domenica 10 ottobre 2010

SOLOMON BURKE +
"Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Quando incontrate qualcuno, amate quella persona, tenetela stretta a voi...". Versi che sembrano un manifesto di vita, che Solomon Burke - morto ieri a settant’anni, ad Amsterdam - scrisse nella sua ”Everybody needs somebody to love”.
Brano del 1964, che molti conoscono nella versione esplosiva che ne diedero i Blues Brothers nell’omonimo film del 1980 (come dimenticare la scena finale con Elwood e Jake, ovvero Dan Aykroyd e John Belushi, che ballano e cantano davanti ai poliziotti...), ma del quale esistono anche versioni precedenti firmate da Wilson Pickett e persino dai Rolling Stones. Che non a caso hanno sempre detto di considerare Burke fra i propri modelli.
”The king of rock’n’soul” - così amava farsi chiamare, e nei concerti da tempo cantava seduto su una sorta di trono, anche a causa della mole notevole - era nato a Philadelphia il 21 marzo del 1940 (la leggenda vuole che il lieto evento fosse avvenuto al piano di sopra di una chiesa...), anche se alcune fonti spostano indietro di due o addirittura quattro anni l’anno di nascita. Come tanti artisti di colore, comincia la sua carriera come predicatore e cantante di gospel. Il suo primo pubblico fu dunque quello dei fedeli che ogni domenica affollavano la chiesa del suo quartiere anche per sentire la sua voce.
E come tanti cantanti gospel, il ragazzo comincia presto a flirtare con generi cosiddetti profani quali il soul, il blues, il rhythm’n’blues. La scalata al successo è lunga e faticosa. Nel ’65 Otis Redding canta la sua ”Down in the valley”. Nel ’66 è lo stesso Solomon che pubblica per l’Atlantic Records ”Just out of reach (Of my two open arms)”. In quegli anni firma altri successi, come ”Cry to me” e ”Don't give up on me”. Ciononostante, rimane sempre - diciamo così - in seconda fila rispetto a mostri sacri della musica nera come Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown, Stevie Wonder, lo stesso Otis Redding.
La consacrazione arriva tardi. Nel 2001 viene ammesso alla Rock and Roll Home of Fame. Nel 2003 vince un Grammy per l’album «Don't give up on me», comprendente brani scritti appositamente per lui da Bob Dylan, Brian Wilson, Van Morrison, Elvis Costello e Tom Waits, che una volta lo definì ”uno degli architetti della musica americana”. Due anni fa aveva pubblicato ”Like a fire”, con brani fra gli altri di Eric Clapton e Ben Harper.
Solomon Burke lascia la bellezza di ventuno figli e novanta nipoti. Ha suonato fino all’ultimo, se è vero com’è vero che la morte lo ha colto all’aeroporto Schiphol di Amsterdam. Dove era atteso per un concerto domani sera, nell’ambito del suo tour europeo. In Italia era di casa, nella varie rassegne dedicate alla musica nera (Porretta, Pistoia, Umbria Jazz...), ma anche nei Concerti di Natale in Vaticano. Aveva duettato con Zucchero nel brano ”Diavolo in me”, compreso nel recente disco di duetti del cantante italiano. Una curiosità: quando non si dedicava alla musica, gestiva una ditta di pompe funebri. Era rimasto sempre molto religioso.

sabato 2 ottobre 2010

JANIS JOPLIN 40
Janis Joplin  fu la prima rockstar donna. E anche per questo il mondo la ricorda oggi, a quarant’anni dalla morte, avvenuta nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1970 in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood, California. Overdose. Mentre il mondo del rock stava ancora piangendo la morte di Jimi Hendrix, avvenuta due settimane prima a Londra.
L’ultima cosa che la cantante disse a un reporter, tale Al Aronwitz, fu che non amava più quel nome. «Sono stanca e stufa del nome Janis: chiamatemi Pearl». Che sarebbe diventato il titolo dell’album a cui stava lavorando in quell’inizio d’autunno di quarant’anni fa. Album che l’ex ragazza grassottella e brufolosa nata a Port Arthur, Texas («la mia prigione natale»), il 19 gennaio 1943, non avrebbe fatto in tempo a veder pubblicato. Perchè l’eroina se la portò via, in quella stanza d’albergo, consegnandola direttamente al mito. Forever young, per sempre giovane. Come tanti, troppi altri.
