giovedì 21 febbraio 2013

Video CRISTICCHI Magazzino 18

Passata la sbornia sanremese, ecco il video di “Magazzino 18”. Al festival Simone Cristicchi se l’è cavata dignitosamente. Avrebbe preferito portare in finale “Mi manchi”, canzone giocata sui tasti della semplicità, della fanciullezza. La giuria ha preferito il brano più “cristicchiano” sin dal titolo, “La prima volta (che sono morto)”. Poi relegato nelle zone basse della classifica finale, all’undicesimo posto su quattordici big. Ma Sanremo era la scusa per lanciare il nuovo lavoro, “Album di famiglia”, nel quale si parla anche di Trieste, di esuli istriani e dalmati, di terre italiane perse nella guerra voluta dal fascismo. Ora arriva il video del brano “Magazzino 18”, realizzato da Vincenzo Chiera. Immagini in bianco e nero, che ci riportano all’esodo, che parlano ai tanti italiani che di quelle tragiche vicende non sanno tuttora o non sapevano nulla fino a poco tempo fa. «Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra. Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette, e mi ricordo, faceva freddo nel’inverno del ’47...». Sono i primi versi della canzone. Nel video scorrono immagini del Magazzino 18, quel luogo della memoria che c’è nel porto vecchio di Trieste, dove gli italiani che scappavano dalla Jugoslavia lasciarono le loro povere cose pensando magari di poter tornare un giorno a riprenderle. La nave Toscana, il porto di Pola, le scritte “W l’Italia”, valigie, povere cose, volti di bambini impauriti, di donne e uomini disperati. «Ci chiamavano fascisti, eravamo solo italiani...». “Magazzino 18” sarà anche il titolo dello spettacolo di Cristicchi che aprirà a ottobre la prossima stagione dello Stabile Fvg.

Libro FEGIZ

A novembre lo abbiamo visto anche a Trieste, al Rossetti. E mentre il tour dello spettacolo va avanti (dal 5 al 7 aprile torna a Milano, al Teatro Nuovo), “Io odio i talent show” è diventato anche un libro. L’avventura di Mario Luzzatto Fegiz, il giornalista e critico musicale triestino “prestato” al palcoscenico, prosegue dunque a tutto campo, allargando il raggio d’azione. Tranquilli: il volume (Gve, pagg. 160, euro 12,90) non è solo il testo dello spettacolo, ma comprende anche molte parti - aneddoti, curiosità, ricordi, articoli - che non trovano spazio in scena, dove il nostro è affiancato dal chitarrista e cantante calabrese Roberto Santoro e dal fisarmonicista ucraino Vladimir Denissenkov. Show e libro, entrambi realizzati con la collaborazione di Giulio Nannini e Maurizio Colombi, nascono comunque dall’autoironica riflessione di un critico che vede il suo ruolo, la sua potenza spazzati via nell’epoca dei talent show, dei social network, dei televoti, degli sms. Fegiz odia i talent show perchè hanno posto fine alla dittatura della (sua) critica. Un critico musicale in pieno psicodramma, un tempo temuto e rispettato, che si deve confrontare con una nuova realtà. Abituato dagli anni Settanta a fare il bello e il cattivo tempo, si scopre esautorato da una contestazione che agisce in tempo reale, con i fan degli artisti pronti a coglierlo in fallo fra lazzi e insulti. Addestrato a operare con certezze come Beatles o Elton John, o con artisti italiani di grande caratura, scopre che cantanti da lui detestati o ignorati hanno successo ugualmente. Nel suo delirio-vendetta-sfogo, il critico si descrive così: «Di mestiere faccio quello che vi dice se vale la pena di spendere cinquanta euro per un concerto o quindici per un cd. Per misteriose ragioni da quarant’anni costringo pubblico e artisti a confrontarsi con la mia incompetenza. E ho visto cose che voi umani neanche potete immaginare...». Fegiz squaderna decine di aneddoti su Tenco e Mogol-Battisti, su De Gregori e Madonna, su Sanremo e i personaggi emersi dai “talent”. E ancora i ricordi degli incontri con Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Mick Jagger, Bruce Springsteen, David Bowie, Mike Bongiorno... Fra gli aneddoti più gustosi, l’episodio - assente nello spettacolo - di un’antica avventura con una giovane fan di Gianna Nannini, incrociata nella hall di un grande albergo di Montreaux, perdutamente innamorata della rocker toscana ma disposta a tutto a patto di sentirsi raccontare storie, vere o false non importa, riguardanti l’oggetto del suo desiderio... Un piccolo grande viaggio che parte da un’autoironica confessione. Ma che diventa ben presto lo spunto per raccontare - oltre a parte della sua vita - fatti e misfatti di mezzo secolo di musica popolare. Ammonisce l’autore: ogni tempo ha la sua musica, e ogni musica ha il suo tempo, Oltre che la sua dignità. Ma chissà se in questo mondo che va veloce la critica ha ancora un ruolo, un peso, un senso...

