...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 7 novembre 2013
ALL FRONTIERS 2013
Un omaggio a Lou Reed che non c’è più. Un tributo a John Zorn che compie sessant’anni. Ma soprattutto il concerto della chitarrista milanese Alessandra Novaga, che incrocerà le musiche del primo e quelle del secondo. La performance dello statunitense Charlemagne Palestine. Quella del musicista elettronico finlandese Vladislav Delay. Un focus e una tavola rotonda sul musicista goriziano di nascita Fausto Romitelli. Tanto altro.
Sotto la regia accorta e appassionata di Tullio Angelini ha ormai preso forma l’edizione 2013 di All frontiers, il cui viaggio sulle rotte della musica contemporanea internazionale si terrà dal 28 novembre al primo dicembre a Gradisca.
«Le difficoltà soprattutto economiche sono sempre maggiori - sottolinea Angelini -, ma la nostra voglia di continuare il viaggio non è ancora sopita. Quest’anno non possiamo non ricordare il grande Lou Reed, e con lui Nico. Molti anni fa, nel 1987, quando organizzammo in regione il suo concerto, fu lei stessa a propormi di allestire un nuovo festival da chiamare All Frontiers, offrendosi come protagonista per la prima edizione. Poi non è riuscita a tornare, ma la sua intuizione è stata determinante per concepire un festival che attraversa gli spazi, le idee e i suoni in direzione non parallela al margine: in un modo obliquo che intrattiene un pubblico di appassionati, non promette alcuna riuscita ma stimola la deriva e promuove chi ha elementi da indagare».
Ma torniamo al menù di quest’anno. Dopo un’anteprima giovedì 28 al Visionario di Udine, da venerdì 29 si torna nella “culla” di Gradisca con la performance di Charlemagne Palestine, compositore, artista e scultore statunitense. Un contaminatore per eccellenza, che sarà in scena con il chitarrista e trombettista Rhys Chatham.
Sabato 30 giornata dedicata al compositore goriziano di nascita, anche se milanese per formazione e carriera, Fausto Romitelli. Alle 15 tavola rotonda nella sala consiliare del Comune di Gradisca, con la partecipazione di studiosi e musicologi come Alessandro Arbo, Enrico Girardi, Paolo Pachini, Marco Maria Tosolini, Stefano Lombardi Vallauri, Isabella Vasilotta e Silvia Vizzardelli. A seguire verranno eseguite musiche di “Trash Tv Trance” (Romitelli), “Foliage” (Elliot Sharp), “Erosive Raindrops” (Vittorio Zago).
Sempre sabato 30 novembre e sempre a Gradisca, concerto del finlandese Vladislav Delay. Classe 1976, vero nome Sasu Ripatti, è un apprezzato musicista elettronico che nell’ultimo decennio ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano nella scena elettronica europea. “Vantaa” è il suo ultimo lavoro, nel quale ha confermato la ricetta che gli ha portato fortuna: una musica senza frontiere, che spazia dall’house alla techno, dal jazz all’improvvisazione più libera.
Siamo a domenica primo dicembre, con la “festa di compleanno” organizzata per John Zorn, molto legato alle nostre terre per concerti, frequentazioni e la sua incisione-omaggio alla musica resiana di alcu ni anni fa. Protagonista della serata la chitarrista milanese Alessandra Novaga, che suonerà musiche di Zorn con alcune “sorprese” in memoria di Lou Reed.
L’edizione di “All Frontiers” di quest’anno, in perfetta continuità con le passate edizioni, brillerà complessivamente della presenza di trenta musicisti, con due prime mondiali - segnala con orgoglio Angelini -, sette prime regionali, dieci concerti in esclusiva nazionale e ben otto Paesi rappresentati: oltre all’Italia, Austria, Francia, Ungheria, Inghilterra, Finlandia, Svezia e Argentina.
mercoledì 6 novembre 2013
SENZA PAURA, nuovo disco di GIORGIA
GIORGIA
“SENZA PAURA”
(Sony)
È una delle migliori interpreti italiane. Finora non ha ottenuto quel che avrebbe meritato. Forse per colpa di un repertorio non sempre all’altezza. Ora Giorgia (Todrani, classe ’71) torna con un nuovo album, anticipato dal singolo “Quando una stella muore”. Lavoro di concezione e impianto internazionali, registrato negli storici Sunset Studios di Los Angeles, con musicisti del calibro di Gary Novak, Reggie Hamilton, Michael Landau, e duetti con Alicia Keys (“I will pray - Pregherò”) e con Olly Murs, nuovo idolo del soul pop. C’è anche un brano scritto da Ivano Fossati. E in questi casi, si sa, tutto aiuta...
