martedì 3 aprile 2012

GUCCINI, nuovo libro "dizionario delle cose perdute"

A pensarci, in fondo Francesco Guccini ha sempre cantato il passato. Quello della locomotiva anarchica e libertaria, quello delle osterie di fuori porta («ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta...»), quello del suo personale Sessantotto, quello dei suoi giovani e meno giovani amori. Quello di Auschwitz e di Bisanzio, di Venezia e di Amerigo, della primavera di Praga e della signora Bovary.
Da scrittore, in questi anni, non è stato da meno. Ma la vera celebrazione del passato arriva ora con questo “Dizionario delle cose perdute” (Libellule Mondadori, pagg. 142, euro 10). Volumetto agile, intriso di pacata nostalgia per le cose, le situazioni, gli usi e le usanze che c’erano - quando lui, classe 1940, era ragazzo - e da tempo non ci sono più.
Sotto allora con la pettinatura a forma di banana che veniva inflitta ai bambini, con il “caffè caffè” che negli stenti del dopoguerra si distingueva dai vari surrogati, con le sigarette che si potevano comprare sfuse dal tabaccaio e magari fumare al cinema quando i salutisti divieti non si erano ancora diffusi. E ancora le braghe corte anche d’inverno, i guardaroba che si cambiavano solo a ogni nuova stagione, i costumi da bagno in lana, i giochi per strada con i tappi e le biglie e le fionde e le cerbottane, il telefono in duplex (ovvero una linea telefonica divisa fra due appartamenti vicini)...
Oggetti, abitudini, espressioni che la fine scrittura gucciniana mette a confronto con i corrispondenti - quando esistono - del presente. Sempre con un velo di pacata nostalgia, come si diceva, ma anche con l’amabile ironia che i frequentatori dei concerti del lungagnone di Pavana, appennino toscoemiliano, conoscono da sempre.
È un libro di foto ingiallite, da leggere tutto d’un fiato per chi ha più di quaranta o meglio cinquant’anni, per tornare al mondo e all’Italia in bianco e nero che sono stati spazzati via dal progresso, dalla tecnologia che viaggiano sempre più veloci.
Per tutti gli altri, per i ragazzi di oggi, per i cosiddetti “nativi digitali”, l’occasione per conoscere un mondo che non esiste più. Le cose, gli usi e i costumi dei propri genitori, dei propri nonni, attraverso una penna abile e colta.
Ma non si pensi alla retorica dei “bei tempi andati”. Guccini scrive e si comporta da asettico cronista del passato. Quello stesso passato che ha raccontato in tante canzoni, e che ora ritorna in un racconto che si legge come un romanzo. Il romanzo di quello che eravamo, forse per capire anche che cosa siamo diventati.

