lunedì 27 giugno 2016

TRIESTE LOVES JAZZ da 11 a 25-7

Il gruppo Gaia Quatro, Mike Stern assieme a Bill Evans, Shayna Steele, Dana Gillespie con il gruppo del triestino Mike Sponza, un omaggio al nostro Lelio Luttazzi. Questo e tanto altro propone TriesteLovesJazz 2016, la piccola ma ormai prestigiosa rassegna musicale che arriva quest’anno alla decima edizione.
«È un traguardo che ci riempie di orgoglio - dice con un pizzico di emozione Gabriele Centis, ideatore e patron della rassegna con la sua Casa della Musica -. Le linee guida alla base della programmazione hanno privilegiato anche quest’anno la presenza dei grandi nomi della scena jazz statunitense accanto ad artisti italiani ed europei di primissimo livello. E naturalmente moltissimi musicisti del panorama triestino e del nordest. Da non dimenticare, inoltre, i forti legami che abbiamo stabilito nel tempo, e che rinnoviamo ogni anno, con alcuni dei più importanti festival jazz europei».
Allora anche quest’anno grandi nomi e grandi numeri: ben 34 concerti, dall’11 al 25 luglio, fra piazza Verdi e il parco del Museo Sartorio, in Largo Papa Giovanni. Chiusura, come da tradizione, la notte fra il 14 e il 15 agosto, con il Concerto all’alba sul Molo Audace. Appuntamento confermatissimo, dopo il successo dell’anno scorso con il pianista Marco Ballaben.
Ma vediamo il programma nel dettaglio. Giovedì 14 luglio in piazza Verdi i Gaia Cuatro, band mezza giapponese (Aska Kaneko e Tomohiro Yahiro) e mezza argentina (Carlos Buschini e Gerardo Di Giusto): eleganza nipponica e cuore sudamericano.
Sabato 16 luglio, sempre in piazza Verdi, arriva il quartetto Biréli Lagrène (chitarra), Antonio Faraò (piano), Gary Willis (basso) e Lenny White (batteria, già con Miles Davis e Chick Corea), quasi una “all star band”. Nella stessa serata l’incontro fra la cantante Dana Gillespie (45 album in carriera, collaborazioni fra gli altri con David Bowie, già Maria Maddalena in “Jesus Christ Superstar”...) con il gruppo del chitarrista triestino Mike Sponza, formato da Moreno Buttinar alla batteria, Roberto Maffioli al basso, Michele Bonivento al piano, Giovanni Cigui al sax, Stefano Muscovi alla tromba.
Martedì 19 luglio, ancora in piazza Verdi, appuntamento con la classe di Shayna Steele, artista poliedrica che negli ultimi anni ha spaziato fra una serie tv come “The sopranos”, musical come “Jesus Christ Superstar” e “Rent”, film con John Travolta, ospitate al David Letterman Show e collaborazioni con Rihanna, Bette Midler e George Clinton. Con lei David Cook al piano, Luca Campaner alla chitarra, Nicholas D’Amato al basso, Ross Pederson alla batteria.
Lunedì 25 luglio torta con dieci candeline in piazza Verdi. Il decennale del festival è festeggiato con quattro artisti già visti a TriesteLovesJazz e che tornano, tutti assieme, per l’occasiobe: sono Mike Stern (chitarra), Bill Evans (sax), Daryll Jones (basso) e Keith Carlock (batteria).
Mercoledì 27 luglio tocca a “A night for Lelio - Omaggio a Lelio Luttazzi”. L’artista triestino verrà ricordato, in piazza Verdi, a sei anni dalla scomparsa. Aprirà la serata il giovane pianista Mose Andrich, del corso di jazz del Conservatorio Tartini. Seguirà il concerto di Alan Farrington (voce), Paolo Vianello (piano e direzione musicale), Marc Abrams (basso) e Mauro Beggio (batteria).
Programma completo su www.triestelovesjazz.com