Per capire la sua importanza nella storia della musica popolare del Novecento, bisogna tornare a quella che era la scena musicale degli anni Sessanta. Una scena quasi completamente maschile, e se vogliamo pure maschilista, nella quale alle donne era sempre riservato un ruolo da comprimarie. Se non addirittura di ”groupies”, le disponibili fan che seguivano le tournèe dei loro idoli e ne allietavano i momenti liberi.
Pochissime le eccezioni. Joan Baez, Joni Mitchell, Carole King, Tina Turner (per la verità ancora impegnata a sfuggire alle grinfie e alle botte del marito-padrone Ike...), Grace Slick. E Janis Joplin, che ha vent’anni, quando nel ’63 molla la famiglia borghese e il Sud noioso e perbenista nel quale stava stretta e approda nella San Francisco della Beat Generation, del ”flower power”, del nascente nuovo rock americano. Fa in tempo a vedersi sfilare accanto la prima rivolta studentesca guidata dal mitico Mario Savio: 14 settembre del 1964, Berkeley, dicono che tutto sia cominciato da lì. Primi fuochi di un incendio che di lì a poco sarebbe divampato e avrebbe sconvolto il mondo.
Ma Janis ama la musica. La sua grande voce sporca di blues, assieme alla forte personalità, la pone subito su un gradino superiore rispetto agli altri. Il suo primo gruppo ”serio” è Big Brother and the Holding Company. Il primo album all’inizio non fa sfracelli e dovrà attendere il successo di là da venire per essere riscoperto e rivalutato.
Ma non bisogna attendere molto. In quello stesso Monterey Pop (tre giorni di festival nel giugno ’67) che consacra Jimi Hendrix, il popolo del rock si accorge anche di quella ragazza bianca, non bella, ma con la miglior voce nera che una bianca avesse mai osato esibire. Canta ”Ball and chain”, di Big Mama Thornton, e la versione che regala fa subito dimenticare l’originale.
Nel ’68 pubblica l’album ”Cheap thrill” (che comprende quella ”Piece of my heart” rimasta un classico del suo repertorio, ma anche un’intensa cover di "Summertime" di George Gershwin), lascia i Big Brother, forma la Kozmic Blues Band. Con cui nell’estate ’69 va a Woodstock, urla ”Try (just a little bit harder)” e diventa uno dei simboli della leggendaria ”tre giorni”.
Dicono che Woodstock fu l’inizio della fine di un movimento nato come opposizione alle logiche del consumismo e del capitalismo, che da quel momento fu fagogitato dalle stesse logiche, le stesse dinamiche, lo stesso sistema.
Di quel sistema Janis ormai è una star. Alternativa, ma pur sempre star. E sempre più inquieta. Alcol e droga diventano compagni abituali nella solitudine nella quale il successo tante volte spinge le personalità più fragili. Il suo acquisito status di ”prima rockstar al femminile” le permette anche di scrollarsi di dosso - a modo suo - i complessi maturati quando da ragazza, grassottella e brufolosa, come si diceva, non se la filava nessuno. E mentre il Village Voice la definisce ”un sex symbol in una brutta confezione”, lei in un’intervista confessa di aver fatto sesso sessantacinque volte, con partner diversi, durante un tour durato appena una settimana...
Cambia anche gli uomini del gruppo. La sua nuova formazione è The Full Tilt Boogie Band. Con loro, nel settembre del ’70, lavora a quel ”Pearl” di cui si diceva all’inizio. Album lasciato incompleto da Janis, pubblicato postumo nel ’71, il più venduto della sua carriera. Con dentro le classicissime ”Me and Bobby McGee”, di Kris Kristofferson, e ”Mercedes Benz”.
Dopo quella morte tragica e per tanti versi annunciata, Janis viene cremata al cimitero del Westwood Village Memorial Park di Westwood, California. Le ceneri vengono sparse lungo la costa di Maryn County, sull’Oceano Atlantico.
