...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 28 febbraio 2013
libro lucia visca su DIMISSIONI PAPA
Ancora poche ore. Stasera alle 20 termina il pontificato di Benedetto XVI. Poi comincia il rito antico del conclave. E senza nessun funerale da celebrare. Sembrava impossibile. Per la prima volta nell’era moderna un papa si dimette. L’annuncio due settimane fa, lunedì 11 febbraio. Alle 11.46 l’Ansa fa sapere al mondo che Papa Benedetto XVI ha deciso di lasciare. Decisione storica, che in pochi minuti fa il giro del pianeta.
Lucia Visca, giornalista e saggista romana, quella mattina ha un motivo in più per essere sorpresa. Da due anni sta lavorando a un libro proprio sul papa tedesco. Non c’è ancora una data per la pubblicazione. Ma... Parla subito con il suo editore, decidono assieme che l’occasione non permette temporeggiamenti.
Un’ampia base da cui partire, una settimana di duro lavoro e oggi, giorno in cui la Cattedra di Pietro rimarrà vacante, esce “Benedetto XVI, missione compiuta”, sottotitolo “L’addio del papa che ha disegnato il futuro della chiesa cattolica fra scandali e congiure” (Castelvecchi Rx editore, pagg. 128, euro 9,50).
Visca, allora è un “istant book”?
«Certo, nel senso che esce pochi giorni dopo l’annuncio delle dimissioni. Da un lato sono soddisfatta di “essere sulla notizia”, dall’altro un po’ mi dispiace perchè un papa come questo avrebbe di sicuro meritato maggiore e ulteriore approfondimento».
Com’è nato il libro?
«Sulla notizia. Stavo lavorando da due anni su questo papa. Quando però è stato dato l’annuncio delle dimissioni, d’accordo con il mio editore, ho buttato tutto (quasi tutto...) e ho ricominciato da capo».
Come ha aggiornato il lavoro?
«Non lo so. Posso dire solo in quanto tempo: una settimana di lavoro intenso, giorno e notte, correndo dietro alle decisioni clamorose che il papa ha continuato a prendere a raffica».
Che papa è stato Benedetto XVI?
«A mio modestissimo parere di cronista, è stato un papa molto innovativo. Non per le dimissioni, che comunque restano una rottura dirompente rispetto al ventre molle della curia romana. Lo è stato per molte cose che ha detto, a cominciare dal suo pensiero sull’amore».
Che peso hanno queste dimissioni?
«Valgono più di un giubileo, sul piano simbolico forse più del Concilio Vaticano II celebrato quest’anno per il suo cinquantesimo anniversario. Ricorrenza non senza significato nella storia personale di Benedetto XVI, perché proprio con il Concilio il giovane professore di teologia Joseph Ratzinger mosse i primi passi fra le mura leonine. Cinquant’anni sono tanti nella vita di un uomo e il papa ha dichiarato di sentirne tutto il peso».
Lascia perché stanco o perché ha compiuto la sua missione?
«Di certo è stanco, ma penso anche che abbia anche compiuto la sua missione. Nel senso che oltre quello che ha fatto non poteva fare, visti i limiti oggettivi di un’età avanzata e una salute malferma».
Qual era la sua missione?
«Quella che lui stesso ha dichiarato prima ancora di diventare papa. Fare piazza pulita della sporcizia nella Chiesa cattolica».
Ci è riuscito?
«Benedetto XVI, chiuse molte partite dello scandalo della pedofilia, riportata la sua idea di ordine nei movimenti ecclesiali, creati i nuovi cardinali e messo mano, almeno nei princìpi, a rendere più trasparente la finanza vaticana, deve aver concluso che la sua missione era compiuta, che il vincolo di mandato poteva essere sciolto».
Dunque gli scandali hanno avuto un peso?
«In qualche modo si, nel senso che hanno svelato al mondo quanto in curia molti già sapevano e hanno rivelato le divisioni della curia e le lotte intestine fra le varie cordate».
