...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 1 novembre 2013
VELEMIR DUGINA, ricerca di tracce, esce in germania un libro sul musicista triestino morto nell'87
A gennaio saranno ventisette anni che Velemir Dugina non c’è più. Non avesse deciso di dire basta, quel tristissimo 16 gennaio 1987, oggi il violinista triestino sarebbe un uomo di cinquantacinque anni. Chissà la sua arte, la sua creatività, la sua sensibilità dove lo avrebbero portato.
È passato tanto tempo, chi ha conosciuto e apprezzato Velemir non dimentica quel ragazzo dai capelli rossi che seppe animare la scena musicale triestina - con diverse incursioni in quella nazionale - per un periodo troppo breve.
La cosa che può sembrare incredibile è che in Germania è appena uscito un libro su di lui: “Velemir Dugina - Eine spurensuche, Una ricerca di tracce”, del docente universitario e musicologo di Dresda Mathias Bäumel. Il volume, in tedesco con traduzione in italiano, è stato recentemente presentato a Dresda, nell’ambito di una serata dedicata a Trieste, con un intervento storico sulla città e l’esecuzione di alcune musiche di Velemir.
«Tre anni fa - ricorda Joanne Dugina, sorella minore del musicista - Bäumel mi aveva contattato, parlandomi della sua intenzione di scrivere questo libro e chiedendomi delle informazioni. Lui conosce bene Trieste, Cherso, le nostre terre. Credo sia arrivato a mio fratello attraverso la lettura di “Microcosmi” di Claudio Magris, nel quale è citato il luogo dove Velemir è sepolto, nell’isola di Cherso. Per un periodo non ho saputo nulla, credevo avesse rinunciato, e invece...».
Il libro parte proprio da quella tomba, nel villaggio di Stivan (San Giovanni). Da quella “strana scritta sotto la foto invecchiata: Velemir Dugina, Prof. Violino, nato il 1 luglio 1958, morto il 16 gennaio 1987”.
Poi la storia del musicista, nato a Melbourne, dove la famiglia era emigrata da Fiume. Il ritorno nel ’59 nel porto allora jugoslavo, l’arrivo a Trieste nel ’68. Lo studio del violino, il conservatorio ma anche la musica popolare, il diploma nell’84 al Tartini, il lavoro nell’orchestra del Verdi ma anche dell’Arena di Verona. E intanto tante collaborazioni, dischi, concerti, a Trieste e in giro per l’Italia: i Giorni Cantati e il gruppo Stu Ledi, i fiorentini Whisky Trail e l’Ensemble Havadià di un Moni Ovadia non ancora famoso (con il triestino Alfredo Lacosegliaz, che con Velemir aveva già collaborato), persino Eugenio Bennato e i Litfiba...
Bäumel ricostruisce la sua storia, intervistando amici, docenti, la sorella. Che dice: «Ha fatto un lavoro notevole, rispettoso della realtà. Credo che l’interesse musicale sia stata la molla che lo ha mosso...».
Ma la “ricerca di tracce” non finisce qui. E arriva ancora dalla Germania. Magrit Dittmann Soldicic è una tedesca di Amburgo, che ha una casa a Cherso, dove vive vari mesi all’anno. Anche lei scopre la tomba di Velemir, rimane colpita dalla storia, fa una sua ricerca intervistando persone che conoscevano l’artista. E scatta delle fotografie a lui in qualche modo ispirate. Vuole farne una mostra, ha contattato il Comune di Trieste per avere una sala, probabilmente la cosa verrà realizzata l’anno prossimo.
Anche lei mossa da un desiderio, quasi un’urgenza. Per non dimenticare Velemir Dugina, quel ragazzo col violino scappato via troppo presto.
giovedì 31 ottobre 2013
METALLICA al cinema, e a dicembre in antartide
Per i fan dei Metallica il momento è arrivato. Oggi, in contemporanea mondiale (a Trieste a The Space delle Torri, in Friuli al multiplex di Pradamano, Udine) arriva l’attesissimo “Metallica through the never”, il film in 3D che ha debuttato il mese scorso al Toronto International Film Festival.
