturalmente e musicalmente diversi. In una commistione di generi che ritroviamo in questi tre cd, testimonianza di una carriera importante, che attraversa quattro decenni.
ROGER DALTREY DOM A TRIESTE
Tommy, ovvero la storia della musica rock. Domenica sera rivivrà al Rossetti grazie a Roger Daltrey, storico cantante e front man degli Who, la band inglese che pubblicò nel 69 lomonimo album doppio (scritto quasi interamente dal chitarrista Pete Townshend), che nel corso degli anni ha venduto oltre venti milioni di copie. Con Quadrophenia una delle due opere rock cui rimane legato il nome del gruppo, famoso allepoca anche per aver lanciato nel 65 quella sorta di inno generazionale che era My generation.
Tommy, da cui nel 75 fu poi tratto lomonimo film di Ken Russell, che chiamò lo stesso Daltrey per il ruolo del protagonista, racconta la storia di un ragazzo nato alla fine della guerra mondiale (la prima nel disco, la seconda al cinema), che diviene sordo, cieco e muto dopo lomicidio dellamante di sua madre da parte del padre. Il ragazzo assiste alla scena da dietro uno specchio, gli dicono di non dire, vedere e sentire nulla (e infatti See me, feel me, touch me, heal me - presentata anche a Woodstock - era il tema del disco).
Tommy diventa così muto, cieco e sordo. Peggiorano la situazione violenze sessuali e atti di bullismo subiti in famiglia. Le cure sembrano tutte inutili, finchè un giorno il ragazzo si scopre un mago del flipper, ottenendo così notorietà e ricchezza. E avviando un percorso di rinascita che lo porta a diventare una sorta di guru, in grado lui stesso di liberare e curare gli altri.
«Credo che Tommy - ha detto Roger Daltrey, classe 44, presentando il tour italiano - fosse particolarmente in sintonia con i suoi tempi. Non ho mai ritenuto che raccontasse la storia di una persona, sono invece convinto che parlasse di tutti noi. Quando uscì fu accolto con scetticismo e molti reagirono in modo negativo. Parte dellopinione pubblica e della critica ritennero addirittura osceno che un disco parlasse di qualcuno che era muto, cieco e sordo. Ma quella metafora serviva per guardare allesterno con occhi diversi, per raccontare la società in cui vivevamo, le sue distorsioni e le sue oscenità».
Ancora Daltrey: «Se dovessi spiegare cosè una rock opera, la assimilerei semplicemente alla musica classica. E Tommy è veramente unopera di musica classica. È così che va concepito: per la sua struttura, per la costruzione delle canzoni, perché è un lavoro organico. Io lo tratto e lo considero con lo stesso rispetto che di solito si riserva a un pezzo di musica classica di grande levatura».
Nel tour italiano, cominciato da Padova e che toccherà, dopo Trieste, anche Firenze e Roma (due date), prima di concludersi il 24 marzo a Milano, Daltrey è accompagnato dai suoi No Plan B, ovvero Frank Simes e Simon Townshend (fratello di Pete) alle chitarre, Jon Button al basso, Loren Gold alle tastiere e Scott Devours alla batteria.
Dopo la scomparsa del batterista Keith Moon nel 78 e del bassista John Entwistle nel 2002, Pete Townshend e Roger Daltrey hanno continuato a proporre dal vivo i classici del gruppo. Dopo la momentanea separazione per questo tour, i due superstiti hanno in animo di riunirsi per riproporre assieme laltra opera rock, Quadrophenia.
lunedì 12 marzo 2012
GIORGIA MERC A UDINE
«Cosa c’è “Dietro le apparenze”? Con questo titolo volevo dire che ora riesco ad allargare il mio sguardo sulle cose e sulle persone. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. A volte si crede di essere in un modo ma ci si accorge di essere diversi».
Parla Giorgia, che domani sera debutta a Udine con un concerto al palasport Carnera, nell’ambito del suo “Dietro le apparenze Tour”, che prende il nome dal nuovo album pubblicato a settembre. Dopo il quale il pubblico record dello show tv di Fiorello l’ha ammirata nelle sigle di coda “stile varietà televisivi in bianco e nero degli anni Sessanta”...
L’hanno paragonata a Mina: felice?