C’erano stati segnali, avvisaglie delle dimissioni?
«Certo. Da qualche mese non faceva altro che chiedere scusa per i suoi malanni. Il primo novembre 2012 interruppe l’Angelus di Ognissanti per confessare ai fedeli: “Oggi non leggo molto bene”. E poi della possibilità di dimissioni, introdotta nel codice di diritto canonica da Paolo VI, il papa ha parlato già due anni fa nel libro “Luce del mondo”».
Continui.
«Quel libro uscì a novembre 2010. Era una lunga intervista a Ratzinger di Peter Seewald. I due si parlano, ovviamente, in tedesco. Dunque nessun equivoco sul significato semplice e definitivo di certe domande e certe risposte. Chiede Seewald: ha mai pensato di dimettersi? Risponde Ratzinger: quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo non è il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Questo è il mio pensiero, ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: se ne occupi un altro».
Nel suo libro lei fa riferimento a un film del '76...
«Ho tentato di fare un libro popolare. Ricordare un film minore di Luigi Magni, “Signore e signori buonanotte”, sulla ricerca del papa di transizione mi è sembrato il modo più diretto per rendere comprensibile quanto sta succedendo nella chiesa cattolica».
Nanni Moretti aveva previsto (quasi) tutto...
«Moretti è un raffinato intellettuale romano. Il secondo aggettivo è utile per rispondere alla sua domanda. I romani percepiscono a pelle che cosa non funziona oltre le mura leonine. In più “Habemus papam” è del 2011 e “Luce del mondo” è stato pubblicato nel 2010. Sicuramente Nanni Moretti aveva letto il libro del papa».
Dopo le dimissioni il papa sembra più amato, più “simpatico” ai laici.
«Senz’altro Ratzinger è un papa simpatico, come dice lei, agli intellettuali. Le sue dimissioni lo hanno reso quanto più umano possibile, il che di solito non guasta per attirare simpatie».
Chi sarà il prossimo papa?
«Ah, saperlo. Posso dire a chi vanno le simpatie della chiesa meno paludata e forse in cuor suo dello stesso Benedetto XVI: Luis Anton Tagle, giovane cardinale filippino, cinquantasei anni, che predica su youtube e che Reuters ha descritto come uno “con il carisma di Woytjla e la profondità teologica di Ratzinger”. Chissà che non sia proprio lui, il prossimo papa...».
mercoledì 27 febbraio 2013
Un anno senza LUCIO DALLA
Un anno senza Lucio Dalla, un anno con le canzoni del piccolo grande uomo. Era la mattina del primo marzo. L’artista bolognese era all’hotel Ritz di Montreux, dove si era esibito la sera prima. Un infarto. Il primo a trovarlo è Marco Alemanno, da qualche anno suo compagno di vita nonchè collaboratore sul palcoscenico.
Nel libro “Dalla Luce alla notte”, appena edito da Bompiani, il giovane attore pugliese scrive: «Il giorno prima che morisse arrivammo a Montreaux nel pomeriggio. La sera avevamo il terzo concerto della tournèe europea. Prendemmo la nostra stanza, una suite con una vista meravigliosa sul lago. Finito di cantare, mi portò a vedere la statua di Freddie Mercury, lì vicino. Mi inginocchiai per accendere una candela. Lucio disse una preghiera in silenzio».
Ancora Alemanno: «Poi diede una gran pacca sul braccio della statua e disse: ci vediamo domani, vecchio Freddie! Il giorno dopo, in effetti, credo che si siano visti davvero...».
La mattina dopo, la notizia rimbalza prima su Twitter e poi fra le varie agenzie e i siti. Il feretro viaggia verso la residenza bolognese dell’artista, in via D’Azeglio. La camera ardente viene allestita in municipio, a Palazzo d’Accursio. La città proclama il lutto cittadino. E il 4 marzo, giorno in cui Dalla avrebbe compiuto sessantanove anni, si svolgono i funerali nella basilica di San Petronio. Cinquantamila persone in piazza.
