...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
lunedì 15 ottobre 2007
Ma sentiamo i fatti come li hanno vissuti loro, i Negrita. «Veniamo invitati - scrive la band in una nota inviata al ”Piccolo” - per chiudere con un concerto i festeggiamenti per l’evento annuale della Barcolana. È l’organizzazione locale, e non la nostra agenzia, a pianificare gli orari del nostro intervento. Tutto si svolge regolarmente. Al momento del nostro ingresso sul palco, il pubblico e la piazza scolpiscono un gran colpo d’occhio».
«Eppure - proseguono - appena il tempo d’iniziare e ci viene intimato di chiudere perché è già troppo tardi. Le luci si spengono e a noi resta da affrontare la frustrazione di molti che hanno dedicato la serata, se non l’intera giornata e svariati chilometri d’autostrada, a qualcosa che alla fine è mancato».
Conclusione dei Negrita: «Siamo un gruppo rock. Questa lettera non è per salvare la nostra reputazione, ma per segnalare ai cittadini di Trieste il caso, amministrativo e tutto italiano, di una città che spende dei soldi per organizzare una festa, e sul più bello stacca la spina».
Postilla: «L’idea di occupare uno spazio importante su un quotidiano per dare spiegazioni su qualcosa che ci riguarda non c’è mai piaciuta. Questa, dunque, in tredici anni, da quando suoniamo, è la prima volta. Ma il motivo c’è, e ci sembra opportuno sottoporlo all’attenzione dei numerosi cittadini che sabato sera hanno affollato la piazza».
Qualcosa dunque non ha funzionato nell’organizzazione della serata. Mario Viscardi, dell’agenzia Piano B di Milano, direttore del festival: «Mi assumo la responsabilità di quanto è successo. Anche se alla fine, su una scaletta prevista di un’ora, i Negrita hanno potuto suonare per quaranta minuti. Se loro pensavano a un concerto di un’ora e mezzo, beh, questo non era previsto da nessuno...».
«Comunque - prosegue Viscardi, che negli ultimi anni ha curato quattro edizioni del festival - qualcosa non è andato per il verso giusto. Il Comune di Trieste ci aveva chiesto di chiudere le tre serate alle 23.30, ma una mezz’ora di flessibilità era sottintesa. Giovedì e venerdì abbiamo chiuso dieci minuti dopo mezzanotte. Sabato, dopo che nel pomeriggio il sindaco si era già lamentato per il volume degli amplificatori durante le prove, alle 23.30 si sono presentati i vigili intimandoci di chiudere. Abbiamo trattato ma sono stati inflessibili. E alle 23.55 siamo stati costretti a concludere...».
L’organizzatore non comprende motivo e cause di quel che è successo e comunque non reputava possibile un anticipo dell’orario di inizio, pur considerando che sabato c’erano quattro gruppi in programma (Makako Jump, L’Aura e Styles, prima dei Negrita, con lunghi cambi palco occupati dalla musica lanciata dal dj), al posto dei tre delle serate precedenti. «Non volevo e non potevo - dice Viscardi - far cominciare i Makako Jump, che fra l’altro suonavano gratis, alle 20.30 con la piazza mezza vuota».
«E comunque - conclude l’organizzatore - c’è qualcosa che mi sfugge: mi sembra strana tutta questa rigidità alla fine, dopo il grande sforzo fatto da tutti perchè le cose andassero per il meglio».
Già, sarebbe come organizzare il Carnevale di Rio a casa tua e poi pretendere che a mezzanotte meno cinque si concludano le danze e tutti a nanna...
L’appuntamento è già fissato per il 9, il 10 e l’11 novembre, alla Sala Bergamas di Gradisca d’Isonzo. Dove va in scena la creatura di Tullio Angelini giunta alla sua ottava edizione nell’arco di diciannove anni. «Ebbene sì - conferma l’anima della rassegna -, l’anno prossimo festeggiamo il nostro ventennale, visto che abbiamo cominciato nel lontano 1988 a Gorizia, dove si sono svolte le prime cinque edizioni, una all’anno, con continuità, fino al ’92, quando si è aperto quello che io chiamo il lungo buco...».
«All Frontiers» è andata infatti in letargo per una dozzina d’anni, soprattutto per la mancanza di finanziamenti e le conseguenti difficoltà economiche che attanagliano qualsiasi iniziativa che non strizza l’occhio alle mode e al mercato. Anche se con l’associazione More Music - che a un certo punto era più nota in certi ambienti musicali newyorkesi che non in Italia - ha continuato a produrre dischi e iniziative di qualità.