martedì 19 febbraio 2013

Rai, a marzo torna CAROSELLO

A metà marzo torna Carosello. Dev’essere vero, perchè l’hanno detto i vertici della Sipra, concessionaria della pubblicità della Rai. Che hanno annunciato anche il ritorno dell’antico Intervallo, in versione “Intervallo 2.0”. Il servizio pubblico guarda insomma al futuro, rispolverando i gioielli di famiglia. Perchè il vecchio Carosello, al pari di pochi altri programmi, è sicuramente fra questi. Debuttò il 3 febbraio 1957, su quello che era il primo - all’epoca unico - canale della Rai tv. Una decina di minuti, sketch comici o filmati da teatro leggero, che erano la scusa per veicolare un messaggio pubblicitario. Si finiva ogni sera alle 21. Tanto che nelle famiglie italiane - altri tempi, altra disciplina - per i bambini degli anni Sessanta vigeva la regola “A letto dopo Carosello...”. Alla realizzazione di quello che non era solo un contenitore pubblicitario (quelli che anni dopo sarebbero stati chiamati i “consigli per gli acquisti” arrivavano solo alla fine del filmato), parteciparono fior di registi e di attori. Fra i primi: Luciano Emmer (che del Carosello era considerato l’ideatore), Age e Scarpelli, Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone, Ugo Gregoretti, Pupi Avati. Persino Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. Fra i secondi: Erminio Macario, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Dario Fo, Mina, Nino Manfredi, Virna Lisi, Raimondo Vianello, Gino Cervi. Persino Totò, Fernandel, Eduardo De Filippo, Jerry Lewis. Di “Carosello”, che andò in onda per l’ultima volta il primo gennaio 1977, furono trasmessi la bellezza di 7.261 episodi. E alla storia, e alla memoria collettiva, ne sono passati diversi. Tanti cartoni animati, innanzitutto. Topo Gigio con i biscotti Pavesini. Carmencita e Caballero per la Lavazza, firmato da Armando Testa. L’omino coi baffi della caffettiera Bialetti. Calimero (“tu non sei nero, sei solo sporco...”) per il sapone Mira Lanza. E poi il Cynar “contro il logorio della vita moderna”, con Ernesto Calindri comodamente seduto in mezzo al traffico (spot riletto recentemente da Elio e le storie tese). Il jazzista Franco Cerri, “uomo in ammollo” per il detersivo Biopresto (una volta ci confessò che in tutta la sua vita ha guadagnato più con quella pubblicità che con la musica...). Un altro jazzista, il cantante Nicola Arigliano, per il digestivo Antonetto (“si può prendere anche in tram...”). Il grassone Mimmo Craig per l’Olio Sasso. Paolo Ferrari per il detersivo Dixan. Gino Bramieri per il moplèn. E ancora l’infallibile ispettore Rock (l’attore Cesare Polacco) alle prese con brevi thriller che si concludevano tutti alla stessa maniera: l’ispettore che si toglieva il cappello, mostrava la pelata e diceva “anch’io ho fatto un errore: non ho mai usato la brillantina Linetti” (lasciando quasi intendere chee l’unguento allora in uso fra gli uomini avesse la possibilità di bloccare la caduta dei capelli...). Anche la sigla aveva una sua importanza. La più celebre rimane quella trasmessa a partire dal ’62: quattro panorami di città italiane (Venezia, Siena, Napoli e Roma), ognuna affiancata da un musicante. E la colonna sonora rimase immutata fino all’ultima puntata: si trattava di “Pagliaccio”, una tarantella napoletana risalente agli anni Venti, in versione solo strumentale. Stop, come si diceva, il primo gennaio del 1977. Anni bui, di terrorismo e di morti ammazzati per le strade. Anni nei quali la leggerezza, la naiveté del Carosello sembrarono quasi di colpo fuori posto. Anche la televisione stava cambiando rapidamente. La Rai stava perdendo il monopolio, nascevano le private, il futuro impero berlusconiano. Il servizio pubblico era costretto a inseguire la concorrenza - che prima non c’era - su un terreno che non era e non doveva essere il suo. La pubblicità, sempre più presente e invasiva, diventava la protagonista della televisione. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. All’alba del 2013 Rai e Sipra puntano a fermare la perdita di pubblicità, che quest’anno dovrebbe segnare un meno 5 per cento, ma è reduce da un’annata nella quale la raccolta si è fermata a 744 milioni di euro contro i 965 dell’anno precedente. Per l’impresa vanno in campo i migliori. Chissà se basterà Carosello.