lunedì 20 giugno 2016

È TORNATO IL TORMENTONE, SI CHIAMA SOFIA

È tornato il tormentone. Pensavamo fosse sparito. Ricordo di epoche lontane, quando ogni estate aveva la “sua” canzone. Quella che sentivi dappertutto, alla radio e sotto l’ombrellone, nelle spiagge affollate ma anche nelle città accaldate. Una sorta di colonna sonora, con il suo ritornello facile, che ti entrava in testa e non usciva più. Con la rotonda sul mare, le pinne il fucile e gli occhiali, gli ombrelloni-oni-oni: versi che quasi sempre richiamavano i riti dell’estate che magari sta finendo, fra rime baciate e ritmi alla moda. E quando finiva, nei mesi freddi il tormentone ti ricordava la stagione calda.
Negli ultimi anni sembrava scomparso. Le canzoni, i successi estivi ovviamente c’erano sempre. Ma mancava “la canzone dell’estate”. Che quest’anno è prepotentemente ritornata. Si intitola “Sofia”, la interpreta un ragazzone belloccio, dalla faccia simpatica e dal sorriso accattivante: Alvaro Soler, venticinque anni, di Barcellona, già scelto da Sky come nuovo giudice della prossima edizione di “X Factor”.
Ma non precorriamo i tempi, che il “talent show” più alla moda deve ancora superare le lunghe e affollatissime selezioni. Segnaliamo piuttosto questo ritorno a sorpresa. “Sofia” - scritta, prodotta e realizzata a Los Angeles - ha fatto bingo con un’aria allegra, fresca, una melodia orecchiabile, suoni pop in bilico fra tradizione e contemporaneità, un testo che parla di un amore perduto, ma poi spiega che anche questi fatti fanno parte delle cose della vita (“Guarda, Sofia, senza il tuo sguardo, io vado avanti...”). Dunque tutto viene trasformato in energia positiva. Anche grazie alla forte personalità del giovane cantante spagnolo, che si era già fatto notare lo scorso anno con “El mismo sol”.
Detto che questo è già il tormentone dell’estate, quali artisti e brani daranno filo da torcere al bell’Alvaro? Qualche nome. Fra gli stranieri Enrique Iglesias (con “Duele el corazón”), Mike Posner (“I took a pill in Ibiza”), Justin Timberlake (“Can’t stop the feeling”), i canadesi The strumbellas (con “Spirits”), Coldplay (“Hymn for the week end”). Fra gli italiani da segnalare Laura Pausini (con “Innamorata”), l’accoppiata Fedez e J-Ax (“Vorrei ma non posso”, molto aiutata anche dallo spot del Cornetto Algida), Annalisa e Alessandra Amoroso (rispettivamente con “Se avessi un cuore” e “Comunque andare”). Persino Zucchero con il suo “Partigiano reggiano”.
Chissà, artisti e brani che nelle estati scorse si sarebbero probabilmente contesi il podio delle canzoni più gettonate (termine retaggio del passato, quando esistevano i juke-box...) della stagione. Ma che quest’anno rispiegano tutti in fila dietro “Sofia”. Quella che fa “Mira, Sofia. Sin tu mirada, sigo. Sin tu mirada, sigo. Dime Sofia como te mira...”.

