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lunedì 7 agosto 2017
40 ANNI SENZA ELVIS
Quest’anno l’anniversario è tondo, di quelli che non si possono ignorare. Quarant’anni senza Elvis Presley, morto il 16 agosto 1977, arresto cardiaco, aveva appena quarantadue anni. Aveva inventato il rock’n’roll. E non solo quello. Forse anche la stessa categoria dei “giovani”. Che prima di lui, se ci pensiamo bene, nemmeno esistevano: erano soltanto piccoli uomini in attesa di diventare come i loro genitori.
Fra le leggende metropolitane che hanno accompagnato questi quattro decenni, per anni ha prosperato quella secondo cui il “re del rock’n’roll” in realtà non fosse mai morto. L’edizione latinoamericana di Rolling Stone tempo fa scrisse che risiederebbe in Argentina, lì riparato nel ’77 nientemeno che con la collaborazione di Cia e Fbi, per fuggire dalla gabbia dorata che il successo mondiale gli aveva costruito attorno. Oggi avrebbe ottantadue anni. Chissà.
Ma ogni tanto riemergono altri misteri, altri dubbi, altri elementi per avvalorare il mito. Esempi in ordine sparso, già rilanciati da vari giornali. Esisterebbero due bare: la prima non arrivava ai novanta chili, mentre “the king” pesava più di un quintale e mezzo. Anche l’unica foto esistente del cadavere nella bara, scattata dal cugino, non corrisponde alle ultime immagini dell’artista: sembra più giovane e più magro.
Andiamo avanti. Il primo certificato di morte sarebbe sparito e poi sostituito da un altro. Anche la firma sul certificato di morte sembra esattamente quella di Elvis. L’autopsia a distanza di quarant’anni è ancora secretata, chi l’ha vista dice che segnala una lunga cicatrice sull’addome che l’artista non aveva. Appena due ore dopo la scoperta del cadavere, qualcuno acquistò un biglietto sola andata per Buenos Aires (ancora l’Argentina), pagandolo in contanti, a nome di certo John Burrows: guarda caso uno dei tanti pseudonimi che il nostro usava abitualmente.
Ancora. I due libri più importanti per l’artista, quelli dai quali non si separava mai, non sono mai stati ritrovati. Il giorno dopo la morte, la sua fiamma di allora, tale Lucy De Barbon, ricevette una rosa con un biglietto firmato El Lancelot, il soprannome che lui usava solo con lei. E come se tutto ciò non bastasse, c’è sempre quella storia secondo la quale Elvis, prima di partire per Buenos Aires, avrebbe addirittura partecipato al suo funerale: nelle foto si intravede un uomo che potrebbe essere lui, e nessuno si è mai fatto vivo quando i giornali chiesero che quell’uomo si palesasse per chiarire il mistero.
Leggende metropolitane? Probabile. Certa è invece l’importanza di Elvis nella musica e nella cultura degli ultimi sessant’anni. Si diceva dei giovani, che come categoria sociale non esistevano prima di lui. Erano soltanto figli che aspettavano il loro turno anagrafico per diventare come i propri genitori. Ascoltando la stessa musica, vestendo gli stessi abiti, pettinandosi alla stessa maniera, serbando gli stessi valori. Un film del 1955, “Blackboard jungle”, con Bill Haley che canta “Rock around the clock”, accende la miccia del cambiamento. Che diventa rivoluzione con l'arrivo di quel ragazzone bianco.
Prima di Elvis Aaron Presley la musica leggera americana era divisa in tre generi, ben separati l’un dall'altro: il pop (da “popular”, popolare), il country e il rhythm’n’blues. I primi due rigorosamente bianchi, il terzo assolutamente nero. Lui arriva, prende la musica dei bianchi e la mischia con quella dei neri, usa il corpo e non solo la voce, abbatte schemi e barriere, dà voce - forse inconsapevolmente - alle ansie e alle aspirazioni di una generazione sopravvissuta alla guerra.
Elvis era nato a Tupelo, Mississippi, l’8 gennaio del ’35. A diciotto anni si trasferisce con la famiglia a Memphis, dove lavora come camionista. La leggenda vuole che un giorno, estate del ’54, passando col camion sulla Union Street, vede che alla Sun Records con un dollaro si poteva registrare un disco da portarsi a casa. È il compleanno dell’amatissima madre, Gladys Smith, e lui decide di regalarle un suo disco, con incisa una vecchia ballata che aveva sentito alla radio fin da ragazzo: “My happiness”. Il proprietario della piccola sala d’incisione, un certo Sam Philips, ascoltato il ragazzo, capisce che aveva trovato quel che stava cercando da anni: un ragazzo bianco che cantasse con la stessa intensità di uno di colore...
