...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 30 settembre 2007
Un attimo di pausa e poi lui - classe 1935, grande firma del giornalismo italiano, che con gli ultimi libri ha messo a nudo verità scomode vecchie di sessant’anni, scontentando i suoi vecchi compagni - prosegue serio: «No, non sono diventato di destra. Purtroppo sono ancora di sinistra. Sono un cane sciolto senza collare, che non trova più la sinistra che vorrebbe. Ha presente quei vecchi cani da caccia che vanno in giro annusando, col muso basso, cercando un odore che gli somigli? Ecco, io mi sono così. Vado annusando dappertutto, ma non trovo un odore che mi piaccia. Anzi, sento in giro un fetore sempre più insopportabile...».
E questo nuovo libro?
«All’inizio volevo solo raccontare nuove storie della guerra civile. Volevo scrivere delle esecuzioni interne alla Resistenza, delle fucilazioni di comandanti partigiani che non erano in linea con la strategia del Partito Comunista...».
C’è anche una storia del Friuli Venezia Giulia...
«Sì, è l’episodio di un comandante garibaldino che comandava la polizia partigiana e che venne ucciso il 30 aprile, alla vigilia della liberazione di Udine. Me l’hanno raccontato i suoi figli, Ivo e Maria Grazia Scagliarini. Ne scrivo nel capitolo ”Colpo alla nuca”...».
Stava raccontando di com’è nato il libro.
«Sì, l’altro argomento tabù che volevo trattare è la cosiddetta strategia del delitto messa in atto dal Partito Comunista dopo la fine della guerra, e preparata in vista dell’insurrezione. Ho raccolto molte storie che riguardano una delle zone chiave del Pci dell’Italia del Nord, quella Reggio Emilia che col suo triangolo rosso era la capitale politica del partito al Nord».
Queste le intenzioni. Poi cos’è successo?
«È successo che mi sono trovato a scrivere un libro anche di attualità politica sulla sconfitta di quelle che io chiamo le dieci sinistre italiane, molte delle quali, quelle più radicali e regressiste, avevano messo i bastoni tra le ruote all’uscita del mio libro ”La grande bugia”, non riuscendo però a impedirmi di venderne qualcosa come 350 mila copie».
In certi posti le hanno però impedito di parlare.
«E questo è stato grave. Ricordo un anno fa a Reggio Emilia, e poi quella volta a Bassano del Grappa, quando hanno dovuto chiamare i fabbri per aprire la libreria dove dovevo presentare il mio volume. L’intento era chiarissimo: qui Pansa non deve parlare. Poi mi sono visto costretto a sospendere metà degli incontri che avevo previsto, soprattutto quelli nelle librerie, perchè ogni volta mi dovevo presentare protetto dalla polizia e i librai erano giustamente spaventati».
Per questo libro ha previsto incontri pubblici?
«No, ma non per paura. Penso che in un Paese dove ci sono la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita, la criminalità diffusa, le vecchiette rapinate per le strade, le ragazze strupate, i furti nelle abitazioni e tutta l’altra robaccia che leggiamo ogni mattina sui giornali, beh, in questa situazione non penso che le forze dell’ordine debbano proteggere me perchè ho scritto un nuovo libro. No, non andrò in giro per protesta».
Diceva delle sconfitte della sinistra. Prosegua.
«Le sconfitte sono quelle che sono davanti agli occhi di tutti. Queste sinistre hanno cominciato a pestarsi fra loro, a combattersi ogni giorno, al punto da mettere a rischio lo stesso governo che sostengono. Io dico che non c’è riformismo senza revisionismo, ovvero non c’è futuro senza passato. Se il tuo passato non convince, non è limpido, se continua a restare - per dirla con Napolitano - pieno di zone d’ombra, se insomma continua a puzzare di reticenza e di bugie, perchè gli elettori dovrebbero credere a quello che prometti loro per il futuro?»
Lei denuncia anche il silenzio sulla Repubblica di Salò.
«La storia la scrivono i vincitori, chi ha perso deve stare zitto e subire, lo sappiamo. Ma a distanza di sessantadue anni trovo che chi ha vinto, peraltro sotto le bandiere della libertà e della democrazia, avrebbe dovuto e potuto essere più generoso nei confronti degli sconfitti. Qui parliamo di metà del Paese costretta a non parlare della propria storia, a nasconderla. È gente che ha creduto giusto combattere, io penso che politicamente sbagliavano, ma vanno comunque rispettati».
Chi sono allora i gendarmi della memoria?
«Sono questi partiti che dovrebbero rappresentare la sinistra, e sostenerla, e invece finiscono per strangolarla. Ma anche l’Anpi, i tanti Istituti della Resistenza, i tanti storici dimezzati legati a questo o quel partito... La loro boria li ha fregati: non si sono resi conto che a forza di nascondere, di cercare di impedire che qualcuno facesse il suo piccolo lavoro, scrivendo una storia più completa della guerra civile italiana e della Resistenza, alla fine si sarebbero fottuti con le loro stesse mani. Com’è appunto successo».