«Rispetto al precedente “Dietro le apparenze” - spiega la cantante romana, che ha scritto buona parte dei testi - volevamo fare un passo ulteriore, senza abbandonare le incursioni nell’elettronica dance ma sviluppando un discorso più ampio, con l’obiettivo di dare al disco un sound complessivo omogeneo».
Missione riuscita, verrebbe da dire. Ora vedremo come reagirà il pubblico.
GLAMOUR, IL NUOVO DISCO DEI CANI
Difficile orientarsi, nel marasma della musica italiana. Sempre più divisa fra vecchie star che spesso vivono di rendita e nuovi progetti, personaggi, artisti, gruppi troppo spesso evanescenti. Da una botta e via, se va bene e se ci è concesso l’ardire. Fra quelli che si salvano (con Baustelle, Vasco Brondi, pochissimi altri), da un paio d’anni ci sono i Cani. Nell’estate 2001 incuriosirono e sorpresero le orecchie più attente e le intelligenze meno cloroformizzate con un esordio col botto: s’intitolava «Il sorprendente album d'esordio dei Cani».
Fra “pariolini di diciott’anni” e “pranzi di Santo Stefano”, sullo sfondo di un “theme from the cameretta”, rigorosamente a “Roma nord”, scoprimmo che non si trattava di un gruppo ma di una sorta di “one man band”, costruita attorno all’eclettica figura dell’allora venticinquenne romano Niccolò Contessa. Che comunque dal vivo, due anni fa di questi tempi anche a Trieste, si faceva accompagnare da un gruppo vero e proprio. E nei primi tempi si presentava mascherato con un sacchetto di carta in testa, un po’ alla maniera dei Tre allegri ragazzi morti.
Sono passati due anni, e quel che allora sembrava quasi impossibile («Questo disco è talmente particolare che è difficile immaginarsi altre trecento canzoni fatte così. Meglio, non mi interesserebbe neanche farle...», disse Contessi due anni fa proprio al nostro giornale), è diventato realtà.
“Glamour” (42records) è il secondo album dei Cani. Dodici brani nuovi (compresa la ghost track finale, dal titolo “2033”) che intanto mettono a tacere alcune critiche all’album di esordio, cioè che i brani fossero un po’ tutti simili, quasi con un marchio di fabbrica. Ora, con la collaborazione in studio di Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax, Contessi riprende solo in parte le suggestioni del disco precedente e preferisce - saggiamente - guardare al futuro.
“Corso Trieste”, “Storia di un artista” e “Non c’è niente di twee” fanno parte del gruppo, diciamo così, riconoscibile. “Roma Sud” e “Theme from Koh Samui” sono invece due brani strumentali: esperimenti sonori che aprono praterie alla creatività. “Storia di un impiegato”, che cita esplicitamente Fabrizio De Andrè, sta in mezzo. E affonda il pedale nell’autoironia: «Considerato che non sono un artista, e con le velleità non ci si vive, mi ritrovai con un lavoro vero, uno di quello proprio senza glamour».
Fare un secondo album sulla falsariga del debutto, per i Cani, sarebbe stata cosa semplice e forse remunerativa. Qui invece c’è il coraggio di andare avanti, se necessario rischiare, azzardare in definitiva uno scenario almeno in parte nuovo. E di questo la musica italiana ha bisogno come l’aria.
MARCO MENGONI stasera anteprima al cinema, anche trieste e friuli
Con l’Essenziale Tour Marco Mengoni è stato uno dei protagonisti dell’estate trascorsa. Trenta tappe, una anche a Trieste, ovunque fan in delirio a consacrare questa nuova star della canzone italiana, partita da un “X Factor” di qualche anno fa.