«Ci siamo risvegliati da questo letargo - prosegue Angelini - con l’edizione del 2005 e poi dell’anno scorso a Gradisca, dove torniamo anche quest’anno, perchè era il momento giusto. Noi non siamo cambiati. Vent’anni fa la nostra proposta pioneristica cresceva e si sviluppava nel deserto, musicalmente parlando, che era l’Isontino ma anche tutta la regione. Che ora propone un ventaglio incredibile di proposte, solo se raffrontato alla situazione di due decenni fa».
«Noi continuiamo a rivolgere la nostra attenzione - conclude l’organizzatore monfalconese - alle proposte e alle produzioni non commerciali. Il solco è sempre quello, quello tracciato vent’anni fa, che vogliamo percorrere ancora, senza presunzione, ma con la consapevolezza che esistono dei vuoti da colmare. Il pubblico, o almeno una parte di pubblico, ha bisogno di musiche ”altre”. Musiche per sperimentare e forse, alle volte, per avvicinare qualcosa che ci sfugge...».
Vediamole, allora, le musiche ”altre” scelte per questa edizione di «All Frontiers». Venerdì 9 novembre si comincia con la violoncellista statunitense Frances-Marie Uitti (per lei ha scritto anche Luigi Nono, è considerata «the Grande Dame of the avant garde»); l’italiano Federico Passera con il suo ensemble e lo spettacolo «Tema con soffio inverso»; il trio tedesco/svizzero formato da Peter Brötzmann (fiati), Marino Pliakas (basso elettrico) e Michael Wertmüller (batteria); la cantante turca Saadet Türköz (che vive da tempo a Zurigo).
Sabato 10 novembre tocca a Wayne Horvitz & Gravitas Ensemble (Stati Uniti); il duo formato da Margareth Kammerer (voce) e Daniela Cattivelli (computer e campionatore) con lo spettacolo «I miss you paradise»; il chitarrista americano Marc Ribot (uno che ha messo le sue corde al servizio di gente del calibro di Wilson Pickett, Tom Waits, Elvis Costello, Marianne Faithfull...).
Domenica 11 novembre gran finale con il musicista e compositore inglese Clive Bell (collaborazioni con David Sylvian e Brian Eno, fra i tanti); il trio del trombonista Giancarlo Schiaffini (con Walter Prati al violoncello e la cantante Silvia Fanfani Schiavoni); il chitarrista giapponese Keiji Haino (figura quasi misteriosa attorno alla quale gravita tutta la scena del rock psichedelico nipponico, per la prima volta nella nostra regione), prima da solo e poi in duo con il sassofonista tedesco Peter Brötzmann; il duo femminile svedese Midaircondo.
Tutti i concerti sono «eventi unici» per l’Italia, si svolgono alla Sala Bergamas di Gradisca, con inizio alle 20.30, e sono a ingresso libero. Altre informazioni su www.moremusic.it
domenica 7 ottobre 2007
ANNIE LENNOX Eleganza e fascino, nel pop-rock inglese degli anni Ottanta, avevano il volto e la voce di Annie Lennox. Negli Eurythmics (con Dave Stewart) e poi da sola, la bionda signora scozzese ha venduto quasi 80 milioni di dischi, vinto un Oscar e quattro Grammy. Oggi, con l’esperienza dei suoi cinquantatre anni, dimostra di volersi occupare delle cose di questo nostro vecchio e malandato mondo. Lo fa con l’impegno al fianco di Nelson Mandela in un’organizzazione che lotta per i diritti e la cura dei malati di Aids. Lo fa con questo nuovo disco, quasi un compendio musicale del suo impegno civile: «Songs of mass destruction»(SonyBmg), un titolo («canzoni di distruzione di massa») che evoca la balla guerrafondaia di Bush sulle «armi di distruzione di massa» che Saddam non aveva...
Nel disco, a tratti sembra di ascoltare una cantante soul, a tratti quella grande pop singer britannica che è sempre stata. E gli anni trascorsi non hanno scalfito il fascino di una voce inconfondibile e di una personalità carismatica con cui è difficile mettersi a confronto.
L'album - prodotto da Glen Ballard, quello di «Jagged little pill» di Alanis Morrissette, e registrato a Los Angeles - è un pesante atto di accusa contro chi, mentendo sulla questione delle armi di distruzione di massa, ha provocato la guerra in Iraq. Un attacco quindi agli Stati Uniti, ma anche all’Inghilterra che ha seguito Bush in quella scelta. Ma il disco è anche un netto richiamo al rispetto dei diritti delle donne e dei malati.