domenica 1 aprile 2012

JETHRO TULL, esce martedì THICK AS A BRICK 2

Thick as a brick, ovvero: ottuso come un mattone. Era il titolo di un album pubblicato giusto quarant’anni fa, nel 1972, dai Jethro Tull. Ma la notizia è che il flautista e cantante della band, il mitico Ian Anderson, torna idealmente sul luogo del delitto pubblicando domani “Thick as a brick 2 - Whatever happened to Gerald Bostock?”. Una sorta di “sequel” che, assieme al tour che toccherà presto anche l’Italia (giovedì 31 maggio Torino, il primo giugno Milano e il 2 giugno Modena), celebra i quarant’anni dallo storico album.
In quel ’72 i Jethro Tull erano da poco entrati nell’olimpo del rock inglese. L’anno prima, “Aqualung” li aveva definitivamente consacrati, dopo tre album in tre anni (“This was”, ’68; “Stand up”, ’69; “Benefit”, ’70) che avevano assicurato loro un ottimo zoccolo duro di adepti, anche e forse soprattutto in Italia.
Ian Anderson e soci giocarono allora la carta del “concept album”: un’unica grande suite, separata solo dal necessario cambio di facciata del disco (e successivamente riunificata nell’edizione in cd), per raccontare la storia di un immaginario bambino prodigio, Gerald Bostock, poeta di otto anni, soprannominato Little Milton, spacciato come l’autore dei testi del disco - ricchi di sarcasmo e humour tipicamente british - e celebrato in copertina da un vero e proprio quotidiano, ripiegato e sfogliabile, il “St. Cleve Chronicle” (testata di fantasia) del 7 gennaio 1972.
Album progressive, pur mantenendo le connotazioni rock, blues e folk dei lavori precedenti. A posteriori, una delle cose migliori del gruppo. Rimasto in vita in tutti questi anni, ma mai tornato a quei livelli creativi.
Oggi, i Jethro Tull sono formati ancora da Ian Anderson - che però alterna l’attività musicale a quella di allevatore di salmoni - e dal chitarrista Martin Barre, affiancati da David Goodier al basso, John O’Hara alle tastiere, Florian Opale alla chitarra, Scott Hammond alla batteria. Nel ’72, con Anderson e Barre, c’erano invece Jeffrey Hammond al basso, Barriemore Barlow alla batteria, John Evan alle tastiere.
La domanda del nuovo titolo del disco, è: che fine ha fatto Gerald Blostock? E tema del “sequel” è proprio la disamina dei possibili diversi percorsi che il poeta in erba avrebbe potuto intraprendere nei quarant’anni trascorsi. «Nello sviluppo dell’opera - spiega Anderson, che firma da solo il nuovo disco - i bivi di cui le strade della vita sono costellate alla fine lasciano spazio a un’attrazione quasi gravitazionale che ci porta a convergere in un finale forse pre-ordinato, una sorta di destino. Quando noi, figli del baby-boom, riguardiamo le nostre vite, finiamo spesso per pensare a quella volta in cui “se fosse andata così”...».
Ancora il musicista: «Potremmo anche noi, come Gerald, essere diventati un prete, un soldato, uno sbandato, un negoziante o un magnate della finanza? E i più giovani, la generazione dei social media e di internet, potranno scegliere di valutare bene tra la miriade di possibilità che incroceranno in ogni momento...».
Insomma, Ian Anderson ha immaginato per Gerald - che oggi sarebbe un signore di 48 anni - tanti scenari, incontri, opportunità, svolte potenzialmente infinite, speranze, delusioni, scherzi del destino. Proprio come per ognuno di noi. Che quarant’anni fa restammo ammaliati dalle vicende musicali di quel ragazzino «ottuso come un mattone».
Nel concerto, “Thick as a brick” verrà eseguito nella sua interezza per la prima volta dal tour del ’72; nella seconda parte verranno eseguiti i brani di “Thick as a brick 2” e classici della band.