Ora il venticinquenne cantante laziale - vincitore del Sanremo 2013 proprio con il brano “L’essenziale”, che gli è valso anche un dignitoso settimo posto all’Eurofestival - ritorna con un evento in contemporanea nei cinema italiani (a Trieste a The Space delle Torri, a Udine al multiplex di Pradamano), che stasera riunirà molte migliaia di spettatori, lontani fisicamente ma uniti dalle nuove tecnologie nel tributo al loro idolo.
L’anteprima del fil-concerto #prontoacorrereilviaggio racconta infatti una stagione di grandi successi, a partire dal concerto al Teatro Antico di Taormina lo scorso agosto. Uno scenario unico al mondo, a fare da fondale alle suggestioni disegnate dalla voce di Mengoni, che nel concerto propone i brani del nuovo album #prontoacorrere (registrato fra Milano e Los Angeles, 90mila copie vendute finora) e gli altri suoi successi. Gli spettatori potranno porre domande all’artista utilizzando l’hashtag #marcomengoniilviaggio, via Twitter e Facebook.
«La prima parte del concerto – avverte Mengoni – serve per scaldare i muscoli, la seconda per ballare. È uno spettacolo più europeo dei miei precedenti, ciò dipende anche dalla nuova squadra che mi circonda e che ha contribuito alle mie scelte. Stavolta provo anche a imbracciare una chitarra, pur non avendola mai suonata in passato e avendo interrotto le lezioni che avevo provato a seguire...».
Quindi all’inizio brani più intimisti, come “Prontoacorrere”, “Evitiamoci”, “Bellissimo”, “Non passerai”. Poi le cose più ritmate. Sul palco, con Mengoni, sei musicisti: Luca Colombo, direttore musicale, che ha arrangiato tutte le parti musicali; Gianluca Ballarin al piano tastiere e alle programmazioni, Giovanni Pallotti al basso, Andrea Pollione all’organo e alle tastiere, Peter Cornacchia alla chitarra, Davide Sollazzi alla batteria.
RAPHAEL GUALAZZI stasera a trieste, rossetti
«È successo tutto così in fretta che a volte non me ne rendo ancora conto. A febbraio saranno tre anni dalla mia vittoria a Sanremo Giovani, poi l’Eurofestival, i dischi, i tour, di nuovo Sanremo quest’anno...».
Raphael Gualazzi stasera alle 21 porta il suo nuovo spettacolo al Rossetti di Trieste. L’Happy Mistake Tour - dal titolo dell’ultimo album - è cominciato a febbraio, subito dopo il Festival, e non è ancora terminato. Anzi...
«Quest’estate - spiega l’artista, nato a Urbino, classe ’81 - abbiamo fatto molte tappe in Europa. Francia, Svizzera, Spagna, oltre ovviamente all’Italia. A ottobre eravano a Londra, il 29 novembre saremo al Montecarlo Jazz Festival. E nell’anno nuovo Germania, Austria, ancora Svizzera...».
All’estero il pubblico come la accoglie?
«Sempre con molto affetto. Anche perchè le radici a cui mi ispiro, cioè il jazz e il blues, al netto di tante contaminazioni, hanno come matrice comune il divertimento. Che è un elemento in grado di unire il pubblico a ogni latitudine. Soprattutto in tempi di crisi come quelli che viviamo».
Lei nasce come jazzista, ha fatto studi classici e ha fatto il botto a Sanremo.
«È vero, può sembrare strano. Ho studiato pianoforte al Conservatorio di Pesaro, il jazz e il blues sono sempre stati la mia grande passione.
Ho fatto tanta gavetta, ma quando si è presentata l’occasione del Festival non ci ho pensato due volte: Sanremo è una grande vetrina, un’occasione unica per entrare nelle case della gente, soprattutto per un musicista agli inizi».
Una scelta che le è costata compromessi?
«Direi di no. Sanremo mi ha portato visibilità, opportunità di lavoro, l’attenzione del pubblico.
