...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 22 novembre 2013
VENDITTI 11-12 a Trieste, Rossetti
Antonello Venditti ritorna al futuro. E lo fa passando anche per Trieste, città nella quale hanno fatto tappa molti suoi tour da una quarantina d’anni a questa parte.
Partiamo subito dal concerto. Appuntamento martedì 11 febbraio alle 21, al Politeama Rossetti. Terza data della tournè del cantautore romano, che comincerà il 3 febbraio a Bologna, al Teatro Europa Auditorium, farà tappa il 5 a Bergamo, e - dopo lo spettacolo triestino - toccherà il 15 febbraio Cesena, il 24 Milano al Teatro Arcimboldi, 28 Cremona, il 3 marzo Firenze, l’8 Roma (al Palalottomatica, nel giorno della Festa delle donne, ma anche nel giorno del suo sessantacinquesimo compleanno...), l’11 Napoli e il 15 Catania. Queste, almeno, le date annunciate ieri, in occasione della presentazione di “’70/’80... Ritorno al futuro”, questo nuovo progetto di “concerti-evento” nei quali l’artista ripercorrerà i suoi successi dei due decenni citati.
«Ci sono momenti nella vita - dice Venditti, classe 1949 - in cui il presente diventa passato e il passato futuro. Sento che è venuto il tempo in cui la mia storia torna come speranza di non vissuto a riempire la nostra vita. Dico questo perché quaranta anni passati insieme per tutti potrebbero costituire la nostra storia, ma le canzoni che l’hanno rappresentata e che proporrò sono il nostro ritorno al futuro».
Già, le canzoni. Alcune delle quali già passate direttamente alla storia della musica italiana. Classici come “Roma capoccia” e “Le cose della vita”, ”Le tue mani su di me” e “Marta”, “Sara” e “Compagno di scuola”. E ancora “Notte prima degli esami”, “Bomba o non bomba”, “Modena”, “Ci vorrebbe un amico”. Fino a “Giulio Cesare”, “Piero e Cinzia”, “In questo mondo di ladri”, “Ricordati di me”.
Alcune di queste canzoni sono diventate titoli e colonne sonore di film. Stavano in album come “Theorius Campus” (debutto a quattro mani nel 1972 di Venditti e De Gregori, entrambi usciti dalla fucina del Folk Studio romano e “adottati” da quella fucina discografica che era la Rca...) e “L’orso bruno”, “Quando verrà Natale” e “Lilly”, “Ullalla” e “Sotto il segno dei pesci”, “Buona domenica” e “Sotto la pioggia”, “Cuore” e “Venditti e segreti”.
«Mi piace ripartire dal passato - dice ancora Venditti, che ha appena pubblicato il disco dal vivo “Io, l’orchestra, le donne e l’amore” -, forse perché è lo stesso mondo ad andare indietro. In certi casi non è un male, perché si apprezza di più quel che di buono si è fatto e si prova a non ricadere in errori giganteschi. Porterò le mie canzoni nei più bei teatri italiani, rivisitando il repertorio di quel ventennio assieme a quattro musicisti: Alessandro Centofanti, Danilo Cherni, il jolly Alessandro Canini e Amedeo Bianchi. Mi auguro possa esserci anche Gato Barbieri, magari per una o due date...».
Il concerto di Trieste è, per ora, l’unica tappa triveneta del tour. La prevendita dei biglietti comincia oggi alle 16 su www.ticketone.it
BATTIATO e ANTONY: concerto Verona diventa disco
È nelle radio da qualche giorno “Del suo veloce volo», singolo e “title track” del cd registrato dal vivo che documenta l’incontro tra Antony and the Johnsons e Franco Battiato l’estate scorsa all’Arena di Verona (un altro concerto si era tenuto a Firenze), che esce per Universal il 26 novembre. “Del suo veloce volo”, brano da cui è iniziata la collaborazione tra i due artisti (“Frankenstein” di Antony su “Fleurs 2” si era trasformata in “Del suo veloce volo”), viene proposto per la prima volta dal vivo, mettendo in mostra il meglio delle due vocalità.