«Dark road» è il titolo del singolo apripista: una ballad azzeccata che ben rappresenta il clima e l’atmosfera del disco. Ma fra gli undici brani del disco, per un totale di cinquanta minuti scarsi, le ballad di qualità sono diverse: si ascoltino al proposito «Through the glass darkly» e «Fingernail moon». E non manca nemmeno qualche richiamo al techno pop elettronico che era un po’ il marchio di fabbrica dell’epopea degli Eurythmics (per esempio: «Coloured redspread»).
Insomma, un disco di ottima fattura che lancia anche una spettacolare iniziativa benefica. Per appoggiare Mandela e la sua Treatment Action Campaign, l’organizzazione che si batte per la cura e i diritti dei malati di Aids, Annie Lennox ha radunato un coro formato da colleghe del calibro di Madonna, Anastacia, Angelique Kidjo, Bonnie Raitt, Celine Dion, Dido, Gladys Knight, Joss Stone, Shakira... Assieme cantano «Sing», i cui proventi andranno alla citata organizzazione.
«È un potente brano femminista, un vero e proprio inno alla forza e alla determinazione delle donne di tutto il mondo», ha detto la cantante inglese. Aggiungendo: «Sento che il periodo che stiamo vivendo è mostruosamente distruttivo. Stiamo osservando alcuni dei risultati raggiunti dalla potenzialità negativa del genere umano». E ancora: «La vita è politica, e non si può fare semplicemente finta di niente e voltare lo sguardo dall’altra parte. Tutta la nostra esistenza è influenzata dalle scelte che compiamo ogni giorno».
«Songs of mass destruction» è il quarto album solista di Annie Lennox, che aveva debuttato - dopo la separazione artistica da Dave Stewart - quindici anni fa con «Diva».
ORNELLA VANONI Ornella Vanoni sarà a Trieste, al Rossetti, il 6 novembre. Intanto ascoltiamo il suo nuovo album, «Una bellissima ragazza» (SonyBmgEpic), con cui realizza uno dei suoi dischi più autobiografici e vitali della sua produzione più recente. La canzone d’autore, il jazz, il Brasile sono i suoi grandi amori musicali che si ritrovano nel disco. Tra gli ospiti il trombettista Paolo Fresu e il vocalist Mario Biondi, mentre la lista degli autori comprende Renato Zero, Ron, Gino Pacifico, Bungaro, Grazia Di Michele. La produzione artistica è di Mario Lavezzi.
Guardando ai brani vien da pensare che si tratti di scelte fatte per raccontare una storia attraverso le canzoni, mentre appare evidente lo sforzo di uscire dallo schema cantautorale. «Credo che oggi - dice la Vanoni - il cantautorato declamatorio non possa più dire niente di nuovo. Ormai si può parlare solo di poesia. La verità è che l'Occidente si è dimostrato superficiale e indifferente rispetto ai drammi del mondo. Allora piuttosto che brani che definiamo impegnati preferisco riprendere un pezzo come ”La costruzion”, di Chico Buarque de Hollanda, che ha una melodia dolcissima ma parla di morti bianche, di operai che cadono dalle impalcature».
Ornella Vanoni è cresciuta in un'epoca straordinaria in cui a Milano il mondo della canzone si fondeva con quello del teatro, del cinema e della musica colta. «Noi andavamo in Galleria e ci incontravamo. Ci si scambiavano idee, fermenti, scoprivamo insieme nuovi universi espressivi. Io potevo mettere sul tavolo la mia rabbia perchè mi ero stufata di fare la cantante della mala. Adesso questo tipo di scambio non esiste più. La gente si incontra nei salotti ma per fare altro. E per questo che si finisce per importare o copiare I modelli inglesi e americani. Ci sono delle eccezioni: tra le mie colleghe trovo che Elisa sia bravissima. È diversa dalla tipica cantante italiana, non strilla. Diamole tempo e sarà una grande. E poi adoro Gianna Nannini...».
POVIA Dopo la vittoria a Sanremo 2006 con «Vorrei avere il becco» e due lunghi tour, Povia torna con un album che potrebbe segnare una svolta nella sua carriera. Sembra infatti abbandonare la spensieratezza dei lavori precedenti (almeno nei brani più famosi), affrontando temi più impegnativi. C’è una maggiore profondità, una diversa consapevolezza, che peraltro già si intravedevano in alcune canzoni dei dischi precedenti. I dieci brani nuovi spaziano fra riflessioni sulla spiritualità («È meglio vivere una spiritualità»), sull'amicizia («L'amicizia»), sugli incidenti del sabato sera («Maledetto sabato»), sulla responsabilità degli uomini nei confronti di un mondo da salvare («Vuoi!?»). Riflessivo e garbato.