Del resto io, pur partendo da basi classiche e dalla passione per il jazz, non ho mai posto barriere, non ho mai rifiutato la musica popolare. E poi non dimentichiamolo: lo stesso jazz nasce come musica popolare».
Prima ha accennato alle contaminazioni.
«Per me sono fondamentali. Fra i vari generi musicali non devono esistere barriere, tutti devono parlare, interagire con tutti. E poi, parlo per il mio caso ma sono convinto che il discorso non vale solo per me, “mischiarsi” ha un effetto benefico per tutti gli stili e anche per i vari tipi di pubblico».
Lei ama rileggere brani altrui.
«Assolutamente. Sono convinto che ogni brano, ogni canzone possa avere al suo interno varie sfaccettature, varie atmosfere, vari colori. Tutto sta a farli venire fuori».
Cosa ascolta in questo periodo?
«Molto rhythm’n’blues, in questi giorni ascolto tanto Al Green. Sugli italiani non nascondo di essere un po’ ignorantello, devo approfondire. Ma mi levo idealmente il cappello davanti al grandissimo Fabrizio De Andrè».
Cosa presenta a Trieste?
«Rivisito con arrangiamenti nuovi i brani di “Reality and fantasy”, il mio album d’esordio, al quale devo molto. Non posso ovviamente saltare i pezzi del disco nuovo, “Happy mistake”. Poi faremo degli omaggi strumentali alla grande musica italiana, da Verdi al tema di “Amarcord”».
Niente blues?
«Ma sta scherzando...? Ho la fortuna di suonare con un’orchestra di nove musicisti, compresa una bella sezione di fiati. Con la quale i classici del blues vengono che è una bellezza».
A Sanremo ci torna?
«Non lo so, per ora non ho il brano giusto. E quello è un palco che merita di essere calcato solo se hai il brano giusto...».
lunedì 4 novembre 2013
MARCO CAVALLO IN TOUR DAL 12-11
Gli avevano dato un nome da uomo, perchè quel cavallo addetto a trascinare il carretto della biancheria sporca era per loro un animale domestico, forse un amico, certo un conforto dentro le brutture del manicomio di San Giovanni, a Trieste, prima che Franco Basaglia portasse a compimento la sua rivoluzione.
Alla vigilia del pensionamento, che significava mattatoio, Marco Cavallo diventa un grande animale di cartapesta blu e il 25 febbraio del ’73 viene fatto uscire dal comprensorio dell’Opp, viene portato in giro per le strade di una città che non capiva da un festoso corteo di “matti”, medici, infermieri, volontari.
Da quarant’anni, dopo aver impersonato la battaglia per la chiusura dei manicomi, è la rappresentazione stessa della psichiatria dal volto umano. Di più: è un simbolo della lotta per la libertà, per la dignità delle persone. Di tutte le persone.
Ora per il cavallo azzurro è tornato il tempo di partire. Dopo aver ispirato spettacoli, testi, poesie, favole, “Le grand cheval bleu” va in tournèe. Parte il 12 novembre, ovviamente da casa sua, dal grande parco di San Giovanni sempre più restituto alla città e alla sua popolazione. Toccherà sedici città italiane, entrerà nei sei Ospedali psichiatrici giudiziari che ancora esistono sul territorio nazionale.
Nei quasi 3500 chilometri del viaggio, sarà accompagnato ovviamente da Peppe Dell’Acqua, già direttore del Dipartimento di salute mentale triestino, uno degli eredi diretti di Franco Basaglia, che della chiusura dei manicomi fece la sua ragione di vita.
«In questi anni - dice lo psichiatra - Marco Cavallo non ha mai smesso di viaggiare. Ora riparte con tre obiettivi: chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari, dire no ai manicomi/ospedali psichiatrici giudiziari regionali, aprire i centri di salute mentale ventiquattr’ore su ventiquattro».