Chissà se poi è andata veramente così. O se anche questa ricostruzione fa parte della sapiente e meticolosa strategia che la Rca usò per lanciare sul mercato prima americano e poi mondiale quello che di lì a poco sarebbe diventato il re. Alla faccia di quelli - Chuck Berry, Carl Perkins, Bill Haley... - che erano arrivati prima di lui.
Con Elvis, che pure è solo interprete di canzoni scritte da altri, l’America assiste al miracolo della musica dei bianchi mischiata a quella dei neri, il country del Sud rurale assieme al rhythm’n’blues nato nei campi di lavoro e nelle chiese, e poi diventato musica da ballo e da intrattenimento. Con la conseguenza che vengono abbattute anche le barriere fra le classifiche di vendita dei dischi, che prima di lui erano rigorosamente separate. Il figlio di Vernon Presley fu il crinale del cambiamento. Prima del suo avvento i figli dell’America che aveva salvato il mondo dal nazifascismo ascoltavano Frank Sinatra assieme ai genitori, pronti a ereditarne i valori, il benessere, l’automobile. Lui fece il botto, coniugando le due grandi famiglie della musica popolare americana. Melodia e ritmo, Nashville e canti gospel, in una miscela di suoni, movenze, atteggiamenti, e con l'importante aggiunta di una forte spinta ritmica di chiara ispirazione sessuale.
Era il ’56. E nell'America che combatteva la guerra fredda quel suo provocatorio e sin troppo allusivo modo di roteare il bacino - da cui il soprannome “the Pelvis” - non venne accolto favorevolmente dal mondo degli adulti. Ma fu la miccia che accese la carica di ribellione dormiente in milioni di giovani corpi e menti. E che aspettava solo di esplodere.
Dopo aver contribuito a cambiare l'America e il mondo, Presley - come si diceva - morì il 16 agosto del 1977. Aveva soltanto 42 anni e pesava circa 150 chili. Devastato dal cibo e dall’alcol, dai farmaci e dalle droghe. E forse dal peso di un successo che avrebbe schiantato chiunque. Un successo che sopravvive alla sua morte, generando un business multimiliardario (350 milioni di dollari in tutti questi anni, fra dischi, libri, spettacoli...) ma anche mille leggende.
Insomma, Elvis vive comunque, il mito non accenna a perdere forza, ammantato da un alone di immortalità. Come per tutti i grandissimi.
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MOGOL MARTEDÌ A GRADO CON IL CANTO LIBERO
Giulio Rapetti Mogol (dal 2006 quel che era uno pseudonimo è stato infatti aggiunto al suo cognome) torna nel Friuli Venezia Giulia, dove è ormai quasi di casa. Martedì alle 21 sarà infatti l’ospite d’onore dello spettacolo “Canto libero, Omaggio a Mogol-Battisti”, che si terrà a Grado, al Parco delle Rose, ingresso libero.
Lo spettacolo, partito due anni fa proprio dall’Isola d’oro, ha girato mezza Italia - sconfinando in Slovenia e Croazia - e ora torna dove tutto è cominciato. E in qualche modo viene coronato grazie alla presenza proprio di Mogol, che aveva già partecipato un anno e mezzo fa alla data triestina al Rossetti, e che sul palco gradese, assieme alla band triestina capitanata da Fabio “Red” Rosso e diretta da Giovanni Vianelli, terrà assieme le celebri canzoni scritte assieme a Lucio Battisti: da “Emozioni” a “E penso a te”, da “La canzone del sole” a “Una donna per amico”, da “Ancora tu” alle tante altre perle di un repertorio senza tempo, che continua ad affascinare anche le nuove generazioni.
Mogol, milanese, classe ’36, ha regalato le parole alla miglior musica leggera di casa nostra. In oltre mezzo secolo di onorata attività, ha infatti firmato i testi di oltre millecinquecento canzoni. Molte delle quali bellissime, alcune indimenticabili, entrate a far parte della colonna sonora delle nostre vite. Con Lucio Battisti, ma non solo. Anche per Celentano, Morandi, Cocciante, Gianni Bella. Per non parlare di Mina, Bobby Solo, Equipe 84, Dik Dik...
