...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 28 aprile 2013
CROSSFIRE HURRICANE, ROLLING STONES al cinema
“I was born in a crossfire hurricane” (qualcosa tipo “Sono nato nell’occhio di un uragano”...) è il primo verso di “Jumpin’ Jack Flash”. E “Crossfire Hurricane” è il film sulla storia dei Rolling Stones che verrà proiettato domani e martedì in trecento sale italiane (da noi a “The Space” delle Torri, a Trieste, e di Pradamano, in Friuli).
Diretto da Brett Morgen e co-prodotto dallo stesso Mick Jagger, il docufilm è stato presentato a ottobre al London Film Festival, nel cinquantenario del gruppo. Due ore e mezzo di adrenalina pura, fra immagini esclusive di concerti, video, retroscena del palco, spezzoni di interviste (ce n’è anche una al compianto Brian Jones), per raccontare una vicenda unica nella storia del rock.
Si parla della loro dipendenza dagli stupefacenti, della scelta di indossare i panni di “bad boys” a dispetto dei perbenisti e amati Beatles, della volontà di stupire sempre, fra eccessi, “party selvaggi”, pettegolezzi e arresti.
Ma il film, dagli inizi al Marquee di Londra a oggi, è anche la storia di un gruppo di ragazzi dei primi anni Sessanta che amano il rock blues e riescono a scalare i gradini del successo fino a diventare delle rockstar planetarie.
Mick Jagger e Keith Richards, con Charlie Watts e Ronnie Wood, ma anche Bill Wyman e Mick Taylor (che non fanno più parte della band), raccontano mezzo secolo di carriera senza tralasciare né dimenticare nulla: sono proprio le loro parole a fare da trama al racconto, fra materiale d’archivio, interviste d’epoca, performance dal vivo e immagini inedite.
Richards, sopravvissuto a se stesso, ai suoi eccessi e alle sue dipendenze, descrive così la vicenda del gruppo: «Di solito, nei film, alla fine della storia il cattivo muore muore. Stavolta no». Già, perchè in occasione dei cinquant’anni dalla nascita del gruppo, la loro straordinaria macchina di musica e business viaggia di nuovo a pieno ritmo.
Fra maggio e giugno gli Stones faranno una serie di concerti negli Stati Uniti. Quest’estate saranno gli “headliner” del festival di Glastonbury. E il 6 luglio torneranno a suonare ad Hyde Park, a Londra, proprio nel luogo dove il 5 luglio 1969 tennero uno storico concerto davanti a 500mila persone, due giorni dopo la morte di Brian Jones.
Per il cinquantenario è uscito anche il cofanetto antologico “Grrr...”. E la cosa più incredibile è che anche i ragazzi di oggi, passati gli innamoramenti dei gruppi usa e getta, poi vanno a finire sempre lì. Ai classici della premiata ditta Jagger e Richards.
venerdì 26 aprile 2013
Bennato, Ayane, Stadio, Leali...
L’estate musicale scalda i motori. E in attesa delle star italiane e soprattutto straniere che illumineranno la stagione - citiamo giusto per gradire Green Day (25 maggio a Trieste, in piazza Unità) e Muse, Depeche Mode e Bruce Springsteen (31 maggio allo stadio di Padova), Robbie Williams e Roger Waters, Kiss (17 giugno a Villa Manin, Codroipo) e Bon Jovi, Vasco Rossi e Jovanotti... -, ci sono giornate come quella odierna che lasciano all’appassionato delle sette note che gravita nelle nostre terre solo l’imbarazzo della scelta.
Edoardo Bennato nell’area dell’ex Cantiere Alto Adriatico di Muggia, nell’ambito della “Mujalonga sul mar”. Gli Stadio al “Perla” di Nova Gorica. Fausto Leali al “Korona” di Kraniska Gora. Malika Ayane al Gran Teatro Goex di Padova. Tutti stasera.
