...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
mercoledì 10 ottobre 2012
ELIO E LE STORIE TESE sab a trieste
Conto alla rovescia per il Barcolana Festival. Si parte domani sera in piazza Unità con Club Dogo e altri artisti più o meno hip hop. Sabato sera è già tempo di gran finale (da anni la rassegna è ristretta a due sole serate) con Elio e le storie tese. Aprono le danze i giovanissimi triestini Libero Vento. Tutto a ingresso rigorosamente gratuito.
Per gli “Elii” si tratta della quarta partecipazione ufficiale alla rassegna, dopo quelle del ’99, del 2003 e del 2008, alle quali va aggiunta almeno una presenza, più o meno in incognito, di Stefano Belisari (questo il vero nome del capobanda, nato a Milano nel ’61) come regatante nelle acque del golfo. Se non è un record, poco ci manca.
Di certo un graditissimo ritorno. E un’occasione per rivedere dal vivo, nel contesto festoso della vigilia della grande regata, uno dei gruppi in assoluto più originali e intelligenti del panorama pop di casa nostra. Che poi, nel loro caso, parlare di pop potrebbe essere persino riduttivo: spaziano infatti con assoluta maestria fra rock demenziale, canzone, musica contemporanea, con influenze progressive, hard rock e chi più ne ha più ne metta. Proponendo un magma sonoro impastato da ironia e autoironia in quantità industriali.
Dal 1989 del primo album “Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu” a oggi, la discografia del gruppo è molto ricca, quanto la sua attività dal vivo. L’album più recente è “Studentessi”, pubblicato nel 2008. Nel gennaio di quest’anno i simpatici mattacchioni sono partiti con il tour “Enlarge your penis” (che volete farci: i ragazzi sono fatti così...). In tivù hanno partecipato al programma “The show must go off” di Serena Dandini su La7. Mentre Elio è appena partito per la sua terza esperienza come arcigno giurato-caposquadra a “X Factor”, il popolare talent show che dopo le edizioni su Raidue da due anni è sbarcato su Sky Uno.
Sabato sera, a Trieste, i veri fuochi d’artificio sono attesi dal palco di piazza Unità. Con il concerto di Elio e le storie tese. Da non perdere.
CELENTANO più rock che economy
Più rock che economy, e con un vago sapore di naftalina, questo chiacchieratissimo ritorno di Adriano Celentano. Un ritorno dopo diciotto anni dal vivo, e dopo pochi mesi in tv (era l’ultimo Sanremo), con lo spettacolo intitolato appunto “RockEconomy”.
Chissà, forse il Re degli ignoranti - per il quale Giorgio Bocca aveva coniato l’appellativo “un cretino di talento” - sta cominciando a capire che il pubblico lo apprezza ancora quando canta ma lo sopporta con difficoltà sempre maggiore quando conciona. E se non lo capisce, ci pensa sempre lui, il pubblico pagante (biglietti da uno a 165 euro, ma i bagarini hanno fatto affaroni vendendo a cifre con tre zeri...), a ricordarglielo anche con qualche garbato fischio, quando i sermoni e le chiacchiere diventano troppo lunghi.
Ieri seconda serata all’Arena di Verona e secondo trionfo. In due sere, davanti a 23mila persone presenti nell’anfiteatro romano e ai milioni del piccolo schermo (lunedì trenta per cento di share e oltre nove milioni di spettatori, probabilmente altrettanti ieri: un trionfo per Canale 5, cui non è sembrato vero poter mettere le mani sull’evento incredibilmente rifiutato dalla Rai...), il nostro ha riannodato il filo di un rapporto con il pubblico italiano che certo, ha vissuto i suoi alti e bassi, ma non si è in realtà mai interrotto. Grazie a un repertorio evergreen, a una voce ancora modernissima, e nonostante l’aspetto da pensionato un po’ freak.
Per comprendere le dimensioni e la portata del “fenomeno Celentano” bisogna pensare stiamo parlando di un uomo che a gennaio compie 75 anni e di un artista che ha debuttato giovanissimo nel lontano 1956 (cinquantasei anni fa...) e ha pubblicato il primo 45 giri nel ’58. Lo stesso Gianni Morandi, l’eterno ragazzo che comunque viaggia anche lui verso i sessantotto anni, e che lo ha affiancato nella doppia avventura all’Arena, ha cominciato la sua carriera all’alba degli anni Sessanta proprio imitando Adriano.