Ai gendarmi della memoria il 14 ottobre si aggiungerà anche il Partito Democratico?
«Bella domanda... Io di fronte alle cose nuove mi attengo a quelle famose politologhe che sono le massaie inglesi. È la vecchia battuta del budino: sai se è buono solo dopo quarantotto ore che l’hai mangiato. La prova se Veltroni e gli altri stanno preparando qualcosa di buono o di indigesto l’avremo soltanto dopo averlo visto e provato».
Lei nutre speranze?
«Io non ho più molte speranze, davanti a queste sinistre allo sbando. Che con me si sono comportate male. Sapevano e sanno che le cose che racconto sono vere, non ho mai ricevuto smentite né denunce. Ma hanno proseguito a raccontare balle perchè hanno seri problemi elettorali, il loro fatturato è calante, hanno bisogno anche dell’ultimo voto dell’ultimo partigiano dell’Anpi... E poi perchè hanno il terrore di affrontare il passato per non veder condizionato il futuro. Senza capire quel che ho detto prima: se non hai un passato limpido non puoi avere nemmeno un futuro certo».
Dunque ha ragione Grillo?
«No, lui non mi piace. Semina intolleranza, violenza verbale, e poi quando lo vedo sul palco gridare ”Italianiii...” mi viene un brivido sulla schiena. Mi ricorda quel signore dal balcone di piazza Venezia, che io vedevo da bambino nei filmati dell’Istituto Luce, quando andavo al cinema con mio padre e mia madre... No, Grillo non mi convince. Questa storia che bisogna distruggere i partiti sarebbe tragica se non fosse grottesca. I partiti vanno riformati, non possono andare avanti come sono oggi».
Ma Stella e Rizzo segnalano che la «casta» non dà segni di voler cambiare, nemmeno dopo tutto quel che è successo in questi mesi...
«La casta non si muove fino a che non è spinta dentro il baratro. E forse non si rende conto che il baratro è vicino. Finchè l’acqua non le arriva alla cintura non si rende conto che sta per annegare. Hanno troppi interessi».
Il suo giornale, L’Espresso, ha parlato anche della casta dei sindacalisti; altri di quella dei giornalisti...
«Robetta al confronto della casta vera. Noi giornalisti, poi, al massimo siamo una castina. Una casta molto debole: non riusciamo nemmeno a firmare il contratto nazionale di lavoro. Certo, dovremmo impegnarci di più, lavorare di più. Ma quando sento dire che i giornalisti sono una casta, beh, mi viene proprio da ridere...».
Concludendo, Pansa...?
«Concludendo, in questi anni ho sempre pensato che, prima o poi, la sinistra si sarebbe resa conto che una lettura serena della guerra civile non era soltanto un obbligo etico e politico, ma rientrava pure nei suoi interessi di bottega. Parlare di quella tragedia con equità, senza soffocare le voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale, meno arrogante, meno proterva e ringhiosa. Mi sono sbagliato. La sinistra italiana non esiste più».
martedì 25 settembre 2007
Si conclude stasera nella nostra regione la seconda parte del tour 2007 del Blasco nazionale. La prima era cominciata male, nel giugno scorso, per la tromba d’aria che aveva praticamente annullato l’Heineken Jammin’ Festival di Venezia. La seconda ha toccato in questo mese di settembre - con una lunga serie di «tutto esaurito» - Firenze, Bologna, Verona (44 mila spettatori la settimana scorsa), Torino e ora Udine. Dove un mese fa ci si è messa di mezzo anche l’opposizione dell’Udinese Calcio, timorosa per gli eventuali danni al manto erboso dello stadio che ne ospita le partite. Pericolo comunque scampato, dopo le garanzie fornite dagli organizzatori.
La festa può dunque andare in scena, e stavolta - visti il calendario e le temperature - è una festa musicale di fine estate. La lunga stagione del rock 2007, che era cominciata tre mesi fa proprio a Udine con l’unica data italiana del tour mondiale dei Red Hot Chili Peppers, si conclude stasera con l’ennesima esibizione in regione dell’inarrivabile campione del rock italiano, l’unico in grado di riempire sempre e comunque, a Trieste come a Palermo, le strutture prese a prestito dal calcio.
Ma ecco la scaletta dello spettacolo di questa sera, suscettibile come sempre di modifiche. Vasco entra in scena sulle note elettroniche di una «Cavalleria Rusticana» virata in rock e rammenta subito al suo popolo che «Basta poco» (il brano diffuso mesi fa soltanto su Internet). Poi tocca a «Cosa c'è» e «Blasco Rossi», legate dai ghirigori della sezione fiati. «Voglio andare al mare» vive di pulsioni reggae e lascia il posto a «La compagnia», il classico di Lucio Battisti cui Vasco ha regalato quest’anno nuova popolarità e seconda giovinezza.