«Lucio si presentò con due canzoni - ci raccontò anni fa quando gli chiedemmo del loro primo incontro -, gli dissi che aveva scritto due brani modesti, la cosa che mi colpì fu che lui disse: sono d’accordo. Mi fece quasi tenerezza. Gli dissi: dai, vediamoci, proviamo a collaborare assieme. E cominciò quell’incredibile avventura. La terza canzone che scrivemmo assieme fu “29 settembre”, per l’Equipe 84. E fu il botto».
Del “divorzio” disse: «In effetti fu una cosa incomprensibile, girarono tante storie sui motivi della separazione. Questioni di gelosie, di soldi, persino di confini fra le nostre proprietà in Brianza. Tutte balle. La verità? Credo sia stato influenzato, mal consigliato da chi gli era vicino. Con Lucio mi sono sempre trovato bene, anche lui mi sembrava appagato e contento. E anche quando ci siamo incontrati di nuovo, anni dopo, tutto sempre bene. Era un rapporto ad alto gradimento reciproco. Ho lavorato e scritto canzoni con altri artisti. Anche belle canzoni. Ma credo che la nostra alchimia era irripetibile perchè completa nel senso globale del termine. Lucio era un grande autore, un arrangiatore, un interprete. Assieme avevamo raggiunto la completezza, una certa complementarietà».
Sul palco, con Mogol, martedì a Grado ci saranno il cantante Fabio “Red” Rosso, Giovanni
Vianelli al piano, Emanuele Grafitti e Luigi Di Campo alle chitarre, Alessandro Sala al basso, Jimmy Bolco e Marco Vattovani alla batteria e percussioni, Luca Piccolo alle tastiere, e le voci di Joy Jenkins e Michela Grilli.
venerdì 4 agosto 2017
BAGLIONI, INVITO ALL'ACCOGLIENZA / ART21
C'è anche un invito all'accoglienza, nelle lettere di Claudio Baglioni ai fan al tempo dei social. Stabilire contatti “reali” in un universo “virtuale”. Fra le attempate star della nostra canzone, non c’è solo Gianni Morandi (classe ’44) fra gli assidui frequentatori della rete. Anche Baglioni (classe ’51), che con lui ha diviso l’avventura dei “Capitani coraggiosi”, non ci sta a rimanere indietro. E coltiva il suo rapporto con i fan scrivendo loro - «con il tablet e non con la penna» - lettere che ora diventano un libro: “Non smettere di trasmettere” (La nave di Teseo, pagg. 615, euro 18).
«Non sono post. Sono lettere. Lettere al tempo di Internet. Personali. Doppiamente personali, anzi. Nel senso che le ho scritte proprio io - spiega il divo Claudio nella prefazione - e che sono indirizzate proprio a voi. Le ho scritte con il tablet e non con la penna, è vero. Ma questa è l’unica differenza rispetto alle lettere di carta. Quelle che scrivevo emozionato e aspettavo trepidante, quando ero ragazzo...».
Baglioni dice che trepidazione ed emozione sono le stesse ancora adesso, per lui che si sente “un ragazzo del secolo scorso”. Cambiano strumenti e contesti, ma alla base c’è sempre il desiderio di comunicare. Che non cambia mai e muove le nostre vite.
Il web allora come una gigantesca buca delle lettere «dove basta premere un tasto e posso inviarvi i miei pensieri». E Facebook nel quale «non ci sono problemi di metrica; le parole non devono per forza avere anche un bel suono e non c’è naturalmente limite di spazio».
Già, lo spazio e la metrica: limiti rigidissimi per chi fa poesia in forma di canzone. Qui l’autore di “Questo piccolo grande amore” e tanti altri capolavori viaggia a briglia sciolta. I suoi pensieri sono raccolti in ben 272 lettere, scritte fra il 24 ottobre 2015 e il 31 dicembre 2016: dalla più lunga, “Fuocoammare”, che occupa tre pagine, fino alla la più breve, “Anche il cuore da qui sente meno dolore”, appena cinque righe.
Spazi e lunghezze diverse per affrontare temi spesso importanti e complessi dell’esistenza e del mondo: il futuro, la pace, le migrazioni. Sollevando domande ma senza la pretesa di dare risposte. Piuttosto con un invito all’accoglienza (“Proviamo ad aprire una porta anche noi”), perchè «l’altro e essenziale. E - non dimentichiamolo mai - per gli altri, l’altro siamo noi». Un invito figlio dell’impegno già fattivamente espresso negli anni in cui Baglioni organizzava il festival “O Scià” sull’isola di Lampedusa, la nostra valorosa capitale del Mediterraneo.