venerdì 30 marzo 2012

MARIO BIONDI dom 1-4 a trieste, al rossetti

A Trieste, al Politeama Rossetti, il siciliano Mario Biondi ritorna con puntualità asburgica ogni due anni. Debutto da applausi nel marzo 2008, apprezzato bis e “tutto esaurito” nel maggio 2010, e adesso, domenica primo aprile, con inizio alle 21, è già tempo di tris.
In questi ventiquattro mesi, il ragazzone alto quasi due metri con la voce che sembra quella di Barry White non è certo stato con le mani in mano: due nuovi album (prima il live “Yes, you”, poi lo scorso anno il doppio “Due”), ancora tournée in Italia e all’estero, persino delle incursioni nel cinema di animazione.
All’estero, sì, perchè prima di essere conosciuto e apprezzato in Italia, il quarantunenne crooner catanese aveva già lavorato con successo a Londra, a New York e persino in Giappone. In Inghilterra, in particolare, l’uomo è molto amato sin da quando, cinque anni fa, la sua “This is what you are”, originariamente pensata per il mercato giapponese, grazie a un lungimirante dj aveva già conquistato Radio Bbc1 prima di essere adottata come jingle natalizio da Radio Montecarlo. Poi, la collaborazione con Bluey, il leader degli Incognito che ha remixato la sua “No’ mo’ trouble”, e un duetto con Chaka Khan hanno rafforzato il suo appeal oltremanica.
Davanti a questi successi, tornano alle mente le sue parole di qualche anno fa: «Quando negli anni Novanta portavo i miei provini alla Sony e in altre case discografiche, mi rispondevano sempre che questa roba in Italia non potrà andare, perché la casalinga che stira non sentirà mai le cose jazzate e soul. E io cercavo di immaginarmi che genere di essere umano fosse questa casalinga. Poi comunque, siccome avevo fatto vent’anni di concerti in giro, mi son detto: o ’sta casalinga non esiste più o si è evoluta, perché la musica non ha confini di stili e generi...».
Dal 1988 Mario Biondi faceva infatti da spalla alle grandi star internazionali che venivano a suonare in Italia, da Ray Charles in giù. Anni duri, nei quali comunque l’artista siciliano ha imparato moltissimo. «Devo dire che ho fatto molta fatica a restare a galla. Gavetta, cori, turnista. E ho incassato anche molti “no”. Per farcela bisogna riuscire ad arrivare al pubblico. Ognuno deve trovare il modo per toccare la gente. Non importa se con una “major” o con un’etichetta indipendente. Non importa se cominciando da angoli di nicchia o dalle piazze. Alla fine è il pubblico che decide, ed è una lotta continua. Io non mi sono mai arreso, sono andato avanti: di solito, quando trovo un ostacolo, faccio di tutto per superarlo, o almeno aggirarlo”.
Ostacolo dopo ostacolo, oggi Mario Biondi, all’anagrafe Mario Ranno (il cognome d’arte l’ha ereditato dal padre, il cantautore di incerte fortune Stefano Biondi), è uno dei musicisti italiani più apprezzati in giro per il mondo. Che ha lavorato fra gli altri con Burt Bacharach, che ha scritto per lui “Something that was beautiful”.
«L’ho conosciuto quando aprivo i suoi concerti italiani e non ero ancora famoso. La cosa incredibile è che lui stava dietro le quinte e mi faceva gesti di incoraggiamento. Ha una carica umana immensa e mi fa pensare che valga la pena vivere fino a ottant’anni. Avevo provato a chiedergli un brano ma sul momento non mi ha risposto. Qualche mese dopo, mentre stavo iniziando a lavorare al disco, ecco la sorpresa: mi arriva un suo “file” audio con il brano. Allora ho pensato: se Bacharach, uno dei mosti sacri della canzone mondiale, ti scrive una email dicendoti che il suo brano che tu hai interpretato andrebbe fatto sentire a gente che conta, vuol dire che c’è qualcosa di speciale nella tua voce. E che tutto non è avvenuto per caso».
Per caso non sono arrivati i tre album che l’hanno lanciato: “Handful of soul” del 2006, il live “I love you more” del 2007, “If” del 2009. «Sono andato a registrare “If” a Rio de Janeiro perché volevo che ci fosse un certo tipo di atmosfera. E in Brasile ho suonato con musicisti brasiliani. Volevo che nell’album ci fosse la loro forza, la gioia, il caldo, e anche quella malinconia particolare».
Negli ultimi due anni i nuovi dischi citati all’inizio hanno rafforzato la stima e il seguito dell’artista. Che ama variare. Dopo aver cantato nel 2008 due brani nella colonna sonora del rifacimento de “Gli Aristogatti”, come si diceva l’artista siciliano è stato doppiatore e interprete di alcuni brani della colonna sonora di un altro film disneyano, “Rapunzel – L’intreccio della torre” (nel quale prestava la sua voce al brigante dal cuore tenero Uncino). E ancora, l’anno scorso, ha interpretato il cattivissimo pappagallo Miguel nel film “Rio”.
Ora mario Biondi ritorna a Trieste con la sua orchestra, in questo tour cominciato il 7 marzo da Roma, e che dopo la tappa al Rossetti sarà il 3 aprile a Bergamo e il 4 a Milano. Un tour da “tutto esaurito” in ogni piazza, come si conviene a una grande star.