Dopo «Buoni o cattivi» e il clima rock’n’roll di «Lunedì», è tempo del primo inedito: «Non sopporto», che sarà compreso nel suo nuovo album, atteso per il 2008. È un rock che parla dell’arroganza e della falsità delle persone. Il disco che lo comprenderà pare sia praticamente già pronto, ma la sua pubblicazione è stata fatta slittare per problemi della casa discografica.
Si riparte da «Anima fragile» (brano assente da tanti anni dai concerti), si prosegue con «Siamo soli», «Un senso» e un medley che comprende «Domani sì adesso no», «La strega» (altra canzone che Vasco non eseguiva dal vivo da molto tempo), «Cosa vuoi da me», «Delusa», «Sono ancora in coma»... Poi comincia la discesa verso il gran finale: «Vivere una favola», «Stupendo», «Come stai», «Sally», «C'è chi dice no», «Gli spari sopra», «Siamo solo noi»... E ancora «Rewind», «Ciao», «Stupido hotel» (di solito con la presentazione della band), «Bollicine», «Vivere», «Vita spericolata», «Canzone», «Quanti anni hai»... E a questo punto manca all’appello solo «Albachiara», che come sempre chiude le danze.
Per il concerto di stasera, gli organizzatori di Azalea Promotion informano che sarà ancora disponibile alle casse dello Stadio Friuli un limitato numero di biglietti. Gli altri (in vendita a un prezzo fra i 39 e i 48 euro, compresi i diritti di prevendita) sono andati tutti esauriti da un pezzo. Tanto che su Internet qualcuno giorni fa li offriva a 150/200 euro...
domenica 23 settembre 2007
SPRINGSTEEN Torna il Boss. Dopo il singolo apripista «Radio nowhere» (regalato qualche settimana fa su Internet, in Italia dal sito di Repubblica), ora l’attesa dei fan è per il 28 settembre, quando uscirà «Magic», il nuovo album di Bruce Springsteen, il primo dopo cinque anni della leggenda del rock di nuovo assieme alla E Street Band. Con annesso tour mondiale in partenza il 2 ottobre dagli Stati Uniti (a Milano il 28 novembre).
Ma di questi tempi non basta regalare un singolo (fra l’altro giudicato facilotto da molti springsteeniani della prima ora: alcuni hanno parlato di «canzone per le masse»...) al popolo di Internet. Sulla Rete è infatti già possibile trovare senza difficoltà i file di tutte le canzoni del nuovo album. Il cui effetto sorpresa è dunque stato in buona parte annullato.
"Magic", prodotto da Brendan O’Brien, arriva dopo «Devils and Dust» (2005) e dopo il tributo a Pete Seeger, che nel 2006 ha dato vita a un album e un tour con la Seeger Sessions Band. Stavolta si torna al rock, e la presenza della E Street Band in questo senso è qualcosa di più che una dichiarazione di intenti. È un album «costruito per essere suonato dal vivo», ha detto il cinquantottenne Boss in un’intervista.
Fra i brani «rubati» dalla Rete, colpiscono «Long walk home» (definita dal manager dell’artista, John Landau, «il riassunto del disco e uno dei grandi capolavori di Bruce...») ma anche «Last to die» e «Devil’s arcade»: due canzoni politiche, che parlano della guerra, dove c’è «chi muore per errore» e «chi forse sognava una vita diversa, una casa in una strada tranquilla».
E ancora la ballad che dà il titolo all’album, «Magic», e poi «You’ll be coming down» (col sax di Clarence Clemons in primissimo piano), «Livin’ in the future» (dai toni cupi, quasi pessimisti), «Your own worst enemy» (col clima di paura che sembra essersi impossessato di ogni casa, di ogni strada d’America), «Gipsy biker», «Girls in the summer clothes» (quasi una pausa di leggerezza), «I’ll work for your love»... Alcuni di questi episodi richiamano da vicino tutta l’epopea springsteeniana della provincia e delle storie americane, quella che da oltre trent’anni fa amare il Boss in mezzo mondo. Ma la prima impressione è che manchi il capolavoro, uno di quelli da aggiungere alla lunga lista...
L'uscita di «Magic» precederà l'avvio del tour mondiale, che - come si diceva - partirà il 2 ottobre da Hartford negli Stati Uniti e farà tappa in Europa partendo da Madrid il 25 novembre per finire il 2 dicembre a Londra. Trentuno date in tutto, con un'unica tappa italiana, il 28 novembre al Datchforum milanese.
Intanto, i seguaci del rocker del New Jersey possono ingannare l’attesa ascoltando «Play it as it lays» (SonyBmg), terzo album di Patti Scialfa, moglie nonchè corista di Springsteen. Con l'aiuto del produttore e batterista Steve Jordan, la signora propone un intrigante viaggio tra le radici nere del rock, dimostrando di non essere particolarmente influenzata dal partner. Che comunque compare nel disco, suonando chitarra e armonica in alcuni brani.