La musica, la voce, i dischi ma anche la personalità di Janis Joplin vengono invece consegnati direttamente al mito. E a distanza di quarant’anni dalla scomparsa, l’artista è tuttora un punto di riferimento imprescindibile per tutte le donne che cantano e suonano il rock.
Il cinema ha raccontato la sua storia già nel ’79, con quel ”The rose” che valse a Bette Midler una nomination all'Oscar per la miglior protagonista femminile. Una decina di anni fa il musical ”Love, Janis”, partito come produzione off, ben presto diventa un successo clamoroso, in cartellone a Broadway per diverse stagioni. E per il 2012 è annunciato un nuovo film: ci sono già il titolo, ”The gospel according to Janis”, e il nome della protagonista, la giovane Zooey Deschanel.
Chissà se a lei, a Pearl, tutto quel che è venuto dopo sarebbe piaciuto. O forse aveva ragione ancora una volta John Lennon, che proprio in quel 1970 cantava ”the dream is over”. Il sogno è finito. Appunto.

giovedì 30 settembre 2010

RENATO ZERO 60
Per i sessant’anni che compie domani, Renato Fiacchini in arte Zero si regala - e regala al suo pubblico - ben otto concerti nella sua Roma. Da stasera fino al 9 ottobre, a piazza di Siena, l’ex ”re dei sorcini” (così chiamava tanti anni fa i suoi fan...) fa festa quasi ogni sera con lo spettacolo che ha voluto intitolare ”Sei Zero” perchè sei, inizialmente, dovevano essere le serate.
A festeggiarlo, oltre al suo pubblico di ieri e di oggi, arriveranno fra gli altri Andrea Bocelli, Raffaella Carrà, Cecilia Gasdia e Carla Fracci con la scuola di ballo del Teatro dell'Opera di Roma. Novantamila i biglietti già venduti per una platea che ospiterà dodicimila spettatori per sera.
A voler guardare il suo percorso personale e artistico, dagli esordi negli anni Sessanta a oggi, anche questo ”festeggiamento monstre” può essere considerato il completamento di un processo di ”normalizzazione” dell’artista romano, figlio di un poliziotto e di un’infermiera, cresciuto nel popolarissimo quartiere della Montagnola.
Partito come una sorta di un David Bowie ”de noantri”, entrato molti anni dopo nell’immaginario collettivo alla stregua di un Claudio Villa rivisto e corretto da qualche decennio di cultura pop, Renato comincia a cantare da bambino. Nel ’66, appena sedicenne, in pieno beat italiano, viene notato al Piper dal coreografo Don Lurio che lo porta in tv (assieme alla coetanea Loredana Bertè), nel gruppo di ballo di Rita Pavone ”Collettoni”.
Seguono la ”Bandiera gialla” radiofonica di Arbore e Boncompagni, le comparsate nei Caroselli televisivi, i primi dischi (”Non basta sai” è del ’67), una particina nel ”Satyricon” di Fellini (’70), l'edizione italiana del musical ”Hair”, la rock-opera di Tito Schipa jr. ”Orfeo 9”.
Il primo album come cantautore, ”No mamma no”, è del ’73. E la ”maschera Renato Zero” diventa protagonista della canzone italiana. Cipria, cerone, mascara, travestimenti e imbellettamenti vari servono all’artista per comunicare già con l’immagine, prim’ancora che con parole e musica. Per parlare a schiere di ”sorcini” di disagio, di emarginazione, di omosessualità, di droga, di tabù vecchi e nuovi.
Una volta, tanti anni fa, della sua maschera disse: «Non è assolutamente un fatto scenico. Ora sono completamente senza trucco, ma nulla vieta che tra un po' vada a casa e mi trucchi per poi andare a prendere un gelato. Mi si può dire che è puro infantilismo, io rispondo che è una dimensione di vita tutt'altro che lontana dalla realtà. Fuga? Mai. Schizofrenia? Neanche. Ridicolizzare le frustrazioni e le paranoie: questo sì».
