mercoledì 30 luglio 2014

ADDIO GIORGIO GASLINI, 40 anni fa concerto a Trieste, manicomio San Giovanni

di Carlo Muscatello Il 4 settembre saranno quarant'anni. Giorgio Gaslini - morto ieri a Borgotaro, Parma - quel giorno fu protagonista nel parco di San Giovanni, a Trieste, di uno dei primi concerti voluti da Franco Basaglia per aprire il manicomio alla città. Tempo fa lo incontrammo nella sua Milano, ricordargli ”quel” concerto gli produsse come un lampo negli occhi... «Un giorno di quell’estate - disse il jazzista, classe 1929, quattromila concerti e quaranta colonne sonore in carriera - mi telefona Basaglia e dice: ho aperto i cancelli, ha già suonato Ornette Coleman, vieni anche tu. Seguivo il suo lavoro, ma non ci eravamo mai incontrati. Per me era un mondo tutto da scoprire. Ricordo l’arrivo a Trieste, il parco, un fiume di gente, giovani e malati assieme, non si capiva quali erano i ”matti”, i medici, gli appassionati. Capii che era una grande rivoluzione civile». «Allora suonavo con Bruno Tommaso al contrabbasso, Gianni Bedori (poi noto come Johnny Sax) al sax, il friulano Andrea Centazzo alla batteria. Eravamo circordati dalla gente anche sul palco, una pedana in un campo sportivo. Fu una delle esperienze che più mi hanno segnato. Avevo appena scritto "Musica totale" attingendo alla mia esperienza, alla storia della mia vita. Ho cominciato a suonare il pianoforte classico a sei anni. La guerra ci portò a sfollare in Brianza, un’orchestrina mi fece conoscere il primo jazz, le musiche di Glenn Miller». «Mio padre era un africanista, la casa era piena di strumenti ma anche di dischi di Josephine Baker portati da Parigi. Una balia emiliana mi cantava le canzoni di lotta e di lavoro della sua terra. La mia "musica totale” nacque mettendo assieme classica e jazz, suoni africani e canti popolari. La Milano del dopoguerra era vitalissima. Tutto sembrava possibile, nonostante le difficoltà. Il primo lavoro lo trovai in un cinema di Porta Vittoria: allora fra un tempo e l’altro un musicista suonava dal vivo. Poi mi chiamarono alla radio, la vecchia Eiar, e poi ancora l’Orchestra nazionale italiana. Alla fine degli anni Cinquanta mi iscrissi al Conservatorio, corso di composizione». «Poi nel ’61 il cinema. Tramite Nicola Arigliano avevo conosciuto Mastroianni, che fece ascoltare le mie musiche a Michelangelo Antonioni, che stava girando ”La notte” a Milano. Negli stessi anni andai per la prima volta in America, invitato da John Lewis del Modern Jazz Quartet. Mi rendevo conto di essere nella patria del jazz, nato per cantare la condizione dei neri d’America. Ebbi il privilegio di assistere alla nascita delle ultime idee-forza del jazz americano: il free. Erano gli anni della fantasia e della creatività al potere. L'impegno nel jazz è sempre stato fondamentale. Ho sempre avuto a cuore l’idea di giustizia sociale. Negli anni Sessanta e Settanta tenni concerti nelle università, nelle fabbriche occupate». «Per questo - concluse Gaslini - l'Italia di oggi mi piace poco. In attesa che prenda piede questo nuovo umanesimo che sta nascendo. Lo colgo fra i giovani. La storia riparte sempre, e lo fa con le nuove generazioni».