Patti parla la lingua del blues, del gospel, del soul, materiali culturali e sonori trattati con l’approccio e la sensibilità di un’artista bianca. Niente cantautorato americano al femminile, insomma, ma il disco e le canzoni di una donna grintosa che dimostra di sapere il fatto suo. E di essere in crescita rispetto alle prove prevedenti. Fra i brani, «Looking for Elvis» e «Town called Heartbreak».
MINA Torna anche Mina, e stavolta non è il tradizionale doppio autunnale. «Todavia»(Pdu - SonyBmg) è un album di canzoni relativamente recenti del suo repertorio, quasi tutte riarrangiate e risuonate e (ovviamente) ricantate. Ma la novità è che in questo disco Mina, popolarissima anche nel mondo latino, torna a cantare in spagnolo. E il disco - che schiera due inediti, tre classici e alcuni duetti - esce anche in Spagna, Messico, Brasile e Argentina.
Il malinconico «Valsinha» è un pezzo scritto nel ’71 da Chico Buarque De Hollanda con Vinicius De Moraes. Mina e Chico si conoscono dal ’67, dai tempi della «Banda». Anche Joan Manuel Serrat è un vecchio amico di Mina nonchè l'autore di «Bugiardo e incosciente», che è del ’69. Il titolo del duetto è «Sin piedad».
Miguel Bosè sta vivendo una nuova giovinezza artistica grazie all’album «Papito». «Penso di amare Mina da quando ho l'uso della ragione», dice, lui che nel film di Almodovar «Tacchi a spillo» mimava in playback «Un ano de amor». Il brano scelto per il loro duetto è «Agua y sal», versione spagnola del successo inciso con Adriano Celentano, e già inserito dal figlio di Dominguin in «Papito».
Il duetto con Tiziano Ferro pare sia stato suggerito dai collaboratori messicani di Massimiliano Pani che, come d'abitudine, è il produttore-arrangiatore dei dischi della madre (Ferro in America Latina va fortissimo): ne è venuta fuori una «Cuestiòn de feeling», cover del classico di Riccardo Cocciante «Questione di feeling», assolutamente da manuale.
Ma la presenza più curiosa è certamente quella di Xavier Zanetti, il capitano argentino dell'Inter chiamato a svolgere la parte che fu tanti anni fa di Alberto Lupo nell'indimenticabile «Parole parole», il primo classico del disco, dal varietà televisivo «Teatro 10».
Il disco apre anche una finestra sul flamenco grazie a Diego El Cigala, allievo di Camaron de la Isla, uno tra i migliori cantanti della nuova generazione. Con Mina canta «Un ano de amor», secondo classico del cd, ripescato da uno Studio Uno del ’65.
MANU CHAO L’estate è passata anche con il ritmo contagioso di «Toda joia toda beleza», successo estivo di Roy Paci in duetto con Manu Chao. Che ora arriva con un nuovo cd tutto suo, sempre all’insegna della contaminazione fra suoni, lingue e culture. L’ex leader dei Mano Negra alterna inglese, castigliano e francese, in una vera babele linguistica, e passa dal rock alla rumba catalana e alle ballate in stile sudamericano. Ventuno brani (compresi i cinque bonus), col siciliano Paci che ricambia l’ospitalità e suona la tromba in «Mala fama». «La Vida Tómbola» è invece dedicato a Maradona, per la colonna sonora del film-documentario sul calciatore diretto da Emir Kusturica.
MIA MARTINI Mia Martini ha lasciato molto materiale, dagli esordi beat alle prove da grande interprete. «Liberamente Mia» è un progetto curato da Menico Caroli, comprendente un dvd, un cd e un libretto. Soprattutto il primo, che dura quasi due ore, con la sequenza cronologica delle apparizioni televisive e le dichiarazioni di Mimì, forma un ritratto potente e vero dell’artista calabrese. Storia, curiosità e ricordi si mescolano alle note. Fra gli immortali brani: «Padre davvero», «Minuetto», «Piccolo uomo», fino a «E non finisce mica il cielo», «Almeno tu nell’universo», «Spaccami il cuore», «Gli uomini non cambiano»... Grandissima.
martedì 7 agosto 2007
Prima della sua apparizione la musica leggera americana era divisa in tre generi, ben separati l’un dall’altro: il pop (da «popular», popolare), il country e il rhythm’n’blues. I primi due rigorosamente bianchi, il terzo assolutamente nero. Lui arriva, prende la musica dei bianchi e la mischia con quella dei neri, usa il corpo e non solo la voce, abbatte schemi e barriere, dà voce - forse inconsapevolmente - alle ansie e alle aspirazioni di una generazione sopravvissuta alla guerra.