martedì 27 marzo 2012

AMERICA merc 28-3 a trieste, al rossetti

“A horse with no name”, “Ventura highway”, “I need you” e tante altre canzoni che fanno ancora parte della colonna sonora delle nostre vite, dagli anni Settanta in poi. Canzoni scritte e cantate dagli America, che arrivano a Trieste, per un concerto al Rossetti (stasera alle 21, biglietti ancora disponibili alle casse) che conclude un tour italiano cominciato dieci giorni fa a Salerno.
Quarant’anni fa quello che allora era un trio è stato fra i maggiori protagonisti dell’anima più leggera della West Coast americana. Quella più impegnata, in certi casi “più acida”, era rappresentata da Crosby Stills Nash & Young, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Byrds... Ma anche loro, quei tre ragazzi dall’aria per bene, accusati dai duri e puri di fare musica commerciale, trovarono il modo per farsi amare da milioni di loro coetanei in tutto il mondo. Al pari degli Eagles e di poche altre band, hanno saputo raccontare la West coast, la Route 66, le infinite highway a stelle e strisce.
Partono da Londra, alla fine degli anni Sessanta, dove sono al seguito dei genitori, ufficiali della marina americana in servizio in Europa. Dewey Bunnell, Dan Peek e Gerry Beckley s’impongono come trio folk-rock. Fra il ’71 e il ’72 prima il singolo “A horse with no name” e poi l’album “America” finiscono ai vertici delle classifiche inglesi. Forti di quel successo tornano negli States, dove replicano la scalata delle hit parade. Nel ’73 arriva il primo Grammy, i successivi album vengono premiati dal pubblico a suon di milioni di dischi venduti.
Nel ’77 Dan Peek (morto lo scorso anno, nel luglio 2011) esce dal gruppo, Bunnell e Beckley proseguono in duo, facendosi affiancare da altri strumentisti dal vivo e in sala d’incisione. Nel ’79 esce “Silent letter”, ma è “You can do magic” a riportarli nell’82 ai vertici delle classifiche.
La band prosegue la propria attività dal vivo anche per tutti gli anni Novanta, fino ai giorni nostri (250 concerti all’anno, di cui 25 in Europa, 60 tra Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Asia, il resto negli Stati Uniti), supportando i tour con la pubblicazione di antologie, dischi dal vivo e nuovi album (come “Here & now”, del 2007) che però non aggiungono nuove perle al loro ricco repertorio. Fotografato dal recente album “Back pages”, nel quale la band rilegge i suoi maggiori successi.
Il tour che arriva a Trieste, firmato dal loro storico manager italiano Francesco Sanavio (uno dei maggiori organizzatori di concerti negli anni Settanta e Ottanta), fa parte del tour mondiale che festeggia il quarantennale del gruppo. Con Gerry Beckley (voce, chitarra e piano) e Dewey Bunnel (voce e chitarra), sul palco ci saranno Richard Campbell al basso, Michael Woods alla chitarra e Willy Leacox alla batteria e alle percussioni.
L’atmosfera da “come eravamo” verrà completata dalle immagini sul grande schermo, alle spalle dei musicisti, per ripercorrere le fasi più importanti della loro carriera. Oltre ai brani citati, sarà l’occasione per riascoltare altri esempi del loro particolare country-rock rivisto in chiave pop, quali “Sister golden hair”, “Tin man”, “Don’t cross the river”, “Sandman”...

venerdì 23 marzo 2012

MARCO MASINI 17 maggio a trieste

Marco Masini a Trieste, al Teatro Bobbio, giovedì 17 maggio. Si aggiunge dunque un altro nome al calendario musicale della primavera/estate appena partita, che vivrà il suo top l’11 giugno con Bruce Springsteen allo Stadio Rocco (prevendite ormai oltre quota 25 mila).
Masini (Firenze, 1964) è da oltre vent’anni un protagonista di primo piano della musica italiana. Dopo una lunga gavetta come autore, assieme al compianto Giancarlo Bigazzi, nel ’90 vince Sanremo Giovani con “Disperato”. Il primo di una lunga serie di successi, in Italia ma anche all’estero. L’album “T’innamorerai” vende nel ’93 oltre un milione di copie solo in Europa, preceduto dal singolo “Vaffanculo”, con cui l’artista risponde a modo suo ai suoi tanti critici. Fra un temporaneo ritiro dalle scene e diversi ritorni a Sanremo (nel 2004 con L’uomo volante”, nel 2009 con “L’Italia”), la storia musicale di Masini continua. Anche attraverso la collaborazione con l’antico amico Umberto Tozzi (album e tour “Tozzi Masini”, 2006).
Nel settembre scorso esce “Niente d’importante”, definito nelle note della casa discografica “un viaggio nel pianeta amore di un artista che ancora ricerca il senso della vita attraverso l'unica ragione di vita che ognuno di noi ha: amare per essere amato”. Ora questo tour, comincia con una “data zero” il 28 marzo al Teatro Mascagni di Chiusi, in provincia di Siena, e arriva a Trieste il 17 maggio.
Un appuntamento che si aggiunge a quelli con gli America (28 marzo al Rossetti), Mario Biondi (primo aprile al Rossetti), Peter Hammill (10 maggio al Miela), Biagio Antonacci (22 maggio al PalaTrieste) e - dopo il citato Boss - i Gogol Bordello (13 luglio a Sgonico). Ma altri aggiornamenti sono in arrivo.