martedì 29 luglio 2014

ARISA sabato a Tarvisio, no Borders Music festival

«L’idea di chiedere a Lelio Luttazzi di accompagnarmi al pianoforte fu di Paolo Bonolis. Venni a trovarlo a Trieste pochi giorni prima del Festival del 2009, nella sua casa sulla vostra bellissima piazza dell’Unità. Ricordo che lui suonava il pianoforte e io cantavo...». Arisa arriva sabato nel Friuli Venezia Giulia, per partecipare al No Borders Music Festival di Tarvisio. È l’anno della sua vittoria al Festival di Sanremo con la canzone “Controvento” e ora con questo “Se vedo te tour” che fa tappa nella nostra regione. «Ho deciso di dare al tour lo stesso titolo dell’album, nonchè di quella che reputo la canzone più importante dello stesso, scritta da Cristina Donà che canta con me anche nel disco. Lei è un’artista che stimo molto. Ha scritto anche “Lentamente (il primo che passa)”, l’altra canzone che ho portato al Festival di quest’anno, alla quale il pubblico ha preferito “Controvento”». Rispetto agli esordi “sbarazzini” ora la sua musica è più intimista. «Sicuramente in questi anni credo di aver attraversato un’evoluzione anche musicale. In fondo non sono più una ragazzina, ho trentadue anni, sento di aver acquistato una nuova consapevolezza. Non rinnego comunque l’approccio leggero alla musica, alle canzoni. E rimango convinta dell’azione “medicamentosa” della musica». La sua carriera è legata a Sanremo. «Beh, mi ha portato molta fortuna: quattro partecipazioni, due vittorie e un secondo posto, non mi posso lamentare. Molti ne parlano male, ma è comunque una delle poche occasioni importanti per la musica italiana. Bisognerebbe averne più cura, fare in modo che vi partepino sempre i migliori». Ci tornerà? «Forse sì, perchè no? Se avrò la canzone giusta e se lo riterrò utile. Non comunque l’anno prossimo». Quest’anno ha guardato “X Factor”? «Soltanto una volta, dunque non mi sono fatta un’idea precisa, neanche sui partecipanti, sui quali non posso dare un giudizio. Se rifarei la giurata dopo l’esperienza di tre anni fa? Davvero non lo so, ora sono concentrata sul tour». Nel suo nome d’arte c’è tutta la sua famiglia. «Sì, la A deriva dal nome di mio padre Antonio, la R dal mio, Rosalba, la I e la S dai nomi delle mie sorelle Isabella e Sabrina, la A finale dal nome di mia mamma Assunta. Ho scelto di creare questo acronimo che è diventato il mio nome d’arte, il nome con cui tutti mi conoscono, perchè io sono il frutto di tutta la mia famiglia. Quando sono sul palco immagino che in qualche modo ci andiamo tutti assieme». A casa sua c’era molta musica? «Sì, tutti molto canterini. Sono nata a Genova ma cresciuta a Pignola, il paese d’origine dei miei genitori, a pochi chilometri da Potenza. Da ragazza ricordo tanta musica a casa mia. Mi ci sono appassionata ch’ero ancora bambina». Al cinema com’è arrivata? «Non ci avrei mai pensato. Me l’hanno chiesto la prima volta Simona Izzo e Ricky Tognazzi: una parte in “Tutta colpa della musica”, tre anni fa. Poi ho partecipato ad altri film, sia come attrice che come doppiatrice». Si è trovata a suo agio? «Diciamo che non mi sono posta il problema. Io mi impegno in tutte le cose che faccio, che ho la possibilità di fare e che mi danno l’opportunità di comunicare. Che per me è la cosa più importante». Ha scritto anche due libri. «Sì, “Il paradiso non è granchè” e “Tu eri tutto per me”. Due romanzi. Ripeto: per me la cosa più importante è comunicare, con ogni mezzo. E in fondo ho appena cominciato». Cosa presenta a Tarvisio? «Il nuovo spettacolo è un viaggio attraverso questi cinque anni di carriera. Tutte le canzoni più importanti, da “Sincerità” a quelle dell’ultimo album. Senza scene e senza cerimonie. Una cosa semplice. Buona musica e basta». Cosa farà dopo questo tour? «Prima mi riposo, poi penso a cosa farò da grande. Mi piacerebbe un’esperienza di vita all’estero. In un posto molto caldo o molto freddo. Amo gli estremi, non mi piacciono le vie di mezzo...». Arisa, ancora un ricordo del grande Luttazzi. «Volentieri. Era una persona oltre che un artista meraviglioso. A quel Sanremo Giovani del mio debutto mi portò tanta fortuna. Ricordo bene quelle poche ore a Trieste, con lui, per conoscerci e provare qualcosa assieme. Ho un bellissimo ricordo anche della città. La sera andai a mangiare in un posto caratteristico, carne e crauti, cucina stile austriaco...». Il tour di Arisa è cominciato ai primi di giugno dalla sua Genova. Nello spettacolo l’artista è accompagnata sul palco da Giuseppe Barbera (pianoforte e tastiere), Raffaele Rosati (basso), Francesco Bruni (chitarre) e lo “Gnu Quartet” (archi e flauto).

