...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
sabato 9 marzo 2013
REMO ANZOVINO domani RaitreFvg, 17-5 al T.Miela di TS
Domani alle 9.45 su Raitre Fvg, con il concerto registrato il 17 novembre al Teatro Verdi di Pordenone. E poi venerdì 17 maggio al Teatro Miela di Trieste, nell’ambito del suo “Viaggiatore Immobile Tour”.
Remo Anzovino ce l’aveva quasi promesso, un concerto triestino, quando un mese e mezzo fa ha presentato per noi questo tour sintetizzato nello slogan “Pordenone a New York e ritorno”. Con ripartenza alla volta di Londra, e poi Shangai, Hong Kong, Macao.
Insomma, per il pianista e compositore (nonchè avvocato penalista) pordenonese la carriera ha cominciato ad andare veloce. Una spinta considerevole in direzione positiva è arrivata dall’album “Viaggiatore immobile”, accolto più che bene da pubblico e critica (come e più dei precedenti “Dispari”, “Tabù”, “Igloo”), e certo non soltanto per quelle belle foto di copertina firmate nientemeno che da Oliviero Toscani.
Dice Anzovino: «Quello che all’inizio sembrava essere un handicap, col passare del tempo è diventata la mia forza. La forza della trasversalità, dell’essere quasi inclassificabile, di non sapere dove sistemarmi. Io faccio musica narrativa, scrivo piccoli racconti che parlano della nostra realtà di tutti i giorni, disegno sulla tastiera del pianoforte i volti degli esseri umani che incontro per strada. Le mie sono pagine bianche scritte dalla fantasia di chi ascolta. Certo, uso più linguaggi, dal rock al jazz, dal genere popolare a quello colto, a cose più eleganti. In questo sono contemporaneo».
Il suo tour sta approdando in queste settimane nei principali teatri italiani: 14 marzo a Genova, 15 a Padova, 17 a Firenze, 20 a Napoli. A maggio, prima del concerto del 17 a Trieste, un sogno che si realizza: concerto a New York, al club Iridium di Broadway (inizialmente previsto per i primi di marzo), attualmente uno dei locali di riferimento della scena musicale newyorkese.
«Per me - dice Anzovino - è davvero un sogno che si è realizzato. Un sogno che coltivo sin da quand’ero un ragazzino. Sono felice anche del locale, assolutamente trasversale, fra jazz e rock». Come lui.
venerdì 8 marzo 2013
BRIAN MAY, ex Queen, 16 luglio a Grado
Tassello su tassello, comincia a prender forma il calendario della musica dal vivo per l’estate 2013. Alla provvisoria lista (Green Day il 25 maggio a Trieste, Kiss il 17 giugno e Rammstein l’11 luglio a Villa Manin, Deep Purple il 24 luglio a Majano...), si aggiunge ora un altro pezzo da novanta. Brian May suonerà il 16 luglio a Grado, sulla Diga Nazario Sauro.
Classe 1947, londinese, l’ex chitarrista dei Queen - da lui fondati assieme a Freddie Mercury - è l’autore di diversi cavalli di battaglia della band inglese: da “Tie your mother down” a “Save me”, da “Flash” a “Hammer to fall”, da “Who wants to live forever” a “I want it all”, fino a “We will rock you” e “The show must go on”. Nei referendum specializzati è sempre ai primi posti nelle classifiche dei migliori chitarristi di sempre.
Laureato in fisica, con dottorato in astronomia, May ha lasciato perdere le materie dei suoi studi per dedicarsi alla carriera musicale, salvo riprendere in mano i libri all’età di sessant’anni, conseguendo un dottorato in astrofisica con una tesi su “Un’analisi delle velocità radiali della nube zodiacale”. Ha anche scritto con Patrick Moore e Chris Lintott il libro “Bang! - The complete history of the Universe”. Un caso più unico che raro, nel mondo del rock...
Dopo la scomparsa di Freddie Mercury, l’artista si è dedicato sempre più a progetti solisti, con album e tour in giro per il mondo, collaborando con chitarristi come Tony Iommi dei Black Sabbath e con cantanti come Zucchero e Luciano Pavarotti. Un anno fa è stato ospite al Festival di Sanremo. L’estate scorsa ha partecipato alla cerimonia di chiusura dei Giochi della XXX Olimpiade, a Londra.