Da stasera, a Roma, riproporrà dal vivo le sue canzoni più belle, con cui ha scandalizzato ma anche fatto sognare gli italiani: da ”Triangolo” a ”Il carrozzone”, da ”Cercami” a ”Mi vendo”, da ”Ancora qui” a ”Il cielo”, da ”Amico” a ”I migliori anni della nostra vita”, fino ai brani dell’ultimo album ”Presente”, trecentomila copie vendute, alle quali vanno aggiunte quelle del successivo dvd ”Presente Zeronovetour”.
Forse fra i tanti amici che andranno a trovarlo sul palco in queste sere romane ci sarà anche Loredana Bertè. Come si diceva, si conoscono da quand’erano ragazzi. Hanno cominciato assieme e assieme hanno ottenuto il successo. Hanno litigato mille volte. Ma quella volta che lei, anni fa, si era chiusa in una stanza d’albergo minacciando il suicidio, quelli che sono andati a prenderla e a riportarla a casa sono stati la sorella Leda e lui, l’amico di una vita.
Il cantante romano è stato forse più abile nell’amministrare se stesso e il successo, l’interprete calabrese ha pagato maggiormente la fragilità del proprio carattere. Ha compiuto sessant’anni anche lei, pochi giorni fa. Ma, a differenza del festeggiamento in pubblico di Renato Zero, lei ha dichiarato a un giornale che il giorno del suo compleanno si è chiusa in casa. Per non sentire né vedere nessuno.
WITZ ORCHESTRA
E adesso non resta che ”Striscia la notizia”. Dove prima o poi andranno a trovare il loro amico Enzo Iacchetti, che conoscono da oltre vent’anni ma solo in questo 2010 del loro venticinquennale li ha accompagnati quasi per mano al successo e alla visibilità nazionale.
Stiamo parlando ovviamente della Witz Orchestra. Niente ”sagre della sardella” quest’estate per Toni Soranno, Loretta Califra e il loro figlio Fabio Soranno, tornati ieri sera a Trieste dopo una lunga assenza e per un breve periodo di riposo.
«Abbiamo appena finito il programma ”Le Velone” - spiega Loretta -, ben sessantasei puntate su Canale 5 che ci hanno tenuti impegnati per tutta l’estate. Con Enzo Iacchetti, Nina Senicar e il Gabibbo abbiamo girato mezza Italia: da Ostuni a Chioggia, da Norcia a Lignano Sabbiadoro, con le semifinali a Riccione e le finali in studio, a Cologno Monzese».
Nel programma, il trio triestino affiancava Iacchetti nei suoi numeri e accompagnava le concorrenti.
«Il programma - dice ancora la Califra - ha avuto degli alti ascolti, peraltro differenziati per fasce d’età. I bambini lo guardavano per il Gabibbo, molti giovani per la bellezza della Senicar, gli anziani per le concorrenti loro coetanee. Alcune delle quali hanno dimostrato una vivacità e un’energia che ci hanno lasciato di stucco...».
Ma l’estate appena trascorsa non ha visto la Witz impegnata solo sul fronte televisivo. Sempre con Iacchetti i tre cantanti e musicisti triestini - oltre a partecipare al Festival Gaber a Viareggio - hanno anche proseguito il tour teatrale di ”Chiedo scusa al signor Gaber”, spettacolo seguito al disco omonimo realizzato con l’artista cremonese.
«Sì, è stato un anno davvero intenso - conferma Toni Soranno, chitarrista che ha suonato fra gli altri con Adriano Celentano e Fabrizio De Andrè -. Quella di rileggere le canzoni di Gaber è stata una mia idea, che è piaciuta a Iacchetti. Lo spettacolo teatrale è nato aggiungendo alle canzoni i monologhi, proprio nella miglior tradizione del teatro canzone di cui Giorgio Gaber è stato il maestro».
«Poi, si sa, una cosa tira l’altra. Una sera, a uno spettacolo con Iacchetti, ci ha visti Antonio Ricci, che ci ha voluti in tivù per Le Velone. E ora - butta lì Soranno - potrebbe anche darsi che, una sera o l’altra, andiamo a trovare Enzo a ”Striscia”...».