Due grandi sperimentatori del pop internazionale come il siciliano Battiato e lo statunitense Antony Hegarty - transgender dichiarato ed impegnato sul fronte dei diritti dei gay - degli Antony & The Johnsons hanno condiviso il palco l’estate scorsa, accompagnati dalla Filarmonica Arturo Toscanini. E ora quell’esperienza è diventata un album. Lo show, della durata di un paio d’ore, prevedeva le distinte esibizioni dei due artisti.
La scintilla dell’intesa musicale tra i due artisti scoccò, ha raccontato quest’estate Battiato, «diversi anni fa quando ospitai a casa mia Antony, che era in Italia per presentare un suo disco. Ci eravamo conosciuti, tempo addietro, a un festival a Torino: lo avevo sentito cantare ed ero rimasto abbagliato dalla sua timbrica. Ha qualcosa che ti tocca in profondità, e non importa cosa sta dicendo, scatenerebbe questo effetto anche cantando l’elenco del telefono».
Insomma, un “amore a primo ascolto”, contraccambiato anche da Hegarty, che ha confessato di essere stato «sedotto dalla voce di Battiato» ascoltando i suoi album: «Ma l'innamoramento vero è avvenuto quando l’ho sentito dal vivo, a Londra. Ci siamo conosciuti e trovai subito che fosse una persona di grande gentilezza».
Nel disco i duetti: “You’re my sister”, la cover dei Rolling Stones “As tears go by”, il brano da cui è nata la collaborazione, “Frankenstein” di Antony che su “Fleurs 2” si era trasformata in “Del suo veloce volo”. Battiato canta con Alice “I treni di Tozeur” e “La realtà non esiste” del compianto Claudio Rocchi.
BATTIATO merc al Rossetti, Trieste, con DIWAN
Una cultura fiorita in Sicilia circa mille anni fa, quella arabo-siciliana, oggi completamente dimenticata. Ci pensa Franco Battiato a darle nuovo lustro con lo spettacolo “Diwan, l’essenza del reale”, realizzato un paio d’anni fa in occasione delle celebrazioni per il centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, e che mercoledì alle 21 arriva a Trieste, al Politeama Rossetti.
Battiato, cosa significa Diwan?
«Nella nostra accezione significa canzoniere, raccolta di componimenti poetici».
Ci spieghi questo progetto.
«L’unione di due linguaggi musicali apparentemente differenti».
Come immagina la Sicilia dell’anno Mille?
«Una Sicilia rinascimentale».
Qual è stata la molla che ha fatto scattare il suo interesse?
«Ho studiato i grandi mistici del sufismo».
Quanta cultura araba c’è ancora nella Sicilia di oggi? Che influenza ha avuto su di noi?
«Oggi credo che sia rimasto ben poco, ma è sempre ben conservato nel nostro patrimonio genetico».
C’è un filo che lega il concerto dell’Apriti Sesamo Tour e questo spettacolo?
«Solo alcune canzoni del mio repertorio».
Ci spiega il progetto “Attraversando il bardo”, le riprese che sta realizzando in Nepal...
«Mi è stato commissionato un documentario sulla morte, il 30 novembre parto per Katmandu per intervistare tre lama tibetani, ho già intervistato un ateo e un monaco».
Il suo film su Händel?
«Aspettiamo».
Con Antony and the Johnsons com’è andata? Farete altre cose assieme?
«Quièn sabe... (nella colonna a destra, tentiamo di sopperire all’estrema laconicità della risposta - ndr)».
Ora che la sua “carriera politica” è alle spalle si sente meglio?
«Sì».
Se tornasse indietro direbbe di nuovo sì a Crocetta?
«No».
Grande artista, Battiato, anche quando risponde alle interviste. Memore dell’ammonimento del Vangelo («Il vostro parlare sia sì, si; no, no. Il di più viene dal maligno...»). E forse avviato sulle orme di John Cage, che rispose così a un intervistatore: «La sua è un’ottima domanda, mi consenta di non rovinarla con una risposta».