«Come non esserlo, lei rimane una grandissima artista. Da piccola, con mia madre ascoltavo tanta musica italiana, ma soprattutto Mina e Lucio Battisti. Con mio padre invece più musica black. Sì, posso dire che lei sicuramente ha influenzato la mia crescita artistica».
Elisa?
«Siamo amiche, ho un grande sintonia con lei. E mi piacerebbe molto pensare a un progetto insieme. Aspettiamo che i bimbi crescano un po’».
Ecco, il figlio come le ha cambiato la vita?
«Avere un figlio ti impone di attingere a tutte le tue risorse. Ti scopri anche come non ti conoscevi, e avendo il privilegio di fare un lavoro in cui ti devi esprimere tutto ciò è molto bello».
La sua classifica dell'ultimo Sanremo?
«Diciamo innanzitutto che sono molto felice che nei primi tre posti ci siano state tre donne. Potrei dire: “Girl power!”. Nel complesso benissimo così, ma nella mia personale classifica voto la serata dei duetti, una serata di musica con uno scambio bellissimo tra gli artisti».
Dei “talent” cosa pensa?
«Quando ho cominciato io c’era la musica dal vivo, era tutto diverso. I “talent” sono la novità di questi ultimi anni. Gli artisti che escono da lì imparano subito a stare in televisione, da subito affrontano critiche durissime, per questo per me sono un po’ degli eroi».
Cosa ascolta in questo periodo?
«I dischi della grande Whitney Houston, che voglio ricordare. Mi manca tantissimo e mi mancheranno la sua voce, la sua intonazione, le sue note perfette. Per il pubblico che verrà al concerto a Udine ci sarà una sorpresa, non vi svelo il brano ma le farò un omaggio: mi emozionava sempre, io amavo tutto di lei».
L’album “Dietro le apparenze” è tuttora tra gli album più venduti in Italia. Il tour è cominciato da pochi giorni, dopo le anteprime di gennaio a Roma e Milano. Nelle due ore di concerto, oltre alle canzoni del nuovo album e l’annunciato omaggio a Whitney Houston, spazio a grandi classici come “Di sole e d’azzurro”, “Gocce di memoria”, “Come saprei”... Con Giorgia, sul palco, Sonny Thompson (basso e voce), Mike Scott (chitarre), Mylious Johnson (batteria), Claudio Storniolo (piano e tastiere), Gianluca Ballarin (tastiere), Diana Winter e Chiara Vergati (cori).
Parla Giorgia, che domani sera debutta a Udine con un concerto al palasport Carnera, nell’ambito del suo “Dietro le apparenze Tour”, che prende il nome dal nuovo album pubblicato a settembre. Dopo il quale il pubblico record dello show tv di Fiorello l’ha ammirata nelle sigle di coda “stile varietà televisivi in bianco e nero degli anni Sessanta”...
L’hanno paragonata a Mina: felice?
«Come non esserlo, lei rimane una grandissima artista. Da piccola, con mia madre ascoltavo tanta musica italiana, ma soprattutto Mina e Lucio Battisti. Con mio padre invece più musica black. Sì, posso dire che lei sicuramente ha influenzato la mia crescita artistica».
Elisa?
«Siamo amiche, ho un grande sintonia con lei. E mi piacerebbe molto pensare a un progetto insieme. Aspettiamo che i bimbi crescano un po’».
Ecco, il figlio come le ha cambiato la vita?
«Avere un figlio ti impone di attingere a tutte le tue risorse. Ti scopri anche come non ti conoscevi, e avendo il privilegio di fare un lavoro in cui ti devi esprimere tutto ciò è molto bello».
La sua classifica dell'ultimo Sanremo?
«Diciamo innanzitutto che sono molto felice che nei primi tre posti ci siano state tre donne. Potrei dire: “Girl power!”. Nel complesso benissimo così, ma nella mia personale classifica voto la serata dei duetti, una serata di musica con uno scambio bellissimo tra gli artisti».
Dei “talent” cosa pensa?
«Quando ho cominciato io c’era la musica dal vivo, era tutto diverso. I “talent” sono la novità di questi ultimi anni. Gli artisti che escono da lì imparano subito a stare in televisione, da subito affrontano critiche durissime, per questo per me sono un po’ degli eroi».
Cosa ascolta in questo periodo?