NICK THE NIGHTFLY Un triplo cd con 48 brani per la più celebre e raffinata delle compilation, creata e pensata da Nick The NightFly, musicista e dj di Radio Monte Carlo. Una raccolta di brani più o meno famosi che spaziano dal jazz al chill-out, dal soul alla world music e alla musica brasiliana. Nick ha creato un viaggio musicale in tre cd: «Yesterday», «Today» e «Tonight», distinti per tipologie di musiche. E spiega: «Pensavo alle musiche che ho incontrato, passate e recenti, e come spesso, quando non le senti più per un po’ di tempo, ti passano di mente. Cosi mi è venuta la voglia di rispolverare la memoria e raccoglierle in questo cofanetto...».
domenica 30 settembre 2007
Un attimo di pausa e poi lui - classe 1935, grande firma del giornalismo italiano, che con gli ultimi libri ha messo a nudo verità scomode vecchie di sessant’anni, scontentando i suoi vecchi compagni - prosegue serio: «No, non sono diventato di destra. Purtroppo sono ancora di sinistra. Sono un cane sciolto senza collare, che non trova più la sinistra che vorrebbe. Ha presente quei vecchi cani da caccia che vanno in giro annusando, col muso basso, cercando un odore che gli somigli? Ecco, io mi sono così. Vado annusando dappertutto, ma non trovo un odore che mi piaccia. Anzi, sento in giro un fetore sempre più insopportabile...».
E questo nuovo libro?
«All’inizio volevo solo raccontare nuove storie della guerra civile. Volevo scrivere delle esecuzioni interne alla Resistenza, delle fucilazioni di comandanti partigiani che non erano in linea con la strategia del Partito Comunista...».
C’è anche una storia del Friuli Venezia Giulia...
«Sì, è l’episodio di un comandante garibaldino che comandava la polizia partigiana e che venne ucciso il 30 aprile, alla vigilia della liberazione di Udine. Me l’hanno raccontato i suoi figli, Ivo e Maria Grazia Scagliarini. Ne scrivo nel capitolo ”Colpo alla nuca”...».
Stava raccontando di com’è nato il libro.
«Sì, l’altro argomento tabù che volevo trattare è la cosiddetta strategia del delitto messa in atto dal Partito Comunista dopo la fine della guerra, e preparata in vista dell’insurrezione. Ho raccolto molte storie che riguardano una delle zone chiave del Pci dell’Italia del Nord, quella Reggio Emilia che col suo triangolo rosso era la capitale politica del partito al Nord».
Queste le intenzioni. Poi cos’è successo?
«È successo che mi sono trovato a scrivere un libro anche di attualità politica sulla sconfitta di quelle che io chiamo le dieci sinistre italiane, molte delle quali, quelle più radicali e regressiste, avevano messo i bastoni tra le ruote all’uscita del mio libro ”La grande bugia”, non riuscendo però a impedirmi di venderne qualcosa come 350 mila copie».
In certi posti le hanno però impedito di parlare.
«E questo è stato grave. Ricordo un anno fa a Reggio Emilia, e poi quella volta a Bassano del Grappa, quando hanno dovuto chiamare i fabbri per aprire la libreria dove dovevo presentare il mio volume. L’intento era chiarissimo: qui Pansa non deve parlare. Poi mi sono visto costretto a sospendere metà degli incontri che avevo previsto, soprattutto quelli nelle librerie, perchè ogni volta mi dovevo presentare protetto dalla polizia e i librai erano giustamente spaventati».
Per questo libro ha previsto incontri pubblici?
«No, ma non per paura. Penso che in un Paese dove ci sono la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita, la criminalità diffusa, le vecchiette rapinate per le strade, le ragazze strupate, i furti nelle abitazioni e tutta l’altra robaccia che leggiamo ogni mattina sui giornali, beh, in questa situazione non penso che le forze dell’ordine debbano proteggere me perchè ho scritto un nuovo libro. No, non andrò in giro per protesta».
Diceva delle sconfitte della sinistra. Prosegua.
«Le sconfitte sono quelle che sono davanti agli occhi di tutti. Queste sinistre hanno cominciato a pestarsi fra loro, a combattersi ogni giorno, al punto da mettere a rischio lo stesso governo che sostengono. Io dico che non c’è riformismo senza revisionismo, ovvero non c’è futuro senza passato. Se il tuo passato non convince, non è limpido, se continua a restare - per dirla con Napolitano - pieno di zone d’ombra, se insomma continua a puzzare di reticenza e di bugie, perchè gli elettori dovrebbero credere a quello che prometti loro per il futuro?»
Lei denuncia anche il silenzio sulla Repubblica di Salò.