lunedì 18 febbraio 2013

SANREMO bilancio

È stato il miglior Sanremo da tanti anni a questa parte. Un festival senza troppi fronzoli, svestito da quella sacralità baudiana (ma anche gli altri conduttori e direttori artistici delle ultime edizioni si erano mossi sullo stesso solco...) ormai insostenibile. Un festival che ha smesso di essere “un mondo a parte” rispetto alla scena musicale di casa nostra, ma anche agli stessi show televisivi imperanti. Un festival all’insegna di normalità, leggerezza, contemporaneità. La vittoria ha diversi genitori. In primis Fabio Fazio, tornato in sella dopo le edizioni del ’99 e del 2000, bissandone i successi in termini di ascolti e di gradimento. Con quell’aria da pretino di campagna, con quel tono ecumenico e curiale, il savonese è uno che la sa lunga. Quando Crozza è andato nel panico per le contestazioni, è lui che ha salvato la situazione. E il comico genovese lì ha dimostrato i suoi limiti: esilarante fino all’incidente, timido e insicuro dopo i “buuh”. Ha ragione chi dice che ha sbagliato la scaletta: l’imitazione del Berlusca (sublime) andava fatta alla fine. Luciana Littizzetto è stata perfetta nel ruolo di brutto anatroccolo che diventa principessa. Ha mandato in soffitta le bellone senza cervello, le vallette “una-bionda-una-bruna” vestite come lampadari, di cui avevamo le tasche piene. Il suo credo: non prendere nessuno sul serio, a cominciare da se stessa. Bene anche gli autori, fra i quali spiccava il nome di Michele Serra. Almeno per un anno ci hanno risparmiato quella caterva di sciocchezze di cui la settimana sanremese è stata sempre piena. Testi normali come le canzoni, scritti da gente che vive in questa Italia per spettatori non arrivati da Marte. Ma se interpreti, autori e canzoni di questo festival sono stati dignitosi, il merito va soprattutto a Mauro Pagani, che il grande pubblico ha visto finalmente in faccia tutte le volte che ha diretto l’orchestra. Ex della Pfm, già autore e produttore con Fabrizio De Andrè (“Creuza de mä”, l’album capolavoro dell’84, lo hanno realizzato a quattro mani) e per tantissimi altri interpreti, ha il merito di aver assemblato un buon cast. Nel quale, gli “Elii” (Ollio e le storie tese, nella versione oversize dell’ultima sera...) viaggiano almeno un gradino sopra tutti gli altri. Il loro mix di genialità e follia, condite da cultura musicale assoluta, lascia piacevolmente a bocca aperta. Il secondo posto (ottenuto grazie alla giuria di qualità) e il premio della critica sono il giusto riconoscimento della loro qualità e verve. Bene anche Malika Ayane: elegante, fascinosa, insinuante, con quella voce che sa di paesaggi esotici. Belle le canzoni scritte per lei da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, ma il suo piccolo capolavoro è stata la rilettura per Sanremo Story di “Cos’hai messo nel caffè” (Riccardo Del Turco, Sanremo ’69). Partita fra le favorite, è stata punita dal peso del televoto. Televoto che ha premiato il vincitore, Marco Mengoni, un altro ragazzo proveniente dai “talent”. Con la parentesi Vecchioni, è la quarta volta in cinque anni che Sanremo viene vinto da chi arriva da “Amici” o “X Factor”. Mengoni è cresciuto come interprete, ha ancora qualche scatto un po’ isterico, ma ai giovanissimi piace. E va detto che la sua rilettura di “Ciao amore ciao”, di Luigi Tenco, è stata dignitosa. Il gradimento dei giovanissimi, espresso attraverso il televoto, ha portato sul podio anche i Modà. Che sembrano cantare sempre la stessa canzone e sfoggiano testi da dimenticare. Ci scusino i fan, ma ne avremmo fatto volentieri a meno. Meglio di loro altre due ragazze da “talent”: Chiara (favorita della vigilia, poi scivolata in classifica) e la stessa Annalisa, che ha ampi margini di miglioramento. E meglio anche Raphael Gualazzi, una ventata di swing che animerà la primavera radiofonica. Cosa manca? Che è stato anche il Sanremo dei diritti civili, con la coppia gay sul palco la prima sera e con la poetica canzone di Renzo Rubino fra i Giovani. Dove ha vinto Antonio Maggio, altro ragazzo che si è fatto le ossa nei “talent” (era nell’Aram Quartet vincitore del primissimo “X Factor”). Ed è stato anche il primo, vero Sanremo di Twitter: il social network delle 140 battute l’ha fatta da padrone nei commenti in tempo reale: migliaia e migliaia al minuto. Il mondo è cambiato. La cronaca e la critica anche.