«I dischi della grande Whitney Houston, che voglio ricordare. Mi manca tantissimo e mi mancheranno la sua voce, la sua intonazione, le sue note perfette. Per il pubblico che verrà al concerto a Udine ci sarà una sorpresa, non vi svelo il brano ma le farò un omaggio: mi emozionava sempre, io amavo tutto di lei».
L’album “Dietro le apparenze” è tuttora tra gli album più venduti in Italia. Il tour è cominciato da pochi giorni, dopo le anteprime di gennaio a Roma e Milano. Nelle due ore di concerto, oltre alle canzoni del nuovo album e l’annunciato omaggio a Whitney Houston, spazio a grandi classici come “Di sole e d’azzurro”, “Gocce di memoria”, “Come saprei”... Con Giorgia, sul palco, Sonny Thompson (basso e voce), Mike Scott (chitarre), Mylious Johnson (batteria), Claudio Storniolo (piano e tastiere), Gianluca Ballarin (tastiere), Diana Winter e Chiara Vergati (cori).
venerdì 9 marzo 2012
MADONNA, FORFAIT PER 11-6 ZAGABRIA
Springsteen batte Madonna per abbandono. Potremmo raccontarla così, mutuando il linguaggio sportivo. La verità è che il virtualissimo derby fra il Boss e la signora Ciccone, in programma lunedì 11 giugno fra Trieste e Zagabria, non si terrà. Il megashow della popstar allo Stadio Maksimir della capitale croata è stato infatti annullato. Ufficialmente per non meglio identificate “ragioni logistiche”. In realtà pare che la causa vada ricercata nelle basse prevendite dei biglietti.
L’annullamento - annunciato dal promoter locale Adria Entertaiment e da Live Nation - segue quello dell’agosto 2009 a Lubiana: anchè lì, a fronte di “soli” settemila biglietti staccati in prevendita, la data fu cancellata, lasciando a bocca asciutta i fan della zona.
L’ex Jugoslavia non ama Madonna? Chissà. O forse, più pragmaticamente, è un problema di costi: dello show e dunque dei biglietti. Che per Zagabria costavano da un minimo di 37 a un massimo di 136 euro, con inarrivabili “posti vip” vicini a quota 400. Per i due concerti italiani finora previsti dal tour (14 giugno a Milano, 16 a Firenze), i biglietti costano invece dai 50 ai 170 euro, anche qui con carissimi “posti vip” in vendita solo via internet. E gira voce fra gli addetti ai lavori che la data dell’11 giugno, libera dopo l’annullamento a Zagabria, potrebbe essere “ceduta” proprio all’Italia, per un concerto allo Stadio Olimpico di Roma. Prima di arrivare in Italia, Madonna sarà il 7 giugno a Istanbul: concerto già tutto esaurito. Come tutto esaurito è anche il primo dei due spettacoli previsti a Barcellona a fine luglio.
Per quanto riguarda i fan provenienti da Trieste e dal Friuli Venezia Giulia, per il concerto di Zagabria l’agenzia Multimedia-Radioattività aveva venduto poco meno di duecento biglietti: rimborsi a partire da lunedì. Mentre proseguono le prevendite per la tappa a Vienna, il 29 luglio, del Madonna World Tour. Che partirà il 29 maggio da Tel Aviv, in Israele, e toccherà Europa e Stati Uniti, ma anche Australia e Sud America, dove non si esibisce da vent’anni.
Intanto, il 26 marzo esce “Mdna”, dodicesimo album in studio dell’artista.
L’annullamento - annunciato dal promoter locale Adria Entertaiment e da Live Nation - segue quello dell’agosto 2009 a Lubiana: anchè lì, a fronte di “soli” settemila biglietti staccati in prevendita, la data fu cancellata, lasciando a bocca asciutta i fan della zona.
L’ex Jugoslavia non ama Madonna? Chissà. O forse, più pragmaticamente, è un problema di costi: dello show e dunque dei biglietti. Che per Zagabria costavano da un minimo di 37 a un massimo di 136 euro, con inarrivabili “posti vip” vicini a quota 400. Per i due concerti italiani finora previsti dal tour (14 giugno a Milano, 16 a Firenze), i biglietti costano invece dai 50 ai 170 euro, anche qui con carissimi “posti vip” in vendita solo via internet. E gira voce fra gli addetti ai lavori che la data dell’11 giugno, libera dopo l’annullamento a Zagabria, potrebbe essere “ceduta” proprio all’Italia, per un concerto allo Stadio Olimpico di Roma. Prima di arrivare in Italia, Madonna sarà il 7 giugno a Istanbul: concerto già tutto esaurito. Come tutto esaurito è anche il primo dei due spettacoli previsti a Barcellona a fine luglio.