Ieri apertura con l’anteprima affidata a un’autocelebrativa rassegna stampa (tg e giornali), da cui sbuca anche qualche immagine dell’economista Fitoussi intento a parlare di crescita e modelli di sviluppo. Poi immagini aeree di Verona e sermoncino fuori campo, con testo di Rifkin e Latouche, sui temi cari al Molleggiato: decrescita, miglioramento della qualità della vita, bellezza delle città e dei passaggi, accesso all’acqua potabile, qualità dell’aria, ma anche lavoro, salute, cultura.
Arriva Celentano, stessa mise della sera precedente (cuffia di lana con i brillantini, giacca grigia, pantaloni neri, scarpe beige, occhiali scuri), canta “Mondo in mi settima”, brano del ’66 di denuncia sociale, anche questo di preoccupante attualità, almeno secondo la logica e l’universo celentanesco. «Staremmo freschi se nel mondo succedessero tutte queste cose - dice -, i giornali esagerano sempre un po’, guardate quello che hanno scritto su Al Bano, che è qui stasera...». “Soli” è relativamente più recente, del ’79, ma si dimentica ugualmente le parole. Idem per “L’arcobaleno”, commovente brano scritto nel ’99 da Mogol, su musica di Gianni Bella, in ricordo di Lucio Battisti, scomparso l’anno precedente.
Ovazioni, tripudio e cori “A-dria-no-A-dria-no” sono gli stessi della sera prima. Ma la festa dei ricordi continua. Ora tocca a “Storia d’amore”, anno di grazia 1969. Fio Zanotti lascia per un attimo la direzione dell’orchestra di diciotto elementi e virtuoseggia alla fisarmonica.
Con “Ringo” (usata nel ’66 per la pubblicità di una carne in scatola), “Yuppi-du”, il bis de “Il ragazzo della via Gluck” e “Pregherò” (eseguite anche la prima sera), parte il greatest hits. Spettacolo soprattutto musicale, con contorno di ballerini. Pochi discorsi. Dice le sue solite cose, alcune banali, altre meno, ma sa che non può esagerare: il pubblico applaude, ma vuole la musica. Sì, forse l’astutissimo “cretino di talento” ha imparato la lezione. Solo con le canzoni mette d’accordo tutti.
Torna Morandi. “Un mondo d’amore” e “Ora sei rimasta sola”, un paio di battute, una gag. Ma soprattutto commozione e standing ovation per il ricordo di Lucio Dalla, con Gianni che canta “Caruso”. Ed è il trionfo della musica.
martedì 9 ottobre 2012
CLUB DOGO ven a trieste
«Noi guardiamo i ragazzi che vengono ai nostri concerti e vediamo una generazione che sta pagando pesantemente una crisi che è responsabilità di altri. Qui c’è bisogno di un cambio al vertice. Bisogna eliminare questa classe dirigente sprecona, pappona e incapace, che non è stata in grado di gestire le risorse del Paese...».
Parla - e dimostra subito di essere uno che non le manda a dire - Francesco Vigorelli, in arte Jake La Furia, ovvero uno dei tre Club Dogo, nuovi campioni dell’hip hop italiano, che venerdì sera saranno per la prima volta a Trieste, al Barcolana Festival.
«Siamo sempre stati attenti alla componente sociale - prosegue il rapper milanese, 33 anni -, usiamo il linguaggio di chi ci ascolta, esprimiamo nei nostri testi le loro tematiche, i loro problemi».
Come se ne esce?
«Questo non lo so, non sono un economista. Ma credo che la gente dovrebbe cominciare a ribellarsi. Come sta accadendo in queste ore in Grecia e nelle settimane scorse in Spagna. Da noi invece sembra di essere anestetizzati da tutto. Dalla tivù, dal calcio, da un benessere che comincia a mostrare la corda ma evidentemente non ancora abbastanza per aprire gli occhi alle persone».
L’hip hop italiano come sta?