Entriamo nel dettaglio. «Gli ospedali psichiatrici giudiziari sono ancora in funzione, con oltre mille persone internate, rinchiuse in luoghi che Napolitano ha definito “indegni per un Paese appena civile”. Per portare all’attenzione di cittadini e istituzioni questa situazione il comitato stopOpg, con il coinvolgimento delle associazioni che lo compongono e di quelle delle città toccate, ha chiesto a Marco Cavallo di riprendere il suo viaggio. Il cavallo azzurro, che nel ’73 a Trieste ruppe i muri del manicomio dando il via all’inarrestabile processo di cambiamento e alla legge 180, toccherà le città sedi di Opg e alcune di quelle che potrebbero diventare sedi dei cosiddetti “mini Opg”».
Ancora Dell’Acqua: «È dunque un viaggio di denuncia, ma con esso si vuole lanciare anche un allarme: al posto degli Opg si stanno progettando delle “strutture speciali” in ogni regione (i mini Opg, appunto), in cui trasferire e rinchiudere di nuovo gli internati. Con il rischio si aprano, al posto dei vecchi manicomi giudiziari, nuovi piccoli manicomi regionali. La mancata chiusura degli Opg è anche lo specchio di come funzionano (o non funzionano) i servizi di salute mentale nel territorio».
E arriviamo al terzo fronte. «Ecco perché chiediamo l’apertura dei Centri di salute mentale ventiquatt’ore su ventiquattro. Chiudere gli Opg significa promuovere accoglienza e cura per le persone che vivono l’esperienza, come ha stabilito la legge 180, e come è successo dove i servizi di salute mentale sono visibili, attraversabili e vicini. Con Centri di salute mentale accoglienti, aperti giorno e notte, integrati con i servizi territoriali, con la progettazione di forme abitative sostenute, di formazione al lavoro e di inclusione lavorativa e sociale, capaci concretamente di “prendersi carico” delle persone e dei loro familiari».
Per questo il cavallo è di nuovo in viaggio: per chiudere gli Opg, scongiurarne l’apertura di nuovi, tornare allo “spirito originale” della 180 che, chiudendo i manicomi, puntava a restituire dignità e cittadinanza a tutte le persone.
Il viaggio, come detto, parte martedì 12 novembre da Trieste: prima il saluto delle autorità, degli operatori e delle associazioni nel Parco San Giovanni, poi l’evento in piazza Unità, con i bambini delle scuole e la presidente della Regione Fvg, Debora Serracchiani. Prima tappa Torino il 13, seconda Genova il 14, poi Livorno, la nave fino a Palermo, Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Roma (con passaggio al Quirinale e davanti a Camera e Senato), L’Aquila, Montelupo Fiorentino, Firenze, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Milano...
Il viaggio incontrerà presenze del mondo politico, del teatro, della musica, del cinema, del giornalismo. Da Fabrizio Gifuni (il Basaglia della fiction televisiva) a Gino Paoli (che a San Giovanni ha cantato prima e dopo la chiusura del manicomio), da Lella Costa a Sonia Bergamasco, dai gruppi teatrali legati alle esperienze attorno alla salute mentale a Massimo Cirri (che aprirà una finestra sul viaggio nella trasmissione “Caterpillar” di RadioDue), da Ida di Benedetto a Giuliano Scabia.
«Mi piace pensare - prosegue Dell’Acqua - che il futuro sia Marco Cavallo, questo viaggio, riflettere sulla storia che abbiamo alle spalle per andare avanti. Malgrado tutto. Che significa anche i pregiudizi, gli attacchi che sono stati fatti negli anni alla 180, l’usuale ed erronea triangolazione malattia mentale, pericolosità e istituzione, gli ambienti accademici che non hanno cambiato nulla nei loro percorsi di formazione, le psichiatrie che si sono rigenerate e riprodotte, le scelte di campo che la cultura e la politica avrebbero dovuto fare ma non hanno fatto, l’oppressione e il dominio delle industrie farmaceutiche...».
Perchè le persone con problemi di salute mentale non hanno bisogno di luoghi dove stare, se non casa propria, nei luoghi dove la libertà di sé possa essere arricchita dai servizi, dall’aiuto degli altri: gruppi, famiglie, associazioni.