Il titolo del film è tratto da “Through the never”, brano presente nell’album “Metallica” del ’91. La pellicola è una sorta di “rock movie” che prende ispirazione, stando a quanto spiegato dal batterista della band Lars Ulrich, dallo storico film dei Led Zeppelin “The song remains the same”.
«È un vero e proprio film e c’è una parte di storia che non si svolge sul palco - ha detto Ulrich -. La più grande differenza con il film degli Zeppelin è che la storia che non si dipana sul palco e non vede i Metallica come protagonisti. Sono due linee narrative separate».
Il film vede infatti da una parte la band che suona dal vivo, mentre dall’altra si raccontano le avventure di Trip, un giovane membro dello staff organizzativo - interpretato dall’attore Dane DeHaan - che viene mandato in giro per la città per una commissione urgente (recuperare una tanica di benzina) durante il concerto. Da qui una serie di fatti e imprevisti surreali che, secondo le anticipazioni, cambieranno totalmente la vita del giovane. Che si trova coinvolto in scontri di strada e finisce nel mirino di un misterioso uomo mascherato.
La colonna sonora di “Metallica through the never” - che comprende vari brani tratti dai due concerti che i Metallica hanno eseguito nell’agosto 2012 a Vancouver - è già un doppio cd.
Con oltre cento milioni di dischi venduti in trentadue anni di carriera (sessanta nei soli Stati Uniti) e nove Grammy Awards, gli statunitensi Metallica sono considerati una delle formazioni di maggior successo nella storia dell’heavy metal e del rock contemporaneo.
L’8 dicembre la band aggiungerà due nuovi record al suo curriculum: suonerà in una base militare nell'Antartide Argentina e lo farà senza amplificazione. Gli spettatori presenti ascolteranno infatti il concerto attraverso cuffie senza fili.
martedì 29 ottobre 2013
LA MORTE DI LOU REED
È morto Lou Reed. Aveva 71 anni, essendo nato a Brooklyn, New York, il 2 marzo 1942. Senza tema di smentite, è stato uno dei personaggi più importanti della storia del rock, che ha attraversato da protagonista di primissimo piano dagli anni Sessanta degli esordi fino a oggi. Dai Velvet Underground agli ultimi lavori solisti, Lewis Allan Reed (questo il suo vero nome, famiglia di origine ebraica) ha segnato quasi mezzo secolo di musica popolare contemporanea con una forza e un’originalità ineguagliabili.
È stato al tempo stesso “poeta maledetto” dei bassifondi newyorkesi e sperimentatore sempre attratto dall’avanguardia, rocker elettrico e delicato “song writer”. Ha cambiato mille volte faccia, abiti e suoni, ma alla fin fine è rimasto sempre se stesso: genio iconoclasta e curioso del nuovo.
Una storia, la sua, con un brutto prologo: da ragazzo, la passione per il rock ma soprattutto gli orientamenti sessuali non ortodossi per la morale americana dell’epoca spingono i suoi genitori a sottoporlo a cure psichiatriche, con tanto di elettroshock. Ovviamente un trauma difficile da superare, che molti anni dopo, nel ’74, ispirerà il brano “Kill your sons”.
Prova con gli studi di letteratura, cinema e giornalismo alla Syracuse University. Ma la sua storia comincia musicalmente - dopo alcune esperienze non fondamentali, fra cui il gruppo The Shades e il singolo “The ostrich” - nel ’66, anno di nascita dei Velvet Underground, band dell’avanguardia artistica prim’ancora che musicale, che si fa strada sullo sfondo di una New York molto lontana dalle utopie hippie e “flower power” che andavano per la maggiore, negli stessi anni, sull’altra costa degli States, nell’assolata California.
La Grande Mela celava realtà meno superficiali, tentazioni un tantino perverse, segreti forse scomodi, verità di certo più problematiche. Un panorama che produsse come sua massima manifestazione un genio indiscusso come Andy Warhol. E fu proprio il padre della “pop art” a notare quella band di belle speranze, producendone personalmente il primo album: “The Velvet Underground & Nico”. Un disco noto anche come il “Banana Album” per la celebre copertina disegnata dallo stesso Warhol, raffigurante una banana molto fallica che si poteva anche sbucciare rivelando sotto un’identica banana ma di color rosa.