sabato 16 febbraio 2013

SANREMO giov

Ieri sera spigliato ripasso delle quattordici canzoni finaliste e secondo round per i giovani, per i quali stasera è già tempo di finale. Ma il gran finale, quello vero, va in scena domani. E il 63.o Festival di Sanremo, come ogni anno, a questo punto s’interroga sul favorito per la vittoria. Chi salirà sul podio? Chi iscriverà il proprio nome nell’albo d’oro? Diciamo subito che la trionfale esibizione di Elio e le storie tese, bissata ieri sera, ha dato una scossa al festival. Gli “Elii”, con “La canzone mononota” spedita in finale dalla giuria, ma anche con quella “Dannati forever” che ha dovuto cederle il passo, sono un mix di genialità e follia, condite da gran cultura musicale. Siedono almeno un gradino più in alto di tutti gli altri. Che pure non sono complessivamente malaccio, rispetto a tanta sbobba degli anni passati. La vittoria di Elio sarebbe ossigeno, un premio al coraggio di Fabio Fazio, che ha donato qualità alla rassegna grazie anche al lavoro del direttore artistico Mauro Pagani. E leggerezza, spensierata aria di normalità, grazie anche alla presenza di Lucianina Littizzetto (ieri serissima nel dire, per San Valentino, parole di verità: «Un uomo che ti picchia è un stronzo»). Ma il peso dei meccanismi del televoto favorisce altri. Chiara, fresca vincitrice di “X Factor”, potrebbe dirottare i suoi fan televotanti a favore di “Il futuro che sarà”, firmata Francesco Bianconi dei Baustelle. E anche Malika Ayane, nonostante la schiena orrendamente tatuata, cantando da par suo l’insinuante e fascinosa “E se poi”, di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, può puntare in alto. Salvo sorprese, sempre possibili a Sanremo, il podio dovrebbero giocarselo questi tre. Quarti incomodi i trascurabili Modà, amati da giovanissimi di bocca buona, che potrebbero regalar loro molti sms. Che sarebbero più meritati, chessò, dal trascinante e al tempo stesso raffinato Raphael Gualazzi. O magari dallo stralunato Simone Cristicchi. O dai rockettari Marta sui tubi. Stasera finale dei Giovani ma anche Sanremo Story. Ogni big rileggerà un successo della storia del festival. Marco Mengoni proporrà “Ciao amore ciao”, Simona Molinari e Peter Cincotti “Tua”, Maria Nazionale “Perdere l’amore”, Daniele Silvestri “Piazza grande”, i Modà “Io che non vivo”, Max Gazzè “Ma che freddo fa”, Elio e le storie tese “Un bacio piccolissimo”, Simone Cristicchi “Canzone per te” di Sergio Endrigo, Marta sui tubi “Nessuno”, Annalisa “Per Elisa”, Malika Ayane “Cosa hai messo nel caffè”, Chiara “Almeno tu nell’universo”, Almamegretta “Il ragazzo della via Gluck”. Raphael Gualazzi, vincitore fra i Giovani nel 2011, nonchè una delle più convincenti presenze di quest’anno, pesca dalle nostre parti. Rileggerà infatti “Luce (Tramonti a nord est)”, con cui la monfalconese Elisa vinse Sanremo nel 2001. L’altro legame del festival con le nostre terre è rappresentato dalla coppia swing Simona Molinari e Peter Cincotti, domani in finale con “La felicità”, preferita dalla giuria a quel gioiellino dal titolo “Dr. Jekyll Mr. Hyde”, inedito del compianto Lelio Luttazzi. Il testo di “Dr. Jekyll Mr. Hyde” è firmato anche dal produttore e autore udinese Alberto Zeppieri. Che spiega così la genesi del brano: «Ho avuto la fortuna di conoscere Luttazzi, di cui sono da sempre un grande ammiratore. Fra gli inediti che ha lasciato c’era questa canzone, scritta nel 2002, a cui mancava solo un titolo, una strofa e un ritornello. Ho provato a completarla come avrebbe fatto lui. Spero di esserci riuscito». Il brano farà parte del cd-tributo che uscirà a marzo, con la partecipazione di molti jazzisti italiani. Ventidue brani, cui verranno aggiunti alcuni contenuti extra nella versione digitale che sarà diffusa il 27 aprile, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Luttazzi. Auguri Lelio, ci manchi...