«Il futuro - conclude lo psichiatra salernitano, triestino ormai da tanti anni d’adozione - è una porta aperta, che non significa creare un fuori e negare un dentro, quanto piuttosto posizionarsi sulla soglia. Abitare la soglia può essere il tema del futuro. Non possiamo più immaginare il malato di mente come altro da noi, dobbiamo mettere tra parentesi la malattia, solo così siamo in grado di scoprire persone, cittadini, storie. Questo è il significato della metafora della porta aperta, in una dimensione che è politica, etica e terapeutica: è nell’incontro con l’altro sulla soglia che nasce la possibilità di cura».
venerdì 1 novembre 2013
VELEMIR DUGINA, ricerca di tracce, esce in germania un libro sul musicista triestino morto nell'87
A gennaio saranno ventisette anni che Velemir Dugina non c’è più. Non avesse deciso di dire basta, quel tristissimo 16 gennaio 1987, oggi il violinista triestino sarebbe un uomo di cinquantacinque anni. Chissà la sua arte, la sua creatività, la sua sensibilità dove lo avrebbero portato.
È passato tanto tempo, chi ha conosciuto e apprezzato Velemir non dimentica quel ragazzo dai capelli rossi che seppe animare la scena musicale triestina - con diverse incursioni in quella nazionale - per un periodo troppo breve.
La cosa che può sembrare incredibile è che in Germania è appena uscito un libro su di lui: “Velemir Dugina - Eine spurensuche, Una ricerca di tracce”, del docente universitario e musicologo di Dresda Mathias Bäumel. Il volume, in tedesco con traduzione in italiano, è stato recentemente presentato a Dresda, nell’ambito di una serata dedicata a Trieste, con un intervento storico sulla città e l’esecuzione di alcune musiche di Velemir.
«Tre anni fa - ricorda Joanne Dugina, sorella minore del musicista - Bäumel mi aveva contattato, parlandomi della sua intenzione di scrivere questo libro e chiedendomi delle informazioni. Lui conosce bene Trieste, Cherso, le nostre terre. Credo sia arrivato a mio fratello attraverso la lettura di “Microcosmi” di Claudio Magris, nel quale è citato il luogo dove Velemir è sepolto, nell’isola di Cherso. Per un periodo non ho saputo nulla, credevo avesse rinunciato, e invece...».
Il libro parte proprio da quella tomba, nel villaggio di Stivan (San Giovanni). Da quella “strana scritta sotto la foto invecchiata: Velemir Dugina, Prof. Violino, nato il 1 luglio 1958, morto il 16 gennaio 1987”.
Poi la storia del musicista, nato a Melbourne, dove la famiglia era emigrata da Fiume. Il ritorno nel ’59 nel porto allora jugoslavo, l’arrivo a Trieste nel ’68. Lo studio del violino, il conservatorio ma anche la musica popolare, il diploma nell’84 al Tartini, il lavoro nell’orchestra del Verdi ma anche dell’Arena di Verona. E intanto tante collaborazioni, dischi, concerti, a Trieste e in giro per l’Italia: i Giorni Cantati e il gruppo Stu Ledi, i fiorentini Whisky Trail e l’Ensemble Havadià di un Moni Ovadia non ancora famoso (con il triestino Alfredo Lacosegliaz, che con Velemir aveva già collaborato), persino Eugenio Bennato e i Litfiba...
Bäumel ricostruisce la sua storia, intervistando amici, docenti, la sorella. Che dice: «Ha fatto un lavoro notevole, rispettoso della realtà. Credo che l’interesse musicale sia stata la molla che lo ha mosso...».
Ma la “ricerca di tracce” non finisce qui. E arriva ancora dalla Germania. Magrit Dittmann Soldicic è una tedesca di Amburgo, che ha una casa a Cherso, dove vive vari mesi all’anno. Anche lei scopre la tomba di Velemir, rimane colpita dalla storia, fa una sua ricerca intervistando persone che conoscevano l’artista. E scatta delle fotografie a lui in qualche modo ispirate. Vuole farne una mostra, ha contattato il Comune di Trieste per avere una sala, probabilmente la cosa verrà realizzata l’anno prossimo.
Anche lei mossa da un desiderio, quasi un’urgenza. Per non dimenticare Velemir Dugina, quel ragazzo col violino scappato via troppo presto.
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