Quel lavoro divenne il manifesto del rifiuto della società dei consumi, la quintessenza della perversione applicata a un rock che - negli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, di Bob Dylan - vestiva abiti e suoni estremi, alternativi e per certi versi minimalisti. Anticipando di una decina d’anni il movimento punk.
Lou Reed e i suoi (fra cui il grande John Cale, cofondatore della band, oltre alla tedesca Nico) debuttarono dal vivo con l’Exploding Plastic Inevitable, sorta di happening multimediale itinerante, organizzato sempre da Warhol, che fu il primo a riconoscere il grande potenziale rock della band. Di più: il primo a trattare il rock come arte. E nella sua “Factory” anche Lou, Nico e gli altri della band trovarono l’habitat ideale per crescere. Il mondo della strada, dei sottofondi newyorkesi diventa lo scenario dei primi brani dei Velvet Underground. Fra eroina e spacciatori, prostitute e trans e perversioni sessuali.
Nel ’67 Nico lascia, Reed di stacca da Warhol, i Velvet incidono “White Light/White Heat”. Nel ’68 finisce anche il feeling con John Cale ed esce un album intitolato semplicemente “The Velvet Underground”. Nel ’70 Lou Reed decide di proseguire da solo. Dall’Inghilterra arrivano il glam rock, l’ambiguità androgina, gli eccessi decadenti di un movimento che influenza molto il nostro. Che di colpo si trasforma in una specie di “fantasma del rock”, con tuta nera, trucco pesante, unghie laccate. L’incontro nel ’72 con David Bowie fa il resto. E produce l’album “Transformer”, suo primo grande successo solista.
Nel disco, prodotto dallo stesso Bowie, “Vicious” apre le danze con un riff rimasto immortale, ”Perfect day” è un piccolo capolavoro di poesia rock urbana, “Satellite of love” appena esce diventa un classico, “Walk on the wild side” (molte versioni nel mondo, fra cui quella italiana di Patty Pravo) passa direttamente alla storia musicale degli anni Settanta.
L’artista newyorkese diventa il poeta maledetto del rock, la sua vita sregolata e segnata dall’uso di droghe e alcol ne fanno un “cattivo maestro” per generazioni di ragazze e ragazzi che comunque pendono dalle corde della sua chitarra, da quella sua voce solo apparentemente apatica e monocorde.
Come solista ha pubblicato dischi fino al 2007, ma l’ultima raccolta, “The essential Lou Reed”, risale a due anni fa. Dopo due matrimoni finiti, dal 2008 era sposato con Laurie Anderson, anch’ella artista e musicista d’avanguardia. A maggio aveva subito il trapianto del fegato.
Lo ricordiamo anche per alcuni concerti nella nostra zona: nel luglio ’93 a Villa Manin, con i Velvet Underground ricostituiti in occasione di quel tour mondiale; nel luglio ’96 al Castello di Udine, con una sua band dell’epoca; nell’agosto 2000 nella vicina Lubiana.
domenica 27 ottobre 2013
PARTO DELLE NUVOLE PESANTI a trieste, teatro miela (sab 26)
Tornano a Trieste quelli del Parto delle Nuvole Pesanti, il gruppo nato come ”collettivo musicale” nella Bologna dei primi anni Novanta. Erano una dozzina di studenti calabresi fuorisede, cresciuti nell’orgoglio delle loro radici e del loro dialetto ma nel contempo aperti alle suggestioni sonore contemporanee. Famosi per il brano “Onda calabra” (rilanciato dal film di Albanese “Qualunquemente”), oggi come allora raccontano la vita della gente comune, non dimenticando la storia della loro terra e mescolando rock e tradizioni popolari. Stasera alle 21 suonano al Teatro Miela, a tre anni di distanza dal precedente concerto nella stessa sala.
«Rimaniamo un gruppo aperto - dice Salvatore De Siena, componente originario del gruppo -, in questi anni c’è stato un certo turn over, ora siamo in cinque. Tutti animati dalla voglia di guardare in faccia la realtà. E di raccontarla in maniera diretta e onesta».