«La storia la scrivono i vincitori, chi ha perso deve stare zitto e subire, lo sappiamo. Ma a distanza di sessantadue anni trovo che chi ha vinto, peraltro sotto le bandiere della libertà e della democrazia, avrebbe dovuto e potuto essere più generoso nei confronti degli sconfitti. Qui parliamo di metà del Paese costretta a non parlare della propria storia, a nasconderla. È gente che ha creduto giusto combattere, io penso che politicamente sbagliavano, ma vanno comunque rispettati».
Chi sono allora i gendarmi della memoria?
«Sono questi partiti che dovrebbero rappresentare la sinistra, e sostenerla, e invece finiscono per strangolarla. Ma anche l’Anpi, i tanti Istituti della Resistenza, i tanti storici dimezzati legati a questo o quel partito... La loro boria li ha fregati: non si sono resi conto che a forza di nascondere, di cercare di impedire che qualcuno facesse il suo piccolo lavoro, scrivendo una storia più completa della guerra civile italiana e della Resistenza, alla fine si sarebbero fottuti con le loro stesse mani. Com’è appunto successo».
Ai gendarmi della memoria il 14 ottobre si aggiungerà anche il Partito Democratico?
«Bella domanda... Io di fronte alle cose nuove mi attengo a quelle famose politologhe che sono le massaie inglesi. È la vecchia battuta del budino: sai se è buono solo dopo quarantotto ore che l’hai mangiato. La prova se Veltroni e gli altri stanno preparando qualcosa di buono o di indigesto l’avremo soltanto dopo averlo visto e provato».
Lei nutre speranze?
«Io non ho più molte speranze, davanti a queste sinistre allo sbando. Che con me si sono comportate male. Sapevano e sanno che le cose che racconto sono vere, non ho mai ricevuto smentite né denunce. Ma hanno proseguito a raccontare balle perchè hanno seri problemi elettorali, il loro fatturato è calante, hanno bisogno anche dell’ultimo voto dell’ultimo partigiano dell’Anpi... E poi perchè hanno il terrore di affrontare il passato per non veder condizionato il futuro. Senza capire quel che ho detto prima: se non hai un passato limpido non puoi avere nemmeno un futuro certo».
Dunque ha ragione Grillo?
«No, lui non mi piace. Semina intolleranza, violenza verbale, e poi quando lo vedo sul palco gridare ”Italianiii...” mi viene un brivido sulla schiena. Mi ricorda quel signore dal balcone di piazza Venezia, che io vedevo da bambino nei filmati dell’Istituto Luce, quando andavo al cinema con mio padre e mia madre... No, Grillo non mi convince. Questa storia che bisogna distruggere i partiti sarebbe tragica se non fosse grottesca. I partiti vanno riformati, non possono andare avanti come sono oggi».
Ma Stella e Rizzo segnalano che la «casta» non dà segni di voler cambiare, nemmeno dopo tutto quel che è successo in questi mesi...
«La casta non si muove fino a che non è spinta dentro il baratro. E forse non si rende conto che il baratro è vicino. Finchè l’acqua non le arriva alla cintura non si rende conto che sta per annegare. Hanno troppi interessi».
Il suo giornale, L’Espresso, ha parlato anche della casta dei sindacalisti; altri di quella dei giornalisti...
«Robetta al confronto della casta vera. Noi giornalisti, poi, al massimo siamo una castina. Una casta molto debole: non riusciamo nemmeno a firmare il contratto nazionale di lavoro. Certo, dovremmo impegnarci di più, lavorare di più. Ma quando sento dire che i giornalisti sono una casta, beh, mi viene proprio da ridere...».
Concludendo, Pansa...?
«Concludendo, in questi anni ho sempre pensato che, prima o poi, la sinistra si sarebbe resa conto che una lettura serena della guerra civile non era soltanto un obbligo etico e politico, ma rientrava pure nei suoi interessi di bottega. Parlare di quella tragedia con equità, senza soffocare le voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale, meno arrogante, meno proterva e ringhiosa. Mi sono sbagliato. La sinistra italiana non esiste più».
martedì 25 settembre 2007
Si conclude stasera nella nostra regione la seconda parte del tour 2007 del Blasco nazionale. La prima era cominciata male, nel giugno scorso, per la tromba d’aria che aveva praticamente annullato l’Heineken Jammin’ Festival di Venezia. La seconda ha toccato in questo mese di settembre - con una lunga serie di «tutto esaurito» - Firenze, Bologna, Verona (44 mila spettatori la settimana scorsa), Torino e ora Udine. Dove un mese fa ci si è messa di mezzo anche l’opposizione dell’Udinese Calcio, timorosa per gli eventuali danni al manto erboso dello stadio che ne ospita le partite. Pericolo comunque scampato, dopo le garanzie fornite dagli organizzatori.