Del resto stiamo parlando di uno che, un paio d’anni fa, rispose a Lilli Gruber a “Ottoemezzo”: «Non sono né di destra né di sinistra, sto in alto». L’anno scorso, di questi tempi, accettò a sorpresa di entrare nella giunta regionale siciliana. Finì che in una visita al parlamento europeo, a Bruxelles, a marzo, parlò di «queste troie che si trovano in parlamento, farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile, sarebbe meglio che aprissero un casino...». Polemiche, indignazione, richieste di dimissioni, revoca dell’incarico.
Ma torniamo a noi. E allo spettacolo che arriva al Rossetti. Si diceva della cultura, della scuola poetica arabo-sicilaina che prese vita intorno all’anno Mille in Sicilia. In quasi tre secoli di attività lasciò tra i manoscritti dell’Andalusia e del Nord Africa tracce preziose di una produzione molto ricca e di un fertile intreccio di culture. L’artista siciliano, classe 1945, ha ripreso in mano un millennio dopo queste opere per riproporle in musica. Ne è venuto fuori un omaggio a una cultura dimenticata e a una lingua lontana ma che fa parte della nostra storia e delle nostre radici culturali.
Con lui, sul palco, i musicisti Etta Scollo, Nabil Salameh dei Radiodervish, il tastierista Carlo Guaitoli, Gianluca Ruggeri della Pmce e Ramzi Aburedwan, fondatore degli Al Kamandjâti. Un ensemble multietnico, assieme al quale Battiato propone brani scritti per l’occasione e ripropone pezzi tradizionali nonchè nuove letture di suoi classici. Fra questi: “Haiku”, “L’ombra della luce”, “Aurora”, “Veni l’autunnu”, “Personalità empirica”, “Lode all’inviolato”...
giovedì 21 novembre 2013
QUERELLE TEDDY RENO / VEDOVA LUTTAZZI
Teddy Reno scrive a Rossana Luttazzi e lamenta: in occasione della mostra Lelioswing (già “rifiutata” da Trieste e da poco inaugurata a Roma, ai Mercati di Traiano) ti sei dimenticata di me, che pure ho avuto un ruolo determinante all’inizio della carriera del compianto Luttazzi. In quella mostra non vengo citato, c’è solo una mia foto. Non basta: anche nel cd nel quale hai coinvolto “gli amici più cari di Lelio” ti sei scordata di me, che suo amico fraterno sono sempre stato. E non basta ancora: hai scordato che un tuo collaboratore discografico (il friulano Alberto Zeppieri), auspicando una collaborazione fra noi, voleva organizzare spettacoli intitolati “Lelioswing con Teddy Reno”. Ultimo sgarbo: non mi hai nemmeno invitato all’inaugurazione.
Insomma, roba grossa. A supporto della quale “el mulo Ferucio” (Teddy Merk Ricordi, in arte Teddy Reno, triestino, che a luglio ha compiuto la bella età di 87 anni) allega una lettera autografa di Luttazzi, datata “Trieste, 18 luglio 2009”, nella quale l’artista gli rinnovava sensi di ammirazione e amicizia. Concludendo con questo post scriptum: «Se vedaremo in Piaza Unità, e a casa mia (terzo pian e sei finestre sula piaza, son ’ssai contento).
Ma Rossana, che da qualche settimana non vive più a Trieste, dove si era trasferita anni fa con Lelio che aveva scelto di tornare dov’era nato, a passar per smemorata e scortese non ci sta. E risponde piccata.
A proposito della mostra: sei stato informato male, non è vero che c’è un’unica tua foto, ci sono molte più cose. E tante cose che scrivi («non tutte, solo le vere...») sono pubblicate nel libro/catalogo. Delle proposte di collaborazione con la Fondazione Luttazzi «non ne so nulla, non rispondo di lettere scritte da altri, rispondo solo di quelle scritte da me». Concludendo: l’invito all’inaugurazione ti è stato inviato, «anche al tuo telefonino svizzero». Finale conciliante: «Spero di vederti presto a visitare la mostra».