Il nuovo album s’intitola “Che aria tira”. Il punto di domanda lo mettiamo noi...
«Rispondo che tira una brutta aria. La gente sta male. Vengono messi in discussione bisogni primari: lavoro, casa, salute, istruzione. Devo dire che, quando un anno fa abbiamo cominciato a pensare al disco, che è uscito ad aprile, la situazione era ancora peggiore».
Cos’è cambiato?
«Avverto alcuni segnali di reazione. Segnali di speranza, di lotta per un futuro migliore. Penso che davanti all’immobilismo della politica ci sia sempre più bisogno di nuove forme di democrazia. Vera, reale, partecipata...».
Il disco?
«È musica civile, di forte impatto sociale, nel quale parliamo della vita, delle sofferenze della gente comune. Nel brano “La vita detenuta” parliamo di un tema di attualità: la vita nelle carceri, un’emergenza continua e ricorrente nel nostro paese».
C’è anche Carlo Lucarelli.
«Sì, è la voce recitante nel brano “La nave dei veleni”, ispirato al suo libro “Navi a perdere”. Libro e canzone parlano di una tragedia ecologica: i veleni che hanno inquinato pochi anni fa le coste della Calabria».
Poi c’è il brano “Crotone”.
«Nel quale fra l’altro abbiamo un altro importante ospite: Fabrizio Moro, che alcuni ricorderanno qualche anno fa a Sanremo, e che qui fa un godibilissimo intervento rap».
Moro a parte?
«Il brano è ispirato da un altro fatto di cronaca, un’altra tragedia ambientale. Parla infatti dei rifiuti tossici emessi da alcune fabbriche della zona, che hanno inquinato le terre circostanti l’antica città della Magna Grecia...».
A proposito: “Magna Grecia” era un vostro precedente album.
«È vero. In quel disco parlavamo della Calabria povera di oggi e della Magna Grecia ricca e fertilissima di duemila anni fa. Un titolo ironico e triste. Gli dei non ci sono più, cantavamo, sono stati sostituiti indegnamente dagli uomini. La Calabria di oggi è la Magna Grecia di ieri, una civiltà importantissima che è stata spazzata via. Ma ha lasciato un segno nella storia».
A Trieste presentate anche un progetto.
«Sì, una cosa a cui teniamo molto. Portare la nostra musica nei luoghi, nei terreni sequestrati alla mafia, a tutte le mafie. Siamo già stati in Sicilia a Corleone, in Calabria a Polistena e a Isola capo Rizzuto, in Campania a Castelvolturno e a Casal di Principe, in Puglia a Cerignola...».
Impressioni?
«Tutte positive. Siamo andati e continueremo ad andare in questi luoghi per capire se il lavoro nei luoghi sequestrati alla mafia è solo un simbolo, pur importantissimo, di riacquistata legalità, o se può diventare qualcosa di più».
Per esempio?
«Per esempio un modello di nuova economia sociale. Secondo noi queste esperienze hanno al loro interno delle grandi potenzialità, ma vanno aiutate maggiormente dallo Stato».
Prosegua.
«Possono nascere nuove forme di socialità, il Sud può ripartire da esperienze come queste, possono essere offerte nuove possibilità ai giovani, un nuovo senso di vita. Ma è necessario entrare nelle scuole, parlare con i bambini che sono ancora terreno vergine, portare esempi di legalità e di sviluppo. È un percorso lungo, ma va avviato».
Anche con “Terre di musica”?
«Lo speriamo. È il progetto a cui stiamo lavorando, uscirà a primavera: un cofanetto con libro e film, la cui colonna sonora è nostra. Dopo Trieste lo presenteremo a Milano, Venezia, Torino. E a marzo saremo a Bologna, in un grande concerto a Piazza Maggiore...».
Oggi alle 18, sempre al Miela, dibattito su “Quale futuro per i beni confiscati”, con l’associazione Libera.
giovedì 24 ottobre 2013
SCOTT MATTHEW stasera ven al teatro miela, trieste
«Quand’ero ragazzo, in Australia, con la mia prima band suonavo un genere a metà strada fra pop e punk. Ci facevamo chiamare Nicotine. Mi è capitato di risentire recentemente, dopo tanti anni, quel primo disco che realizzammo. Lo ammetto: mi sono emozionato. Ma al tempo stesso ho avuto non poche difficoltà a riconoscermi in quella musica...».
