...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
martedì 13 agosto 2013
Già finito stop dei COLDPLAY, 26-8 esce Atlas
Uno stop di tre anni. Roba da mandare in paranoia i fan più sfegatati. Ma ora, per estimatrici ed estimatori dei Coldplay, la speranza arriva da un annuncio: il 26 agosto esce “Atlas”, primo inedito della band inglese dai tempi di “Mylo Xyloto”, album del 2011. Il brano è infatti incluso nella colonna sonora di “Hunger games: catching fire”, secondo capitolo della serie cinematografica - nelle sale dal 22 novembre - che finora ha incassato 700 milioni di dollari in tutto il mondo.
Ma torniamo ai nostri eroi. L’inverno scorso, dopo la pubblicazione dell’album “Live 2012”, si era sparsa la voce sulla volontà di Chris Martin e compagni di prendersi una lunga pausa. Qualcuno aveva parlato anche di tre anni. Cosa possibile, visto che dal 2000 dell’esordio discografico ufficiale con “Parachutes” i ragazzi sono sempre stati in pista. Martin l’aveva detto durante il concerto a Brisbane nel novembre scorso: «Questo sarà l’ultimo grande show per tre anni o quasi».
Probabilmente lo stop andava inteso solo per l’attività live. Successivamente, lo stesso frontman aveva infatti dichiarato all’inglese Daily Star: «Ho già composto dei pezzi e sono intrippato con i progetti futuri del gruppo. Ho la fortuna di poter fare questo lavoro e non voglio smettere. Questa storia dei tre anni di pausa è saltata fuori perché in Australia ho detto che magari non saremmo ripassati di lì per tre anni. Il che è probabilmente vero, ma solo perché i tour mondiali funzionano così. Non ci sarà alcuna pausa di tre anni...».
Passata la paura, dunque. E questo singolo promette di essere solo l’anteprima del sesto album della band. «Siamo onorati dal fatto che i Coldplay, una delle più significative realtà musicali della loro generazione, abbiano accettato di prendere parte al nostro progetto», dice Tracy McKnight, a capo della sezione musicale della casa cinematografica Lionsgate. «Sapere che Martin sia un fan dei libri di Suzanne Collins (ideatrice della saga, ndr) rende tutto ciò ancora più importante. La presenza dei Coldplay sottolinea la statura del cast musicale che abbiamo assemblato per questa colonna sonora».
«Ho grande rispetto e ammirazione per i Coldplay, e siamo molto soddisfatti di come abbiano sposato le tematiche e le idee del film - aggiunge il regista Francis Lawrence -. La loro passione e l’interesse al progetto hanno approfondito la collaborazione più di quanto ci aspettassimo».
40mila stasera a Zagabria x ROBBIE WILLIAMS, 300 da Trieste e Fvg
Quasi trecento persone partono oggi da Trieste e dal resto della regione alla volta di Zagabria. Dove alle 21, allo stadio, dove sono attesi in tutto 40mila spettatori, va in scena l’unica tappa nella nostra zona del tour europeo di Robbie Williams. Il “Take the crown stadium tour” ha fatto solo una fermata in Italia, due settimane fa allo Stadio San Siro di Milano, e dunque per tutto il Nordest il concerto di stasera è l’occasione più vicina per assistere allo show.
Take the crown, prendi la corona. Ovviamente quella di re del pop, che l’ex Take Theat, quarant’anni da fare a febbraio, sente ormai di aver conquistato dopo gli alti e bassi di una carriera comunque straordinaria. Basti pensare che nella sua Inghilterra ha venduto più album di chiunque altro, che ha vinto dieci Brit Awards (gli Oscar inglesi della musica), che è stato inserito nella prestigiosa Hall of Fame Musical del Regno Unito.
Esordi giovanissimo con i Take That, la boyband che grazie anche a lui scala classifiche e trafigge migliaia di cuori adolescenti. Nel ’95, poco più che ventenne, molla i soci e si dà da fare come solista. All’inizio è pieno di debiti per la rottura contrattuale, problemi con alcol e droga non lo aiutano. Poi rinasce, incassando un successo ancora superiore di quello col gruppo. In questi anni regala anche una “reunion” con gli vecchi giovani compagni ma soprattutto inanella una serie di album - dopo “Life thru a lens” arrivano “Angels”, “I’ve been expecting you”, “Sing when you’re winning”, fino al recente “Take the crown” - e di tour da record.