L’ex chitarrista dei Queen ora torna in Italia assieme alla cantante e attrice Kerry Ellis, famosa interprete di musical. Si esibiranno in un trio acustico, dopo il successo che hanno vissuto assieme in “We will rock you” e “Born free“: come dire, una delle più famose chitarre rock degli anni Settanta e Ottanta assieme ai luccichii e alle atmosfere leggere di Brodway. Un mix che promette di essere intrigante.
Questo “Born free tour” ha già registrato nei mesi scorsi diversi tutto esaurito in Inghilterra, fra maggio e giugno toccherà altri paesi europei, per arrivare a luglio in Italia. La particolare formazione acustica e i luoghi scelti per il tour permetteranno al pubblico di scoprire il musicista inglese sotto una luce diversa.
la morte di ALVIN LEE, ex Ten Years After
È morto Alvin Lee, uno dei più importanti chitarristi della storia del rock. Aveva 68 anni. Non è riuscito a superare le complicazioni seguite a un recente intervento chirurgico. La notizia del lutto è stata data dalla compagna e dalle figlie, con poche righe pubblicate ieri sul suo sito.
Nato a Nottingham nel dicembre del ’44, Alvin Lee era noto soprattutto per aver fondato ed esser stato una delle colonne dei Ten Years After. Con loro, nell’agosto del ’69, affrontò la marea umana di Woodstock. Il suo assolo nel brano “I’m going home” è rimasto uno dei momenti musicalmente più esaltanti della leggendaria “tre giorni di pace amore e musica”. Di quel brano i ragazzi offrirono per l’occasione una versione travolgente, nella quale fecero in tempo a citare due classici del rock’n’roll come “Blue suede shoes” e “Whole lotta shakin’ going on”.
Nel ’73 il chitarrista lasciò una prima volta la band, per dedicarsi alla carriera solista. Ma poi riunì la sua strada con i vecchi compagni nell’89, pur senza abbandonare i lavori firmati con il suo nome e cognome. E da solista aveva realizzato in totale quattordici album, l’ultimo dei quali, «Still on the road to freedom», è uscito lo scorso anno.
Alvin Lee aveva uno stile personalissimo, sempre in bilico fra rock e blues, e riconosceva come suoi maestri soltanto Chuck Berry e Scotty Moore, il chitarrista di Elvis Presley. Quasi mezzo secolo di carriera ne aveva fatto una sorta di “guitar hero” amato e rispettato anche dalle giovani generazioni che ai tempi di Woodstock non erano nemmeno nate.
mercoledì 6 marzo 2013
DISCHI / DAVID BOWIE / Dido
Qualcuno l’aveva dato per artisticamente morto. Ma David Bowie è più vivo che mai, come dimostra questo “The next day”, prima vera e grande e positiva sorpresa del 2013. Non solo: era da almeno vent’anni che il Duca bianco non sfornava un lavoro così convincente. “Reality”, pubblicato nel 2003, non è certo entrato nella parte migliore della sua lussuosa discografia.
Due mesi fa l’anteprima con il singolo “Where are we now?”, pubblicato nel giorno del sessantaseiesimo compleanno, aveva già sollevato entusiasmi assolutamente giustificati. Una malinconica ballata, straniata e straniante, pregna di umane fragilità, profumata di ricordi e di Berlino, non solo per le immagini in bianco e nero della città, immortalata nel video prima della caduta del Muro.
Quel richiamo forte anche nelle atmosfere e nei suoni torna ora nell’album - il trentesimo in carriera - e rimanda agli anni in cui Bowie visse nella capitale tedesca, realizzando fra il ’77 e il ’79 la famosa Trilogia berlinese (“Low”, “Heroes” e “Lodger”). Quasi una rinascita per l’artista inglese che nel 2004 fu costretto a interrompere un tour per seri problemi cardiaci e conseguente angioplastica coronarica.
Quattordici brani assolutamente contemporanei, a tratti scarni ed essenziali, per un disco prodotto dal fido Tony Visconti. Si parte con il pezzo del titolo (che nel ritornello dice: “Here I am, not quite dying”, sono qui e non sono ancora morto...), e comincia anche un gioco di rimandi e citazioni: qui per esempio qualcuno ha ritrovato i sapori della vecchia “Fashion”. “Valentine’s day” odora invece di anni Sessanta, grazie anche agli “sha-la-la” dei cori. “If you can see me” ha un’impostazione più sperimentale. “Dirty boys” decolla con un sax e i fiati malati di soul. “The stars (are out tonight)” ha un che di melodico che richiama la classicissima “China girl”.