venerdì 15 febbraio 2013

BRIGNANO stasera a Trieste

«Metto alla berlina vizi, difetti e pregi delle persone vicine senza risparmiare nessuno, ma soprattutto me stesso...». Parla Enrico Brignano, che stasera alle 21 porta al PalaTrieste il suo nuovo spettacolo “Tutto suo padre... e un po’ sua madre!”, versione più ricca e rivisitata del precedente “Tutto suo padre”, che arriva dopo il successo di “Sono romano ma non è colpa mia”. Brignano, come nasce questa “seconda versione”? «“Tutto suo padre... e un po’ sua madre!” - spiega il comico romano, classe ’66 - è anche e soprattutto un omaggio alla mia famiglia e alla memoria di mio padre, scomparso la scorsa estate. È uno show nel quale cerco di rispondere alle domande senza risposta. Quelle sulla vita, sulle amicizie, sui rapporti umani. Racconto i rapporti con le persone più vicine a me, gli amici veri e i miei familiari, metto in piazza le difficoltà, gli scontri, la paura di rovinarli e soprattutto di perderli, in un “viaggio” sempre in bilico tra comicità ed emozioni». E il titolo? Lei a chi somiglia di più...? «Alla fine a entrambi. Le cose buone in cui assomiglio ai miei genitori sono l’onestà, il valore dei soldi e la competenza in ogni piccola cosa che fai». Nella sua famiglia si rideva, si scherzava? «Mio padre era uno che parlava poco ma si faceva capire e sentire. Era capace di grande tenerezza ma quando era il momento sapeva anche essere serissimo». Il teatro è stato il suo primo amore, ma la popolarità gliel’ha data la tv... «Sì, in questo momento non ho progetti in tv a breve termine. Per ora teatro e cinema, quest’anno preferisco dedicarmi ad altro». È diverso far ridere a teatro o in tv? «Il teatro è ovviamente la mia passione, il contatto diretto con il pubblico premia la tua fatica tutte le sere ed è un’emozione grandissima e senza prezzo. Amo molto anche il cinema e la televisione, sono un uomo fortunato che con impegno ma anche con tanta fortuna è riuscito a fare un lavoro che non sembra neanche un lavoro. Quindi se dovessi scegliere la classifica vedrebbe sempre primo il teatro ma soprattutto il poter fare il mio mestiere incontrando tanti favori». Chi è stato il suo maestro? «Mi piace Petrolini e come molti sanno il mio grande Maestro è stato Gigi Proietti, è lui che ha permesso che io potessi fare tutto questo e arrivare fino a qui. E ovviamente è stato il mio primo grande ispiratore». Il suo programma tv a cui è più legato? «L’anno scorso con “Le Iene” ho fatto un bellissimo percorso in tv e ringrazio ancora Davide Parenti per avermi concesso questo onore, e quest’anno preferisco dedicarmi ad altro». Nello show, Brignano è affiancato da un’orchestra e un corpo di ballo con dieci ballerine. Le coreografie sono firmate da Bill Goodson (che ha curato gli spettacoli di Michael Jackson, Renato Zero, Paula Abdul, Diana Ross, Steve Winwood, Gloria Estefan...). In scaletta canzoni originali e classici. Nel racconto fatto di ricordi l’attore mette alla berlina con lucida determinazione e con l’ironia che lo contraddistingue vizi, difetti e pregi di noi tutti. Puntando il dito - si legge nelle note di scena - su questa società che ha fatto diventare tabù parole come serenità e spensieratezza, mettendo l’accento sulla paura di apparire deboli in una società in cui giganteggia l’eroe.