Per quanto riguarda i fan provenienti da Trieste e dal Friuli Venezia Giulia, per il concerto di Zagabria l’agenzia Multimedia-Radioattività aveva venduto poco meno di duecento biglietti: rimborsi a partire da lunedì. Mentre proseguono le prevendite per la tappa a Vienna, il 29 luglio, del Madonna World Tour. Che partirà il 29 maggio da Tel Aviv, in Israele, e toccherà Europa e Stati Uniti, ma anche Australia e Sud America, dove non si esibisce da vent’anni.
Intanto, il 26 marzo esce “Mdna”, dodicesimo album in studio dell’artista.
lunedì 5 marzo 2012
DOPO IL PALATRIESTE, NUOVO LUTTO A REGGIO CALABRIA
Palchi sempre più grandi, strutture affette da gigantismo, faraonici impianti di amplificazione e luci. E di conseguenza lavori di montaggio/smontaggio sempre più complessi, che impongono ritmi di lavoro pesanti. Basti pensare che la tragedia di Reggio Calabria, a tre mesi da quella al PalaTrieste nella quale ha perso la vita Francesco Pinna, è avvenuta dopo le due di notte, mentre una squadra di operai stava lavorando perchè tutto fosse pronto per il concerto che Laura Pausini avrebbe dovuto tenere ieri sera.
Poco più di quarantotto ore prima, Jovanotti aveva detto al PalaTrieste: «Tanti passi avanti sono stati fatti sui livelli di sicurezza del nostro lavoro, ma bisogna lavorare ancora perchè non ci siano più incidenti sul lavoro, perchè la vita è la cosa piu importante ma anche piu fragile che c’è».
Purtroppo il nuovo lutto dimostra che l’industria della musica dal vivo dà il suo macabro contributo ai 1100 morti all’anno in Italia (dato del 2011, media di tre lutti al giorno) ed è diventata un settore a rischio per quel che concerne la sicurezza. Le cause sono note. Controlli non sempre adeguati sulle strutture, standard di sicurezza a volte non rispettati, turni di lavoro giorno e notte.
Passi avanti sono stati fatti rispetto a tanti anni fa, con barriere antipanico che non diventano trappole come le transenne rovesciate, controlli sugli impianti elettrici, regolazione di afflussi e deflussi. Ma dopo il ripetersi di tante tragedie, in Italia e all’estero, forse è arrivato il momento di dire basta a questa corsa senza fine verso il palco sempre più grande, la struttura sempre più avveniristica, la “scatola” sempre più sorprendente per lasciare a bocca aperta lo spettatore.
Oggi per allestire un concerto di una star in uno stadio si muovono anche 40 tir. Un ridimensionamento di palchi e strutture, unito magari a un contenimento dei compensi per gli artisti, avrebbe un effetto benefico anche sui biglietti d’ingresso ai concerti, arrivati ormai a vette non sostenibili in tempi crisi, soprattutto per un pubblico giovane. Perchè se per i big la media si aggira sui 40/50 euro, in casi particolari (esempio: Madonna) i picchi superano i 150. Troppi, per due ore di musica.
Poco più di quarantotto ore prima, Jovanotti aveva detto al PalaTrieste: «Tanti passi avanti sono stati fatti sui livelli di sicurezza del nostro lavoro, ma bisogna lavorare ancora perchè non ci siano più incidenti sul lavoro, perchè la vita è la cosa piu importante ma anche piu fragile che c’è».
Purtroppo il nuovo lutto dimostra che l’industria della musica dal vivo dà il suo macabro contributo ai 1100 morti all’anno in Italia (dato del 2011, media di tre lutti al giorno) ed è diventata un settore a rischio per quel che concerne la sicurezza. Le cause sono note. Controlli non sempre adeguati sulle strutture, standard di sicurezza a volte non rispettati, turni di lavoro giorno e notte.