Il cantautore napoletano, classe 1946, è dai primi anni Settanta una delle figure più importanti della canzone rock di casa nostra. Figlio di un impiegato dell’Italsider, recentemente ha commentato così la decisione della magistratura di sequestrare le aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli, ipotizzando il reato di disastro ambientale: «Doveva diventare il simbolo della rinascita, ora appare solo l’emblema della disfatta ambientale. È una nuova tegola su questa città. Ma il discorso è più complicato, l’analisi più articolata e gli addebiti più diversificati. Ho detto e denunciato sempre, da 40 anni, tutto quello che su Bagnoli c’era da dire e denunciare e ho scritto canzoni sul luogo dove sono nato, come “Vendo Bagnoli”: ormai sono stanco di dire sempre le stesse cose. Bagnoli è un tema su cui molto mi sono impegnato e ora non riesco nemmeno ad ascoltare la mia voce che ne parla».
Un mese fa, nel quarantesimo anniversario della pubblicazione del suo primo album, Bennato ha tenuto dei concerti al Teatro Trianon, nel cuore del popolarissimo rione di Forcella. Un anniversario importante e uno scopo civile, visto che i concerti sono stati organizzati per contribuire alla ricostruzione della Città della scienza e alla rinascita di Bagnoli e dei Campi Flegrei.
A proposito di anniversari. Anche gli Stadio di Gaetano Curreri (che a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta erano il gruppo di Lucio Dalla) ne hanno appena festeggiato uno, importante e bello rotondo. E l’hanno fatto regalando - a se stessi e al proprio pubblico - un album dal vivo, il terzo della loro carriera: “30, I nostri anni”. Il disco, pubblicato pochi mesi fa, comprende tre canzoni inedite registrate in studio e dieci canzoni suonate dal vivo con il supporto della Sanremo Festival Orchestra.
E siamo a Fausto Leali. Classe 1944, è su piazza almeno dal ’67, quando azzecca il suo primo successo con “A chi” (versione italiana di “Hurt”, che Roy Hamilton aveva cantato nel ’54 e Timi Yuro nel ’60). Ha partecipato a vari Sanremo, vincendo nell’89 con “Ti lascerò”, assieme ad Anna Oxa. Al Festival manca dal 2009, quando ha cantato “Una piccola parte di te”.
Malika Ayane è invece fresca di partecipazione alla nostra massima rassegna canora. Milanese, classe ’84, madre italiana e padre marocchino, la fascinosa vocalist ha debuttato fra le Voci bianche della Scala e con alcuni spot pubblicitari. Primo album nel 2008, primo Sanremo nel 2009 con “Come foglie”, poi va tutto di bene in meglio. Quest’anno è andata al Festival con “E se poi” e “Niente”, scritte per lei da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Il suo ultimo album s’intitola “Ricreazione”. Ha detto Paolo Conte della sua voce: «Il colore di questa voce è un arancione scuro che sa di spezia amara e rara».
domenica 21 aprile 2013
AL FOSTER, incisione e concerto a TS
Capita spesso di non essere profeti in patria. Succede innanzitutto alle persone, tante volte apprezzate solo lontano da casa. Ma la cosa bizzarra è quando il fenomeno capita a una struttura. Come l’Urban Recording Studio, la piccola ma efficientissima sala di registrazione ubicata all’ultimo piano della Casa della musica di Trieste. Da anni apprezzato “buen retiro” di musicisti europei e statunitensi. Che vengono sempre più spesso fin qui a incidere, sapendo di trovare - oltre alla bellezza e alla particolare atmosfera di una città ancora a dimensione umana - professionalità, efficienza e ...puntualità austroungarica.
In questi giorni, per esempio, è tornato a registrare il batterista Al Foster, americano di Richmond, classe 1943, già collaboratore a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del grande Miles Davis. Lunedì alle 20.30, a chiusura delle sessioni di registrazione, il jazzista terrà anche un concerto nell’auditorium della Casa della musica assieme al suo nuovo quartetto: Eric Alexander al sax, Adam Birnbaum alle tastiere e Douglas Weiss al basso.