La festa può dunque andare in scena, e stavolta - visti il calendario e le temperature - è una festa musicale di fine estate. La lunga stagione del rock 2007, che era cominciata tre mesi fa proprio a Udine con l’unica data italiana del tour mondiale dei Red Hot Chili Peppers, si conclude stasera con l’ennesima esibizione in regione dell’inarrivabile campione del rock italiano, l’unico in grado di riempire sempre e comunque, a Trieste come a Palermo, le strutture prese a prestito dal calcio.
Ma ecco la scaletta dello spettacolo di questa sera, suscettibile come sempre di modifiche. Vasco entra in scena sulle note elettroniche di una «Cavalleria Rusticana» virata in rock e rammenta subito al suo popolo che «Basta poco» (il brano diffuso mesi fa soltanto su Internet). Poi tocca a «Cosa c'è» e «Blasco Rossi», legate dai ghirigori della sezione fiati. «Voglio andare al mare» vive di pulsioni reggae e lascia il posto a «La compagnia», il classico di Lucio Battisti cui Vasco ha regalato quest’anno nuova popolarità e seconda giovinezza.
Dopo «Buoni o cattivi» e il clima rock’n’roll di «Lunedì», è tempo del primo inedito: «Non sopporto», che sarà compreso nel suo nuovo album, atteso per il 2008. È un rock che parla dell’arroganza e della falsità delle persone. Il disco che lo comprenderà pare sia praticamente già pronto, ma la sua pubblicazione è stata fatta slittare per problemi della casa discografica.
Si riparte da «Anima fragile» (brano assente da tanti anni dai concerti), si prosegue con «Siamo soli», «Un senso» e un medley che comprende «Domani sì adesso no», «La strega» (altra canzone che Vasco non eseguiva dal vivo da molto tempo), «Cosa vuoi da me», «Delusa», «Sono ancora in coma»... Poi comincia la discesa verso il gran finale: «Vivere una favola», «Stupendo», «Come stai», «Sally», «C'è chi dice no», «Gli spari sopra», «Siamo solo noi»... E ancora «Rewind», «Ciao», «Stupido hotel» (di solito con la presentazione della band), «Bollicine», «Vivere», «Vita spericolata», «Canzone», «Quanti anni hai»... E a questo punto manca all’appello solo «Albachiara», che come sempre chiude le danze.
Per il concerto di stasera, gli organizzatori di Azalea Promotion informano che sarà ancora disponibile alle casse dello Stadio Friuli un limitato numero di biglietti. Gli altri (in vendita a un prezzo fra i 39 e i 48 euro, compresi i diritti di prevendita) sono andati tutti esauriti da un pezzo. Tanto che su Internet qualcuno giorni fa li offriva a 150/200 euro...
domenica 23 settembre 2007
SPRINGSTEEN Torna il Boss. Dopo il singolo apripista «Radio nowhere» (regalato qualche settimana fa su Internet, in Italia dal sito di Repubblica), ora l’attesa dei fan è per il 28 settembre, quando uscirà «Magic», il nuovo album di Bruce Springsteen, il primo dopo cinque anni della leggenda del rock di nuovo assieme alla E Street Band. Con annesso tour mondiale in partenza il 2 ottobre dagli Stati Uniti (a Milano il 28 novembre).
Ma di questi tempi non basta regalare un singolo (fra l’altro giudicato facilotto da molti springsteeniani della prima ora: alcuni hanno parlato di «canzone per le masse»...) al popolo di Internet. Sulla Rete è infatti già possibile trovare senza difficoltà i file di tutte le canzoni del nuovo album. Il cui effetto sorpresa è dunque stato in buona parte annullato.
"Magic", prodotto da Brendan O’Brien, arriva dopo «Devils and Dust» (2005) e dopo il tributo a Pete Seeger, che nel 2006 ha dato vita a un album e un tour con la Seeger Sessions Band. Stavolta si torna al rock, e la presenza della E Street Band in questo senso è qualcosa di più che una dichiarazione di intenti. È un album «costruito per essere suonato dal vivo», ha detto il cinquantottenne Boss in un’intervista.
Fra i brani «rubati» dalla Rete, colpiscono «Long walk home» (definita dal manager dell’artista, John Landau, «il riassunto del disco e uno dei grandi capolavori di Bruce...») ma anche «Last to die» e «Devil’s arcade»: due canzoni politiche, che parlano della guerra, dove c’è «chi muore per errore» e «chi forse sognava una vita diversa, una casa in una strada tranquilla».