Nei giorni successivi, polemiche per il ricordo di Alemanno in lacrime sull’altare. Alcuni lamentano che l’omosessualità dell’artista - che in vita non aveva mai fatto mistero delle sue scelte ma nemmeno le aveva ostentate - sia stata in qualche modo “sdoganata” in chiesa. Tutte occasioni mancate per un rispettoso silenzio.
Passano le settimane e le polemiche si spostano sull’eredità. L’artista non ha lasciato testamento, dunque il suo enorme patrimonio (oltre cento milioni di euro fra immobili, opere d’arte, diritti d’autore, royalties discografiche...) viene diviso tra i suoi cinque cugini di primo grado, che avranno anche l’ultima parola sulla fondazione a lui intitolata e che finora è rimasta sulla carta. Alemanno, in mancanza di una precisa volontà testamentaria, non ha alcun diritto ed esce dalla sontuosa abitazione bolognese (duemilacinquecento metri quadrati a due passi da piazza Maggiore, soffitti affrescati, opere d’arte, cinema privato...) che aveva condiviso con l’artista.
Resta la musica. Restano le canzoni. Lasciate al mondo in quarant’anni di carriera da quell’uomo innamorato del futuro. Che vita, che carriera quella del piccolo grande Lucio. Esordi come clarinettista e sassofonista jazz, nella Bologna povera ma pulita del dopoguerra. Incrocia Chet Baker, suona con la Rheno Dixieland Band, di cui fa parte anche il futuro regista Pupi Avati. Approda a Roma, fa parte dei Flippers e degli Idoli, nel ’64 esce il primo 45 giri: “Lei (non è per me)” - scritta da Gino Paoli e portata senza successo al Cantagiro - e “Ma questa sera” (cover di “Hey little girl” di Curtis Mayfield).
Nel ’66 esce il suo primo album. Nello stesso anno lo mandano a Sanremo. Canta “Paff bum”, in coppia nientemeno che con gli Yardbirds. Torna al Festival nel ’67, l’anno del suicidio di Luigi Tenco: lui canta con i Rokes “Bisogna saper perdere”.
Al cinema in quegli anni lo vediamo nei cosiddetti “musicarelli” ma anche in un film dei fratelli Taviani, “I sovversivi”, candidatura come miglior attore alla Mostra di Venezia. Il secondo album s’intitola “Terra di Gaibola” (un sobborgo di Bologna), il terzo Sanremo è quello di “4 marzo ’43”. Nel ’71, basco in testa e barba nera, ad affrontare le censure dell’epoca. Il verso “per i ladri e le puttane” diventa “per la gente del porto”, il titolo originario “Gesù bambino” (titolo originario, titolo da lui sempre mantenuto nei concerti...) è considerato irrispettoso, cambiare cambiare, altrimenti la Rai non l’avrebbe mandato in onda. Ma la gente era già allora più avanti dei suoi governanti: la canzone, testo della poetessa Paola Pallottino, arrivò terza.
Anni Settanta, anni di cambiamento. Dalla comincia a collaborare con il poeta bolognese Roberto Roversi (scomparso anche lui nel 2012). Con lui scrive, fra il ’73 e il ’76, tre album: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili” (con il brano “Nuvolari”), da cui poi viene tratto lo spettacolo “Il futuro delle automobili e altre storie”. Fino a quel momento era stato musicista e interprete. Poi diventa cantautore.
Gli album “Com’è profondo il mare” (’77) e “Lucio Dalla” (’78) consegnano alla scena italiana un nuovo, grande protagonista. Collabora con Ron e con gli Stadio. L’accoppiata con Francesco De Gregori, nel tour del ’79 dal titolo “Banana Republic”, fa il resto.