Passi avanti sono stati fatti rispetto a tanti anni fa, con barriere antipanico che non diventano trappole come le transenne rovesciate, controlli sugli impianti elettrici, regolazione di afflussi e deflussi. Ma dopo il ripetersi di tante tragedie, in Italia e all’estero, forse è arrivato il momento di dire basta a questa corsa senza fine verso il palco sempre più grande, la struttura sempre più avveniristica, la “scatola” sempre più sorprendente per lasciare a bocca aperta lo spettatore.
Oggi per allestire un concerto di una star in uno stadio si muovono anche 40 tir. Un ridimensionamento di palchi e strutture, unito magari a un contenimento dei compensi per gli artisti, avrebbe un effetto benefico anche sui biglietti d’ingresso ai concerti, arrivati ormai a vette non sostenibili in tempi crisi, soprattutto per un pubblico giovane. Perchè se per i big la media si aggira sui 40/50 euro, in casi particolari (esempio: Madonna) i picchi superano i 150. Troppi, per due ore di musica.
TRIESTE, BELLA ADDORMENTATA di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Siamo tutti in debito con Trieste. Conquistata al prezzo di 650 mila vite, perduta nel disastro della guerra e dell'esodo istriano, ripresa dopo 18 mesi di crimini nazisti, 40 giorni di massacri titini e nove anni di occupazione angloamericana, e poi dimenticata. Trieste che ha dato all'Italia Saba e Svevo, Strehler e Magris, Kezich e Dorfles, Trieste crocevia di tre mondi, latino tedesco slavo, Trieste la città più settentrionale del Mediterraneo e più meridionale della Mitteleuropa; eppure Trieste è in un angolo, anche oggi che a cinque chilometri non c'è più il comunismo ma l'Europa di domani, non la cortina di ferro ma l'Est entrato nella sfera d'influenza tedesca. Di questa opportunità, il Paese non si è accorto: alla sua unica grande città di confine l'Italia volge le spalle; l'Italia finisce a Mestre.
A Mestre - signori, si scende - la ferrovia rallenta, ferma in ogni stazione, si inerpica in salita, passa su viadotti ottocenteschi. Eppure si è scelto di non costruire la linea ad Alta velocità insieme con la terza corsia dell'autostrada; prima o poi bisognerà farla, ma a costi doppi. Un secolo fa, da Trieste partivano treni diretti per Fiume, Lubiana, Ragusa, Mostar, Belgrado, Budapest; ora (anche a causa dei ritardi sloveni) non si va più neppure a Vienna. In vagone letto si arrivava a Belgrado e a Parigi; ora si va solo a Lecce. Per Roma bisogna cambiare: «Ci si mette più tempo ad andare in treno da Trieste a Roma che in aereo da Roma a New York» ha scritto Giovanna Botteri sul Piccolo, che sta raccogliendo le testimonianze di triestini indignati (il giorno prima toccava a Margherita Hack, toscana che lavora qui dal '64: «A Mestre si perde sempre la coincidenza, non ci aspettano mai...»).
L'antico porto dell'Impero adesso è più piccolo di quello di Capodistria. L'Adriatico davanti a Trieste pare un lago, a occhio nudo si vedono le sponde slovene e quelle croate, potrebbe diventare un mare urbano, una piazza d'acqua solcata dalle navi. Ma il traffico passeggeri langue, non si trova l'accordo per nominare i dirigenti del Terminal tra gli investitori privati e la presidente dell'autorità portuale, Marina Monassi, casualmente compagna del controverso capo locale del Pdl Giulio Camber, detto il Castellano per la sua signorile dimora. Il porto vecchio voluto da Maria Teresa è in rovina. Le Generali volevano farne la sede delle attività italiane; il Comune si oppose, le Generali si spostarono a Mogliano Veneto (a Trieste resta la sede della holding internazionale, oltre a decine di insegne sui palazzi più belli, come un marchio sulla città). Poi si è fatta avanti la Evergreen, colosso cinese, che però avrebbe abbattuto i magazzini storici; altro rifiuto, stavolta giustificato. Ora dovrebbero finalmente cominciare i lavori per restituire il mare alla città, com'è accaduto a Genova, e spostare le ultime attività nel porto nuovo, che boccheggia chiuso com'è dalla ferriera, in mano ai russi, e poco più in là dalla Grandi Motori, comprata dai finlandesi.