giovedì 22 marzo 2012

BANCO sab a pordenone

«Volevamo evitare luoghi comuni del tipo “i nostri primi quarant’anni”. Ma ai nostri concerti ci ha sempre incuriosito l’alta percentuale di giovani. Allora ci siamo resi conto che in tutto questo tempo siamo sempre stati piuttosto reticenti nel parlare di noi. E che era arrivato il momento di colmare questa lacuna...».
Parla Vittorio Nocenzi, fondatore nel lontano ’68 del primo nucleo da cui poi, nel ’72, nacque il Banco del Mutuo Soccorso. Per tutti gli amanti della musica: il Banco, che festeggia il proprio quarantennale con questo tour che domani alle 21 fa tappa al Deposito Giordani di Pordenone.
«Ma non c’è solo questo tour - prosegue il musicista -. Ne faremo un altro fra l’estate e l’autunno. Poi ci sono due libri: “Sguardi dall’estremo Occidente”, già uscito, e la biografia autorizzata “Non ci rompete”, in arrivo».
Non può mancare un disco. S’intitola “Sacro massacro”, uscirà entro l’anno, con brani inediti e cover di altri pezzi del gruppo affidati ad alcuni amici e colleghi. Uno è Franco Battiato. «Con lui abbiamo fatto “Imago mundi”, il brano uscirà entro un paio di mesi, anticipando l’album. Con Franco abbiamo cominciato assieme, nei festival pop dei primi anni Settanta. Lui all’epoca faceva cose sperimentali come “Fetus” e “Pollution”. Ritrovarci è stato un grande piacere. E in questo mondo che va al massacro, parlare dell’anima umana ci è sembrata la cosa più opportuna».
Ritrovarsi. Come con le Orme, ospitate in questo tour. «E e probabilmente nel prossimo. La cosa è nata per caso. L’anno scorso li abbiamo incontrati in occasione di un nostro concerto alla casa del jazz, a Roma. Ci è piaciuta l’idea di suonare assieme. E devo dire che la cosa sta funzionando».
Assieme, le due band hanno scritto la storia del pop italiano. Ma Nocenzi vuole puntualizzare una cosa. «Sì, non vorrei che questa collaborazione fosse letta come una sorta di piccolo “festival del prog”. La musica progressive è stata ed è parte importante della nostra storia. Ma noi facciamo musica a trecentosessanta gradi, non solo prog. Abbiamo abbracciato il rock e il jazz, e molto di quello che sta in mezzo».
Del vecchio Banco, in questa versione 2012, sono rimasti in due. «È vero, io e Francesco Di Giacomo. Anche se lo stesso Rodolfo Maltese, che non partecipa a questo tour per i postumi di un intervento chirurguico, fa parte della band ormai da oltre vent’anni. Con noi, ci sono altri quattro validissimi musicisti».
Il ricordo torna ai primi anni Settanta, quando l’immagine del Banco era affidata a Di Giacomo e ai due fratelli Nocenzi. «Gianni sta bene. Lui è uscito dal gruppo molti anni fa. Ovviamente è ancora un ottimo pianista, ma fa altre cose: si occupa molto di tecnologia, oltre che di musica. Ha fatto una scelta rispettabile...».
Sù, prosegua. «Che dire? Finchè in Italia la musica è considerata intrattenimento, e non cultura, è chiaro che gli spazi per lavorare rimangono ristretti. Gianni, tanti anni fa, ne ha preso atto. Noi abbiamo continuato a combattere, consapevoli delle difficoltà».
Una punta di legittimo orgoglio, come un comandante che ha passato tante battaglie. «Quando abbiamo cominciato - conclude Vittorio Nocenzi -, sentivamo l’esigenza di sperimentare. Oggi il mondo della musica è un’altra cosa. E forse è proprio per questo che tanti giovani vengono a sentire i concerti del Banco».
Il gruppo romano debuttò nel ’72 con l’album omonimo, che non passava inosservato già dalla copertina: un enorme salvadanaio di cartone, che nelle collezioni di album in vinile dell’epoca creava persino problemi di sistemazione, mentre oggi è un pezzo da collezionisti.
Si capì subito che si trattava di una delle esperienze più innovative dell’allora nascente pop italiano. Il debutto discografico arrivò dopo un’audizione alla Rca, con l’inserimento in una compilation di nuovi gruppi, e dopo la partecipazione a vari festival pop: Caracalla, estate ’71, Villa Pamphili, estate ’72...
Il Banco colpiva l’ascoltatore con brani come “R.I.P. (Requiescant in pace)”, “Il giardino del mago”, “Metamorfosi”... L’uso classicheggiante delle tastiere e la particolarissima voce tenorile di Francesco Di Giacomo erano il marchio di fabbrica. Il resto: contaminazione tra “prog-rock” inglese, sonorità mediterranee, tradizione del melodramma italico, grande originalità.
Nello stesso ’72 uscì anche il secondo disco, intitolato “Darwin!”, concept album sul tema della teoria sull'evoluzione delle specie di Charles Darwin, proclamato da trecento critici americani “miglior disco progressive dell’anno”. A seguire: altri album, collaborazioni illustri, musiche per il cinema, tour in mezzo mondo. E una storia non ancora conclusa.