Stasera, affiancato da una band di sei elementi più tre fiati e tre coriste, e contornato da effetti speciali di ogni sorta, l’adorabile faccia da schiaffi proporrà brani dal nuovo album come “Be a boy”, “Not like the others” e la super hit “Candy”. Ma anche i classici “Sin sin sin”, “Bodies”, “Come undone” (che finisce citando “Walk on the wild side” di Lou Reed), “Everything changes”, “Shame”, “Heart and I”. E ancora “Strong”, “Me and my monkey”, “Rock dj”, “Feel”, “Angels”...
Martedì 20 agosto alle 19.50 il concerto di Tallin, Estonia, finale del tour europeo, verrà trasmesso in diretta via satellite mondiale in un circuito di sale cinematografiche. In regione: a Trieste allo Space Cinecity delle Torri, a Monfalcone e Gorizia al Kinemax, a Udine allo Space di Pradamano.
lunedì 12 agosto 2013
domani GIULIANO PALMA al festival di majano, udine
Prima i Casino Royale, poi il progetto “con” i Blue Beaters, ora la carriera solista. Per Giuliano Palma, milanese, classe ’65, sembra insomma finito il tempo dei giochi. Sembra che sia arrivato finalmente il momento di fare sul serio. A settembre, poi, esce il suo nuovo album, intitolato “Old boy”. Spiegando il quale, “The King” - questo il suo soprannome nell’ambiente musicale meneghino - ti spiega che in realtà per lui il tempo dei giochi non è finito e forse non finirà mai. Che lui è ancora e sempre, un vecchio ragazzo, un “old boy”, appunto...
«Per il titolo dell’album - spiega Giuliano Palma, la cui tournèe estiva fa tappa domani alle 21 al Festival di Majano, ingresso gratuito, apre la serata la cantante friulana Selene - mi sono ispirato a un film coreano di qualche anno fa. Ma in realtà il motivo del titolo è che io mi considero proprio un “old boy”».
Fra due anni ne compie cinquanta...
«Lo so, ma che vuole: resto convinto che ognuno di noi deve coltivare il ragazzo che ha dentro. L’attitudine al gioco, per esempio, per me è importante. Una volta di giocava a carte, ora ci sono i giochi elettronici. Ecco, con i Blue Beaters ci facevamo delle grandi partite alla playstation. E anche nel brano “Pes”, con i Club Dogo, tutto è nato quasi per scherzo, giocando a calcio sul computer».
Dicono che gli italiani non amano collaborare. Ma la lista delle sue collaborazioni è lunga. Lei è un’eccezione?
«Non lo so. So soltanto che io amo molto la musica, amo ascoltare i dischi dei miei colleghi, lo facevo da ragazzo, quando pensare di fare questo mestiere era per me un sogno, lo faccio ancora adesso, con la stessa passione. Tutte le volte che si presenta dunque la possibilità di collaborare con qualcuno, dal vivo o in sala di incisione, per me è un festa».
Gelosie? Invidie?
«Da parte mia assolutamente no, spero nemmeno da parte degli altri. L’importante è che una collaborazione nasca da una qualche affinità artistica, da un gusto musicale da condividere, da una curiosità da esplorare assieme. La musica, l’ispirazione deve fare da collante. Se esistono questi presupposti, e se mi propongono qualcosa da fare assieme, la mia adesione è assicurata».
Con i Casino Royale come cominciò?
«Era l’87, e noi eravamo un gruppo di amici con influenze e gusti musicali molto diversi. Per il nome ci ispirammo alla saga di James Bond creata dallo scrittore Ian Fleming. “Casino Royale” era infatti il primo libro in cui compariva 007. Non sono stati solamente una band, ma una vera e propria famiglia, amici fraterni con cui abbiamo iniziato a suonare per gioco».
Ritorna il gioco...