I trent’anni successivi lasciano a referto dischi e tour di successo (uno con l’amico Gianni Morandi), punteggiati da piccoli grandi capolavori: “Anna e Marco”, “Balla balla ballerino”, “Cara”, “La sera dei miracoli”, “Washington”, “Ayrton”, mille altri, fino all’inarrivabile “Caruso”.
Altri dischi, altri tour, altre collaborazioni. L’ultima, con il giovane Pierdavide Carone, accompagnato come umile spalla (da corista e direttore d’orchestra) hanno accompagnato due intere generazioni.al Sanremo 2012. La sua ultima apparizione in tivù. Pochi giorni prima di quel maledetto primo marzo.
Lunedì 4 marzo Bologna ricorda il suo figlio che se n’è andato troppo presto. Evento in piazza Maggiore, tanti artisti ospiti, diretta televisiva. Il minimo, per il piccolo grande Lucio Dalla.
giovedì 21 febbraio 2013
Video CRISTICCHI Magazzino 18
Passata la sbornia sanremese, ecco il video di “Magazzino 18”. Al festival Simone Cristicchi se l’è cavata dignitosamente. Avrebbe preferito portare in finale “Mi manchi”, canzone giocata sui tasti della semplicità, della fanciullezza. La giuria ha preferito il brano più “cristicchiano” sin dal titolo, “La prima volta (che sono morto)”. Poi relegato nelle zone basse della classifica finale, all’undicesimo posto su quattordici big.
Ma Sanremo era la scusa per lanciare il nuovo lavoro, “Album di famiglia”, nel quale si parla anche di Trieste, di esuli istriani e dalmati, di terre italiane perse nella guerra voluta dal fascismo.
Ora arriva il video del brano “Magazzino 18”, realizzato da Vincenzo Chiera. Immagini in bianco e nero, che ci riportano all’esodo, che parlano ai tanti italiani che di quelle tragiche vicende non sanno tuttora o non sapevano nulla fino a poco tempo fa.
«Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra. Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette, e mi ricordo, faceva freddo nel’inverno del ’47...». Sono i primi versi della canzone.
Nel video scorrono immagini del Magazzino 18, quel luogo della memoria che c’è nel porto vecchio di Trieste, dove gli italiani che scappavano dalla Jugoslavia lasciarono le loro povere cose pensando magari di poter tornare un giorno a riprenderle. La nave Toscana, il porto di Pola, le scritte “W l’Italia”, valigie, povere cose, volti di bambini impauriti, di donne e uomini disperati. «Ci chiamavano fascisti, eravamo solo italiani...».
“Magazzino 18” sarà anche il titolo dello spettacolo di Cristicchi che aprirà a ottobre la prossima stagione dello Stabile Fvg.
Libro FEGIZ
A novembre lo abbiamo visto anche a Trieste, al Rossetti. E mentre il tour dello spettacolo va avanti (dal 5 al 7 aprile torna a Milano, al Teatro Nuovo), “Io odio i talent show” è diventato anche un libro.
L’avventura di Mario Luzzatto Fegiz, il giornalista e critico musicale triestino “prestato” al palcoscenico, prosegue dunque a tutto campo, allargando il raggio d’azione.
Tranquilli: il volume (Gve, pagg. 160, euro 12,90) non è solo il testo dello spettacolo, ma comprende anche molte parti - aneddoti, curiosità, ricordi, articoli - che non trovano spazio in scena, dove il nostro è affiancato dal chitarrista e cantante calabrese Roberto Santoro e dal fisarmonicista ucraino Vladimir Denissenkov.
Show e libro, entrambi realizzati con la collaborazione di Giulio Nannini e Maurizio Colombi, nascono comunque dall’autoironica riflessione di un critico che vede il suo ruolo, la sua potenza spazzati via nell’epoca dei talent show, dei social network, dei televoti, degli sms.