Per la Witz Orchestra, insomma, un 2010 da incorniciare. E un’ottima maniera per festeggiare i venticinque anni dalla formazione del gruppo. «Già, era il 1985 - ricorda Loretta Califra -, eravamo in tanti, e con noi c’era ovviamente Mario Giacaz (scomparso nel luglio 2006 - ndr). Nell’86 eravamo già su Raiuno, a ”Proffimamente no stop”, regia del compianto Enzo Trapani, con tanti di quelli che venivano chiamati nuovi comici. Fra loro, per l’appunto, Iacchetti. Nell’87, invece, lavorammo con due mostri sacri come Dario Fo ed Enzo Jannacci, a ”Trasmissione forzata”, su Raitre...».
In tutti questi anni, la formazione della Witz è cambiata mille volte, passando da un massimo di nove elementi (sono molti i musicisti triestini che ne hanno fatto parte), fino ad arrivare alla formazione in trio. Prima con Mario Giacaz, poi, dopo la scomparsa di quest’ultimo, con il figlio della coppia, Fabio Soranno. «Era il nostro fonico quando c’era Mario - ricorda ancora Loretta -, dunque conosceva già tutto il nostro repertorio. E poi, si sa, il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero...».

martedì 21 settembre 2010

BARCOLANA FESTIVAL 2010
Vibrazioni, Velvet e Daniele Silvestri. È questo il tris del Barcolana Festival 2010. Sì, perchè si avvicina il week end della Barcolana e, come ogni anno, all’attesa per la grande regata velica si accompagna quella per i concerti che ormai da diversi anni la precedono.
Due le serate, come l’anno scorso. Venerdì 8 ottobre si parte allora con due gruppi molto amati dai giovani italiani: Vibrazioni e Velvet. Sabato 9 tocca al romano Silvestri; apriranno la serata finale The Charlestones, giovane band di Tolmezzo innamorata del brit pop.
Da notare che si tratta di ritorni. Silvestri era al Barcolana Festival nel 2002 e le Vibrazioni nel 2003 (quando le serate erano ancora tre e i cast ricchi quanto i budget a disposizione, con vari artisti per sera...), mentre i Velvet erano già stati in piazza Unità ma per il carrozzone del Tim Tour, nel 2005.
Ma vediamo i protagonisti nel dettaglio. Le Vibrazioni tornano in regione dopo la brutta accoglienza ricevuta a Udine nel maggio scorso per l’unico concerto italiano degli Ac/Dc. Francesco Sarcina e compagni erano stati chiamati allo Stadio Friuli per aprire il concerto della storica band rock, i cui fan però non hanno affatto gradito l’accoppiamento, per la verità abbastanza ardito. Andrà meglio sicuramente in piazza dell’Unità, dove il gruppo milanese presenterà i brani del nuovo album ”Le strade del tempo” e i successi della loro giovane carriera, da ”Dedicato a te” ad ”Angelica”.
Carriera altrettanto giovane è quella dei Velvet, gruppo romano passato anche dal Festival di Sanremo (nel 2001, fra le Nuove Proposte, e poi nel 2005, fra i presunti Big), che il grande pubblico conosce soprattutto per il brano ”Boyband”. Quest’anno hanno pubblicato il disco ”Il serpente”, un mini-cd che ha anticipato l’uscita di un ”Greatest hits” previsto entro l’anno.
E siamo a Daniele Silvestri. Per il quarantaduenne autore de ”La paranza” - ma anche di tante altre belle canzoni - quella ormai in chiusura è stata un’altra lunga estate di concerti. Domani sera è al Cous Cous Festival di San Vito Lo Capo (Trapani), sabato canta a Catanzaro, domenica parteciperà alla Woodstock organizzata dal movimento di Beppe Grillo a Cesena. E poi il 9 ottobre ritorna a Trieste.