RAPHAEL GUALAZZI ven a tarvisio , no Borders Music festival

Quando nell’autunno scorso è venuto a suonare al Rossetti, a Trieste, Raphael Gualazzi ci aveva detto: «È successo tutto così in fretta che a volte non me ne rendo ancora conto. A febbraio saranno tre anni dalla mia vittoria a Sanremo Giovani, poi l'Eurofestival, i dischi, i tour, di nuovo Sanremo...». Poi al festivalone Gualazzi - che venerdì alle 21 apre a Tarvisio, in piazza Unità, ingresso libero, l’edizione 2014 del No Borders Music Festival 2014 - ci è tornato un’altra volta quest’anno, e ha festeggiato i tre anni da quel fulminante esordio sul palco del Teatro Ariston con “Follia d’amore” sfiorando la vittoria con “Liberi o no”, duettando con Bloody Beetrots, alias “L’uomo mascherato”... Dice il cantante pianista: «Simone Cogo (questo il vero nome del dj e polistrumentista veneto che si cela dietro lo pseudonimo e la mascherina - ndr) è un grande professionista, per me una grande esperienza professionale e artistica, la fusione del mio linguaggio acustico con il suo “concept” elettronico». Suo padre suonava con Ivan Graziani, è vero che fu lui a incoraggiarla ancora bambino? «Purtroppo mio padre aveva già smesso di suonare da alcuni anni prima che io nascessi ma devo dire di avere sempre avuto grande sostegno morale da parte do tutta la mia famiglia. I vinili che si ascoltavano a casa hanno fatto il resto» Come ha scoperto il blues, il jazz? «Grazie all'ascolto e ad alcuni incontri fondamentali, incontri con musicisti, maestri, e artisti del settore. Ma l'ascolto e l'interesse sulle biografie di grandi del passato sono stati credo la parte più importante». L'incontro con Caterina Caselli? «Settembre 2009, uffici Sugar, quarto piano. Un'audizione piano e voce, bellissima atmosfera di curiosità, interesse e positività verso la musica. Qualche settimana dopo firmai il contratto discografico con Sugar». Lei nasce come jazzista e ha fatto studi classici. «È vero, può sembrare strano. Ho studiato pianoforte al Conservatorio di Pesaro, il jazz e il blues sono sempre stati la mia grande passione. Ho fatto tanta gavetta, ma quando si è presentata l'occasione del Festival non ci ho pensato due volte: Sanremo è una grande vetrina, un'occasione unica per entrare nelle case della gente, soprattutto per un musicista agli inizi» Una vetrina che tre anni fa le ha cambiato la vita: come è arrivato su quel palco? «Contento, emozionato e cosciente che era una opportunità per dare luce non solo alle mie musiche, ma anche indirettamente alla grandissima tradizione jazzistica e, quella grande cultura che è l'origine della società moderna, così volubile e multiforme». La scelta “popolare” le è costata compromessi? «Direi di no. Sanremo mi ha portato visibilità, opportunità di lavoro, l'attenzione del pubblico. Del resto io, pur partendo da basi classiche e dalla passione per il jazz, non ho mai posto barriere, non ho mai rifiutato la musica popolare. E poi non dimentichiamolo: lo stesso jazz nasce come musica popolare». E lei ama le contaminazioni. «Per me sono fondamentali. Fra i vari generi musicali non devono esistere barriere, tutti devono parlare, interagire con tutti. E poi, parlo per il mio caso ma sono convinto che il discorso non vale solo per me, "mischiarsi" ha un effetto benefico per tutti gli stili e anche per i vari tipi di pubblico». Che musica ascolta? «Tantissima di vari generi. Da Curtis Mayfield a Verdi passando per Led Zeppelin e Queen, Art Tatum, Jimmy Witherspoon e Scriabin e tantissimi altri» In questo tour cosa propone? «Un nuovo arrangiamento dei miei tre lavori discografici (2005, 2011, 2013) e omaggi e reinterpretazioni sia di grandissimi temi di musica italiana che di tradizione afroamericana dal soul al reggae al blues/jazz». Prossimo progetto? «Bisogna aspettare il 2015, è prematuro parlarne...». Ha un sogno? «Continuare giorno per giorno - conclude Raphael Gualazzi, nato a Urbino, classe 1981 - a vivere per la mia più grande passione, la musica».