«In questi anni - spiega Gabriele Centis, musicista e direttore della Casa della musica, struttura comunale affidata in gestione sin dalla sua apertura alla Scuola di musica 55 - hanno registrato con noi Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi; Omar Hakim, batterista di Sting, Madonna, David Bowie. E poi Airto Moreira, Richard Galliano, Lenny White, Snoop Dog, Philip Catherine, Rachel Z, Markus Stockhausen, Roberto Fabriciani, recentemente Greg Burk con il suo “Expanding Trio”. Da noi sono state registrate anche le musiche di un film di Giuseppe Tornatore, in collegamento con Ennio Morricone da Roma».
Ancora Centis: «Grazie al passaparola, col tempo siamo diventati un punto di riferimento per produzioni internazionali. E naturalmente tutto questo non sarebbe stato possibile senza la bravura e la professionalità di Fulvio Zafret, sound engineer (un tempo si diceva “ingegnere del suono” - ndr) del nostro studio».
La cui fama internazionale si è diffusa anche grazie alla partnership con la rassegna estiva TriesteLovesJazz, curata da anni proprio dalla Casa della musica. «Sì - conferma Centis -, con un costante lavoro abbiamo sviluppato nel corso degli anni una rete di collaborazioni e contatti, incrociando le atticità didattiche della nostra scuola con le produzioni discografiche, le rassegne musicali, in primis TriesteLovesJazz, le nostre varie iniziative, stimolando l’interesse di numerosi artisti e dell’ambiente musicale internazionale».
Ancora Centis: «Nei mesi scorsi si è concretizzata un’altra importante collaborazione/cooproduzione con Il Parco della Musica di Roma/Fondazione Musica per Roma, la famosa struttura firmata da Renzo Piano. Nelle prossime settimane infatti esce il cd di Pietro Tonolo “Dajaloo”, un progetto musicale che coniuga jazz con la tradizione musicale africana, registrato qui a Trieste, alla Casa della Musica, e missato ed editato a Roma».
Ma non ci sono soltanto i progetti importanti, le collaborazioni con i musicisti europei e americani. In questi anni la struttura triestina ospita con una certa continuità anche progetti discografici e musicali provenienti dall’Austria, dalla Slovenia e dalla Croazia. Con artisti, giovani e meno giovani, che hanno ormai nella Casa della musica un riferimento costante per le loro produzioni.
«Purtroppo - conclude Centis - va sottolineato che la qualità delle produzioni artistiche e l’impegnativo lavoro nei settori culturali sono penalizzati dalla grave crisi economica, da pesanti tagli sui finanziamenti pubblici e da una burocrazia e da normative inadeguate che ormai da anni sembra impossibile riformare».
Per quanto riguarda l’ospite di questi giorni, Al Foster, si diceva della collaborazione con Miles Davis. Il nome più illustre ma certamente non il solo che appare nella sua corposa biografia. Dalla quale apprendiamo che il batterista - ma suona anche sassofono, pianoforte e basso - cominciò giovanissimo a suonare a New York nei gruppi del trombettista Blue Mitchell e di Hugh Masekela.
Poi “incrociò le bacchette” con Joe Henderson, Herbie Hancock e Sonny Rollins, collaborando anche con Horace Silver e Freddie Hubbard, McCoy Tyner e Wayne Shorter, Bobby Hutcherson e John Scofield, Pat Metheny e Charlie Haden, Randy e Michael Brecker, Bill Evans e George Benson, Kenny Drew e Carmen McRae, Stan Getz e Toots Thielemans, Dexter Gordon e Chick Corea. E ancora con Thelonious Monk, Dave Holland, Buster Williams, Benny Golson, Branford Marsalis, Sting, John McLaughlin, Michel Petrucciani, Dexter Gordon, Sonny Rollins e McCoy Tyner.