«Mi sembra benissimo. Con quindici o venti anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, e forse anche al resto del mondo, si è imposto come vero linguaggio musicale dei ragazzi. Assieme ai nostri colleghi credo che abbiamo preso il posto del linguaggio cantautorale, quello usato da artisti che un tempo parlavano alla gente ma ora parlano solo a se stessi. Abbiamo tanti artisti sulla scena, tutta gente che richiama folle ai concerti ed è in grado di scalare le classifiche. Siamo un grande fenomeno pop, ovviamente nel senso di popolare».
Avete fatto sei album in nove anni.
«Sì, siamo molto profilici. Sarà un’urgenza creativa, o il fatto che ci piace fare il nostro lavoro. Facciamo tanti dischi per non essere costretti a suonare sempre dal vivo. Anche se ormai si guadagna solo con i concerti».
“Noi siamo il club” è il disco nuovo.
«E anche quello che è andato meglio, che ha mosso numeri alti, che ci ha fatto vincere i dischi d’oro. È nato in realtà come i precedenti, dalla semplice esigenza di fare un disco nuovo. Ma stavolta abbiamo avuto più tempo per lavorarci, dunque ci abbiamo messo dentro più noi stessi, lo abbiamo realizzato con maggiore cura. Prima eravamo un po’ schiavi dei tempi, del “cotto e mangiato”. Penso sia venuto fuori un lavoro musicalmente piu maturo, anche perchè forse siamo maturati anche noi. E il pubblico se n’è accorto».
Lei è l’unico dei tre senza dischi solisti.
«Ancora per poco. Sì, sono un po’ pigro. I miei due soci sono più attivi, più veloci. Ma siamo diversi. C’è chi scrive in tre minuti e chi in tre mesi. Io finora non ritenevo di avere del materiale sufficiente e soprattutto soddisfacente. Ma ci sto lavorando, sono a buon punto. Possiamo dire che il mio primo disco solista uscirà quanto prima...».
La serata di venerdì in piazza Unità sarà interamente dedicata all’hip hop. Sul palco, prima dei Club Dogo, anche i friulani Carnicats e il dj Max Brigante.
lunedì 8 ottobre 2012
LINUS giov a trieste
È forse il dj più famoso di casa nostra. Ha scritto, con altri, la storia recente della radiofonia italiana. Ma è anche - oltre che direttore artistico della “sua” Radio Deejay - un personaggio televisivo, uno scrittore, uno che corre le maratone. Giovedì alle 21 Linus (per l’anagrafe Pasquale Di Molfetta, classe ’57, milanese nato in Umbria ma di origini pugliesi) sarà fra i protagonisti del premio “Cuffie d’Oro Lelio Luttazzi 2012”, che si terrà a Trieste, all’Arena Barcolana, sulle Rive.
Dopo la maratona e la bicicletta la vedremo in barca a vela?
«Purtroppo non ho un grande rapporto con l’acqua. In barca ci sono andato poco, è un mondo che non frequento. Ma abbiamo una casa di vacanza a Riccione, e i miei figli frequentano un corso di vela. Chissà, magari un giorno andrò in barca con loro».
A gennaio avete festeggiato i trent’anni di Radiodeejay.
«Sì, una grande serata al Forum di Assago, c’erano oltre 12mila persone. È stata una bella emozione, il senso di completamento di un percorso fantastico, come tagliare il traguardo di una maratona: avere attorno in una sera tutte le persone con cui sei cresciuto. Ma anche la partenza per una nuova epoca».
Quella della radio sul web?
«Il web è un’integrazione, non un’alternativa. Elimina i problemi delle frequenze, delle antenne, del “si sente male”. Arrivi in tutto il mondo. Una cosa incredibile: agli esordi io mi sorprendevo di sentire la radio da città all’altra. Ora mentre sono in onda mi arrivano messaggi da mezzo mondo».
Ma la radio è cambiata?
«Nella sua essenza no. Rimane fatta da una voce e una canzone, che non cambiano mai. E vincono sempre le voci e le canzoni migliori».
Il mestiere del dj invece è cambiato.
«In molte radio sono rimasti “quelli che mettono i dischi”. In altre, anche per colpa mia, sono diventati intrattenitori. Per non parlare dei dj-musicisti-produttori, che sono ormai delle star. Diciamo che ormai il termine dj ha troppe accezioni».