sabato 18 giugno 2016

STASERA VASCO ROSSI A LIGNANO, DATA ZERO LIVE KOM 016

Tutto pronto a Lignano, che oggi sarà pacificamente invasa da almeno 22mila (di più non ne stanno allo Stadio Teghil...) fan di Vasco Rossi. Che dopo una settimana di prove, a margine delle quali non si è sottratto all’abbraccio del suo popolo, stasera terrà la cosiddetta data zero del “Live Kom 016”. Tour per ora ricco di soli quattro concerti, tutti allo Stadio Olimpico di Roma: 22, 23, 26 e 27 giugno.
Si comincia alle 21. Scaletta divisa in due parti. Nella prima soprattutto i brani del recente album “Sono innocente”, nella seconda i classici di una carriera da antologia, ormai quasi quarantennale. Si dovrebbe cominciare con “Lo vedi”, proseguire con “Sono innocente” e “L’uomo più semplice”, accelerare con un mix fra vecchie e nuove emozioni: “Dannate nuvole” e “Siamo soli”, “Anima fragile” e “Manifesto futurista della nuova umanità”, “Aspettami” e “T’immagini”, che mancava nei tour da quasi otto anni. Sempre dal nuovo album: “Il blues della chitarra sola” e “Quante volte”. E poi due classici come “Senza parole” (trascurata nelle ultime due tournèe) e “Ci credi” (inedito degli ultimi tour). E ancora “Deviazioni”, “Un gran bel film”, “Vivere non è facile”.
Nella seconda parte del concerto non mancheranno “Un senso”, “Senza parole”, “Gli spari sopra”. Ma anche “Stupendo”, “C’è chi dice no”, “Rewind”, “Vivere”, “Sally”, la leggendaria “Colpa d’Alfredo”. Gran finale con “Canzone”, “Vita spericolata” e ovviamente “Albachiara”, in un tripudio di smartphone illuminati (un tempo c’erano le fiammelle degli accendini...). Con lui, sul palco, il bassista Claudio “Gallo” Golinelli, il tastierista Alberto Rocchetti, i chitarristi Stef Burns e Vince Pastano, Will Hunt alla batteria, Frank Nemola alla tromba, Andrea Innesto al sassofono e la corista Clara Moroni.
Il Blasco torna nel Friuli Venezia Giulia otto anni dopo il concerto del settembre 2008 allo Stadio Friuli di Udine, la struttura regionale che lo ha ospitato più volte (se la memoria non ci inganna nel 2007, 2005, 2004, 2001, ma anche nel ’96, ’93, 91, ’87...). Ha poi riempito lo Stadio Rocco di Trieste nel ’99 e nel 2004. E il Parco Galvani di Pordenone nel lontano ’87. A Grado, nel giugno 2005, fu protagonista di un’operazione (prove più “data zero”) simile a quella di quest’anno a Lignano. Dove invece manca dall’agosto ’89. Ventisette anni.

martedì 14 giugno 2016

BOOTLEG SPRINGSTEEN

BRUCE SPRINGSTEEN
“THE CHRISTIC SHOWS, NOVEMBER 16 & 17, 1990”
(LiveBruceSpringsteen.com)
Prosegue sul web la pubblicazione dei “bootleg ufficiali” del Boss. Queste due serate acustiche di ventisei anni fa allo Shrine Auditorium di Los Angeles - decima uscita - occupano un posto particolare nella serie e forse anche nell’intera discografia del rocker del New Jersy. All’epoca la E Street Band era appena stata sciolta (e ci volle un decennio per ricostituirla), il nostro si era trasferito nella Città degli angeli, non suonava da un po’ e, quando gli amici Jackson Browne e Bonnie Raitt lo invitarono a partecipare a due serate di beneficenza, non se lo fece ripetere due volte. Il risultato è da antologia. Uno Springsteen “unplugged”, che rilegge da par suo “Darkness on the edge of town”, “Tougher than the rest”, “Tenth avenue freeze out”, “Thunder road”. Qualcuna alla chitarra, altre al pianoforte.
Da segnalare anche pezzi all’epoca ancora inediti: “Real world”, “Soul driver”, “57 channels (and nothin’ on)”, “Red headed woman”...