«Evidentemente sì. Comunque nessuno di noi, quando abbiamo cominciato, avrebbe pensato a una carriera da musicisti professionisti: facevamo le cover dei gruppi che ci piacevano. E con il tempo abbiamo trasformato questa passione in un lavoro, in una professione. Ricordando quei tempi, devo dire che quell’esperienza mi è servita moltissimo, mi è rimasta dentro, ha influito sul mio stile e sul mio modo di vedere la musica».
E i BlueBeaters?
«Quella è stata come una piccola bomba che mi è scoppiata in mano. All’inizio era un progetto nato in sala prove per suonare con i miei amici di Torino: fare un tributo alla musica ska giamaicana degli anni Sessanta. Con il tempo si è rivelato un’avventura importante e divertente».
Le cover?
«Fu Gino Paoli a chiederci per primo di arrangiare due canzoni seu, “Che cosa c’è” e “Domani”, con suoni e in una maniera un po’ diversa dagli originali. Da lì è nato tutto, diciamo che ci abbiamo preso gusto. Aggiunga la mia vecchia passione per la musica degli anni Sessanta, quella che sentivo in casa quand’ero bambino, e il gioco - ancora il gioco... - è fatto».
Alcuni ragazzi hanno scoperto delle vecchie canzoni attraverso le vostre cover.
«È vero. Penso a “Tutta mia la città”, della quale fra l’altro noi abbiamo fatto la cover della cover, visto che quella dell’Equipe 84, nel 1969, era già la versione italiana di “Blackberry way”, degli inglesi Move, testo italiano di Mogol. Comunque è vero, molti ragazzi credevano che fosse una canzone nostra, e invece aveva più di quarant’anni».
Domani sera?
«Con la mia Giuliano Palma Orchestra faremo un percorso a ritroso: le cose recenti, le cover, gli anni con i Blue Beaters, con i Casino Royale. Dal nuovo album, tutto brani nuovi tranne una cover di Bacharach, facciamo solo “Come ieri”, il singolo con Marracash che ha anticipato il disco...».
sabato 10 agosto 2013
GIORGIO CONTE domani a Grado canta mito di Geo Chavez
«Di Geo Chávez mi ha affascinato la grandezza dell’impresa, quest’uomo temerario che sfidava i cieli sulle macchine volanti. Un volo finito male, perchè a volte le grandi imprese richiedono grandi sacrifici. Ma nella vita arriva il momento in cui bisogna tentare, giocare le proprie carte, spiccare il volo...».
Giorgio Conte, avvocato e cantautore come il fratello maggiore Paolo, sarà il protagonista domani alle 21, a Grado, alla Diga Sauro, per Lagunamovies, della serata “Arriba siempre arriba: il mito di Geo Chávez”. Prima la rievocazione del pilota franco-peruviano, primo uomo ad aver sorvolato le Alpi con un monoplano, il 23 settembre 1910, morto a soli ventitre anni per le conseguenze dei traumi riportati nell’atterraggio (incontro condotto da Pietro Spirito, con Fredo Valla, regista del film che rievoca la storia). Poi con un concerto, assieme al polistrumentista Walter Porro.
Lei il volo lo ha spiccato tardi.
«Trent’anni fa, quando uscì il mio primo album, ero già vecchiotto - ricorda Conte, astigiano come il fratello, classe ’41 -. Lo intitolai “Zona Cesarini” perchè pensavo di essere già fuori tempo massimo. Ma per fortuna non era vero...».
Ma come autore era già su piazza.
«Sì, alcuni cantanti mi avevano già fatto l’onore di cantare miei brani (Fausto Leali, Mia Martini, Rosanna Fratello, in anni successivi anche Mina, Ornella Vanoni, Rossana Casale - ndr). Ma alcune canzoni noi due le tenevamo da parte, perchè trovare l’interprete giusto non era facile. E perchè in fondo le sentivamo più “nostre”».
“Una giornata al mare”, affidata all’Equipe 84, è il maggior successo firmato da voi due assieme.
«Sì, fra l’altro mi ricordo perfettamente come nacque. Ero in camera mia che strimpellavo questa melodia, arriva Paolo, la sente e dice che ha il testo giusto, praticamente già pronto. Fu un caso felice di collaborazione spontanea».
Il suo libro “Un trattore arancio”?