Fegiz odia i talent show perchè hanno posto fine alla dittatura della (sua) critica. Un critico musicale in pieno psicodramma, un tempo temuto e rispettato, che si deve confrontare con una nuova realtà. Abituato dagli anni Settanta a fare il bello e il cattivo tempo, si scopre esautorato da una contestazione che agisce in tempo reale, con i fan degli artisti pronti a coglierlo in fallo fra lazzi e insulti. Addestrato a operare con certezze come Beatles o Elton John, o con artisti italiani di grande caratura, scopre che cantanti da lui detestati o ignorati hanno successo ugualmente.
Nel suo delirio-vendetta-sfogo, il critico si descrive così: «Di mestiere faccio quello che vi dice se vale la pena di spendere cinquanta euro per un concerto o quindici per un cd. Per misteriose ragioni da quarant’anni costringo pubblico e artisti a confrontarsi con la mia incompetenza. E ho visto cose che voi umani neanche potete immaginare...».
Fegiz squaderna decine di aneddoti su Tenco e Mogol-Battisti, su De Gregori e Madonna, su Sanremo e i personaggi emersi dai “talent”. E ancora i ricordi degli incontri con Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Mick Jagger, Bruce Springsteen, David Bowie, Mike Bongiorno...
Fra gli aneddoti più gustosi, l’episodio - assente nello spettacolo - di un’antica avventura con una giovane fan di Gianna Nannini, incrociata nella hall di un grande albergo di Montreaux, perdutamente innamorata della rocker toscana ma disposta a tutto a patto di sentirsi raccontare storie, vere o false non importa, riguardanti l’oggetto del suo desiderio...
Un piccolo grande viaggio che parte da un’autoironica confessione. Ma che diventa ben presto lo spunto per raccontare - oltre a parte della sua vita - fatti e misfatti di mezzo secolo di musica popolare.
Ammonisce l’autore: ogni tempo ha la sua musica, e ogni musica ha il suo tempo, Oltre che la sua dignità. Ma chissà se in questo mondo che va veloce la critica ha ancora un ruolo, un peso, un senso...
martedì 19 febbraio 2013
Rai, a marzo torna CAROSELLO
A metà marzo torna Carosello. Dev’essere vero, perchè l’hanno detto i vertici della Sipra, concessionaria della pubblicità della Rai. Che hanno annunciato anche il ritorno dell’antico Intervallo, in versione “Intervallo 2.0”.
Il servizio pubblico guarda insomma al futuro, rispolverando i gioielli di famiglia. Perchè il vecchio Carosello, al pari di pochi altri programmi, è sicuramente fra questi.
Debuttò il 3 febbraio 1957, su quello che era il primo - all’epoca unico - canale della Rai tv. Una decina di minuti, sketch comici o filmati da teatro leggero, che erano la scusa per veicolare un messaggio pubblicitario. Si finiva ogni sera alle 21. Tanto che nelle famiglie italiane - altri tempi, altra disciplina - per i bambini degli anni Sessanta vigeva la regola “A letto dopo Carosello...”.
Alla realizzazione di quello che non era solo un contenitore pubblicitario (quelli che anni dopo sarebbero stati chiamati i “consigli per gli acquisti” arrivavano solo alla fine del filmato), parteciparono fior di registi e di attori.
Fra i primi: Luciano Emmer (che del Carosello era considerato l’ideatore), Age e Scarpelli, Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone, Ugo Gregoretti, Pupi Avati. Persino Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. Fra i secondi: Erminio Macario, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Dario Fo, Mina, Nino Manfredi, Virna Lisi, Raimondo Vianello, Gino Cervi. Persino Totò, Fernandel, Eduardo De Filippo, Jerry Lewis.
Di “Carosello”, che andò in onda per l’ultima volta il primo gennaio 1977, furono trasmessi la bellezza di 7.261 episodi. E alla storia, e alla memoria collettiva, ne sono passati diversi.