Potremmo continuare, perchè quasi ogni brano (ma soprattutto “Boss of me” e “You will set the world on fire”) brilla di luce propria all’interno di un signor disco rock. E se l’apertura ideale era stata l’anteprima di “Were are we now?” (qui quinta in scaletta), anche la conclusione dell’album è quella ballata cupa e inquietante che risponde al titolo di “Heat”. Il gioco di rimandi e citazioni prosegue anche nella copertina, che richiama il leggendario e forse insuperabile “Heroes”.
Oggi David Bowie vive una doppia condizione. Fa già da tempo parte della (parte migliore della) storia del rock. Un piccolo esempio: due film molto diversi attualmente nelle sale come “Noi siamo infinito” di Stephen Chbosky ed “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores ricorrono entrambi a un suo brano, per citare musicalmente gli anni attorno agli Ottanta. Nel contempo, e questo disco lo conferma, il Duca bianco è ancora il meglio su piazza. La grande piazza del rock.
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Torna Dido, una delle più belle voci degli ultimi anni, con il quarto album “Girl who got away”. Undici brani introspettivi, di cui lei stessa è autrice, all’insegna del miglior electro-pop. Alla base del lavoro c’è un’audace dichiarazione di intenti. Dallo slancio di euforia di “Go dreaming", passando per l’umorismo pungente di “End of night” e il folk di “Sitting on the roof of the world”, esce un disco caldo, evocativo e pregno dell’emozione dei piccoli dettagli della vita. «Il brano che dà il titolo al disco è una delle canzoni che preferisco tra quelle contenute nell’album - dice - ma credo che riassuma anche gli ultimi anni. L’essermi allontanata dalle scene per vivere la felice avventura di metter su famiglia e realizzare un album del quale sono davvero orgogliosa. E adesso non vedo l’ora di farvelo ascoltare». I primi due album di Dido, “No angel” e “Life for rent”, rimangono due dei dischi più venduti di tutti i tempi nel Regno Unito e il suo terzo disco, “Safe trip home”, acclamato dalla critica, ha consolidato il successo dell’artista, portando il totale dei dischi venduti a 29 milioni.
martedì 5 marzo 2013
BERLUSCONI INELEGGIBILE*
di Paolo Flores d’Arcais
Cari amici di MicroMega, alle ore 18,14 di martedì 5 marzo abbiamo raggiunto la cifra incredibile di 120 mila firme. Ma dobbiamo continuare, perché mancano ancora dieci giorni all’apertura delle camere, e la tensione non deve venir meno, e solo il raddoppio delle firme potrà sfondare il muro di gomma del silenzio di disinformazione dei mass media (solo Repubblica e Il Fatto hanno parlato dell’appello, e solo durante una trasmissione di Sky sono riuscito oggi verso le 16 a parlarne, mentre ho avuto pochi secondi per farlo sulla radio di “Un giorno da pecora”).
Se ciascuno di voi che ha già aderito si impegna per convince un cittadino che ancora non ha firmato, se ciascuno di voi scrive al “suo” giornale o trasmissione televisiva per protestare contro questo oscuramento, e magari al senatore del proprio collegio per esigere che rispetti la legge, se insomma ciascuno di voi in questa fase cruciale si fa cittadino attivo, possono cambiare molte cose.
Perché è certo che con Berlusconi fuori dal parlamento il clima politico cambierebbe radicalmente, si rassegnerebbe incredibilmente, sarebbe liberato dai miasmi di un ventennio di illegalità e impunità. E anche le consultazioni del Presidente della Repubblica per il nuovo governo si svolgerebbero in questo orizzonte di incipiente tsunami democratico e legalitario. Non bisogna dimenticare che la costituzione della “Giunta delle elezioni” e il suo esame dei ricorsi contro l’elezione di Berlusconi potrebbe infatti iniziare, se c’è la volontà politica, prima delle consultazioni stesse del Quirinale.
Questa volta la speranza è concreta, questa volta ciò che sembrava fantascienza o utopia, una politica senza l’ipoteca aberrante e antidemocratica del caimano e le sue aggressioni contro la Costituzione, è a portata di mano.