E ancora la ballad che dà il titolo all’album, «Magic», e poi «You’ll be coming down» (col sax di Clarence Clemons in primissimo piano), «Livin’ in the future» (dai toni cupi, quasi pessimisti), «Your own worst enemy» (col clima di paura che sembra essersi impossessato di ogni casa, di ogni strada d’America), «Gipsy biker», «Girls in the summer clothes» (quasi una pausa di leggerezza), «I’ll work for your love»... Alcuni di questi episodi richiamano da vicino tutta l’epopea springsteeniana della provincia e delle storie americane, quella che da oltre trent’anni fa amare il Boss in mezzo mondo. Ma la prima impressione è che manchi il capolavoro, uno di quelli da aggiungere alla lunga lista...
L'uscita di «Magic» precederà l'avvio del tour mondiale, che - come si diceva - partirà il 2 ottobre da Hartford negli Stati Uniti e farà tappa in Europa partendo da Madrid il 25 novembre per finire il 2 dicembre a Londra. Trentuno date in tutto, con un'unica tappa italiana, il 28 novembre al Datchforum milanese.
Intanto, i seguaci del rocker del New Jersey possono ingannare l’attesa ascoltando «Play it as it lays» (SonyBmg), terzo album di Patti Scialfa, moglie nonchè corista di Springsteen. Con l'aiuto del produttore e batterista Steve Jordan, la signora propone un intrigante viaggio tra le radici nere del rock, dimostrando di non essere particolarmente influenzata dal partner. Che comunque compare nel disco, suonando chitarra e armonica in alcuni brani.
Patti parla la lingua del blues, del gospel, del soul, materiali culturali e sonori trattati con l’approccio e la sensibilità di un’artista bianca. Niente cantautorato americano al femminile, insomma, ma il disco e le canzoni di una donna grintosa che dimostra di sapere il fatto suo. E di essere in crescita rispetto alle prove prevedenti. Fra i brani, «Looking for Elvis» e «Town called Heartbreak».
MINA Torna anche Mina, e stavolta non è il tradizionale doppio autunnale. «Todavia»(Pdu - SonyBmg) è un album di canzoni relativamente recenti del suo repertorio, quasi tutte riarrangiate e risuonate e (ovviamente) ricantate. Ma la novità è che in questo disco Mina, popolarissima anche nel mondo latino, torna a cantare in spagnolo. E il disco - che schiera due inediti, tre classici e alcuni duetti - esce anche in Spagna, Messico, Brasile e Argentina.
Il malinconico «Valsinha» è un pezzo scritto nel ’71 da Chico Buarque De Hollanda con Vinicius De Moraes. Mina e Chico si conoscono dal ’67, dai tempi della «Banda». Anche Joan Manuel Serrat è un vecchio amico di Mina nonchè l'autore di «Bugiardo e incosciente», che è del ’69. Il titolo del duetto è «Sin piedad».
Miguel Bosè sta vivendo una nuova giovinezza artistica grazie all’album «Papito». «Penso di amare Mina da quando ho l'uso della ragione», dice, lui che nel film di Almodovar «Tacchi a spillo» mimava in playback «Un ano de amor». Il brano scelto per il loro duetto è «Agua y sal», versione spagnola del successo inciso con Adriano Celentano, e già inserito dal figlio di Dominguin in «Papito».
Il duetto con Tiziano Ferro pare sia stato suggerito dai collaboratori messicani di Massimiliano Pani che, come d'abitudine, è il produttore-arrangiatore dei dischi della madre (Ferro in America Latina va fortissimo): ne è venuta fuori una «Cuestiòn de feeling», cover del classico di Riccardo Cocciante «Questione di feeling», assolutamente da manuale.
Ma la presenza più curiosa è certamente quella di Xavier Zanetti, il capitano argentino dell'Inter chiamato a svolgere la parte che fu tanti anni fa di Alberto Lupo nell'indimenticabile «Parole parole», il primo classico del disco, dal varietà televisivo «Teatro 10».
Il disco apre anche una finestra sul flamenco grazie a Diego El Cigala, allievo di Camaron de la Isla, uno tra i migliori cantanti della nuova generazione. Con Mina canta «Un ano de amor», secondo classico del cd, ripescato da uno Studio Uno del ’65.
MANU CHAO L’estate è passata anche con il ritmo contagioso di «Toda joia toda beleza», successo estivo di Roy Paci in duetto con Manu Chao. Che ora arriva con un nuovo cd tutto suo, sempre all’insegna della contaminazione fra suoni, lingue e culture. L’ex leader dei Mano Negra alterna inglese, castigliano e francese, in una vera babele linguistica, e passa dal rock alla rumba catalana e alle ballate in stile sudamericano. Ventuno brani (compresi i cinque bonus), col siciliano Paci che ricambia l’ospitalità e suona la tromba in «Mala fama». «La Vida Tómbola» è invece dedicato a Maradona, per la colonna sonora del film-documentario sul calciatore diretto da Emir Kusturica.