lunedì 28 luglio 2014

CONTRATTO GIORNALISTI, REFERENDUM INUTILE : PERCHÉ PARTECIPARE?

di Carlo Muscatello* Non parteciperò al referendum del 26 e 27 settembre sul contratto di lavoro giornalistico firmato a fine giugno e invito i colleghi - non solo del Friuli Venezia Giulia - a fare altrettanto. Non parteciperò perché ho il massimo rispetto degli strumenti di democrazia diretta, della partecipazione di tutti alla vita sindacale, del parere di ognuno. Ma non sopporto le liturgie sindacali e le cose inutili. E questo referendum è una cosa inutile. Peggio: una presa in giro nei confronti di chi (giustamente) ha lamentato un deficit di comunicazione e partecipazione democratica soprattutto nella fase finale che ha portato alla firma di questo contratto. Il referendum indetto dalla giunta della Fnsi riunita con la consulta delle Associazioni regionali di stampa è un "non referendum". Non è abrogativo per il semplice motivo che non può né vuole abrogare nulla: il contratto è già firmato e vigente, e ha avuto già le sue conseguenze nelle decisioni del Governo per il settore dell'editoria e dell'Inpgi. Non è propositivo perché non propone nulla, nemmeno di stracciare tutto e tornare al tavolo delle trattative con gli editori, cosa peraltro difficilmente praticabile, diciamo pure impossibile. Ma questo referendum non è nemmeno consultivo. Primo perché di solito è buona norma consultare qualcuno prima della decisione e non dopo. Secondo perché non ci aiuterà a sapere cosa pensano i giornalisti italiani di questo contratto: il quorum richiesto del 50% più uno degli aventi diritto al voto (identificati fra l'altro in maniera molto ampia: non soltanto gli iscritti al sindacato ma giustamente tutti i titolari di una posizione Inpgi...) non sarà mai raggiunto, e dunque - secondo il regolamento redatto - non si procederà nemmeno allo spoglio dei voti. Sottolineiamo che il non raggiungimento del quorum richiesto è un'assoluta certezza. Al precedente referendum sul contratto non fu raggiunto nemmeno il 10% degli aventi diritto al voto, e la media dei votanti nelle consultazioni della categoria negli ultimi anni è arrivata al massimo al 20%. Con l'aria che tira fra i colleghi, e a tre mesi dalla firma del contratto, accettansi scommesse sull'entità delle folle che a fine settembre si precipiteranno alle urne... Qualcuno dice che, nel momento in cui alcuni colleghi hanno chiesto il referendum, la Fnsi non poteva esimersi dal convocarlo. Non ci è chiara la ratio. All'ultimo Congresso di Bergamo, gennaio 2011, l'ordine del giorno che proponeva il referendum sui futuri contratti fu sonoramente bocciato. Al pari delle proposte elaborate dopo due anni di lavoro dalla Commissione statuto, volte innanzitutto a creare una struttura federale più snella e meno onerosa per le casse del sindacato. Dunque, bocciata quella proposta, rimangono le vecchie regole. E il contratto firmato a fine giugno dalla giunta è stato approvato nelle scorse settimane dalla Consulta delle Associazioni regionali, dal Consiglio nazionale, dalla Commissione contratto, dalla