Elvis era nato a Tupelo, Mississippi, l’8 gennaio del ’35. A diciotto anni si trasferisce con la famiglia a Memphis, dove lavora come camionista. La leggenda vuole che un giorno, nell’estate del ’54, passando col camion sulla Union Street, vede che alla Sun Records con un dollaro si poteva registrare un disco da portarsi a casa. È il compleanno dell’amatissima madre, Gladys Smith, e lui decide di regalarle un suo disco, con incisa una vecchia ballata che aveva sentito alla radio fin da ragazzo: «My happiness». Il proprietario della piccola sala d’incisione, un certo Sam Philips, ascoltato il ragazzo, si rende subito conto che aveva trovato quel che stava cercando da anni: un ragazzo bianco che cantasse con la stessa intensità di uno di colore...
Chissà se poi è andata veramente così. O se anche questa ricostruzione fa parte della sapiente e meticolosa strategia che la Rca usò per lanciare sul mercato prima americano e poi mondiale quello che di lì a poco sarebbe diventato il re del rock’n’roll. Alla faccia di quelli - Chuck Berry, Carl Perkins, Bill Haley... - che erano arrivati prima di lui.
Con Elvis, che pure è solo interprete di canzoni scritte da altri, l’America assiste al miracolo della musica dei bianchi mischiata a quella dei neri, il country del Sud rurale assieme al rhythm’n’blues nato nei campi di lavoro e nelle chiese, e poi diventato musica da ballo e da intrattenimento. Con la conseguenza che vengono abbattute anche le barriere fra le classifiche di vendita dei dischi, che prima di lui erano rigorosamente separate.
Il figlio di Vernon Presley fu il crinale del cambiamento. Prima del suo avvento i figli dell’America che aveva salvato il mondo dal nazifascismo ascoltavano Frank Sinatra assieme ai genitori, pronti a ereditarne i valori, il benessere, l’automobile. Lui fece il botto, coniugando le due grandi famiglie della musica popolare americana. Melodia e ritmo, Nashville e canti gospel, in una miscela di suoni, movenze, atteggiamenti, e con l’importante aggiunta di una forte spinta ritmica di chiara ispirazione sessuale.
Era il ’56. E nell’America che combatteva la guerra fredda quel suo provocatorio e sin troppo allusivo modo di roteare il bacino - da cui il soprannome «the Pelvis» - non venne accolto favorevolmente dal mondo degli adulti. Ma fu la miccia che accese la carica di ribellione dormiente in milioni di giovani corpi e menti. E che aspettava solo di esplodere.
Dopo aver contribuito a cambiare l’America e il mondo, Elvis Aaron Presley morì il 16 agosto del 1977. Aveva soltanto 42 anni e pesava oltre 120 chili. Devastato dal cibo e dall’alcol, dai farmaci e dalle droghe. E forse dal peso di un successo che avrebbe schiantato chiunque.
Un successo che sopravvive alla sua morte, generando un business multimiliardario ma anche mille leggende. Fra le quali quella ricorrente secondo cui Elvis non è mai morto. È quanto scrive in questi giorni anche l’edizione latinoamericana di Rolling Stone: l’ormai settantaduenne «re del rock’n’roll» risiederebbe in Argentina, lì riparato nel ’77 nientemeno che con la collaborazione di Cia e Fbi. Insomma, il mito continua, ammantato persino da un alone di immortalità.
lunedì 6 agosto 2007
Prima c’era stato il beat, i dischi erano i 45 giri, i gruppi si chiamavano Rokes (inglesi che trovarono l’America in Italia, e il cui leader Shel Shapiro era guardacaso presente ieri sera sul palco e ha una parte importante nel terzo capitolo del «Concerto Grosso»), Equipe 84, Dik Dik, Camaleonti, Corvi... I cui successi erano spesso le versioni italiane - oggi si direbbe «cover» - di brani inglesi e americani.
A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta dall’Inghilterra cominciarono ad arrivare gruppi come King Crimson, Genesis, Jethro Tull, Yes, Gentle Giant. Il cosiddetto «rock progressive» che spesso, e sicuramente almeno all’inizio, ebbe maggior successo in Italia che nel paese d’origine.
I New Trolls avevano già sperimentato la formula del «concept album» (un unico tema su cui ruota tutto il disco) con «Senza orario senza bandiera», su testi del grande De Andrè, genovese come loro. Ma «Concerto Grosso», con la marcata impostazione sinfonica, e con quell’idea di trasporre in rock la formula del Seicento, consistente in un piccolo gruppo di solisti su un palco assieme all’orchestra per dar vita a una sorta di botta e risposta, fu il vero elemento di rottura fra passato e futuro, il crinale del cambiamento non più rinviabile.
I 45 lasciarono allora il posto ai 33 giri, le canzonette di tre minuti furono sostituite dai brani lunghi e a volte da vere e proprie suite: lunghe composizioni che occupavano un lato intero di quel disco chiamato «long playing» (o «ellepì»), senza apparente soluzione di continuità. E i complessi diventarono i gruppi, le band: Orme, Premiata Forneria Marconi (nome sintetizzato nell’acronimo Pfm, discendenti dei Quelli), Osanna, Banco del Mutuo Soccorso (Bms, oppure semplicemente Banco), Delirium, Area, tanti altri. Che avevano una caratteristica: pur influenzati dalle tendenze musicali straniere, cercavano comunque di creare un genere con sonorità proprie.