C’è (quasi) tutta la storia del jazz, nella carriera di Al Foster.
venerdì 19 aprile 2013
RODOTA' PRESIDENTE, prima che sia troppo tardi
Quello a cui stiamo assistendo nel paese è una spettacolo indecente, se non fosse drammatico per gli scenari possibili. Il Partito Democratico e il suo alleato Sinistra Ecologia e Libertà hanno la possibità di votare una persona seria, preparata, onesta e aperta come Stefano Rodotà. Vedi l'appello di Carlo Petrini, Remo Bodei, Salvatore Settis, Michele Serra e Barbara Spinelli: http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-momento-e-ora-votiamo-rodota-appello-di-spinelli-serra-settis-bodei-e-montanari/. Noi lo abbiamo conosciuto, anche per la battaglia sui beni comuni e il referendum sull'acqua pubblica, e non capiamo perché il Pd tergiversa.
Ci sarebbero già i voti da due giorni, ma logiche di partito e purtroppo anche accordi con Berlusconi, bloccano questa strada. Chi se ne importa se lo ha proposto per primo il Movimento 5Stelle? Questi giochi da bambini piccoli - altro che tattica dalemiana! - ha già affossato la credibilità del centro-sinistra, ma soprattutto coinvolge un paese ormai allo stremo: la guerra tra bande all'interno del Pd prima della disoccupazione, della cassa integrazione, degli esodati, prima dei problemi reali e drammatici del paese.
Scriviamo ai grandi elettori di Pd e Sel, perché sono bolliti, hanno perso la bussola. Manifestiamo davanti alle sedi di Pd e Sel, occupiamole, chiamiamoli se abbiamo il loro numero di telefono.
Libro SAVIANO su cocaina
Dice Roberto Saviano che la coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno: l’ha presa per svegliarsi stamattina. Idem l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale.
Sostiene Saviano che fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Altrimenti è il tuo capoufficio, o la sua segretaria che tira solo il sabato sera per divertirsi. O sua moglie che lo fa “per lasciarsi andare”. O la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti.
L’attacco di “ZeroZeroZero” (Narratori Feltrinelli, pagg. 445, euro 18), il nuovo libro di Saviano, è un pugno alla stomaco capace di toglierti molte certezze. La sfilza dei potenziali consumatori di neve (gli “addicted”) è lunga, si insinua nei meandri della tua quotidianità, fa traballare certezze perbeniste.
Camionisti che non riuscirebbero a reggere tutte quelle ore di autostrada, infermiere impegnate nel turno di notte, imbianchini e poliziotti, chirurghi e avvocati, cassiere e giudici, elettricisti e cantautori, professoresse e giornalisti... E prima di calarsi nella sua perlustrazione, sferra al lettore questo diretto: «Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fai uso sei tu».
Il libro, dedicato ai carabinieri della sua scorta («Alle 38mila ore trascorse insieme. E a quelle ancora da trascorrere. Ovunque»), riprende la formula del celebre “Gomorra”. Stralci di cronaca che ripercorrono la storia dei cartelli mafiosi colombiani e messicani, stile in bilico fra verbale di polizia e reportage giornalistico. Pagine e pagine che ricostruiscono le guerre che hanno portato al controllo della polvere in America Latina, negli Stati Uniti, in Russia, in Calabria.
Dice lo scrittore napoletano: «Dopo “Gomorra” mi sono detto: devo uscire da questa ossessione malata di raccontare queste storie, di rotolarmi nelle fogne. Ma per me è impossibile allontanarmi da questo. Il lettore voglio che ad ogni pagina dica: no, ma non è possibile, e che vada a cercare se queste cose sono vere».
Ancora Saviano: «Il problema è che sono ossessionato dalle merci. E la merce se decidi di raccontarla ti rimanda a una serie di storie infinite. In questo caso a una droga drammatica, performativa: sei connesso a tutti, non sei mai stanco, non hai limiti. È la merce sibillina che permette un turbo capitalismo senza precedenti. In Italia abbiamo la cultura anti-mafiosa più forte del mondo e abbiamo organizzazioni potentissime».