Tanti cartoni animati, innanzitutto. Topo Gigio con i biscotti Pavesini. Carmencita e Caballero per la Lavazza, firmato da Armando Testa. L’omino coi baffi della caffettiera Bialetti. Calimero (“tu non sei nero, sei solo sporco...”) per il sapone Mira Lanza.
E poi il Cynar “contro il logorio della vita moderna”, con Ernesto Calindri comodamente seduto in mezzo al traffico (spot riletto recentemente da Elio e le storie tese). Il jazzista Franco Cerri, “uomo in ammollo” per il detersivo Biopresto (una volta ci confessò che in tutta la sua vita ha guadagnato più con quella pubblicità che con la musica...). Un altro jazzista, il cantante Nicola Arigliano, per il digestivo Antonetto (“si può prendere anche in tram...”). Il grassone Mimmo Craig per l’Olio Sasso. Paolo Ferrari per il detersivo Dixan. Gino Bramieri per il moplèn.
E ancora l’infallibile ispettore Rock (l’attore Cesare Polacco) alle prese con brevi thriller che si concludevano tutti alla stessa maniera: l’ispettore che si toglieva il cappello, mostrava la pelata e diceva “anch’io ho fatto un errore: non ho mai usato la brillantina Linetti” (lasciando quasi intendere chee l’unguento allora in uso fra gli uomini avesse la possibilità di bloccare la caduta dei capelli...).
Anche la sigla aveva una sua importanza. La più celebre rimane quella trasmessa a partire dal ’62: quattro panorami di città italiane (Venezia, Siena, Napoli e Roma), ognuna affiancata da un musicante. E la colonna sonora rimase immutata fino all’ultima puntata: si trattava di “Pagliaccio”, una tarantella napoletana risalente agli anni Venti, in versione solo strumentale.
Stop, come si diceva, il primo gennaio del 1977. Anni bui, di terrorismo e di morti ammazzati per le strade. Anni nei quali la leggerezza, la naiveté del Carosello sembrarono quasi di colpo fuori posto.
Anche la televisione stava cambiando rapidamente. La Rai stava perdendo il monopolio, nascevano le private, il futuro impero berlusconiano. Il servizio pubblico era costretto a inseguire la concorrenza - che prima non c’era - su un terreno che non era e non doveva essere il suo. La pubblicità, sempre più presente e invasiva, diventava la protagonista della televisione. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
All’alba del 2013 Rai e Sipra puntano a fermare la perdita di pubblicità, che quest’anno dovrebbe segnare un meno 5 per cento, ma è reduce da un’annata nella quale la raccolta si è fermata a 744 milioni di euro contro i 965 dell’anno precedente. Per l’impresa vanno in campo i migliori. Chissà se basterà Carosello.
lunedì 18 febbraio 2013
SANREMO bilancio
È stato il miglior Sanremo da tanti anni a questa parte. Un festival senza troppi fronzoli, svestito da quella sacralità baudiana (ma anche gli altri conduttori e direttori artistici delle ultime edizioni si erano mossi sullo stesso solco...) ormai insostenibile.
Un festival che ha smesso di essere “un mondo a parte” rispetto alla scena musicale di casa nostra, ma anche agli stessi show televisivi imperanti. Un festival all’insegna di normalità, leggerezza, contemporaneità.
La vittoria ha diversi genitori. In primis Fabio Fazio, tornato in sella dopo le edizioni del ’99 e del 2000, bissandone i successi in termini di ascolti e di gradimento. Con quell’aria da pretino di campagna, con quel tono ecumenico e curiale, il savonese è uno che la sa lunga. Quando Crozza è andato nel panico per le contestazioni, è lui che ha salvato la situazione. E il comico genovese lì ha dimostrato i suoi limiti: esilarante fino all’incidente, timido e insicuro dopo i “buuh”. Ha ragione chi dice che ha sbagliato la scaletta: l’imitazione del Berlusca (sublime) andava fatta alla fine.