Conferenza dei Cdr. Altri dicono che il referendum sarà un'occasione per "spiegare" il contratto. E dei sindacalisti hanno bisogno del referendum per "spiegare" il contratto? Il segretario Franco Siddi - che avrà sicuramente fatto i suoi errori ma al quale va riconosciuto il merito principale di aver portato a casa il risultato - e tutti noi, Fnsi, Associazioni regionali, Cdr, stiamo da settimane spiegando il contratto. Stiamo tentando di far capire ai colleghi che nell'Italia del 2014, e con una Fieg che il contratto nazionale non lo voleva proprio più, aver rinnovato un accordo collettivo di lavoro somiglia a un miracolo. Stiamo spiegando che il nuovo contratto conferma a grandi linee quello precedente, non toglie diritti a nessuno, semmai aggiunge qualcosa. Non tanto, certo, ma questi sono i tempi che viviamo. Ma non vogliamo tornare al merito del contratto, alla scelta obbligata di riformare un'ex fissa altrimenti destinata a un veloce default, a un equo o non equo compenso, alle polemiche delle settimane scorse. Restiamo a questo referendum inutile e dannoso. Sì, perché i colleghi che protestano volevano essere informati e consultati prima, non a cose fatte, tre mesi dopo, senza possibilità di cambiare un fico secco e con un quorum irraggiungibile che impedirà lo stesso spoglio dei voti. I colleghi che protestano, ma non solo loro, davanti a questo referendum si sentiranno presi in giro. E ciò allontanerà ulteriormente la Fnsi dalla sua base che nel corso degli ultimi anni è mutata profondamente. Per questo referendum si sprecheranno soldi, energie, lavoro gratuito di tanti colleghi impegnati nel sindacato. E ciò fra l'altro alla vigilia di un'altra tornata elettorale - quella sì, importante - per il prossimo congresso. Entro il 20 dicembre dovranno infatti essere eletti i delegati, nei primi mesi dell'anno si svolgerà l'assise che esprimerà il nuovo segretario e il nuovo gruppo dirigente. Il lavoro da fare è enorme e impegnativo. Dopo il ventennio delle doppie segreterie di Serventi e di Siddi, all'ordine del giorno della Fnsi c'è quasi una rifondazione. La categoria è cambiata. Eravamo il sindacato dei privilegiati (e la doppia liquidazione rappresentata dall'ex fissa ne era uno degli ultimi esempi...), oggi siamo il sindacato di chi nelle redazioni sopporta, fra carta e web, carichi di lavoro sempre maggiori e fuori dalle redazioni non riesce a mettere assieme compensi dignitosi per il proprio lavoro. Potremmo continuare a lungo, consapevoli del fatto che la crisi della rappresentanza ha messo in crisi negli ultimi anni sindacati ben più grandi del nostro. Ma già queste note dovrebbero essere sufficienti a far capire che di tantissime cose, oggi e in futuro, ha bisogno il sindacato dei giornalisti. E un referendum tardivo, inutile, ininfluente e costoso non è nella lista. Vogliamo fare le cose seriamente? Bene, allora impegniamoci tutti a istituire il referendum obbligatorio e vincolante a partire già dal prossimo contratto. Prima e non dopo la sua firma. *presidente Assostampa Friuli Venezia Giulia