PER FIRMARE L'APPELLO: http://bit.ly/fuoriberlusconi
(*la legge 361 del 1957 dichiara ineleggibile chiunque goda di una concessione statale sia in proprio, proprietà effettiva, che come amministratore o manager)
giovedì 28 febbraio 2013
libro lucia visca su DIMISSIONI PAPA
Ancora poche ore. Stasera alle 20 termina il pontificato di Benedetto XVI. Poi comincia il rito antico del conclave. E senza nessun funerale da celebrare. Sembrava impossibile. Per la prima volta nell’era moderna un papa si dimette. L’annuncio due settimane fa, lunedì 11 febbraio. Alle 11.46 l’Ansa fa sapere al mondo che Papa Benedetto XVI ha deciso di lasciare. Decisione storica, che in pochi minuti fa il giro del pianeta.
Lucia Visca, giornalista e saggista romana, quella mattina ha un motivo in più per essere sorpresa. Da due anni sta lavorando a un libro proprio sul papa tedesco. Non c’è ancora una data per la pubblicazione. Ma... Parla subito con il suo editore, decidono assieme che l’occasione non permette temporeggiamenti.
Un’ampia base da cui partire, una settimana di duro lavoro e oggi, giorno in cui la Cattedra di Pietro rimarrà vacante, esce “Benedetto XVI, missione compiuta”, sottotitolo “L’addio del papa che ha disegnato il futuro della chiesa cattolica fra scandali e congiure” (Castelvecchi Rx editore, pagg. 128, euro 9,50).
Visca, allora è un “istant book”?
«Certo, nel senso che esce pochi giorni dopo l’annuncio delle dimissioni. Da un lato sono soddisfatta di “essere sulla notizia”, dall’altro un po’ mi dispiace perchè un papa come questo avrebbe di sicuro meritato maggiore e ulteriore approfondimento».
Com’è nato il libro?
«Sulla notizia. Stavo lavorando da due anni su questo papa. Quando però è stato dato l’annuncio delle dimissioni, d’accordo con il mio editore, ho buttato tutto (quasi tutto...) e ho ricominciato da capo».
Come ha aggiornato il lavoro?
«Non lo so. Posso dire solo in quanto tempo: una settimana di lavoro intenso, giorno e notte, correndo dietro alle decisioni clamorose che il papa ha continuato a prendere a raffica».
Che papa è stato Benedetto XVI?
«A mio modestissimo parere di cronista, è stato un papa molto innovativo. Non per le dimissioni, che comunque restano una rottura dirompente rispetto al ventre molle della curia romana. Lo è stato per molte cose che ha detto, a cominciare dal suo pensiero sull’amore».
Che peso hanno queste dimissioni?
«Valgono più di un giubileo, sul piano simbolico forse più del Concilio Vaticano II celebrato quest’anno per il suo cinquantesimo anniversario. Ricorrenza non senza significato nella storia personale di Benedetto XVI, perché proprio con il Concilio il giovane professore di teologia Joseph Ratzinger mosse i primi passi fra le mura leonine. Cinquant’anni sono tanti nella vita di un uomo e il papa ha dichiarato di sentirne tutto il peso».
Lascia perché stanco o perché ha compiuto la sua missione?
«Di certo è stanco, ma penso anche che abbia anche compiuto la sua missione. Nel senso che oltre quello che ha fatto non poteva fare, visti i limiti oggettivi di un’età avanzata e una salute malferma».
Qual era la sua missione?
«Quella che lui stesso ha dichiarato prima ancora di diventare papa. Fare piazza pulita della sporcizia nella Chiesa cattolica».
Ci è riuscito?
«Benedetto XVI, chiuse molte partite dello scandalo della pedofilia, riportata la sua idea di ordine nei movimenti ecclesiali, creati i nuovi cardinali e messo mano, almeno nei princìpi, a rendere più trasparente la finanza vaticana, deve aver concluso che la sua missione era compiuta, che il vincolo di mandato poteva essere sciolto».
Dunque gli scandali hanno avuto un peso?
«In qualche modo si, nel senso che hanno svelato al mondo quanto in curia molti già sapevano e hanno rivelato le divisioni della curia e le lotte intestine fra le varie cordate».