Perchè la cocaina, spiega ancora Saviano, è l’investimento più remunerativo del mondo contemporaneo. Mille euro “investiti” in polvere bianca dopo un anno diventano la bellezza di 186mila euro. «Ecco il perché della ferocia nell’eliminare i rivali di fronte a un arricchimento così gigantesco. Sono 70mila i morti soltanto in Messico dal 2006 a oggi» rivela lo scrittore.
Che vive sotto scorta dall’ottobre 2006, in seguito alle minacce dei clan che ha denunciato in “Gomorra”, bestseller internazionale tradotto in più di cinquanta lingue. Questa sua vita da braccato si avverte anche nelle pagine del nuovo libro, che è stato pubblicato in diciotto paesi. La denuncia civile e giornalistica dei traffici e del business che sta dietro alla polvere bianca - denuncia precisa, puntuale e documentatissima - a volte sembrano lasciar posto all’angoscia di un uomo solo, cui stata rubata la libertà, che probabilmente sogna uno straccio di vita privata. Da sei anni e mezzo.
«Scrivere di cocaina - dice Saviano - è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste storie affascinano per i loro particolari. E ti si ficcano in testa, finché un’altra – incredibile, ma vera – prende il posto della precedente. Davanti vedi l’asticella dell’assuefazione che non fa che abbassarsi e preghi di non andare mai in crisi di astinenza. Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario, senza riuscire a fermarmi. Sono botte di adrenalina che mi sparo direttamente in vena. Fiammate che divampano accecanti. Assordanti pugni nello stomaco. Ma perché questo rumore lo sento solo io?».
“ZeroZeroZero” è un romanzo reportage di un uomo solo. In fuga. Braccato dalla criminalità. Forse disperato.
giovedì 18 aprile 2013
ARISA domani ven a nova gorica
Ma chi è veramente Arisa? Il personaggio tv delle piazzate a “X Factor” (storica quella con Simona Ventura) o l’interprete ispirata di canzoni come “La notte”, prodotta da Mauro Pagani, seconda a Sanremo 2012? Forse lo scoprirà il pubblico che andrà ad assistere alla sua esibizione di domani sera al Park di Nova Gorica.
Di certo Rosalba Pippa, classe ’82, lucana ma genovese di nascita, è uno dei personaggi che si sono imposti negli ultimi anni nella musica leggera e nello spettacolo di casa nostra. Debutta a Sanremo nel 2009 con “Sincerità”, accompagnata al piano dal nostro grande Lelio Luttazzi. Vince fra le “Nuove proposte” e colpisce il pubblico, oltre che per la voce, anche per quell’immagine un po’ retrò: occhialoni grandi, aria timida, movenze impacciate.
“Malamorenò” è la canzone con cui torna al Festival l’anno successivo, stavolta fra i big. Il successo è inferiore a quello del debutto. A questo punto accade qualcosa: Arisa (acronimo delle iniziali dei nomi dei genitori e delle sorelle) è presenza fissa del programma di La7 “Victor Victoria”, fa qualche parte al cinema, diventa giudice del citato talent show. Dove non tira fuori la sua parte migliore di sè.
Ora questo “Amami tour”, dal titolo dell’ultimo album, che sta girando l’Italia e fa tappa anche nella nostra zona. Con lei, sul palco, Giuseppe Barbera al pianoforte, Sandro Raffe Rosati al basso, Andrea Pistilli alle chitarre, Giulio Proietti alla batteria e Salvatore Mufale alle tastiere.
lunedì 15 aprile 2013
NILS LOFGREN: IO E SPRINGSTEEN
«Se ricordo il concerto di Trieste? Sì, sono tanti anni che veniamo a suonare in Italia ma per noi è sempre una grande festa, un evento speciale. I nonni materni di Bruce sono italiani, mia nonna era di Nicosia, in Sicilia, quindi almeno per noi due suonare da voi ha davvero un significato particolare...».
Nils Lofgren è da quasi trent’anni il chitarrista di Bruce Springsteen. Entrò nell’84, quando Little Steven lasciò la E Street Band per la carriera solista. E anche quando nel ’95 il collega tornò all’ovile, il Boss volle tenerli entrambi nella band. Anzi, nella grande famiglia.