«È una raccolta di racconti, con un filo comune, quasi a formare un affresco. Immagino questo trattore abbandonato sotto un portico, nella casa di campagna del nostro nonno materno, in pieno Monferrato. Lui ha visto quel che gli accadeva attorno, io voglio rimetterlo in moto, far rivivere episodi e persone, caricarli sul suo rimorchio...».
Cos’è questo “al gusto di tutto” di cui scrive?
«È trovare sempre il lato positivo delle cose, non piangersi addosso, trovare un senso e un gusto anche nelle cose che apparentemente non ne hanno. Un ottimismo di fondo, quasi una forma di difesa».
Lei e Paolo avete entrambi debuttato come cantautori in età avanzata. Insicurezza o che?
«A casa nostra, quando gli spartiti cominciavano a prendere il sopravvento sul diritto, ci chiedevamo spesso: e se la vena si secca? Ma poi arriva un momento in cui bisogna prendere coraggio, fare quel che si sente, spiccare il volo. Come Chávez».
Chi glielo ha fatto scoprire?
«Me ne aveva parlato il regista Fredo Valla. Per il suo film ho scritto una canzone, “Geo”, che sta nel mio album “C.Q.F.P. - Come quando fuori piove”. E nel film interpreto anche il ruolo del narratore: immagino i primi voli, il campo da cui è partito...».
E per voi che partivate da Asti, Genova...?
«I piemontesi hanno sempre avuto un’attrazione e al tempo stesso una diffidenza verso Genova, verso un mondo sconosciuto, non loro. Per me era il primo mare che si vedeva dal treno, che si spalancava d’un tratto fra le case. Non ne avevo la visione malinconica immortalata da Paolo nella sua canzone, ma poco via...».
venerdì 9 agosto 2013
ORME domani al TRIESTE SUMMER ROCK FESTIVAL
Le Orme sono tornate a essere un trio. Proprio come quando, a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l’alba dei Settanta, furono uno dei gruppi più innovativi e importanti dell’allora nascente pop italiano. Con il batterista Michi Dei Rossi, che in tutti questi anni ha sempre tenuto alta la bandiera del gruppo veneto, allora c’erano Toni Pagliuca alle tastiere e Aldo Tagliapietra, basso e voce. Ora con lui ci sono Michele Bon alle tastiere (fa parte del gruppo dal ’90) e Fabio Trentini al basso, alla chitarra e alla voce (è entrato quattro anni fa). Una sorta di ritorno alle origini, dopo cambi di formazione che hanno interessato nel corso degli anni una dozzina di musicisti.
Ed è in questa formazione che le Orme saranno domani sera a Trieste, in piazza Verdi, ad aprire la decima edizione del Trieste Summer Rock Festival. Un’edizione che nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere speciale, visto il numero “tondo”, e invece ha rischiato di saltare, a causa di una vicenda che abbiamo già raccontato su queste colonne.
È infatti accaduto che le note ristrettezze economiche del periodo e la conseguente mancanza di contributi pubblici aveva portato Davide Casali e la sua associazione Musica libera quasi sul punto di gettare la spugna. È stata la salutare “impuntatura” del sindaco Cosolini - rockettaro e springsteeniano convinto - a voler comunque garantire la continuità della rassegna, aumentando il contributo già previsto da parte del Comune e sopperendo così, almeno in parte, all’assenza di finanziamenti da parte della Fondazione Crt, che in passato si era fatta carico delle precedenti edizioni del festival.
Ecco dunque ai nastri di partenza la decima edizione, che non passerà alla storia come quella più ricca ma che almeno permette di non far morire la manifestazione proprio nell’anno del decennale.
Dopo gli “anni delle vacche grasse” (sempre a ingresso libero il festival ha portato a Trieste artisti come Van der Graaf Generator, Pfm, Banco, Osanna, New Trolls, Steve Hackett, Carl Palmer, Ian Paice, Gong...), accontentiamoci dunque dello storico gruppo pop veneto, che porta a Trieste uno spettacolo basato sui brani dell’ultimo album “La via della seta” - un concept album con un unico filo conduttore anche se suddiviso in undici brani - e i classici di una carriera importante.