Luciana Littizzetto è stata perfetta nel ruolo di brutto anatroccolo che diventa principessa. Ha mandato in soffitta le bellone senza cervello, le vallette “una-bionda-una-bruna” vestite come lampadari, di cui avevamo le tasche piene. Il suo credo: non prendere nessuno sul serio, a cominciare da se stessa.
Bene anche gli autori, fra i quali spiccava il nome di Michele Serra. Almeno per un anno ci hanno risparmiato quella caterva di sciocchezze di cui la settimana sanremese è stata sempre piena. Testi normali come le canzoni, scritti da gente che vive in questa Italia per spettatori non arrivati da Marte.
Ma se interpreti, autori e canzoni di questo festival sono stati dignitosi, il merito va soprattutto a Mauro Pagani, che il grande pubblico ha visto finalmente in faccia tutte le volte che ha diretto l’orchestra. Ex della Pfm, già autore e produttore con Fabrizio De Andrè (“Creuza de mä”, l’album capolavoro dell’84, lo hanno realizzato a quattro mani) e per tantissimi altri interpreti, ha il merito di aver assemblato un buon cast.
Nel quale, gli “Elii” (Ollio e le storie tese, nella versione oversize dell’ultima sera...) viaggiano almeno un gradino sopra tutti gli altri. Il loro mix di genialità e follia, condite da cultura musicale assoluta, lascia piacevolmente a bocca aperta. Il secondo posto (ottenuto grazie alla giuria di qualità) e il premio della critica sono il giusto riconoscimento della loro qualità e verve.
Bene anche Malika Ayane: elegante, fascinosa, insinuante, con quella voce che sa di paesaggi esotici. Belle le canzoni scritte per lei da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, ma il suo piccolo capolavoro è stata la rilettura per Sanremo Story di “Cos’hai messo nel caffè” (Riccardo Del Turco, Sanremo ’69). Partita fra le favorite, è stata punita dal peso del televoto.
Televoto che ha premiato il vincitore, Marco Mengoni, un altro ragazzo proveniente dai “talent”. Con la parentesi Vecchioni, è la quarta volta in cinque anni che Sanremo viene vinto da chi arriva da “Amici” o “X Factor”. Mengoni è cresciuto come interprete, ha ancora qualche scatto un po’ isterico, ma ai giovanissimi piace. E va detto che la sua rilettura di “Ciao amore ciao”, di Luigi Tenco, è stata dignitosa.
Il gradimento dei giovanissimi, espresso attraverso il televoto, ha portato sul podio anche i Modà. Che sembrano cantare sempre la stessa canzone e sfoggiano testi da dimenticare. Ci scusino i fan, ma ne avremmo fatto volentieri a meno.
Meglio di loro altre due ragazze da “talent”: Chiara (favorita della vigilia, poi scivolata in classifica) e la stessa Annalisa, che ha ampi margini di miglioramento. E meglio anche Raphael Gualazzi, una ventata di swing che animerà la primavera radiofonica.
Cosa manca? Che è stato anche il Sanremo dei diritti civili, con la coppia gay sul palco la prima sera e con la poetica canzone di Renzo Rubino fra i Giovani. Dove ha vinto Antonio Maggio, altro ragazzo che si è fatto le ossa nei “talent” (era nell’Aram Quartet vincitore del primissimo “X Factor”).
Ed è stato anche il primo, vero Sanremo di Twitter: il social network delle 140 battute l’ha fatta da padrone nei commenti in tempo reale: migliaia e migliaia al minuto. Il mondo è cambiato. La cronaca e la critica anche.
sabato 16 febbraio 2013
SANREMO giov
Ieri sera spigliato ripasso delle quattordici canzoni finaliste e secondo round per i giovani, per i quali stasera è già tempo di finale. Ma il gran finale, quello vero, va in scena domani. E il 63.o Festival di Sanremo, come ogni anno, a questo punto s’interroga sul favorito per la vittoria. Chi salirà sul podio? Chi iscriverà il proprio nome nell’albo d’oro?