Quel «Concerto Grosso» - risentito dopo tanti anni ieri sera a Trieste, assieme al secondo capitolo uscito nel ’76 e al terzo, «The seven seasons», pubblicato un mese fa - era e rimane tuttora un magistrale connubio tra melodia classica e pop-rock sinfonico, in bilico fra passato e presente, fruibile dai ragazzi di ieri e da quelli di oggi. Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo, finalmente riuniti dopo anni di incomprensioni e sterili baruffe, ebbero allora l’intuizione di affidarsi al genio del musicista e arrangiatore argentino Luis Enriquez Bacalov, futuro Premio Oscar. Oggi sembrano restituiti a nuova giovinezza. E in grado di far rinascere la magia di quegli anni.
mercoledì 1 agosto 2007
Millenovecentosessantasette. Giusto quarant’anni fa. Chi è stato ragazzo allora ha pensato per un lungo istante di poter cambiare il mondo con la forza delle idee e degli ideali, della fantasia e della creatività. Poi quasi sempre è successo che sono stati il mondo, la vita, a cambiare quegli ormai ex ragazzi. Ma è un fatto che proprio a partire da allora è cambiato tutto, o quasi: società, linguaggio, politica, rapporti, sesso, usi e costumi, abbigliamento, musica...
Già, la musica. Quei ragazzi impazzivano per Beatles e Rolling Stones, per Bob Dylan e Jimi Hendrix, ma erano attratti anche una lunga teoria di gruppi italiani - anzi complessi, come si diceva all’epoca - pochi dei quali sopravvissuti al decennio successivo. L’eccezione che conferma la regola si chiama New Trolls, nati a Genova proprio in quel ’67, che hanno attraversato quattro decenni fra dischi importanti (come «Senza orario senza bandiera», testi di Fabrizio De Andrè, 1968) e assai trascurabili, tournèe in mezzo mondo, comparsate a Sanremo, baruffe, divisioni, riappacificazioni, maldestri tentativi di rilancio...
Le due anime del gruppo sono sempre state rappresentate da Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo. Per anni si sono guardati storto, originando due tronconi (il primo con La storia dei New Trolls, il secondo con Il mito dei New Trolls, mentre un altro ex, Gianni Belleno, s’inventava persino Cuore New Trolls...), ognuno dei quali pretendeva di avere il copyright sul marchio di fabbrica. Ora pare si siano resi conto che non trattavasi di questioni di vita o di morte, ci hanno messo una pietra sopra, e sono ripartiti. Assieme.
Di più. Domenica in piazza Unità, a Trieste, nell’ambito del quarto Trieste Roch Summer Festival di cui scriviamo qui sotto, celebreranno questa «reunion» che per gli ex ragazzi degli anni Sessanta e Settanta assume una valenza e un significato particolari, con l’esecuzione dal vivo della trilogia formata dal primo «Concerto Grosso» (suite sinfonica per gruppo e orchestra scritta da Luis Bacalov e uscita nel ’71, primi vagiti del progressive italiano), dal secondo (’76) e dal terzo, pubblicato quest’anno col titolo «Concerto Grosso n. 3 - The seven seasons».
A Trieste gruppo e orchestra. Da un lato, oltre a De Scalzi e Di Palo, Alfio Vitanza alla batteria, Andrea Maddalone e Mauro Sposito alla chitarra, Francesco Bellia al basso. Dall’altro l’Orchestra San Marco di Pordenone, diretta da Stefano Cabrera.
«Per un periodo - spiega De Scalzi - io e Nico non ci siamo parlati perchè c’era gente che aveva interesse a tenerci distanti per poter sfruttare il nome del gruppo. Dopo il suo incidente automobilistico (Di Palo dieci anni fa rimase in coma quattro settimane, e tuttora ha problemi che non gli permettono di suonare la chitarra ma lo costringono a dedicarsi solo alle tastiere - ndr) ci siamo riavvicinati, e via via si è ricreato lo spirito delle origini. Fino alla decisione di ricominciare...».
E in un paese pieno di vecchi cantanti che propongono e ripropongono fino alla nausea le loro vecchie canzoni, successi di una sola estate, onore al merito di chi rifiuta di vivere soltanto sugli allori passati ma vuole proporre ancora qualcosa di nuovo. «Se entri nel giro del revival e delle feste di piazza - riflette De Scalzi - sei praticamente finito. Diventi una sorta di jukebox, il pubblico viene a vederti e vuole quelle canzoni lì e nient’altro. Non gliene frega niente di quel che tu vorresti esprimere in questo momento...».