Trieste ha poco di Nord Est, e meno ancora di italiano. Non è città di piccoli imprenditori ma di mercanti cosmopoliti: sette cimiteri - cattolico, ebraico, islamico, greco-ortodosso, serbo-ortodosso, evangelico, più quello militare con tombe di ogni religione - e neppure un ghetto. Ci sono chiese luterane, valdesi, metodiste, anglicane, oltre a una sinagoga tra le più grandi d'Europa e una chiesa ortodossa di commovente bellezza, San Spiridione, con le cupole e l'iconostasi dorata come al Cremlino. Cose che esistono solo qui: i buffet dove servono le carni affumicate con il kren, i ricreatori - oratori laici per i ragazzi, aperti dai tempi degli Asburgo -, i caffè che servirono la Sachertorte a Joyce e a Rilke: perché, spiega Claudio Magris, «quando una città non sa dov'è, di chi è, che cos'è, allora si affida alla letteratura».
Il primo cittadino, Roberto Cosolini
Magris sorride del revival austriacante. Il sindaco pd Roberto Cosolini, appena vinte le elezioni, si è portato a Vienna a incontrare il borgomastro: il 2014, anniversario della Grande Guerra scatenata dall'Austria, sarà celebrato a Trieste con mostre e concerti in memoria della buona amministrazione asburgica; ma non è nostalgia per cose passate, è solo un modo per ricordare all'Italia che Trieste esiste.
Certo, arrivando da Roma o da Milano (il volo da Linate è stato ripristinato), pare quasi di essere in un altro Paese. Di solito in Italia si dice sempre di sì, e poi non si fa nulla. I triestini dicono sempre di no - «No se pol!» -, e poi fanno tutto. Si può andare in Slovenia con l'auto noleggiata? «No se pol, ci vogliono le catene!»; in realtà le catene sono già a bordo. Avete una cartina? «No, sono finite!»; ma a bordo ci sono anche le cartine. Un minaccioso cartello avverte che «se il veicolo sarà restituito particolarmente sporco saranno addebitati euro 71 di lavaggio». Per avere un antibiotico senza ricetta si viene - giustamente - rimproverati da quattro farmacisti prima di essere accontentati dal quinto. Di solito alla vista di una telecamera gli italiani si fiondano facendo ampi gesti di saluto; i triestini cambiano marciapiede, «grazie ma preferirei non comparire». Le macchine si fermano sulle strisce e non parcheggiano (quasi mai) in doppia fila. Si trovano i taxi. Le pizzerie invece sono rare, più facile trovare la porcina con i crauti che una margherita.
Riccardo Illy, 56 anni, per 8 anni sindaco di Trieste e per cinque governatore della Regioene (Imagoeconomica)
La Bella Addormentata, come qualche triestino chiama la sua piccola patria, si sveglia con il buio. La città ha angoli metafisici ed episodi surreali: d'un tratto si sente un coro notturno, una canzone goliardica, un suono di campane, che battono implacabili tutte le ore, anche le tre del mattino. Mai visti tanti autovelox e tanta polizia, anche la sera, in una città italiana. La settimana scorsa poi c'erano in giro un sacco di scozzesi in kilt: tifosi dell'Aberdeen. Si giocava in Slovenia ma loro sono scesi in albergo qui, dopo aver letto la classifica della Lonely Planet che colloca Trieste in testa tra le città belle e poco conosciute (Aberdeen è quinta). I giovani triestini, che raccontano di sentirsi talora allo stretto, quasi al confino, fanno il percorso inverso e vanno a Lubiana, che per bellezza non regge il confronto con la loro città ma è pur sempre una capitale. Si pagano 15 euro per la «vignetta», il pedaggio autostradale, e si risparmia il 30% sulla benzina, la metà sul dentista, due terzi sui centri benessere. Chi ha soldi da gettare punta invece verso la costa, su Portorose e i suoi casinò; oppure porta qui la barca, per sfuggire alle tasse del nuovo governo.