Parla Scott Matthew, musicista e cantautore australiano di nascita (è originario del Queensland) e newyorkese d’adozione, che venerdì alle 21.30 suona al Teatro Miela. Di lui le note per la stampa dicono: «voce personalissima, atmosfere malinconiche e suadenti, torna costantemente sul luogo del suo perenne soffrire, dona voce a pene d’amore, lontananza, desideri disattesi, inappagati sensi di appartenenza».
Scott, New York fu una scelta obbligata?
«Sono partito per amore e semplicemente perchè dovevo andar via dall’Australia. Lì non ero felice. Mi sono sentito e tuttora mi sento a casa più a New York, un luogo che appartiene a tutti e a nessuno».
Anche se è sempre in giro per il mondo.
«Sì, a New York sto bene ma sono anche felice di partire spesso. Sono cresciuto in campagna, fra il verde. La natura mi manca. Qualche volta realizzo che questo è un modo di vivere assolutamente innaturale. Anche per questo vengo spesso in Europa: per prendermi delle salutari pause dalla follia...».
Elva Snow?
«È passato tanto tempo. Era il ’97. A Brooklyn conobbi Spencer Cobrin, l’ex batterista di Morrissey. Formammo questo gruppo, Elva Snow, e realizzammo un disco. Sue le musiche, miei i testi e il canto. Non durammo molto, poi ognuno prese la sua strada. Ma con Spencer siamo ancora molto amici. Ha collaborato ai miei successivi quattro album solisti. Eravamo giovani, erano altri tempi...».
Le sue musiche per il cinema?
«Nel 2005 ho scritto la colonna sonora per il film “Shortbus”, di John Cameron. E ciò mi ha aperto molte porte, mi ha portato un notevole successo internazionale. Prima avevo già partecipato al film giapponese “Anime”, interpretando dei brani, ma non ne avevo scritto le musiche. Ora ho invece delle mie canzoni nel film “Five dances”, del regista newyorkese Alan Brown».
In questo periodo lei che musica ascolta?
«Ho sempre ascoltato tutti i generi. Tuttora metto spesso su un disco degli Smiths, o di altri artisti di tanti anni fa. Benchè io faccia un genere musicale molto specifico, come ascoltatore sono molto eclettico: ascolto davvero di tutto. Anche la musica pop. Infatti ho recentemente fatto delle cover di brani di Rihanna e anche di Kylie Minogue...».
Scott Matthew, la cui fama internazionale nasce, oltre che dalla colonna sonora del citato film di John Cameron “Shortbus”, anche ai suoi album “Gallantry’s favorite son” e “There is an ocean that divides”, è attualmente in tour in Italia per presentare il nuovo lavoro “Unlearned”. Si tratta di una collezione di brani scritti da artisti come Neil Young (“Harvest moon”) e Radiohead (“No surprises”), Bee Gees (“To love somebody”) e John Denver (“Annie’s song”), Joy Division (“Love will tear us apart”) e Whitney Houston (“I wanna dance with somebody”), Jesus and Mary Chain (“Darklands”) e Kris Kristofferson (“Help me make it through the night”), persino Charlie Chaplin (“Smile”, originariamente interpretata da Nat King Cole). Nella “Deluxe edition” spiccano anche quattro bonus track, tra cui “Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols e “Territorial pissing” dei Nirvana. L’artista australiano rilegge questi brani, scelto ognuno per un significato particolare, con il suo stile malinconico e assolutamente originale.