Domani la Sony pubblica l’album “Collection: 1973-2012”, il nuovo album di Springsteen. Fra qualche settimana il “Wrecking Ball Tour” - che l’estate scorsa ha fatto tappa anche allo Stadio Rocco di Trieste - torna dalle nostre parti: 23 maggio a Napoli, 31 a Padova, 3 giugno a Milano, 11 luglio a Roma. La caccia al biglietto è già da tempo partita. E per l’occasione, Lofgren risponde ad alcune domande dalla sua casa in Arizona, dove riposa in una pausa del lungo tour mondiale.
«Con Bruce ci conosciamo dagli anni Settanta - ricorda il chitarrista, classe 1951, nato a Chicago -, quando io suonavo con i Grin, il gruppo con il quale ho debuttato. Quando mi chiamò fu per me una grande soddisfazione. Sono passati quasi trent’anni, ancora non mi sembra vero».
Cosa significa suonare con Springsteen?
«Significa far parte della più grande rock’n’roll band di sempre. Ormai non siamo neanche una band, ma una famiglia. Fra noi c’è un rapporto che supera anche l’amicizia, siamo come fratelli, uniti dalla musica. E penso che il pubblico lo avverta».
Che differenza c’è fra il tour di quest’anno e quello dell’anno scorso?
«Bruce cambia scaletta quasi ogni sera, dunque ogni concerto fa storia a sè. Diciamo che c’è più confidenza, più familiarità con i brani del nuovo disco. Alcuni arrangiamenti sono cambiati, c’è più spazio per l’improvvisazione».
In Australia com’è andata?
«Davvero bene. La macchina ormai è ben rodata. C’è grande entusiasmo, l’eccitazione sul palco è palpabile, si va a memoria. E in Italia sarà ancora meglio».
Com’è il Boss sul palco?
«Sa gestire la situazione alla perfezione, non gli sfugge alcun particolare. Ma al tempo stesso lascia grande libertà a tutti noi. Insomma è il Boss ma non fa il boss, fra noi c’è stima reciproca, e lui ha anche un notevole senso dell’umorismo».
Lei ha suonato con star come Neil Young, Ringo Starr, Mark Knopfler. Una parola su ognuno.
«Con Neil ho praticamente cominciato la mia carriera. Ero giovanissimo quando ho suonato con lui in “After the gold rush” e poi in “Tonight’s the night”. Recentemente gli ho dedicato un disco-tributo, “The loner - Nils sings Neil”, con dentro le sue canzoni che preferisco».
Ringo Starr?
«Viene considerato il meno importante dei Beatles, oscurato com’era da una coppia come Lennon e McCartney. Ma è un grande artista. E fra i quattro ha fatto la sua parte. Per me è stata una grande esperienza lavorare con lui».
Mark Knopfler?
«Un grande chitarrista e un ottimo professionista. Abbiamo lavorato assieme negli anni Ottanta. E da uno come lui si impara sempre qualcosa».
Lei ha cominciato con il pianoforte.
«Da bambino suonavo la fisarmonica, poi il pianoforte, che ho studiato seriamente per dieci anni. Poi tramite mio fratello ho scoperto il blues, il rock e la chitarra. Che non ho più abbandonato».
Quali artisti l’hanno più influenzata?
«Da ragazzo ho assistito all’esplosione del rock, dei suoni nuovi, dei Beatles e dei Rolling Stones che arrivavano dall’Inghilterra. Ma una sera, dopo aver visto suonare gli Who e poi Jimi Hendrix, capii quanta potenza poteva nascere dal rock’n’roll».
So che insegna chitarra su internet.
«È vero, mi piace trasmettere qualcosa ai giovani. Restituire una parte di quello che ho ricevuto dal pubblico in tanti anni. E internet è una cosa eccezionale. Con una videocamera e un computer ho registrato le mie lezioni, e chiunque può scaricarle...».
Iscriviti a:
Post (Atom)