venerdì 25 luglio 2014

RED CANZIAN apre stasera VEN festival Majano, friuli

Prima il libro, ora il tour. Approfittando dell’anno sabbatico dei Pooh. Il titolo è lo stesso: “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto”. Domani a Majano, Red Canzian presenta il libro alle 18 in piazza Italia e lo spettacolo alle 21.30 in apertura del 54.o Festival di Majano. «Ho scelto questo titolo - spiega Bruno in arte Red Canzian, classe 1951, veneto di Quinto di Treviso - non solo perché anagraficamente purtroppo i conti tornano, ma perché il fiore calicanto, che pochi conoscono, viene apprezzato veramente solo quando lo scopri, lo conosci oltre l’apparenza. E io, nel calicanto, riconosco un po’ di me, del mio modo di vivere». Ancora il bassista dei Pooh: «È un fiore coraggioso e pioniere, ed è il primo ad aprirsi a gennaio, spesso sui rami ancora ricoperti di ghiaccio, quando gli altri fiori non sono che una promessa addormentata dentro a piccole gemme chiuse. Il fiore del calicanto non colpisce per la forma o il colore, ma emana un profumo così particolare, intenso e avvolgente che non si può scordare, lascia la sua traccia». «E io - prosegue Red - la mia vita ho sempre cercato di viverla così, a costo di rompermi il naso per stare davanti, in prima linea ma senza velleità, con una gran voglia di fare, di arrivare al cuore delle persone per quello che realmente ero, e con la speranza di riuscire a lasciare la mia piccola impronta. E poi il calicanto ha in sé la parola “canto”, e il canto è un bel modo di interpretare la vita». Canzian, ma non avevate detto che i Pooh si prendevano una pausa? «Sì, ma una pausa l’uno dall’altro, così, per rilassarsi un po’... Scherzi a parte, è un’occasione per ognuno di noi per coltivare progetti personali che magari tenevamo chiusi in un cassetto». Come questo suo spettacolo autobiografico. «Due ore e mezzo di musica, ricordi, mode e modi di vivere, dagli anni Cinquanta a oggi. Mi prendo molto in giro, attraverso mie vecchie foto, i vestiti che indossavo quand’ero ragazzo...». Da dove si parte? «Dal 1951 della mia nascita, con “Grazie dei fior” con cui Nilla Pizzi trionfò quell’anno nel primo Festival di Sanremo. Poi passo a “Tutti Frutti” di Little Richard, “Love me tender” di Elvis, “Yesterday” dei Beatles. Ma anche “Ti ringrazio vita, che mi hai dato tanto...”». Lei che ragazzo era? «Ero abbastanza sveglio, quindi me la cavavo a scuola, meglio nella materie letterarie che in matematica. Famiglia umile, papà faceva il camionista, con un passato giovanile da pugile. Abbiamo sempre vissuto nei dintorni di Treviso». La musica? «A cinque o sei anni guardavo dietro la radio per tentare di capire chi cantava. A dodici anni papà mi regalò una chitarra acustica (quella elettrica costava troppo...) comprata a rate. E cominciò tutto». Chi le piaceva? «All’inizio gli urlatori: Tony Dallara, Joe Sorrenti, Modugno, Buscaglione. Poi scoprii “Love me do” e i Beatles. Ma anche Gino Paoli e “Il cielo in una stanza”». I Capsicum Red? «Fu il mio primo gruppo vero, cantavamo “Ocean”. Ovviamente nello spettacolo ne parlo e li cito. Poi, nel ’73, entrai nei Pooh al posto di Riccardo Fogli. E la mia vita cambiò». Allo spettacolo partecipano Chiara Canzian e Phil Merr. «Quando entra in scena mia figlia c’è un momento di affetto da parte del pubblico molto bello. Phil è il figlio della mia compagna, la prima batteria gliel’ho regalata io...». I Pooh quando tornano? «Nel 2015 ricominciamo assieme, il disco nuovo dovrebbe arrivare entro fine anno, poi partiremo in tour. Facendo tesoro delle rispettive esperienze soliste». Qualcuno dice che quando Stefano D’Orazio è uscito sarebbe stato più giusto chiudere l’avventura... «Certo, poteva anche andare così. Non creda che non ci abbiamo pensato anche noi, a lungo. Ma ricordo la gente che piangeva all’ultimo concerto con Stefano, nel settembre 2009 al Forum di Assago. E anche l’emozione del nostro ritorno in scena, con tanta voglia di ricominciare...».