Per ripartire, i New Trolls si sono affidati alla collaborazione di un altro «ragazzo» dei loro tempi, Shel Shapiro dei rivali di allora Rokes, cui quarant’anni in Italia non hanno ancora tolto quell’accento inglese che all’epoca faceva impazzire le ragazzine. Shel - che assieme ad Edmondo Berselli ha scritto l’opera rock «Sarà una bella società», presentata all’ultimo Mittelfest di Cividale - ha prodotto e scritto i testi del terzo capitolo di «Concerto Grosso».
«Con lui - dice De Scalzi - ci siamo capiti subito perchè ci conosciamo dai tempi dei nostri esordi. I testi del primo ”Concerto Grosso” erano shakespeariani, stavolta abbiamo voluto continuare con i testi in inglese e allora ci siamo affidati a lui. L’idea è stata di Franz Di Cioccio, della Pfm...».
A Trieste verrà anche registrato un dvd dal vivo che uscirà a fine anno. «Sul palco con noi ci sarà anche Shel, con un suggestivo intervento parlato. E sarà la prima volta che eseguiremo tutta la trilogia dal vivo, gruppo e orchestra. Anche il primo capitolo non era mai stato suonato dal vivo con l’orchestra, all’epoca c’erano problemi ad amplificare in una piazza tanti strumenti. Il test che abbiamo fatto in Giappone è andato benissimo...».
Sì, perchè un altro fatto da sottolineare è che i New Trolls - nonostante baruffe e separazioni - in tutto questo tempo hanno sempre avuto un grande successo di critica e di pubblico in Estremo Oriente. «In Giappone e in Corea, ma anche in Messico - conferma De Scalzi - amano molto il rock progressive. E mentre in Italia la nostra immagine è stata nel corso dei decenni ”sporcata” da alcune derive leggere, laggiù conoscono e amano solo la parte del nostro repertorio legata al rock...».
Vittorio De Scalzi conclude con un ricordo che assume i toni dell’aneddotto. «Sono contento di celebrare la nostra ”reunion” a Trieste. Di cui ho un ricordo particolare. Sarà stato il ’69, forse il ’70. All’epoca Nico faceva delle grandi performance alla chitarra elettrica alla maniera di Jimi Hendrix, con tanto di assolo con i denti, dopo il quale, al culmine dell’eccitazione, lanciava la chitarra fra il pubblico. Ovviamente avevamo un addetto che, ogni sera, andava a recuperare la chitarra. Ebbene, a Trieste, sotto un tendone che era stato eretto in periferia, la chitarra non tornò al suo posto. Ricordo che la vidi passare di mano in mano, e poi in lontananza vedemmo un ragazzo che si allontanava in moto con la chitarra di Nico sotto braccio...».
Alla fine, forse pensando anche a quella chitarra mai più ritrovata, il sessantenne De Scalzi se ne esce con questa riflessione: «Oggi sembra che nella musica non ci sia più nulla da inventare, e invece cercare suoni nuovi con strumenti veri fa ancora la differenza. Quand’eravamo ragazzi sembrava che il futuro fosse eterno, che ogni meta fosse possibile e si sapeva anche aspettare. Oggi i ragazzi vogliono avere tutto subito, vivono alla giornata, non hanno un progetto. Chissà, forse a volte sarebbe bello ricominciare dalle nostre speranze di allora...».
martedì 24 luglio 2007
Aggiungi che tre settimane fa è uscito il suo nuovo album «Il contrario di me», a quattro anni dal precedente lavoro in studio. Che è tornato da poco da Dublino, dove ha curato la regia di «Pulcinella» e «Arlecchino», dalle rispettive opere di Stravinskij e Busoni. Che nei momenti liberi (ma quali...?) ha ripreso a suonare «seriamente» il jazz. Che sta lavorando al suo allestimento di «Beggar’s Opera», atteso al debutto il 20 marzo 2008 al Comunale di Bologna. E che farà delle colonne sonore per dei film-tv su Raiuno. Insomma, a sessantaquattro anni l’artista bolognese non molla. Anzi...
Dalla, i Beatles con «When I’m sixty-four» identificavano la sua attuale età come quella dei remi in barca...
«Altri tempi. Io ho la fortuna di continuare a fare le cose che mi piacciono, che mi interessano, che mi incuriosiscono. E poi devo confessare che mi guardo allo specchio più adesso di quando avevo vent’anni. E la cosa incredibile è che mi trovo più fico adesso...».
Il nuovo disco com’è nato?
«Nei ritagli di tempo, tra regie teatrali e operistiche, fra concerti pop e lezioni universitarie (Dalla insegna da anni alla facoltà di sociologia a Urbino - ndr), fra colonne sonore e improvvisazioni jazz. Prendendo spunto dal mondo che mi sta attorno, dagli incontri che faccio, ascoltando insomma la gente...».
Qualcuno ha detto che è il disco della semplicità.
«Mi piacerebbe che lo fosse. La semplicità in fondo la troviamo già nel Vangelo. Ho letto il libro di Ratzinger sull’amore, mi è piaciuto, ma l’ho trovato imbarazzante quando cerca di spiegare cose che teologicamente forse non è necessario spiegare, come per esempio le parabole. Il messaggio del cielo è chiaro, l’efficacia del linguaggio che usava Gesù stava proprio nella semplificazione...».