Fra le lettere, il ricordo commosso del padre, il maresciallo Riccardo (“Io solo lo chiamavo papa” e “Non buttava via niente”), e della madre Silvia (“Se oggi è festa anche li” e “Mi piace saperla che ride”). L’importanza dell’amicizia (“Lo stesso spartito da leggere insieme”), i rimpianti della fanciullezza (“La bici che non ho mai avuto”), le prime timide esperienze d’amore (“Non successe niente eppure fu tutto”, “Bacio dolcissimo e aspro”, “Imparare ad amare da uomini veri”), Ovviamente la passione per la musica: “Volevo contare”, “15 anni e 8 mesi”, “Musicisti e poeti fanno anche il turno di notte”, “Questo mestiere si fa ancora a mano”...
«Rete e social - scrive il cantautore romano - ormai sono parte di noi. E noi, parte di loro. Farne a meno è una scelta anacronistica e, soprattutto, difficilmente praticabile. Tornare indietro temo non sia possibile. Ammesso che sia saggio, cosa della quale personalmente dubito. Ma questo non significa affatto che si debba andare avanti lungo il piano inclinato della superficialità, della mediocrità, della banalità, rinunciando alla propria identità, ai propri valori e a ciò in cui si crede».
Ancora Baglioni: «Non importa con cosa scriviamo - tavoletta d’argilla, papiro, pergamena, carta, computer, tablet o smartphone - importa cosa e come scriviamo. Il numero di like e follower non è l’indicatore della verità».
mercoledì 2 agosto 2017
NOA, FORZE DELL'ORDINE PER LA CANTANTE DELLA PACE / ART21
Otto poliziotti in divisa antisommossa, quattro carabinieri, quattro uomini della questura in borghese, e poi ancora steward privati completi di metaldetector e gli addetti della Croce rossa. Il tutto per controllare settecento spettatori al concerto di Noa, l’altra sera a Villa Manin di Passariano, Codroipo, antica residenza friulana dell’ultimo doge, che vi ospitò anche Napoleone. Sono i concerti, anche quelli non di massa, al tempo della paura del terrorismo. Bisognerà farci l’abitudine. Anche se gli organizzatori sono già in allarme, visto che i nuovi obblighi per la sicurezza rischiano di alzare notevolmente i costi degli spettacoli musicali.
Per quanto riguarda Noa, questo è il tour con cui l’artista festeggia venticinque anni di carriera nel nostro Paese. Come si sa, Achinoam Nini, in arte Noa, nata a Tel Aviv nel ’69, cantante israeliana con sangue yemenita nelle vene, è apprezzata in tutto il mondo non solo per il suo valore di interprete ma anche per aver prestato la sua popolarità di artista alla causa della pace. Questo impegno, unito alle sue origini, la porta da anni a essere oggetto di ostracismo nel suo paese ma spesso anche all’estero dagli oppositori dello stato di Israele.
I suoi concerti sono un autentico inno alla pacifica convivenza fra i popoli e al dialogo tra religioni e culture. Un impegno ormai antico, per il quale la cantante ha ricevuto importanti riconoscimenti: è stata insignita dai Frati Francescani di Assisi del premio “Artista per la Pace” e nominata “Ambasciatrice di buona volontà” dalla Fao. Ha ricevuto da Shimon Peres il “Dove of Peace”. È stata invitata nel 2016 a Ramallah dal presidente palestinese Abu Mazen. Ha cantato in Vaticano davanti a papa Giovanni Paolo II e a Cracovia al cospetto di papa Francesco.
Noa ha anche scritto e cantato “Beautiful that way”, tema della colonna sonora di Nicola Piovani de “La vita è bella”, il film premio Oscar di Roberto Benigni. E in Italia ha partecipato per ben cinque volte al Festival di Sanremo, come ospite speciale. In questo tour è accompagnata da Gil Dor alla chitarra, Adam Ben Ezra al contrabbasso e Gadi Seri alle percussioni.
BAGLIONI, LETTERE AI FAN AL TEMPO DEL WEB
Lettere ai fan al tempo dei social. Stabilire contatti “reali” in un universo “virtuale”. Fra le attempate star della nostra canzone, non c’è solo Gianni Morandi (classe ’44) fra gli assidui frequentatori della rete. Anche Claudio Baglioni (classe ’51), che con lui ha diviso l’avventura dei “Capitani coraggiosi”, non ci sta a rimanere indietro. E coltiva il suo rapporto con i fan scrivendo loro - «con il tablet e non con la penna» - lettere che ora diventano un libro: “Non smettere di trasmettere” (La nave di Teseo, pagg. 615, euro 18).