ERIC CLAPTON, I STILL DO

“I still do”, qualcosa come “Faccio ancora”, dunque “Sono ancora qui”... Sì,perchè passano gli anni, ma i maestri sono ancora qui. Anche in questo 2016 nel quale “le bombe cadono sempre più vicine”, per una generazione che ha scritto la storia del pop e del rock. Quelli che respingono l’attacco del destino, ogni tanto se ne vengono fuori con un album nuovo. A insegnare come si fa. Una manciata di nuovi brani, scritti bene e suonati meglio, che mettono rapidamente a tacere legioni di aspiranti star destinate al ruolo di meteore.
Prendete Eric Clapton, il leggendario “slowhand”, “manolenta”. Inglese del Surrey, classe 1945, una carriera cominciata giovanissimo con gli Yardbirds, con i Bluesbreakers di John Mayall, soprattutto con i Cream. In mezzo secolo ha fatto di tutto e di più. Molti alti e pochi bassi. Senza perdere l’occasione di diffondere ogni tanto la propria arte.
Ebbene, a due anni dall’album tributo all’amico J.J. Cale intitolato “The Breeze: An Appreciation of JJ Cale”, realizzato con la collaborazione fra gli altri di Mark Knopfler, Willie Nelson e Tom Petty, e un anno dopo l’uscita nelle sale del film musicale “Live at the Royal Albert Hall”, è arrivato questo “I still do” (Universal). Alcuni mesi fa, quando ne ha annunciato la pubblicazione, ha dichiarato a Billboard che, qualora questo dovesse essere il suo ultimo disco, potrebbe considerarsi un buon saluto. Subito dopo, a mo’ di rassicurazione per legioni di fan, ha aggiunto che comunque intende rimanere in giro ancora per un po’...
Vogliamo dirlo? Speriamo che lo faccia. Il disco è gradevole, godibile, impeccabile, in una parola bello. Forse sarebbe potuto uscire tale e quale dieci o vent’anni fa, ma questo lo consideriamo un merito: inutile infatti inseguire le mode, i gusti del tempo, la girandola delle classifiche, quando si può continuare a essere se stessi senza mai tradire qualità, eleganza, buon gusto.
Una manciata di brani - fra originali e cover, ballate e tributi a Robert Johnson e ancora a J.J. Cale - che rappresentano perfettamente l’artista Clapton, quello che è stato e quel che ancora è. Le sue dita danzano sulla tastiera della chitarra e ne fanno uscire quel suono liquido, quelle note lunghe (“slowhand”...) che sono da sempre il suo marchio di fabbrica.
Qualche titolo? “Alabama woman blues”, “Can’t let you do it”, “I will be there”, “I dreamed I saw St. Augustine” (Dylan del ’67), la classicissima “I’ll be seeing you”... Disco prodotto dall’esperto Glyn Johns. Con quel titolo, quasi una dichiarazione di immortalità. Non a caso nel ’66 nella metropolitana londinese apparve la celebre scritta “Clapton is God”. E aveva appena ventuno

lunedì 13 giugno 2016

VASCO A LIGNANO PER PROVE TOUR

Vasco Rossi è già arrivato a Lignano Sabbiadoro. In uno Stadio Teghil blindato per tutta la settimana farà le prove del nuovo tour, il “Live Kom 016”. E lì sabato sera terrà l’anteprima, la “data zero”, la prova generale insomma dei concerti in programma allo Stadio Olimpico di Roma il 22, 23, 26 e 27 giugno. Già si parla di una ripresa settembrina al Nord (Stadio San Siro a Milano?), ma per ora non ci sono conferme. Dunque...
Dunque chi vuole assolutamente vedere il Komandante per ora deve puntare sul poker romano, dove per le quattro serate sono stati già venduti oltre 200 mila biglietti, o per l’anteprima nel Friuli Venezia Giulia. Che segue di pochi giorni le prove super segrete della settimana scorsa alla discoteca Cromie di Castellaneta, in provincia di Taranto.
Lo stadio di Lignano è però abbastanza piccolo, capienza ventimila posti, giù tutti esauriti da tempo. Anche se c’è il salvagente rappresentato dal pacchetto che offre tre notti in hotel e il biglietto per il concerto (posti ancora disponibili su www.lignanoholiday.com).
Ma statene certi, moltissimi arriveranno anche senza biglietto, solo per sentire le prove fuori dallo stadio. E magari sperare di incrociare il Blasco nelle ore di relax (ieri attorno mezzogiorno tale Filippo Pilutti ha twittato “C’è Vasco Rossi che fa stretching nel giardino di casa mia...”), attorno all’albergo o nelle vie della cittadina balneare friulana.
Confermata in blocco la band per il terzo (e forse ultimo) anno, la curiosità dei fan si concentra sulla scaletta del tour. Che potrebbe essere aperta da “Lo vedi”, brano tratto dall’ultimo album. E proseguire con “Sono innocente” e “L’uomo più semplice”. Poi un mix fra vecchie e nuove emozioni: “Dannate nuvole”, “Siamo soli”, “Anima fragile”, “Manifesto futurista della nuova umanità”, “Aspettami” e “T’immagini”, che mancava nei tour da quasi otto anni.
Fra i brani provati in Puglia, altre due tracce del nuovo album: “Il blues della chitarra sola” e “Quante volte”. Ma anche due classici come “Senza parole” (rimasta fuori nelle ultime due tournèe) e “Ci credi” (inedito degli ultimi tour). E ancora “Deviazioni”, “Un gran bel film”, “Vivere non è facile”.
I bene informati giurano anche che Vasco riserverà la seconda parte del concerto ai brani storici: da “Un senso” a “Senza parole” fino a “Gli spari sopra”. Ma anche “Stupendo”, “C’è chi dice no”, “Rewind”, “Vivere” e “Sally”. Dulcis in fundo il ritorno di un vecchio superclassico come “Colpa d'alfredo”. Gran finale con “Canzone”, “Vita spericolata” e “Albachiara”, ormai quasi una sigla.