Che tipo di credente è lei?
«Io credo in Dio e nei fuochi artificiali, cioò in tutte le cose che vedo e non vedo. Dio non lo vedo ma lo sento, i fuochi li vedo e li sento. Io sono un credente proprio come caratteristica generale. Sono un credente praticante ma con grande fatica e spesso con grande noia, mi addormento durante la messa, una volta in una chiesa in Sicilia sono anche caduto per terra e mi hanno lasciato dormire fino alla fine della messa...».
Nella canzone «La mela» immagina che Adamo ed Eva si reincontrano.
«Sì, la canzone è nata l’anno scorso, mentre ero in Salento per partecipare alla Notte della taranta. Ho sognato che i due amanti si ritrovano a Gallipoli, rievocano la cacciata dal paradiso terrestre, ricordano ma non stanno a recriminare più di tanto, e poi alla fine di salutano augurandosi buona fortuna, com’è giusto e normale fra persone che si sono amate. Una visione forse poco ratzingeriana, ma tutto sommato molto cristiana.»
Anche «I.N.R.I.» è spirituale sin dal titolo.
«È un dialogo tra un angelo e un diavolo, che sono io. Il primo, volando su New York, tampona un jumbo e cade sulla 42.a strada. Il secondo viene espulso dall’inferno perché qualcuno gli ha sentito dire una frase gentile. Si ritrovano insieme, l’angelo a pregare il Signore, il secondo a pregare l’angelo di rivolgersi per lui a Dio: il demonio in fondo è un’invenzione divina, il bene senza il male mi farebbe quasi paura».
Torniamo alle cose terrene. Dopo Nuvolari e Ayrton Senna, ora canta Valentino Rossi.
«”Due dita sotto il cielo” è nata il giorno in cui un giornalista giapponese mi chiese cosa pensavo di quel ragazzo marchigiano insignito di una laurea honoris causa in Scienze della comunicazione. Canto Valentino non come campione sportivo ma come campione di umanità. Lui ha il gusto dell’eterna giovinezza, della continua scoperta. È eccezionale nella sua normalità. Non potevo cantarne le vittorie perchè ancora troppo giovane. Così ne ho cantato la giovinezza assoluta, la vita che gli esplode tra le dita: mi ricorda un po’ Alessandro Magno, è un imperatore della comunicazione, mi ha indotto a descrivere uno stato di grazia, quando il cuore è pronto a grandi imprese».
Grandi imprese che il protagonista di «Liam» non conosce.
«Liam è quello del film ”Sweet sixteen” di Ken Loach: un ragazzotto di quel sottoproletariato che nessuna globalizzazione ha cancellato, cui appartenevano anche Anna e Marco, oppure i ragazzi della ”Gomorra” raccontata da Saviano, che per me può essere considerato l’erede della Fallaci. La mamma è in galera, il papà non c’è, il suo sogno è dare una casa alla madre, ma poi finisce per spacciare anche lui. È una storia di subalternità, di classi oppresse. La storia di un uomo solo, che vive la sua vita randagia con serenità, sa che il mondo non lo vuole ma non gliene importa».
La politica? Il partito democratico?
«Stimo Veltroni e forse il partito democratico servirà veramente alla politica italiana, ma in questo momento credo poco nella politica, così separata dalla gente già nel linguaggio. Fossi Veltroni preferirei fare il sindaco di Roma che il segretario di partito. De Andrè parlava della democrazia dei condomini...».
«Spengo il telefono... e ti cancello»: un’altra sua canzone che parla dello strumento che ha cambiato la vita delle persone.
«Io sono uno che subisce il telefono più di quanto lo usi. Certo, ha cambiato i rapporti e anche la vita, ma basta non esserne vittime. È anche uno strumento di congiunzione fra vari stati sociali, se pensiamo che nell’Ottocento le persone si scrivevano ma c’erano delle barriere nella comunicazione. Oggi invece il telefono, con quel che si dice e non si dice al telefono, diventa protagonista anche della vita pubblica».
Il disco è uscito anche in edicola, abbinato a Repubblica e L’Espresso. Una scelta sua o del marketing?
«È stata un’idea mia, nata dal fatto che io stesso sono un lettore e anche a me capita di comprare i dischi in edicola. Di solito abbinate ai giornali escono le raccolte o le ristampe. Io ho voluto proporre un disco di inediti e ciò mi ha consentito di abbassare il prezzo, sia in edicola che in negozio».
Prince ha addirittura regalato il nuovo disco in allegato a un quotidiano inglese...
«Ormai la musica è dappertutto, il sistema di distribuzione sta vivendo un’autentica rivoluzione. I negozi trazionali resistono ancora, ma si può acquistare in rete su i-tunes, in edicola, nei supermercati... La gente compra il disco dove lo trova. E questo è un fatto positivo, che va assecondato».