«Non sono post. Sono lettere. Lettere al tempo di Internet. Personali. Doppiamente personali, anzi. Nel senso che le ho scritte proprio io - spiega il divo Claudio nella prefazione - e che sono indirizzate proprio a voi. Le ho scritte con il tablet e non con la penna, è vero. Ma questa è l’unica differenza rispetto alle lettere di carta. Quelle che scrivevo emozionato e aspettavo trepidante, quando ero ragazzo...».
Baglioni dice che trepidazione ed emozione sono le stesse ancora adesso, per lui che si sente “un ragazzo del secolo scorso”. Cambiano strumenti e contesti, ma alla base c’è sempre il desiderio di comunicare. Che non cambia mai e muove le nostre vite.
Il web allora come una gigantesca buca delle lettere «dove basta premere un tasto e posso inviarvi i miei pensieri». E Facebook nel quale «non ci sono problemi di metrica; le parole non devono per forza avere anche un bel suono e non c’è naturalmente limite di spazio».
Già, lo spazio e la metrica: limiti rigidissimi per chi fa poesia in forma di canzone. Qui l’autore di “Questo piccolo grande amore” e tanti altri capolavori viaggia a briglia sciolta. I suoi pensieri sono raccolti in ben 272 lettere, scritte fra il 24 ottobre 2015 e il 31 dicembre 2016: dalla più lunga, “Fuocoammare”, che occupa tre pagine, fino alla la più breve, “Anche il cuore da qui sente meno dolore”, appena cinque righe.
Spazi e lunghezze diverse per affrontare temi spesso importanti e complessi dell’esistenza e del mondo: il futuro, la pace, le migrazioni. Sollevando domande ma senza la pretesa di dare risposte. Piuttosto con un invito all’accoglienza (“Proviamo ad aprire una porta anche noi”), perchè «l’altro e essenziale. E - non dimentichiamolo mai - per gli altri, l’altro siamo noi». Un invito figlio dell’impegno già fattivamente espresso negli anni in cui Baglioni organizzava il festival “O Scià” sull’isola di Lampedusa, la nostra valorosa capitale del Mediterraneo.
Fra le lettere, il ricordo commosso del padre, il maresciallo Riccardo (“Io solo lo chiamavo papa” e “Non buttava via niente”), e della madre Silvia (“Se oggi è festa anche li” e “Mi piace saperla che ride”. L’importanza dell’amicizia (“Lo stesso spartito da leggere insieme”), i rimpianti della fanciullezza (“La bici che non ho mai avuto”), le prime timide esperienze d’amore (“Non successe niente eppure fu tutto”, “Bacio dolcissimo e aspro”, “Imparare ad amare da uomini veri”), Ovviamente la passione per la musica: “Volevo contare”, “15 anni e 8 mesi”, “Musicisti e poeti fanno anche il turno di notte”, “Questo mestiere si fa ancora a mano”...
«Rete e social - scrive il cantautore romano - ormai sono parte di noi. E noi, parte di loro. Farne a meno è una scelta anacronistica e, soprattutto difficilmente praticabile. Tornare indietro tempo non sia possibile. Ammesso che sia saggio, cosa della quale personalmente dubito. Ma questo non significa affatto che si debba andare avanti lungo il piano inclinato della superficialità, della mediocrità, della banalità, rinunciando alla propria identità, ai propri valori e a ciò in cui si crede».
Ancora Baglioni: «Non importa con cosa scriviamo - tavoletta d’argilla, papiro, pergamena, carta, computer, tablet o smartphone - importa cosa e come scriviamo. Il numero di like e follower non è l’indicatore della verità».
martedì 1 agosto 2017
NOA STASERA A VILLA MANIN
Torna Noa, in concerto stasera con inizio alle 21.15 a Villa Manin di Passariano, Codroipo. È il tour con cui l’artista festeggia venticinque anni di carriera nel nostro Paese. Anche nel Friuli Venezia Giulia, a partire dal ’94, la cantante si è esibita diverse volte.
Ma Achinoam Nini, in arte Noa, nata a Tel Aviv nel ’69, cantante israeliana con sangue yemenita nelle vene, è apprezzata in tutto il mondo non solo per il suo valore di interprete ma anche per aver prestato la sua popolarità di artista alla causa della pace. Questo impegno, unito alle sue origini, la porta da anni a essere oggetto di ostracismo nel suo paese ma spesso anche all’estero dagli oppositori dello stato di Israele.