«Ho interpretato queste canzoni - conclude Scott Matthew, che dopo Trieste sarà il 28 a Bologna, il 29 a Graz, il 31 a Linz e il primo novembre a Vienna - così come mi è venuto naturale. Ho sentito un forte bisogno di mostrare quello che questi brani hanno significato per me...».
mercoledì 16 ottobre 2013
CASA della MUSICA, TRIESTE, missione a STOCCOLMA
Riflettori internazionali sulla Casa della musica triestina. Il sodalizio, conosciuto per la sua intensa attività didattica e perchè promuove ogni estate il festival TriesteLovesJazz, già gode di “buona stampa” anche all’estero grazie ai tanti jazzisti che vengono a incidere nell’attrezzato studio di registrazione sito all’ultimo piano della struttura di via dei Capitelli, due passi da piazza Cavana e dunque anche da piazza Unità.
Ora l’attenzione di operatori lontani è stata attirata dall’attività di didattica musicale rivolta ai più piccoli che viene svolta a Trieste. «Sì - conferma Gabriele Centis, musicista e direttore della struttura -, siamo stati invitati a Stoccolma dall’International children music collaboration, un network europeo per la diffusione della musica per l’infanzia. I loro osservatori sono venuti a Trieste a maggio, a vedere il nostro Festival di musica per bambini e a partecipare al convegno organizzato assieme al ministero Istruzione università e ricerca. E hanno apprezzato il nostro lavoro».
Ecco dunque l’invito a Stoccolma. Venerdì per partecipare al convegno internazionale “Innovative methods on children music learning”: un incontro rivolto ai docenti della scuola primaria svedesi e agli operatori culturali che si occupano di musica, teatro e linguaggi espressivi. «L’iniziativa - prosegue Centis - si svolge al Dieselverkaten della capitale svedese, un’ex fabbrica di motori diesel riconvertita nel più grande centro di arte e cultura del paese».
In quell’occasione sarà proprio Vincenzo Stera, napoletano trapiantato da tanti anni a Trieste, docente di scienze motorie nella scuola pubblica e di musica per bambini nella struttura di via Capitelli, ad aprire i lavori con un intervento sul “linguaggio della musica e del movimento per l’espressività e la comunicazione”.
«Stera - dice ancora Centis - presenterà i contenuti dell’esperienza realizzata in questi anni alla Casa della musica, attraverso un attento lavoro di ricerca, sperimentazione e formazione realizzato con i bambini, le famiglie e gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria, già riconosciuito in ambito nazionale».
Ma la missione a Stoccolma non si esaurisce qui. Sabato, sempre al Dieselverkaten, i musicisti triestini parteciperanno all’International children music collaboration, giornata dedicata allo studio di un progetto europeo per la creazione di una rete per lo sviluppo e la diffusione della musica di qualità per i bambini. Stera e Centis incontreranno nell’occasione i referenti di Olanda, Belgio e Germania.
E siamo alla giornata di domenica. Al Festival di musica per bambini svedese (promosso nell’ambito dello Stockholm jazz festival, 14-20 ottobre) ci sarà spazio anche per gli ospiti triestini. Tra i concerti in programma c’è infatti anche “Music boxes”, recente produzione presentata a maggio al festival triestino, con Gabriele Centis alla batteria, Angelo Comisso al pianoforte e Vincenzo Stera ai fiati e alle percussioni.
martedì 15 ottobre 2013
ELISA, tour a marzo
Esce oggi “L’anima vola” (Sugar), il nuovo album di Elisa. E oggi alle 18.30, alla Feltrinelli di Milano (piazza Piemonte 2), l’artista di Monfalcone torna a incontrare il pubblico. Bis martedì 22, alle 18, alla Feltrinelli di Roma (via Appia Nuova 427).
“L’anima vola tour” partirà invece a marzo e toccherà molte città italiane. Si comincia il 7 marzo alla Zoppas Arena di Conegliano Veneto (Treviso), e poi l’8 marzo a Padova (Pala Fabris), 10 marzo a Torino (Pala Olimpico), 11 marzo a Genova (105 Stadium), 13 marzo a Firenze (Nelson Mandela Forum), 15 marzo a Roma (Palalottomatica), 18 marzo a Napoli (Pala Partenope), 19 marzo a Pescara (Pala Giovanni Paolo II), 21 marzo a Perugia (Pala Evangelisti), 22 marzo a Bologna (Unipol Arena), 24 marzo a Milano (Mediolanum Forum). Per ora non sono previste date nel Friuli Venezia Giulia.
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