Le terre slave fino a qualche anno fa suscitavano ancora diffidenza, se non odio e timore. Spiega Magris che nel giro delle generazioni si sono sciolte rivalità ataviche, superati rancori di guerre e occupazioni: «Fra i miei studenti, ad esempio, il problema non esiste. La celebrazione - voluta da un sindaco di centrodestra, Roberto Dipiazza - di Boris Pahor quale nostro scrittore, scrittore di tutta la nostra Trieste, avvenuta nel Teatro Verdi, simbolo del patriottismo italiano, è stata significativa. Non si tratta di scordare i morti né le violenze, ma di non usarli per riattizzare odi». Sono ancora pieni di dolore e rabbia, però, i familiari delle vittime. Raccontano l'angoscia di bambini che videro uscire di casa il padre senza mai vederlo tornare, senza sapere dove fosse finito, senza avere un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere. Andiamo a Basovizza con Paolo Sardos Albertini, presidente del comitato onoranze caduti delle foibe, e con Anna Maria Muiesan Gaspàri, l'autrice della poesia incisa accanto al pozzo, storia di sua madre che va alla ricerca del marito nei campi di prigionia con una foto in mano, «co' tuti i so recordi/che i xe deventadi mii». C'è anche Nicolò Molea, l'uomo che ha passato la vita a chiedere una lapide con l'elenco dei finanzieri assassinati, e dieci anni per far correggere il nome di suo padre: maresciallo Domenico Molea, non Moleo, come avevano scritto. I primi a sparire erano stati i poliziotti: gli uomini di Tito andarono a prenderli il primo maggio, appena entrati a Trieste. Poi toccò a chiunque portasse una divisa, pure ai bidelli. Quindi agli impiegati comunali e anche ai capi antifascisti contrari all'annessione alla Jugoslavia.
Basovizza non è una foiba ma un pozzo, scavato da un minatore che cercava la bauxite, la leggenda dice che non avendola trovata si sia gettato dentro. Quanti corpi ci siano con il suo, non si saprà mai. Gli inglesi occupanti provarono a recuperarli con l'argano, ma rinunciarono quando s'imbatterono in granate inesplose e - raccontano i vecchi triestini - nella carcassa di un cane nero, che i titini gettavano insieme con gli odiati italiani per dannarne l'anima per l'eternità. I morti di Basovizza si calcolano a cubatura: siccome la fossa è piena per 500 metri cubi, e in un metro cubo ci stanno quattro corpi fracassati, i morti dovrebbero essere duemila. Qui vicino, nel bosco, c'è invece una foiba vera, la Plutone, con la bocca spalancata come la porta dell'Ade. Non ci si può avvicinare, il terreno sdrucciolevole ti trascina dentro. A gettare un sasso, lo si sente risuonare a lungo, prima di toccare il fondo.
La Risiera di San Sabba, unico lager tedesco in territorio italiano dotato di forno crematorio (Ansa)
La cosa che più indigna i familiari delle vittime è far notare che prima delle foibe ci furono la politica antislava del fascismo e l'occupazione della Jugoslavia. È l'obiezione che si sentono fare sempre. Sempre replicano che gli italiani del confine orientale non erano più o meno fascisti dei connazionali, ma hanno pagato il prezzo più alto. Negli stessi giorni del maggio 1945 cominciava l'esodo di 300 mila istriani, sistemati a Trieste in 109 campi profughi, compreso quello allestito nella Risiera di San Sabba. Un nome insolito - uno stabilimento per la lavorazione del riso, un santo sconosciuto - per indicare l'unico lager tedesco in territorio italiano dotato di forno crematorio, che bruciò i corpi di 2 o 3 mila antinazisti. La Risiera era un lager di città, accanto c'era già lo stadio, oggi intitolato a un altro grande triestino, Nereo Rocco.
I profughi di Pola - su 34 mila abitanti partirono in 30 mila, portandosi dietro la bara di Nazario Sauro - e di Fiume, sfuggiti al comunismo e alla vendetta titina, si trovarono distesi sulle stesse panche che due anni prima avevano accolto i settecento ebrei triestini, in viaggio verso Auschwitz: tornarono in venti. Racconta Magris che quando, dopo il liceo, andò a Torino per l'università, tutto gli appariva più semplice e chiaro: i giusti e gli ingiusti, i perseguitati e i persecutori. A Trieste era diverso: tutti contro tutti; si era diviso persino il Cln. Non è vero, dice Magris, che delle foibe non si è mai parlato, lui stesso ne scrisse sul Corriere , con cui collabora dal '67; «ma non importava nulla a nessuno. Non serviva politicamente. E la città aveva rimosso anche la Risiera, capitava che il boia Lerch si facesse rivedere a Trieste, accolto da famiglie perbene». Ora è cambiato tutto, Basovizza e la Risiera sono monumenti visitati da decine di migliaia di studenti, e Roberto Menia - anima della destra, figlio di una profuga istriana -, che da capo del Fronte della Gioventù si scontrava con la Fgci guidata proprio da Cosolini, ora si ritrova con il sindaco a sostenere il governo Monti, cercando di portare qualcosa in città.