Una carriera che vive anche di incontri e ritorni. Lo scorso anno la collaborazione in concerto con il Banco, che festeggiava quarant’anni di carriera. Quest’inverno con i New Trolls, in un tour comune partito proprio dalla nostra regione, al Deposito Giordani di Pordenone. «L’idea - ci aveva detto in quell’occasione Michi Dei Rossi - è nata dopo un concerto fatto assieme a Livorno. Con Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo siamo amici da sempre. In tutti questi anni ci siamo solo sfiorati perchè era destino che lavorassimo assieme adesso. Ricordo un Disco per l’Estate del ’68, al quale partecipammo entrambi, noi con “Senti l’estate che torna”. Ma ci siamo sfiorati anche cinque anni fa, a un festival progressive in Messico. Ora finalmente dividiamo il palco per un tour di quindici date...».
Ma non ci sono solo le Orme. Domenica, nella seconda serata del festival, quasi a festeggiare il decennale, spazio a due gruppi triestini, «per dare rilievo e visibilità - come si legge in una nota - alla creatività musicale del nostro territorio». Si tratta dei Coloured Sweat, che nel 2011 hanno vinto l’Opening Band Live Music, organizzato dall’associazione Musica libera a Trieste. E dei Disequazione, gruppo di musica progressive nato in città verso la fine degli anni Settanta.
giovedì 8 agosto 2013
ADDIO A JAZZISTA GEORGE DUKE
Ha fatto appena in tempo a veder pubblicato il suo ultimo album, “Dreamweaver”, uscito il mese scorso. George Duke, cantante e jazzista dalla carriera ultraquarantennale, vincitore di vari Grammy Awards, è morto l’altra notte in un ospedale di Los Angeles. Aveva 67 anni, da tempo era malato di leucemia.
Duke ha pubblicato oltre trenta album in studio. Ha collaborato fra gli altri con Miles Davis, Frank Zappa e Michael Jackson (per l’album “Off the wall” del ’79). Famoso come cantante jazz e funk, è stato anche arrangiatore, direttore, scrittore, professore e produttore discografico.
Nato a San Rafael, California, pare abbia cominciato a suonare il pianoforte a soli quattro anni dopo aver visto con sua madre un concerto di Duke Ellington. A sedici anni è già famoso negli ambienti liceali della sua città per aver suonato con varie band jazz.
Dopo il diploma al conservatorio di San Francisco nel ’67, dove aveva studiato trombone, composizione e contrabbasso, fonda un gruppo jazz con l’allora giovanissimo Al Jarreau. Fra un master in composizione alla San Francisco State University e un corso di “Jazz e Cultura Americana” al Merritt Junior College di Oakland, comincia a pubblicare una serie di album jazz con l'etichetta Mps e inizia una collaborazione con il violinista Jean-Luc Ponty, con cui fonderà il George Duke Trio. Le loro performance in occasioni come il Newport Jazz Festival attirano su di loro l’attenzione di artisti come Cannonball Adderley, Quincy Jones e lo stesso Frank Zappa.
Duke è stato fra i primi a utilizzare il sintetizzatore. La lista delle collaborazioni è lunga: Smokey Robinson, George Benson, Dee Dee Bridgewater, Gladys Knight, Dionne Warwick, Anita Baker, Michael Bolton, Rickie Lee Jones, John McLaughlin, Natalie Cole e Stevie Wonder. Ma anche Dizzy Gillespie, Larry Coryell, Paco De Lucia, Mahavishnu Orchestra, Weather Report.
Con Stanley Clarke aveva dato vita al Clarke/Duke Project, portando il brano “Sweet baby” ai vertici delle classifiche pop. Molti suoi brani sono stati campionati da artisti contemporanei, tra i quali Kanye West e Daft Punk (in particolare con il loro classico “Love digital”, che cita il pezzo “I love you more”).
George Duke lascia i figli Rashid e John. La moglie Corine era morta di tumore lo scorso anno. Nell’album “Dreamweaver” le aveva dedicato “Missing you”.
ANIMALI CROCIFISSI AL TEATRO ROMANO DI TRIESTE, 35 ANNI FA, GRUPPO78....