mercoledì 13 febbraio 2013

SANREMO martedí

Va bene Crozza, ma le canzoni, interessano ancora a qualcuno le canzoni? In questo 63.o Sanremo, cominciato ieri sera e che teoricamente (assai teoricamente) dovrebbe tenerci incollati alla tivù fino a sabato notte, tutti fanno di tutto per farci scordare quello che dovrebbe essere l’elemento principale. Quest’anno poi, stretti fra la campagna elettorale e le dimissioni del papa, le canzonette slittano ancor più in coda. Peccato, perchè la qualità (grazie al direttore artistico Mauro Pagani e a Fabio Fazio che l’ha chiamato) è superiore rispetto alle ultime edizioni. Si respira aria di normalità, di contemporaneità, di canzoni che potresti sentire anche fuori dal delirio festivaliero. Ieri sera, al netto dell’omaggio a Verdi, degli abiti e delle freddure di Luciana Littizzetto, del ciclone Maurizio Crozza (sublime nella prima parte, debole e intimorito dopo le contestazioni), dei vari ospiti e delle solite amenità sanremesi, la novità delle due canzoni per artista (una sola va in finale, nessun big eliminato, tutti contenti...) ha permesso di apprezzare la prima parte del cast. Marco Mengoni, prototipo del metrosexual, festeggiatissimo dalle fan, spara “L’essenziale” e “Bellissimo”: due potenziali hit, orecchiabili, interpretate con convinzione, mezzo punto in più per la seconda, firmata da Gianna Nannini e Pacifico. Ma passa la prima, e lo annuncia Marco Alemanno, compagno e collaboratore di Lucio Dalla, che viene così ricordato sul palco che lo ha visto tante volte protagonista. L’ultima un anno fa, umile spalla del giovane Pierdavide Carone. Raphael Gualazzi, una forza. “Senza ritegno” si sviluppa su un crescendo irresistibile. “Sai (ci basta un sogno)” parte piano, poi si apre in un soul raffinato e al tempo stesso trascinante. Due grandi brani. Va in finale il primo. Daniele Silvestri canta “A bocca chiusa” (fra Società dei magnaccioni e impegno militante) e “Il bisogno di te” (clima scanzonato, in cerca di un improbabile bis di “Salirò”). Passa la prima. Atmosfere raffinate con Simona Molinari e Peter Cincotti. “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” è un ironico e garbato gioiellino swing, musica del grande Lelio Luttazzi, testo di Alberto Zeppieri. “La felicità” ha un gusto retrò, un po’ stile “radio days”, e passa il turno. L’inserimento nel cast del gruppo Marta sui tubi è segno di coraggio. Loro ripagano Fazio e Pagani con “Dispari” e “Vorrei”, due brani intensi, intelligenti e originali, un po’ rock e un po’ folk, come impone la scena internazionale più aggiornata. A proposito di folk, di musica etnica. Ecco la napoletana Maria Nazionale, neomelodica in bilico fra una rilettura del fado (“Quando non parlo”, firmata Enzo Gragnaniello) e tradizione partenopea (“È colpa mia”, degli Avion Travel Peppe Servillo e Fausto Mesolella). Chiusura dei big con colei che col passare delle settimane è salita fra i favoriti per la vittoria. Chiara, sconosciuta al grande pubblico anche dopo il trionfo a “X Factor”, è un’eccellente interprete. “L’esperienza dell’amore”, firmata da Federico Zampaglione e da suo papà Domenico, ha le carte in regola per diventare un successo. “Il futuro che sarà”, di Francesco Bianconi, quello dei Baustelle, è un tango sofisticato, con un bel testo. Stasera gli altri sette. Ovvero Modà, Annalisa, Simone Cristicchi, Max Gazzè, Almamegretta, ma soprattutto Elio e le storie tese e Malika Ayane. Preparatevi. Che fino a sabato è lunga. E dura.