domenica 19 settembre 2010

DISCHI - PHIL COLLINS
Alla vigilia dei sessant’anni (li compie il 30 gennaio), Phil Collins appende bacchette e microfono al chiodo. E lo fa con un disco che è un accorato omaggio a quella musica soul che è sempre stata la sua passione, che tanta influenza ha avuto nella sua formazione musicale, ma che in carriera non ha mai frequentato granchè, perlomeno in pubblico. Né con i Genesis, di cui è stato prima batterista e poi cantante (dopo l’uscita di Peter Gabriel), nè da solista.
L’album s’intitola ”Going back” (Warner Atlantic) e arriva dopo otto anni di silenzio discografico. Una sorta di commiato dai fan, da parte di un signore che ha venduto 250 milioni di dischi, vinto sette Grammy Awards e un Oscar per le musiche di ”Tarzan”. E che ora vive in un paese vicino a Ginevra, per poter star vicino ai due figli più piccoli (di cinque e nove anni), che vivono lì assieme alla madre, terza ex moglie della star. Quella che si dice ”una scelta di vita”.
Il disco si apre con ”Girl (why you wanna make me blue)” dei Temptations e si chiude con il brano che dà il titolo al disco, una versione arrangiata dallo stesso Collins del classico firmato da Gerry Goffin e Carole King e reso celebre da Dusty Springfield.
In mezzo, tante perle soul di Stevie Wonder - ”Uptight (Everything's alright)”, ”Blame it on the sun” e ”Never dreamed you’d leave in summer” -, ma anche dei Four Tops, di Martha and the Vandellas... Tutta roba degli anni Sessanta o giù di lì, del periodo cioè in cui Collins era ragazzo.
«Sono le mie canzoni preferite - dice infatti l’artista -, quelle che hanno costituito la colonna sonora dei miei anni giovanili. Lo ricordo come se fosse ieri, andavo al Marquee a Londra a sentire gli Who o gli Action o altri ancora interpretare quelle canzoni. E io, a mia volta, il giorno dopo andavo a comprare le versioni originali».
Ora quelle canzoni ritornano in questo tributo agli anni e agli artisti della Motown, con il mestiere, la classe e l’inconfondibile voce di Phil Collins. Che dei Genesis dice: «Credo che non esistano più. Non mi vedo a fare nuovi concerti con il gruppo. Non perché non mi piaccia o perché non voglia. Ma è una cosa che non rientra nella mia vita, adesso ho voglia di stare con i miei figli e occuparmi dei miei altri interessi e scrivere un libro su queste cose. E c'è un'altra cosa che ho voglia di fare: voglio anche non fare niente. E inoltre non sono fisicamente in grado di suonare la batteria (soffre da tempo di un serio problema alla mano sinistra - ndr). Non voglio dare l'impressione d'essere il classico ragazzino viziato, quello che ha ricevuto la sua parte e adesso non vuole più fare certe cose. Ma questa è una cosa che ho fatto per tutta la vita, e adesso voglio godermi anche un'altra parte della vita».
Vien da pensare alla sorte ben diversa di Steve Hackett, lo storico chitarrista dei Genesis visto quest’estate in concerto a Trieste. La sua uscita dal gruppo nel lontano ’77 e alcune sfortunate vicende personali lo costringono a non poter vivere di rendita...

LINKIN PARK
Voglia di cambiare, di non fermarsi sugli allori passati. Si pensa a questo ascoltando ”A thousand suns” (Warner), il nuovo album dei Linkin Park. Che sembrano voler abbandonare il ”nu metal” che li ha resi famosi, per proporre atmosfere e suoni più elettronici. Si sente insomma la mano del produttore Rick Rubin (U2, Johnny Cash...), che firma il disco assieme a Mike Shinoda, cantante e tastierista del gruppo, che già aveva partecipato anche alla produzione del precedente ”Minutes to midnight”, uscito tre anni fa.
«Questo nuovo lavoro - dicono i Linkin Park - è stato concepito come un tutt'uno, da godere nella sua totalità di album. Sappiamo che molti sono abituati a brevi raccolte di singole canzoni. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, abbiamo voluto creare un album che faccia fare al pubblico un viaggio completo...».