mercoledì 23 luglio 2014

CRISTIANO DE ANDRE' venerdì a Spilimbergo per Folkest

Dici De Andrè e pensi a Fabrizio. Ma da molti anni c’è anche il figlio Cristiano, a percorrere la sua onesta strada nel mondo della musica. Il suo tour “Via dell’amore vicendevole” fa tappa venerdì a Spilimbergo, per Folkest. Cristiano, chi sono gli “invisibili” nell’Italia del 2014? «Oggi sembra che non succeda niente, come se tutto fosse “silenzioso”, ma forse abbiamo bisogno di un momento di “silenzio” per arrivare a qualcosa di nuovo e bello. L’unica cosa importante deve essere l’arte, l’anima, e quindi ricominciamo, riprendiamo le cose belle e andiamo verso un linguaggio nuovo. Penso che il nostro presente e passato debbano essere ricordati per la cultura e l’arte». Nella canzone portata a Sanremo, invece... «“Invisibili” è una canzone che parlava degli anni ’70, periodo di fermento culturale, di voglia di cambiare, trovare nuove soluzioni, introdurre nuove cose. Nonostante l’assolutismo e la mancanza di libertà, gli anni ’70 si sono tolti la crosta di dosso e attraverso musica, letteratura, grandi pittori c’è stata la rivoluzione culturale. La libertà era scomoda, ci sono state situazioni pericolose». Una canzone che parla di droga. «Molti ragazzi l’hanno usata. Ciò è stato permesso da governi invisibili che volevano sterminare una generazione scomoda, che si auto sterminasse. Un ragazzo di vent’anni che veniva etichettato drogato diventava invisibile per la società perbenista. In molte famiglie c’era una differenza generazionale di linguaggio, ciò creava problemi. Come quella canzone che ho scritto insieme a mio padre “Cose che dimentico” sull’Aids. Anche loro invisibili, come gli omosessuali. Com’è stato tornare al Festival? «Sanremo è sempre particolare, in tre minuti devi riuscire a trasmettere tutto quello che hai dentro». Il nuovo album è arrivato 12 anni dopo Scaramante. «Per molti la musica è una distrazione, per altri un’amplificazione del proprio dolore, dei sentimenti che si provano. È morto mio padre, poi mia madre, mi sono mancate tante sicurezze e ho dovuto ritrovarle. La musica è faticosa, mi creava più nostalgia di quanta non ne avessi già senza di lei». “De Andrè canta De Andrè” ha dimostrato che il pubblico ama sentirla cantare le canzoni di suo padre. «Quando ho deciso di cantare le sue canzoni ho preso 25 suoi brani e con Luciano Luisi li abbiamo riarrangiati, anche con spunti dalla world music e dall’elettronica. Abbiamo portato le sue canzoni in un altro mondo. Poteva essere rischioso per chi è abituato a certe sonorità, invece è stato un successo. Tra il pubblico abbiamo anche ragazzi di 16-17 anni. Dai giovani agli adulti della mia età, sui cinquant’anni, e più grandi. Così ho fatto conoscere le parole di mio padre, che sono medicina per l’anima, a chi ascoltava magari solo rap e rock, ho portato loro una poesia che mancava».  L'influenza della California e di Corrado Rustici nel nuovo disco? «Sono andato in California, che non è più quella di una volta. Stavo quasi sempre in studio, con un italiano, appunto Corrado Rustici, e lui è stato davvero una bella scoperta». In questo tour? «Canzoni del mio passato riarrangiate, pezzi di “Scaramante” e di “Come in cielo così in guerra” e altri miei brani, intrecciati con brani di mio padre. Tutto questo in una scaletta funzionale, molto musicale. Pensavo di fare poche date invece siamo già a più di dieci». La musica di oggi? Cosa ascolta? «Di tutto, amo contaminarmi con ogni stile letterario, artistico. Ascolto world music, musica anni ’70, classica. Il rap è un linguaggio nuovo che deve ancora rinforzarsi con una certa poesia, ma sicuramente ci sarà questo passaggio. Mi piace mischiare di tutto, ma non così, come si mescolano le carte, ma far suonare in maniera migliore, armonica». Prossimi progetti? «Ho scritto la sceneggiatura di un film, e un’opera musicale, ma è presto per parlarne». Cosa le manca di suo padre? «Sono orgoglioso del cognome che porto. Ho fatto la mia strada, ho faticato, ho dimostrato che sono un artista. È stato un processo lungo. La prima volta, mentre studiavo al Conservatorio, mio padre mi fece salire sul palco e mi presentò: “Questo è mio figlio e suonerà il violino...”. Oggi rivisito il suo repertorio».