domenica 18 marzo 2012

IVANO FOSSATI, LA COSTRUZIONE DI UN ADDIO lunedì ultimo concerto a Milano

«Mi sento come quando si chiude un libro dopo averlo letto tutto d’un fiato. La mia carriera e le canzoni mi hanno fatto vivere anni irripetibili. Scintillanti e qualche volta non facili allo stesso tempo. Ma si può provare a guardare anche più avanti di così e adesso vorrei proprio farlo...».
Ivano Fossati stasera al Piccolo Teatro di Milano conclude il “Decadancing Tour” e, incidentalmente, la sua carriera. Non sono passati nemmeno sei mesi da quella prima domenica di ottobre. Ospite di Fabio Fazio su Raitre, comunicò la decisione con calma, con quell’espressione «che abbiamo noi che abbiamo visto Genova...». Ultimo album, ultima tournée, basta con il mestiere di cantautore. Qualcuno credette al solito annuncio promozionale, per lanciare un disco nuovo con annessa serie di concerti. Non lo conosceva.
Eppure l’aveva spiegato bene: «È una decisione serena, di quelle che si prendono in tanto tempo. Ho compiuto sessant’anni e ho sempre saputo che, raggiunta questa età, avrei voluto cambiare, fare altro». E ancora: «Mi sono sempre chiesto se al prossimo disco avrei potuto garantire la stessa passione che mi ha portato fino a qui. Non credo che potrei ancora fare qualcosa che aggiunga altro rispetto a quanto, nel bene e nel male, ho messo nei dischi finora».
Va detto che l’album “Decadancing” ha beneficiato dell’effetto annuncio. Pur non all’altezza di suoi tanti capolavori, ha frequentato per molte settimane i vertici delle classifiche. E anche il tour giunto all’epilogo - e passato anche a Udine, giusto un mesetto fa -, con le sue quarantatre date tutte esaurite, ha conosciuto numeri non usuali.
Ma ciò non inficia la serietà, la grandezza di una decisione che non ha molti precedenti. L’industria della musica, in Italia e all’estero, è piena di personaggi che non mollano le luci della ribalta neanche se presi a pedate. Gente che, avesse fatto un lavoro “normale”, sarebbe da un pezzo in pensione anche con le restrittive regole inaugurate dal governo dei tecnici. E invece è ancora lì, a tentare la fortuna con un altro disco, a raccattare l’interesse dei nostalgici con l’ennesimo tour, a monetizzare fama e fortuna lontane con un’apparizione in tivù. Per non parlare di quelli che annunciano il ritiro, e poi, dopo un paio d’anni, magari con la formula di una non necessaria “reunion”, come se niente fosse si ripresentano a raschiare l’ennesimo fondo dell’ultimo barile.
Fossati è di altra pasta. Ci ha regalato grande musica e canzoni memorabili (“La costruzione di un amore”, “Mio fratello che guardi il mondo”, “Una notte in Italia”...), mai banali. Dagli esordi giovanissimo con i Delirium (l’album “Dolce acqua” nel ’71, “Jesahel” a Sanremo ’72...) all’attività come autore (per Mia Martini, Mina, Patty Pravo, Vanoni, Berté, Mannoia, Oxa: domani Emi pubblica un album, “Pensiero stupendo”, dedicato al Fossati autore), dalla collaborazione con De Andrè (“Le nuvole” e “Anime salve”) alla lunga discografia solista: “La mia banda suona il rock” e “Panama e dintorni”, “Le città di frontiera” e “Ventilazione”, “700 giorni” e ”La pianta del tè”, “Discanto” e “Lindbergh”. E ancora “Macramè”, “La disciplina della terra”, “L'arcangelo”...
Stasera, a Milano, saluta la compagnia. Con una dignità che dovrebbe essere d’esempio per molti. In tanti settori.