C’erano stati segnali, avvisaglie delle dimissioni?
«Certo. Da qualche mese non faceva altro che chiedere scusa per i suoi malanni. Il primo novembre 2012 interruppe l’Angelus di Ognissanti per confessare ai fedeli: “Oggi non leggo molto bene”. E poi della possibilità di dimissioni, introdotta nel codice di diritto canonica da Paolo VI, il papa ha parlato già due anni fa nel libro “Luce del mondo”».
Continui.
«Quel libro uscì a novembre 2010. Era una lunga intervista a Ratzinger di Peter Seewald. I due si parlano, ovviamente, in tedesco. Dunque nessun equivoco sul significato semplice e definitivo di certe domande e certe risposte. Chiede Seewald: ha mai pensato di dimettersi? Risponde Ratzinger: quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo non è il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Questo è il mio pensiero, ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: se ne occupi un altro».
Nel suo libro lei fa riferimento a un film del '76...
«Ho tentato di fare un libro popolare. Ricordare un film minore di Luigi Magni, “Signore e signori buonanotte”, sulla ricerca del papa di transizione mi è sembrato il modo più diretto per rendere comprensibile quanto sta succedendo nella chiesa cattolica».
Nanni Moretti aveva previsto (quasi) tutto...
«Moretti è un raffinato intellettuale romano. Il secondo aggettivo è utile per rispondere alla sua domanda. I romani percepiscono a pelle che cosa non funziona oltre le mura leonine. In più “Habemus papam” è del 2011 e “Luce del mondo” è stato pubblicato nel 2010. Sicuramente Nanni Moretti aveva letto il libro del papa».
Dopo le dimissioni il papa sembra più amato, più “simpatico” ai laici.
«Senz’altro Ratzinger è un papa simpatico, come dice lei, agli intellettuali. Le sue dimissioni lo hanno reso quanto più umano possibile, il che di solito non guasta per attirare simpatie».
Chi sarà il prossimo papa?
«Ah, saperlo. Posso dire a chi vanno le simpatie della chiesa meno paludata e forse in cuor suo dello stesso Benedetto XVI: Luis Anton Tagle, giovane cardinale filippino, cinquantasei anni, che predica su youtube e che Reuters ha descritto come uno “con il carisma di Woytjla e la profondità teologica di Ratzinger”. Chissà che non sia proprio lui, il prossimo papa...».
mercoledì 27 febbraio 2013
Un anno senza LUCIO DALLA
Un anno senza Lucio Dalla, un anno con le canzoni del piccolo grande uomo. Era la mattina del primo marzo. L’artista bolognese era all’hotel Ritz di Montreux, dove si era esibito la sera prima. Un infarto. Il primo a trovarlo è Marco Alemanno, da qualche anno suo compagno di vita nonchè collaboratore sul palcoscenico.
Nel libro “Dalla Luce alla notte”, appena edito da Bompiani, il giovane attore pugliese scrive: «Il giorno prima che morisse arrivammo a Montreaux nel pomeriggio. La sera avevamo il terzo concerto della tournèe europea. Prendemmo la nostra stanza, una suite con una vista meravigliosa sul lago. Finito di cantare, mi portò a vedere la statua di Freddie Mercury, lì vicino. Mi inginocchiai per accendere una candela. Lucio disse una preghiera in silenzio».
Ancora Alemanno: «Poi diede una gran pacca sul braccio della statua e disse: ci vediamo domani, vecchio Freddie! Il giorno dopo, in effetti, credo che si siano visti davvero...».
La mattina dopo, la notizia rimbalza prima su Twitter e poi fra le varie agenzie e i siti. Il feretro viaggia verso la residenza bolognese dell’artista, in via D’Azeglio. La camera ardente viene allestita in municipio, a Palazzo d’Accursio. La città proclama il lutto cittadino. E il 4 marzo, giorno in cui Dalla avrebbe compiuto sessantanove anni, si svolgono i funerali nella basilica di San Petronio. Cinquantamila persone in piazza.
Nei giorni successivi, polemiche per il ricordo di Alemanno in lacrime sull’altare. Alcuni lamentano che l’omosessualità dell’artista - che in vita non aveva mai fatto mistero delle sue scelte ma nemmeno le aveva ostentate - sia stata in qualche modo “sdoganata” in chiesa. Tutte occasioni mancate per un rispettoso silenzio.