Animali crocifissi al Teatro Romano, in una sera d’estate di 35 anni fa, con l’artista d’avanguardia viennese Hermann Nitsch. E un filmato della serata che spunta fuori da un cassetto, e oggi verrà presentato per la prima volta al pubblico.
Promozione e diffusione dell’arte contemporanea attraverso le performance, come ricorda Maria Campitelli, anima del sodalizio, sono sempre state l’obiettivo del Gruppo 78. Sono passati trentacinque anni dalla nascita dell’associazione. Che oggi alle 19, al DoubleRoom Arti Visive (via Canova 9, Trieste), conclude “35 performance del Gruppo78”, rassegna celebrativa - curata da Campitelli con la collaborazione di Massimo Premuda - di sette lustri di attività, attraverso un percorso che rievoca le performance storiche.
Si chiude e si festeggia con la proiezione dei filmati originali che documentano le performance realizzate nel ’78 a Trieste da Otto Mühl e Hermann Nitsch, esponenti dell’Azionismo viennese. Il primo, scomparso proprio un mese fa, all’Istituto d’arte. Il secondo al Teatro Romano, in una performance che provocò anche proteste e polemiche.
«Il Gruppo78 non era ancora nato - ricorda Maria Campitelli, all’epoca docente all’Istituto d’arte -, anzi, possiamo dire che lo abbiamo formato, con Rosella Pisciotta, Cesare Picotti e altri artisti e appassionati, proprio sulla scia di quei due eventi, che erano stati organizzati dalla nostra scuola e dal Gruppo Arte 4».
Ancora Campitelli: «I filmati erano stati realizzati con la sua cinepresa da Umberto Armocida, padre di Arianna, allora studentessa dell’Istituto d’Arte, che aveva preso parte alle performance e recentemente ha ritrovato le pellicole nel corso della preparazione di questa rassegna. Si tratta di filmati senza sonoro, ma di grande importanza storica. Testimoniano avvenimenti che hanno portato anche a Trieste quel flusso innovativo e rivoluzionario che aleggiava nella ricerca artistica degli anni 60/70, dove la riscoperta e la rivisitazione del corpo occupava un posto centrale».
E veniamo alle due performance. Mühl propose nella scuola superiore triestina un evento dimostrativo del lavoro che svolgeva in quegli anni: autopresentazioni che coinvolsero gli studenti, fra pittura, rapporto con il proprio corpo, danza a diretto contatto con i materiali più disparati (dalla salsa di pomodoro alle piume), “body art”...
Ma se la prima performance si svolse nel chiuso di una scuola, la seconda fu realizzata all’aperto, in centro, in quel Teatro Romano che all’epoca non ospitava abitualmente spettacoli. «Nitsch - ricorda Campitelli - mise in scena una sorta di rituale, un sacrificio ispirandosi a quello di Gesù Cristo. Erano tempi di evasione dai linguaggi tradizionali, anche attraverso la “body art”, l’espressività attraverso il corpo».
Al Teatro Romano, a partire dal pomeriggio, in quell’estate del ’78 furono messe in scena delle simboliche crocifissioni. Campitelli: «Non furono ovviamente utilizzati animali vivi. Recuperammo parti di animali morti e sangue al macello. Avevamo ovviamente il permesso della questura, i cui funzionari fra l’altro potevano sorvegliare quanto avveniva dalle proprie finestre. L’artista voleva simboleggiare il sacrificio catartico dell’umanità, attraverso la messa in scena e la simulazione del sacrificio supremo, quello della croce».
La performance, alla quale parteciperano studenti dell’Istituto d’arte, ma anche del Liceo Dante, doveva durare tutta la notte. «Fu interrotta verso mezzanotte - ricorda Campitelli - perchè dalle finestre delle case vicine alcune persone cominciarono a lanciare sacchetti pieni d’acqua e pezzi di vetro...».
Dopo la proiezione dei video, alle 20 va in scena “Urizen” videoperformance di danza con Francesca Debelli e Antonio Giacomin aka Fluido, già presentata nel 2010 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, ispirata al poema di William Blake “The book of Urizen” e ai disegni che accompagnano i testi. I video, spiega una nota, raccontano la nascita di Urizen, personaggio inventato da Blake che impersona la razionalità e la regola.
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