“Deejay chiama Italia” com’è diventato un programma anche tv?
«Per caso. Quando il Gruppo Espresso ha acquistato l’emittente All Music, poi diventata Deejay Tv, ci siamo accorti che la gente che assisteva in studio al programma si divertiva un sacco. Allora abbiamo allargato la possibilità di vederci. Ma dopo sei anni è un po’ faticoso».
E Deejay Tv?
«Si va avanti. Con la fortuna di avere una grandissima libertà e visibilità. Ma il limite di non poter contare su grandi budget e investimenti economici».
Il prossimo libro?
«Mi piace molto scrivere, ma proprio per questo ne ho un grande rispetto. Ci vuole tempo. E un’idea. Non mi interessa l’usa e getta».
Ma il nome Linus come nasce?
«Nelle famiglie meridionali i nomi come Pasquale, ovviamente in onore di mio nonno, vengono abbreviati. Avevo dodici anni. Andavano di moda i Peanuts. Pasquale, Lino, Linus...».
Un aggettivo per i suoi compagni d’avventura. Claudio Cecchetto?
«Geniale, determinato».
Jovanotti?
«Il piu capace di reinventarsi, altruista».
Gerry Scotti?
«Il più sottovalutato: è piu bravo di quel che si crede».
Amadeus?
«Il piu tenace».
Fiorello?
«Imprevedibile. Matto. E di cuore».
Max Pezzali?
«Genuino, un texano nato per caso in Lombardia».
Fabio Volo?
«Complicato. Il più bisognoso di affetto che abbia mai conosciuto».
sabato 6 ottobre 2012
BARCOLANA JAZZ, partita la maratona
È partito ieri sera, sulle Rive, davanti a piazza Unità, l’appuntamento con Barcolana Jazz. Per il secondo anno consecutivo, dunque, oltre ai concerti pop della vigilia (quest’anno, come annunciato, ci sono fra gli altri venerdì Club Dogo e sabato Elio e le Storie Tese), la più affollata regata velica del mondo diventa occasione per una maratona jazz nel centro cittadino.
Debutto con il Luma Lourenco 4tet, nel quale ha brillato la voce passionale della brasiliana Heloisa “Luma” Lourenco. Mercoledì alle 18.30, sempre sulle Rive, tocca a Barbara Errico (voce e pianoforte) e poi al Roberto Magris 4tet with Voice (omaggio in chiave jazz ad alcuni classici della canzone italiana).
Giovedì alle 18.30 ci spostiamo in via San Nicolò (incrocio con via Dante) con il duo Tacco & Pirro: ovvero, il giovane pianista Piergiorgio “Manolesta” Pirro assieme allo specialista di tap dance americana Ernesto “Piè veloce” Tacco, per coniugare jazz e ballo con brani noti e meno noti della storia della musica swing americana dagli anni Trenta ai Cinquanta.
Sempre giovedì alle 18.30, e sempre in via San Nicolò (ma incrocio con via Cassa di Risparmio), tocca anche al Michael Supnik 4tet, che suonerà un programma di standard, da Gershwin a Ellington, da Strayhorn a Porter, passando per Kern, Carmichael, Berlin.
Nuovo piccolo trasloco venerdì, si va al Magazzino 26 del Porto Vecchio, per far spazio a Marco Castelli e alla sua Mambo Swing Band.
Domenica, giorno della regata, a fare da colonna sonora all’arrivo delle barche sulle Rive è previsto uno spettacolo itinerante con la Fire Dixie Jazz Band.
Barcolana Jazz è organizzata in collaborazione con la Casa della Musica/Scuola di Musica 55. La Scuola di Danza 10 propone invece Barcolana Danza, evento itinerante al suo debutto ieri sera, sempre sulle Rive.
REMO ANZOVINO nuovo album, con suite per il Vajont
Per il suo quarto album, “Viaggiatore immobile”, che esce domani, ha incassato una copertina firmata da Oliviero Toscani. Anche lui, come tanti, affascinato dalle musiche di Remo Anzovino, pianista e compositore (ma anche avvocato) pordenonese, classe ’76. Che con questo lavoro arriva al quarto capitolo della sua discografia, dopo tre importanti album come “Dispari” (2006), “Tabù” (2008) e “Igloo” (2010), tutti capaci di raggiungere la prima posizione della classifica jazz di iTunes.