«C'è un suono diverso rispetto al passato - aggiungono -. La ragione è perchè ci piace provare nuove cose e perchè nella musica alternativa moderna è venuto fuori un suono che stavamo aspettando da qualche tempo. Non sapevamo se le nostre idee, ben poco ortodosse, potessero essere incorporate in un album tradizionale, ma sapevamo per certo che non volevamo che il nuovo album fosse prevedibile».
Per l’impresa, i sei musicisti (Mike Shinoda e l’altro cantante Chester Bennington, il batterista Rob Bourdon, il chitarrista Brad Delson, il dj Joe Hahn ed il bassista Dave ”Phoenix” Farrell) sono tornati nello stesso studio in cui avevano registrato il loro primo album.
Il disco comprende quindici brani ed esce in due versioni: cd standard e cd+dvd in versione limitata. Il dvd contiene il documentario ”Meeting of thousand suns”, mezz’ora di immagini realizzate nel corso dell’incisione del disco.
”The Catalyst” è il brano che rimane in testa. Non a caso è stato scelto come primo singolo dell'album, che fra gli altri brani di punta propone ”Iridescent” e ”Waiting for the end”.
Dal 20 ottobre i Linkin Park sono in tour in Europa. Prima tappa a Berlino, chiusura l’11 novembre a Londra.

FABRI FIBRA
Col nuovo album, ”Controcultura”, Fabri Fibra è già in testa alle classifiche di vendita. Il rapper di Senigallia continua a sparare contro tutto e tutti. Ed evidentemente una parte consistente del pubblico è dalla sua parte. Diciotto nuovi brani, nei quali l’artista descrive il suo mondo, il nostro quotidiano, in una sorta di flusso di coscienza che spazia dalla televisione alla cronaca nera e rosa, dalla politica alla società, ma sempre «alla ricerca della verità».Dal disco emerge un Paese «messo male», l’Italia insomma dei «mille vizi», basato su «donne e pallone», dove la televisione la fa da padrona anche se «non è poi così un bel mondo». Dentro c’è di tutto: da Berlusconi a Santoro, da Noemi Letizia (che ha sognato «fatta a pezzi in una borsa di Krizia») a Patrizia D'Addario, da Marco Carta a Marrazzo, da Corona a Fabio Fazio, da Eluana Englaro ad Alberto Stasi, fino a Laura Chiatti. Gente che odia, o che rispetta, o con cui magari vorrebbe andare a letto. La casa discografica, in una nota, prende le distanze dai contenuti del disco...

KATY PERRY
Ci aveva provato già qualcuno a fare i dischi profumati. Katy Perry, la nuova diva del pop statunitense, reduce dal successo del tormentone estivo ”California gurls”, osa di più: apri il libretto del disco (quello in versione deluxe) e senti profumo di zucchero filato. Della serie: cosa non si fa pur di vendere... ”Teenage dream” è il titolo di quest’album facile facile, che sta bissando il successo del primo disco ”One of the boys”, uscito due anni fa (cinque milioni di copie), e sembra pensato apposta per orecchie e menti dai gusti facili, che comunque riesce perfettamente nel suo obbiettivo: vendere e far parlare di sé. I testi non risparmiamo riferimenti a passioni adolescenziali come i tatuaggi e le notti brave a base di alcol e sesso. Come in ”Last friday night” («C'è uno sconosciuto nel mio letto... odoro di mini-bar... poi abbiamo avuto un menage a trois...»). O in ”Peacock”, in cui la ragazza canta ”I wanna see your peacock, cock, cock...» (peacock vuol dire pavone, cock significa gallo ma indica volgarmente anche il sesso maschile). In copertina, la Perry - già nominata due volte ai Grammy - si propone in un'immagine da vera pin up. Insostenibile.

giovedì 16 settembre 2010

HENDRIX 40
Appena tre anni per rivelare il proprio genio al mondo. Tanti ne passarono fra la pubblicazione nel ’67 di ”Are you experienced” e la morte, avvenuta il 18 settembre 1970. Tre anni per entrare nella storia. Quaranta che Jimi Hendrix non c’è più.