Diciamo subito che la trionfale esibizione di Elio e le storie tese, bissata ieri sera, ha dato una scossa al festival. Gli “Elii”, con “La canzone mononota” spedita in finale dalla giuria, ma anche con quella “Dannati forever” che ha dovuto cederle il passo, sono un mix di genialità e follia, condite da gran cultura musicale. Siedono almeno un gradino più in alto di tutti gli altri. Che pure non sono complessivamente malaccio, rispetto a tanta sbobba degli anni passati.
La vittoria di Elio sarebbe ossigeno, un premio al coraggio di Fabio Fazio, che ha donato qualità alla rassegna grazie anche al lavoro del direttore artistico Mauro Pagani. E leggerezza, spensierata aria di normalità, grazie anche alla presenza di Lucianina Littizzetto (ieri serissima nel dire, per San Valentino, parole di verità: «Un uomo che ti picchia è un stronzo»).
Ma il peso dei meccanismi del televoto favorisce altri. Chiara, fresca vincitrice di “X Factor”, potrebbe dirottare i suoi fan televotanti a favore di “Il futuro che sarà”, firmata Francesco Bianconi dei Baustelle. E anche Malika Ayane, nonostante la schiena orrendamente tatuata, cantando da par suo l’insinuante e fascinosa “E se poi”, di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, può puntare in alto.
Salvo sorprese, sempre possibili a Sanremo, il podio dovrebbero giocarselo questi tre. Quarti incomodi i trascurabili Modà, amati da giovanissimi di bocca buona, che potrebbero regalar loro molti sms. Che sarebbero più meritati, chessò, dal trascinante e al tempo stesso raffinato Raphael Gualazzi. O magari dallo stralunato Simone Cristicchi. O dai rockettari Marta sui tubi.
Stasera finale dei Giovani ma anche Sanremo Story. Ogni big rileggerà un successo della storia del festival. Marco Mengoni proporrà “Ciao amore ciao”, Simona Molinari e Peter Cincotti “Tua”, Maria Nazionale “Perdere l’amore”, Daniele Silvestri “Piazza grande”, i Modà “Io che non vivo”, Max Gazzè “Ma che freddo fa”, Elio e le storie tese “Un bacio piccolissimo”, Simone Cristicchi “Canzone per te” di Sergio Endrigo, Marta sui tubi “Nessuno”, Annalisa “Per Elisa”, Malika Ayane “Cosa hai messo nel caffè”, Chiara “Almeno tu nell’universo”, Almamegretta “Il ragazzo della via Gluck”.
Raphael Gualazzi, vincitore fra i Giovani nel 2011, nonchè una delle più convincenti presenze di quest’anno, pesca dalle nostre parti. Rileggerà infatti “Luce (Tramonti a nord est)”, con cui la monfalconese Elisa vinse Sanremo nel 2001.
L’altro legame del festival con le nostre terre è rappresentato dalla coppia swing Simona Molinari e Peter Cincotti, domani in finale con “La felicità”, preferita dalla giuria a quel gioiellino dal titolo “Dr. Jekyll Mr. Hyde”, inedito del compianto Lelio Luttazzi.
Il testo di “Dr. Jekyll Mr. Hyde” è firmato anche dal produttore e autore udinese Alberto Zeppieri. Che spiega così la genesi del brano: «Ho avuto la fortuna di conoscere Luttazzi, di cui sono da sempre un grande ammiratore. Fra gli inediti che ha lasciato c’era questa canzone, scritta nel 2002, a cui mancava solo un titolo, una strofa e un ritornello. Ho provato a completarla come avrebbe fatto lui. Spero di esserci riuscito».
Il brano farà parte del cd-tributo che uscirà a marzo, con la partecipazione di molti jazzisti italiani. Ventidue brani, cui verranno aggiunti alcuni contenuti extra nella versione digitale che sarà diffusa il 27 aprile, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Luttazzi. Auguri Lelio, ci manchi...
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