Sono passati ormai diversi anni da quando un giovane Anzovino accompagnava dal vivo, al pianoforte, i film alle Giornate del cinema muto di Pordenone. Bis a una Mostra del Cinema di Venezia, dove dopo la sua esibizione Vincenzo Mollica disse al Tg1: «Uno dei momenti più belli è stato il concerto di Remo Anzovino, che ha materializzato, mentre suonava, le figure di Louise Brooks e Tina Modotti...».
Tempi passati. Oggi, grazie ai dischi pubblicati e ai concerti di questi anni, l’artista regionale (che è “fratello d’arte”: Remo Anzovino aveva debuttato come cantautore e suona spesso la chitarra, in sala e dal vivo, per il fratello) è considerato una bella realtà della musica strumentale italiana.
“Viaggiatore immobile” (Egea Music) è un omaggio alla fantasia, un percorso colto e popolare assieme, trasversale fra i generi (jazz, classica, rock, world, pop...), che pesca un po’ dappertutto ma sempre con un approccio molto moderno e assolutamente contemporaneo.
Si parte con “Natural mind”, l’energia del mattino che nasce, la forza e il ritmo della vita di ogni giorno. “Spasimo” è una corsa tra le emozioni, sospesa fra tastiera e archi. “Irenelle” sfrutta un’ispirazione agile e visionaria. “Pazyryk” prende il nome dal tappeto più antico della storia, vecchio di migliaia di anni, che con questi suoni riprende a volare. “Musica per due” gioca sul corteggiamento amoroso, trame che si infittiscono di fantasia in fantasia.
Poi arrivano “Orchidea”, “Transoceano”, “Specchio”, “Amore pop”, “Quattro canti”, “Orient island”... Ma soprattutto “9 ottobre 1963 (Suite for Vajont)”: appassionato tributo d’amore per la propria terra, tragicamente ferita mezzo secolo fa dalla mancanza di rispetto dell’uomo per la natura. Con il contributo delle voci maschili del Coro Polifonico di Ruda.
«Ho scritto questo brano - dice - perchè abito a un’ora da lì e sin da bambino sono stato educato al significato civile di quella catastrofe. L’ho scritto nella speranza che la musica contribuisca a mantenere vivo il ricordo di un fatto che celebra i suoi cinquant’anni nel 2012, e che considero la madre di tutte le tragedie dovute all’incapacità dell’uomo di ascoltare i segni della natura».
La suite colpisce per la sua forza espressiva e conclude l’album. Perchè nessuno dimentichi. Nella copertina, Toscani gioca in maniera enigmatica sulle traiettorie e sui riflessi tra il volto di Anzovino e il suo pianoforte a coda. L’album è prodotto dal giapponese Taketo Gohara (Capossela, Baustelle, Mauro Pagani...), con gli arrangiamenti orchestrali di Stefano Nanni. Fra i musicisti, coesistono componenti dell’Orchestra della Scala di Milano e “session men” della scena rock e d’avanguardia.
Il disco verrà presentato dal vivo il primo novembre al Blue Note di Milano e il 17 novembre al Teatro Verdi di Pordenone.
martedì 2 ottobre 2012
BEATLES, 50 ANNI da "LOVE ME DO"
“Love me do” uscì il 5 ottobre 1962. Mezzo secolo fa. E fu l’inizio di tutto. Dei Beatles, della beatlemania, della musica pop, della stessa rivoluzione - nella musica, nel costume, nella cultura - che i quattro di Liverpool incarnarono. Una rivoluzione durata, calendario alla mano, soltanto otto anni (nel 1970 i Fab Four decisero di proseguire ognuno per la propria strada), ma in realtà mai terminata. Restiamo infatti convinti del fatto che questo mondo - non solo la musica che ascoltiamo - sarebbe un po’ diverso, se non ci fossero stati quei quattro ragazzi e i loro dischi.