Ma il ricordo di colui che molti considerano come il più grande chitarrista rock di tutti i tempi oggi sembra più vivo che mai. Fra inediti sbucati miracolosamente fuori dopo tutto questo tempo (”Valleys of Neptune”) e cofanetti antologici, fra collane discografiche (come quella proposta in queste settimane da ”Repubblica”) e mostre, fra libri e concerti, quest’anno il mondo della musica sembra voler celebrare l’anniversario con maggior forza rispetto a quelli precedenti.
James Marshall Hendrix era nato a Seattle, stato di Washington, il 27 novembre 1942. Madre di origini cheyenne, padre afroamericano, sangue gioiosamente bastardo nelle vene, infanzia difficile. La chitarra diventa la sua inseparabile compagna. Il blues e il rock’n’roll i suoi punti di riferimento. La gavetta americana è lunga e avara di soddisfazioni. Fino al ’66, anno della svolta, quando Chas Chandler degli Animals lo porta a Londra e gli procura un contratto discografico e un gruppo, con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria: è nata la Jimi Hendrix Experience.
Poi la storia, che fino a quel momento era andata avanti con il freno a mano tirato, comincia a viaggiare a mille. La pubblicazione del singolo ”Hey Joe” (cover sporca e aggressiva di un blues di Billy Roberts) e subito dopo del primo album, la partecipazione al Monterey Pop Festival e l’uscita del secondo ellepì ”Axis: Bold as Love”. In mezzo le chitarre incendiate sul palco e i tanti amori, l'alcol e le droghe, l’animo ribelle. E poi il doppio ”Electric Ladyland” e la partecipazione a Woodstock.
Hendrix fu il protagonista dell’epica chiusura del festival, che nelle intenzioni degli organizzatori doveva terminare domenica 17 agosto ’69. Il chitarrista insistette per essere l’ultimo a esibirsi e salì sul palco alle nove del mattino di lunedì 18 agosto. La maggior parte degli spettatori era già ripartita, e ”soltanto” ottantamila persone assistettero a quelle due ore di performance, con l’inno americano fatto a brandelli dalla chitarra elettrica. Una straziante, allucinata versione psichedelica si ”Star Spangled Banner”, volutamente distorta in una provocazione diventata il simbolo della protesta pacifista e antimilitarista. Fu l’apice, la vetta, il canto del cigno.
L’artista morì un anno e un mese dopo, in una stanza del Samarkand Hotel, a Londra, in circostanze tuttora avvolte dal mistero. La causa ufficiale è che sia stato soffocato dal suo stesso vomito, quello che avvenne in quei tragici minuti però non è chiaro. Alcuni dicono che fu ammazzato. Non aveva nemmeno ventotto anni.
Non fosse anche lui morto giovane in quei travolgenti mesi a cavallo fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta (dopo Brian Jones, prima di Janis Joplin e Jim Morrison), ora Jimi sarebbe un signore vicino alla settantina. Nell’immaginario collettivo è rimasto quel ragazzo con lo sguardo trasognato e sofferto, le labbra grandi, la capigliatura afro.
Il mondo lo ricorda in tanti modi. A Londra, fino al 7 novembre, l'Handel House Museum propone ”Hendrix in Britain”: foto, abiti, memorabilia, testi autografi. Una mostra anche a Milano: alla galleria Photology, ”Hendrix Now” racconta la sua storia con immagini firmate Baron Wolman, Jorgen Angel, David Redfern e Gianfranco Gorgoni. Il primo Jimi Hendrix Day italiano si svolge domani a Brescia.
Poi, come si diceva, tanti dischi. E libri: ”Jimi santo subito!” di Enzo Gentile, ”Jimi Hendrix in Italia 1968” di Cesare Glebbeek e Roberto Crema, ”Scusami, sto baciando il cielo” di David Henderson, ”Una foschia rosso porpora” di Harry Shapiro e Caesar Glebbeek... E l’omaggio di Carlos Santana, che nel suo nuovo cd ”Guitar heaven: the greatest guitar classics of all time” ha incluso la cover di ”Little wing”. Anche quello un modo per dire: ciao Jimi. E grazie.