Dice Magris che il futuro di Trieste è legato al polo della scienza, in particolare alla Sissa, Scuola internazionale di studi superiori avanzati, dove lo scrittore ha tenuto per quattro anni un corso sui rapporti tra le due culture, l'umanistica e la scientifica. È d'accordo Riccardo Illy, per otto anni sindaco della città, per cinque presidente della Regione, ora tornato in azienda. Trieste ha un'antica storia di contaminazioni tra i saperi, la psicanalisi e la medicina, la letteratura e la fisica. Qui venne Franco Basaglia a rivoluzionare la psichiatria italiana, i padiglioni ottocenteschi del vecchio manicomio - per «tranquilli», «semiagitati», «agitati» - oggi ospitano asili nido e istituti universitari. Qui sul Carso Rubbia impiantò il sincrotrone che fotografa le molecole; ora hanno inventato anche il laser a elettroni liberi che fissa le immagini in movimento, si potranno vedere eventi infinitamente piccoli, come le molecole di un antibiotico che aggrediscono i batteri. Oggi in città ci sono settemila ricercatori, non estranei al primato dell'università - la prima italiana nella World Top Universities - e alla nascita di piccole imprese ad alto tasso tecnologico, come la Ital Tbs, ramo software medicali, e la Kropf, che fa i test per la celiachia. Illy coltiva invece un altro ramo dell'eccellenza triestina: il caffè, il tè, il cioccolato, le confetture e altre delikatessen di una città golosa. Suo nonno paterno, ungherese di Timisoara (oggi in Romania, allora nell'Impero), sposò una donna metà irlandese metà tedesca; i nonni materni erano istriani, lui di Pola lei di Rovigno. Ora Riccardo Illy e suo fratello Andrea hanno aperto nel mondo 230 caffè con il loro marchio, per combattere sia pure in ritardo il fenomeno mortificante delle catene internazionali che offrono menu in italiano - ristretto, macchiato, cappuccino - ma non sono italiane.
È il destino di Trieste, esportare idee e uomini. Quando vi sbarcò l'Audace, il 3 novembre 1918, i triestini erano 230 mila; ora sono 25 mila in meno. La città contende a Bolzano il primato nelle classifiche di qualità della vita, e a Genova quello della città più anziana d'Italia. Sono sopra la media nazionale sia i depositi bancari sia, in teoria, i reati: ma questo perché i reati qui vengono denunciati tutti. Sarebbe sbagliato però presentarla come una città asburgica, il tratto latino e mediterraneo alla lunga prevale, persino la bora - che a febbraio ha imperversato con raffiche a 168 chilometri l'ora - cede il posto ai venti del Sud: in un secolo la frequenza della bora e in genere dei venti orientali è diminuita di 28 giorni l'anno, quella dello scirocco e dei venti meridionali è aumentata di 18 giorni.
Trieste insomma è nostra, appartiene più che mai all'Italia, e l'Italia le appartiene; anche se spesso se ne dimentica. Invece dobbiamo sempre ricordare il «barbaro sognante» Slataper e il genio suicida Michelstaedter, il passaggio di Tommaseo e quello di Tomizza; gli irredentisti impiccati dagli austriaci e i duemila volontari che disertarono dall'esercito imperiale per combattere accanto agli altri italiani; i triestini perseguitati dai nazisti e quelli infoibati dai comunisti, e anche i sei ragazzi uccisi dagli inglesi nel '53 mentre manifestavano per il ritorno della città all'Italia; il più giovane, Piero Addobbati, aveva solo 14 anni. Per tutto questo, e per molto altro ancora, dobbiamo sempre ricordarci di Trieste.
http://blog.aldocazzullo.it
Aldo Cazzullo
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