Ma tutto cominciò da quel 45 giri. Certo, c’erano stati i Quarrymen e vari altri nomi (Johnny and The Moondogs, Beatals, Silver Beetles, Silver Beatles...), le serate ad Amburgo e il bassista Stuart Sutcliffe (che mollò i futuri baronetti per fare il pittore), la disperata ricerca di un contratto discografico - con l’epocale rifiuto della Decca - e il batterista Pete Best (sostituito da Richard Starkey, in arte Ringo Starr, un minuto prima dell’entrata in sala d’incisione...). Però la storia, quella vera, cominciò in quell’estate/inizio d’autunno del ’62.
La struttura centrale di “Love me do” - come ricorda Franco Zanetti nel suo “Libro bianco dei Beatles, La storia e le storie di tutte le canzoni”, pubblicato da Giunti proprio in questi giorni - era stata scritta da un giovanissimo McCartney probabilmente già nel ’58, una mattina che aveva marinato scuola. Anche se il Macca, tanti anni dopo, si attribuì con molta modestia solo l’idea originale, parlando invece di una scrittura a quattro mani con Lennon.
Le radio inglesi trasmettevano “She’s not you” di Elvis Prsley, “Sheila” di Tommy Roe, “The Loco-Motion” di Little Eva, “Only love can break your heart” di Gene Pitney. Al cinema usciva il primo 007 (proprio il 5 ottobre...). E nessuno avrebbe scommesso un penny su quei quattro ragazzi.
La registrazione avviene in tre sedute distanziate, il 6 giugno (quando registrati quattro pezzi, tra cui una versione del classico “Bésame mucho” cantata da Paul, e tre brani originali: “Love me do”, “P.S. I love you” e “Ask me why”) e poi il 4 e l’11 settembre. Il brano è firmato McCartney-Lennon, la familiare e storica sigla Lennon-McCartney subentrerà infatti a partire dal quarto singolo, “She loves you”, uscito nell’agosto ’63.
Una curiosità. Ascoltando la registrazione del 4 settembre di “Love me do”, il produttore George Martin (responsabile per la Emi dell’etichetta satellite Parlophone) boccia la prova di Ringo, da poco subentrato a Pete Best, e chiama in sala il sessionman Andy White, che suona la batteria, oltre che in “Love me do”, anche in “P.S. I love you” (retro del 45 giri), affibbiando l’umiliazione al titolare di suonare il tamburello come rinforzo al rullante nel primo brano e le maracas nel secondo. Anche se poi il pezzo passato alla storia come quello dell’esordio discografico esce su singolo nella versione di Ringo e nell’album (che uscirà a marzo, due mesi dopo e con lo stesso titolo del secondo singolo “Please please me”) con la versione di White.
La casa discografica non sostiene particolarmente “Love me do”, che comunque - pur ignorato dai media e dal grande pubblico - raggiunge il diciassettesimo posto nelle classifiche di vendita del Regno Unito. Forse anche grazie alle migliaia di copie acquistate dal manager Brian Epstein per il negozio di dischi che gestiva a Liverpool. Anno nuovo, vita nuova. A gennaio del ’63 esce “Please please me” e zompa subito al primo posto in classifica. E la leggenda può cominciare. Prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Cinquant’anni dopo, oggi Paul è un’istituzione internazionale, Ringo vive beatamente di rendita (anche se non disdegna dischi e tournèe), John e George purtroppo non sono più fra noi.
Ma fra noi rimarranno sempre i Beatles, che ormai fanno parte della storia moderna del nostro pianeta. Alla Emi lo sanno bene, e dopo aver riproposto in dvd “Yellow Submarine” e al cinema “Magical Mystery Tour”, ora raschiano il fondo del dorato barile ripubblicando i 14 album originali di studio dei magnifici quattro, già usciti in cd nel 2009 e in digitale (solo su iTunes, nell’ambito di un accordo miliardario con la Apple, quella di Jobs, che aveva “rubato” nome e simbolo della mela proprio ai Beatles) nel 2010.
A novembre (il 12 nel mondo, il 13 in Italia) tornano nell’originale vinile stereo. Per farci sognare ancora. E per far toccare con mano ai ragazzi di oggi gli oggetti attraverso i quali, mezzo secolo fa, il mondo si innamorò di quattro ragazzi chiamati Beatles.
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