Passano le settimane e le polemiche si spostano sull’eredità. L’artista non ha lasciato testamento, dunque il suo enorme patrimonio (oltre cento milioni di euro fra immobili, opere d’arte, diritti d’autore, royalties discografiche...) viene diviso tra i suoi cinque cugini di primo grado, che avranno anche l’ultima parola sulla fondazione a lui intitolata e che finora è rimasta sulla carta. Alemanno, in mancanza di una precisa volontà testamentaria, non ha alcun diritto ed esce dalla sontuosa abitazione bolognese (duemilacinquecento metri quadrati a due passi da piazza Maggiore, soffitti affrescati, opere d’arte, cinema privato...) che aveva condiviso con l’artista.
Resta la musica. Restano le canzoni. Lasciate al mondo in quarant’anni di carriera da quell’uomo innamorato del futuro. Che vita, che carriera quella del piccolo grande Lucio. Esordi come clarinettista e sassofonista jazz, nella Bologna povera ma pulita del dopoguerra. Incrocia Chet Baker, suona con la Rheno Dixieland Band, di cui fa parte anche il futuro regista Pupi Avati. Approda a Roma, fa parte dei Flippers e degli Idoli, nel ’64 esce il primo 45 giri: “Lei (non è per me)” - scritta da Gino Paoli e portata senza successo al Cantagiro - e “Ma questa sera” (cover di “Hey little girl” di Curtis Mayfield).
Nel ’66 esce il suo primo album. Nello stesso anno lo mandano a Sanremo. Canta “Paff bum”, in coppia nientemeno che con gli Yardbirds. Torna al Festival nel ’67, l’anno del suicidio di Luigi Tenco: lui canta con i Rokes “Bisogna saper perdere”.
Al cinema in quegli anni lo vediamo nei cosiddetti “musicarelli” ma anche in un film dei fratelli Taviani, “I sovversivi”, candidatura come miglior attore alla Mostra di Venezia. Il secondo album s’intitola “Terra di Gaibola” (un sobborgo di Bologna), il terzo Sanremo è quello di “4 marzo ’43”. Nel ’71, basco in testa e barba nera, ad affrontare le censure dell’epoca. Il verso “per i ladri e le puttane” diventa “per la gente del porto”, il titolo originario “Gesù bambino” (titolo originario, titolo da lui sempre mantenuto nei concerti...) è considerato irrispettoso, cambiare cambiare, altrimenti la Rai non l’avrebbe mandato in onda. Ma la gente era già allora più avanti dei suoi governanti: la canzone, testo della poetessa Paola Pallottino, arrivò terza.
Anni Settanta, anni di cambiamento. Dalla comincia a collaborare con il poeta bolognese Roberto Roversi (scomparso anche lui nel 2012). Con lui scrive, fra il ’73 e il ’76, tre album: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili” (con il brano “Nuvolari”), da cui poi viene tratto lo spettacolo “Il futuro delle automobili e altre storie”. Fino a quel momento era stato musicista e interprete. Poi diventa cantautore.
Gli album “Com’è profondo il mare” (’77) e “Lucio Dalla” (’78) consegnano alla scena italiana un nuovo, grande protagonista. Collabora con Ron e con gli Stadio. L’accoppiata con Francesco De Gregori, nel tour del ’79 dal titolo “Banana Republic”, fa il resto.
I trent’anni successivi lasciano a referto dischi e tour di successo (uno con l’amico Gianni Morandi), punteggiati da piccoli grandi capolavori: “Anna e Marco”, “Balla balla ballerino”, “Cara”, “La sera dei miracoli”, “Washington”, “Ayrton”, mille altri, fino all’inarrivabile “Caruso”.
Altri dischi, altri tour, altre collaborazioni. L’ultima, con il giovane Pierdavide Carone, accompagnato come umile spalla (da corista e direttore d’orchestra) hanno accompagnato due intere generazioni.al Sanremo 2012. La sua ultima apparizione in tivù. Pochi giorni prima di quel maledetto primo marzo.
Lunedì 4 marzo Bologna ricorda il suo figlio che se n’è andato troppo presto. Evento in piazza Maggiore, tanti artisti ospiti, diretta televisiva. Il minimo, per il piccolo grande Lucio Dalla.
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