MIA MARTINI Mia Martini ha lasciato molto materiale, dagli esordi beat alle prove da grande interprete. «Liberamente Mia» è un progetto curato da Menico Caroli, comprendente un dvd, un cd e un libretto. Soprattutto il primo, che dura quasi due ore, con la sequenza cronologica delle apparizioni televisive e le dichiarazioni di Mimì, forma un ritratto potente e vero dell’artista calabrese. Storia, curiosità e ricordi si mescolano alle note. Fra gli immortali brani: «Padre davvero», «Minuetto», «Piccolo uomo», fino a «E non finisce mica il cielo», «Almeno tu nell’universo», «Spaccami il cuore», «Gli uomini non cambiano»... Grandissima.
martedì 7 agosto 2007
Prima della sua apparizione la musica leggera americana era divisa in tre generi, ben separati l’un dall’altro: il pop (da «popular», popolare), il country e il rhythm’n’blues. I primi due rigorosamente bianchi, il terzo assolutamente nero. Lui arriva, prende la musica dei bianchi e la mischia con quella dei neri, usa il corpo e non solo la voce, abbatte schemi e barriere, dà voce - forse inconsapevolmente - alle ansie e alle aspirazioni di una generazione sopravvissuta alla guerra.
Elvis era nato a Tupelo, Mississippi, l’8 gennaio del ’35. A diciotto anni si trasferisce con la famiglia a Memphis, dove lavora come camionista. La leggenda vuole che un giorno, nell’estate del ’54, passando col camion sulla Union Street, vede che alla Sun Records con un dollaro si poteva registrare un disco da portarsi a casa. È il compleanno dell’amatissima madre, Gladys Smith, e lui decide di regalarle un suo disco, con incisa una vecchia ballata che aveva sentito alla radio fin da ragazzo: «My happiness». Il proprietario della piccola sala d’incisione, un certo Sam Philips, ascoltato il ragazzo, si rende subito conto che aveva trovato quel che stava cercando da anni: un ragazzo bianco che cantasse con la stessa intensità di uno di colore...
Chissà se poi è andata veramente così. O se anche questa ricostruzione fa parte della sapiente e meticolosa strategia che la Rca usò per lanciare sul mercato prima americano e poi mondiale quello che di lì a poco sarebbe diventato il re del rock’n’roll. Alla faccia di quelli - Chuck Berry, Carl Perkins, Bill Haley... - che erano arrivati prima di lui.
Con Elvis, che pure è solo interprete di canzoni scritte da altri, l’America assiste al miracolo della musica dei bianchi mischiata a quella dei neri, il country del Sud rurale assieme al rhythm’n’blues nato nei campi di lavoro e nelle chiese, e poi diventato musica da ballo e da intrattenimento. Con la conseguenza che vengono abbattute anche le barriere fra le classifiche di vendita dei dischi, che prima di lui erano rigorosamente separate.
Il figlio di Vernon Presley fu il crinale del cambiamento. Prima del suo avvento i figli dell’America che aveva salvato il mondo dal nazifascismo ascoltavano Frank Sinatra assieme ai genitori, pronti a ereditarne i valori, il benessere, l’automobile. Lui fece il botto, coniugando le due grandi famiglie della musica popolare americana. Melodia e ritmo, Nashville e canti gospel, in una miscela di suoni, movenze, atteggiamenti, e con l’importante aggiunta di una forte spinta ritmica di chiara ispirazione sessuale.
Era il ’56. E nell’America che combatteva la guerra fredda quel suo provocatorio e sin troppo allusivo modo di roteare il bacino - da cui il soprannome «the Pelvis» - non venne accolto favorevolmente dal mondo degli adulti. Ma fu la miccia che accese la carica di ribellione dormiente in milioni di giovani corpi e menti. E che aspettava solo di esplodere.
Dopo aver contribuito a cambiare l’America e il mondo, Elvis Aaron Presley morì il 16 agosto del 1977. Aveva soltanto 42 anni e pesava oltre 120 chili. Devastato dal cibo e dall’alcol, dai farmaci e dalle droghe. E forse dal peso di un successo che avrebbe schiantato chiunque.
Un successo che sopravvive alla sua morte, generando un business multimiliardario ma anche mille leggende. Fra le quali quella ricorrente secondo cui Elvis non è mai morto. È quanto scrive in questi giorni anche l’edizione latinoamericana di Rolling Stone: l’ormai settantaduenne «re del rock’n’roll» risiederebbe in Argentina, lì riparato nel ’77 nientemeno che con la collaborazione di Cia e Fbi. Insomma, il mito continua, ammantato persino da un alone di immortalità.