venerdì 18 luglio 2014

ADDIO A JOHNNY WINTER

La musica era tutta la sua vita. E infatti ha suonato fino all’ultimo, compresa la recentissima apparizione nel Friuli Venezia Giulia, due mesi fa al “Nuovo” di Udine. Johnny Winter è morto a Zurigo, aveva settant’anni, era uno degli ultimi grandissimi chitarristi del blues-rock. Per gli appassionati un’autentica leggenda. «L’incontro con BB King nel 1962 - ci disse a maggio il musicista texano, albino come il fratello minore Edgar, anche lui mucisista - fu incredibile. Avevo diciassette anni, andai in un club frequentato dalla gente di colore. Ho insistito chiedendogli di suonare, fino a quando mi permise di farlo. Ricordo che suonai “Lucille” e il pubblico mi riservò una standing ovation. Ho ancora i brividi quando ci penso». «Muddy Waters invece l’ho incontrato quando aprii un suo concerto al Vulcan Gas Company. Dopo avermi sentito suonare mi disse che secondo lui ero uno dei migliori chitarristi che avesse mai visto. Poi ho prodotto, suonato e vinto tre Grammy Award con lui. Sento molto la sua mancanza. Mi chiamava il suo “figlio adottivo”... Da ragazzo gli altri miei miti erano Chuck Berry, Ray Charles, Robert Johnson. Ho cominciato a studiare la musica di Chet Atkins fin da giovane. Tutti grandi esempi per me». «Cosa ricordo di Woodstock? Che ho volato su un elicottero. Era tarda notte. Stavo dormendo su un sacco di immondizia perché ero molto stanco, ed era l’unico posto dove ho potuto riposare un po’. Sono stato svegliato dal promoter, il quale mi chiese di andare a suonare. Cinque minuti dopo ero sul palco davanti a centinaia di migliaia di persone. Sapevo che sarebbe stato uno spettacolo storico. È stata un’esperienza incredibile». Ancora Winter: «Musicalmente il mio decennio preferito è quello dei Cinquanta, il migliore di sempre per il blues. Oggi suonare blues per me significa divertirmi, così era un tempo e così è ancora. Ho il blues nel sangue, sarà così fino al mio ultimo giorno». Nessuno poteva immaginare che l’ultimo giorno fosse così vicino. A febbraio, il musicista ha festeggiato il settantesimo compleanno con uno show al “BB King”, a New York, con la sua band e un sacco di ospiti e amici. «Ho ricevuto una torta da parte del club ed è stato un grande momento: il fatto di stare su un palco con la mia band e i miei amici mi è sembrato un ottimo modo per festeggiare i settant’anni...». Diceva: «Non ho assolutamente voglia di fermarmi. Il nuovo album si intitola “Step back” e sarà pronto per agosto. Collaboreranno musicisti e amici di assoluto livello come Eric Clapton, Brian Setzer, Joe Perry, Leslie West e molti altri. È un grande album e penso che i miei fan lo ameranno». L’album, che è il seguito di “Roots”, uscito nel 2011, uscirà a settembre. Purtroppo postumo.