sabato 11 giugno 2016

PAT METHENY 18-6 a Udine, intervista

«David Bowie e Pino Daniele? Sì, ho suonato con entrambi. Ed entrambi erano delle grandi persone e ottimi musicisti. Molto seri nel suonare al massimo delle possibilità in qualsiasi contesto, in qualsiasi cosa facessero. Entrambi unici e molto originali».
Pat Metheny, che sabato 18 alle 21 suona al “Nuovo” di Udine per “Udin&Jazz”, ricorda così i colleghi scomparsi. La cui luce brilla nella lunga lista di artisti che hanno lavorato con il sessantaduenne chitarrista statunitense. Che torna in scena (quella di Udine è la prima data del tour europeo) dopo un anno di pausa.
Era stanco o aveva bisogno di riordinare le idee?
«Un po' entrambe le cose. È stata la prima volta in cui mi sono davvero fermato per un po’. Durante l'anno precedente, ho fatto 150 concerti in giro per il mondo. Quest'anno solo quattro... La vita “in borghese” non è male, capisco perché piace alla gente».
L'esperienza con la Unity Band e Group?
«Il team con Chris Potter, Ben Williams e Antonio Sanchez è formato da un gruppo di musicisti davvero speciale. Abbiamo dedicato tutti noi stessi a questo progetto, nei due dischi e nelle centinaia di concerti fatti insieme. Penso sia una delle band migliori che io abbia mai avuto e anche un gruppo di bellissime persone con cui girare, fattore che significa molto per me. Alla fine del tour abbiamo realizzato un film e il cd relativo, che è appena uscito: un lavoro che riassume il tempo passato insieme».
Il suo rapporto con l'improvvisazione?
«I musicisti che ammiro di più sono quelli che hanno un grande bagaglio di conoscenze e comprensione non solo in ambito musicale ma anche sulla vita in generale e sono quindi in grado di dare luce alle cose che amano attraverso il loro suono. Quando è un individuo in grado di farlo in tempo reale, improvvisando, quella è la mia tipologia preferita di musicista».
Chi è, oggi, Pat Metheny?
«Un musicista nell’accezione più ampia del termine. E tutti i modi in cui si parla comunemente di musica sono soltanto una discussione culturale/politica che non trovo interessante, mentre mi interessa lo spirito e il suono della musica stessa».
Prosegua...
«Cerco sempre di lasciare che sia la musica a farmi decidere sul momento quale direzione seguire, in termini di orchestrazione, possibilità e sensibilità. Mi piace suonare in maniera densa o scarna, molto forte o molto morbidamente, oppure usare tutto il range dinamico, suonare “in” o “out” rispetto agli accordi... in che modo non mi importa poi molto. Prendo tutto ciò che sembra suonare al meglio, in rapporto a quanto sta accadendo in quel momento. È l'impulso creativo in sé che mi attira maggiormente».
I suoi tre chitarristi di riferimento?
«Impossibile rispondere...».
Che rapporto ha con i social?
«Non sono molto interessato. Vorrei che tutti potessero apprezzare maggiormente le cose mentre succedono. Tutto passa così velocemente. Detesto quando le persone si perdono il momento».
In Friuli è ormai di casa.
«Conservo davvero bei ricordi di tutte le mie visite lì. E sì, mi sento molto fortunato di far parte della comunità, dopo tutti questi anni».
Pat Metheny suonerà a Udine con Antonio Sanchez alla batteria, Gwilym Simcock al piano e la giovanissima contrabbassista australiana di origine malese Linda Oh. Di cui dice: «Ha tutto quel che da sempre sto cercando: senso del ritmo e immaginazione. E la capacità di comunicare e interfacciarsi sia con gli altri musicisti che con il pubblico».