I suoi concerti sono un autentico inno alla pacifica convivenza fra i popoli e al dialogo tra religioni e culture. Un impegno ormai antico, per il quale la cantante ha ricevuto importanti riconoscimenti: è stata insignita dai Frati Francescani di Assisi del premio “Artista per la Pace” e nominata “Ambasciatrice di buona volontà” dalla Fao. Ha ricevuto da Shimon Peres il “Dove of Peace”. È stata invitata nel 2016 a Ramallah dal presidente palestinese Abu Mazen. Ha cantato in Vaticano davanti a papa Giovanni Paolo II e a Cracovia al cospetto di papa Francesco.
Noa ha anche scritto e cantato “Beautiful that way”, tema della colonna sonora di Nicola Piovani de “La vita è bella”, il film premio Oscar di Roberto Benigni. E in Italia ha partecipato per ben cinque volte al Festival di Sanremo, come ospite speciale. In questo tour è accompagnata da Gil Dor alla chitarra, Adam Ben Ezra al contrabbasso e Gadi Seri alle percussioni.
NO BORDERS, FESTIVAL SENZA CONFINI ANCHE PER RISPONDERE ALL'AUSTRIA / da ART21
L'Austria minaccia a giorni alterni di chiudere le frontiere per arrestare l'invasione dei barbari. Ma in questi giorni, a Tarvisio e dintorni, Alpi carniche, Friuli Venezia Giulia, in un fazzoletto di terra dove Italia, Slovenia e Austria sembrano una cosa sola, dividendo storia e tradizioni, si svolge la ventiduesima edizione del No Borders Music Festival, una rassegna musicale che porta già nel nome il suo manifesto: usare e valorizzare la musica quale forma di cultura e mezzo di comunicazione, in grado di essere compreso da tutti al di là dei confini etnici, linguistici, sociali e geografici. E non ci sarebbe molto altro da aggiungere...
Tranne che l'edizione di quest'anno si è aperta con un applauditissimo concerto degli Editors, gruppo originario di Stafford, nell’Inghilterra centrale, considerato dalla critica e dal pubblico come una delle band più importanti e influenti della scena indie rock mondiale. Hanno scalato le classifiche di tutto il mondo con “Papillon”, “Munich” e tantissimi altri brani, e sono da anni protagonisti di tutti i principali festival rock mondiali. Gli Editors arrivano al successo già con “The Back Room” (2005), nel 2009 esce l’album “In This Light and on This Evening”, che segna una svolta verso suoni più elettronici. Nel 2013 è la volta del nuovo capitolo “The Weight of Your Love”. Nel 2015 tocca a “In Dream”, quinto e per ora ultimo album in studio della rock band di Stafford. A Tarvisio hanno presentato alcuni brani che faranno parte del prossimo disco.
Altra artista che ha animato i primi giorni del “No Borders” è Joss Stone. Bianca con la voce nera, l’inglesina nata a Dover nell’aprile ’87 (dunque ormai ha trent’anni: non è più l’adolescente che avevamo conosciuto e apprezzato agli esordi...) ha tenuto a Tarvisio l’unico concerto italiano dell’attuale tournèe mondiale, quel “Total World Tour” partito nel 2014, con il quale l’artista si è prefissata di suonare in ogni paese del pianeta. Finora ha “timbrato il cartellino” in Sudafrica e in Marocco, in Australia e in Nuova Zelanda, in Giappone e in India, in Cina e a Dubai, in America Latina e in tanti altri posti. Dove ha sempre trovato - nei piccoli club come nei teatri, nei palasport come nelle grandi arene - platee entusiaste per la sua voce graffiante, per il suo fascinoso mix di generi, dal rock al rhythm’n’blues, dal reggae al suo “soul senza confini”. Giusto dunque per una manifestazione che fa della mancanza di confini il suo marchio. Per lei debutto nel 2003 con l’album “The Soul Sessions” (dodici milioni di copie vendute), seguito con “Mind, body & soul” (2005) e “Introducing Joss Stone” (2007). A Tarvisio uno spettacolo ormai ben rodato, basato sui brani del recente album “Water for your soul”. Ma Joss Stone è anche una donna e un’artista anticonformista, sensibile alle tematiche sociali, che nei suoi tour in giro per il mondo non perde occasione per lavorare con i musicisti indigeni e le organizzazioni umanitarie locali. Insomma, chapeau...
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