Potremmo chiudere qui, archiviando la piccola querelle alla voce “incomprensioni fra anziano artista e vedova di altro artista”. Ma la lettura del lungo scritto di Teddy Reno alla signora Luttazzi apre interessanti squarci sulla storia, la collaborazione e l’amicizia fra due dei tre maggiori protagonisti della musica leggera italiana espressi dalla città di Trieste dal dopoguerra a oggi (il terzo, a nostro avviso, è Lorenzo “Pilade” Pilat, laddove ci sembra invece inopportuno inserire nella lista la monfalconese Elisa, solo perchè è nata al Burlo e sulla carta d’identità c’è scritto Trieste...).
“El mulo Ferucio”, anzichè godere serenamente dei ricordi (e dei proventi) di una straordinaria carriera, tende spesso a lamentare mancanza di attenzione dalla città natale, dai colleghi artisti, forse dall’universo mondo. Ritiene probabilmente di aver subito dei torti, di non essere stato onorato abbastanza, ma ciò fa parte delle opinioni personali.
La lettera a Rossana, dopo aver doverosamente ricordato il suo prossimo recital, intitolato “My way” (alla Sinatra, insomma...), si conclude cristianamente con la speranza di ri-lavorare con Luttazzi in paradiso. E con l’auspicio perfiduccio, rivolto alla signora, di passare «almeno una giornata di purgatorio, prima di raggiungerci in paradiso».
martedì 19 novembre 2013
TRIONFO DI PAOLO CONTE A LONDRA
Leggi di eccellenze italiane all’estero e pensi alla scienza, alla moda, al cibo. Poi una sera a Londra scopri che c’è Paolo Conte che suona alla Royal Festival Hall, nell’ambito del London Jazz Festival, vai e ti ritrovi in mezzo a tremila inglesi (vabbè, due o trecento italiani c’erano...) letteralmente in delirio per l’avvocato chansonnier astigiano. Presentato dal Guardian come un mix fra Tom Waits e George Brassens. E dall’Observer come “maestro di un’eleganza perduta”.
Del resto, il suo successo all’estero non fa più notizia. A Parigi (dove ha tenuto due concerti dieci giorni fa) è di casa all’Olympia, miete consensi a New York e Berlino, a Montreal e Amsterdam, a Madrid e Atene. A Londra mancava da quattro anni, dal trionfale concerto al Barbican Theatre. Lui, settantasette anni a gennaio, si presenta con la tradizionale band: dieci musicisti-amici che lo seguono da anni, autentici mostri di bravura. Lascia a loro l’apertura. I tre chitarristi e il monumentale contrabbassista nero Jino Touche, francese delle Mauritius, cominciano a macinare ritmi. Si aggiungono gli altri. Due minuti sono sufficienti per riscaldare l’atmosfera.
Arriva il maestro, total black, giusto un cenno di saluto (nel corso del concerto non dirà parola, solo i nomi dei musicisti...), attacca in piedi con “Quanta passione”. Ma stasera ha deciso di vincere facile: siede al pianoforte e arrivano subito “Sotto le stelle del jazz”, “Come dì”, “Alle prese con una una verde milonga”, “La negra”, una trasfigurata ma sempre rutilante “Bartali” coi suoi imperdibili “ta-tà-ra-tàt”.
Un recital colto e cosmopolita che è frutto del genio, della creatività, della fantasia di un italiano che da ragazzo nella sua Asti sognava l’America. Che per tanti anni ha fatto l’avvocato masticando ogni sera jazz in jam session carbonare. Che all’inizio della carriera non osava cantare le sue canzoni e le affidava ad altri (“Azzurro” a Celentano, “Insieme a te non ci sto più” alla Caselli, “Tripoli 69” a Patty Pravo...). E che poi ha saputo farsi apprezzare in mezzo mondo con “quella faccia un po’ così”, quella voce roca e macerata intenta a scandagliare i segreti delle nostre vite, delle nostre solitudini, del nostro mal di vivere. E con uno show in bilico fra Cotton Club e vecchia Europa, New Orleans e Langhe, Duke Ellington e Guido Gozzano, afrori esotici e lampi di passione.
Ma non divaghiamo. Per “Paso doble” Conte si sposta dal piano allo xilofono, sua giovanile passione. Tira fuori il kazoo, sua passione di sempre, e dimostra come anche le pernacchie sputacchiate in una trombetta, se fatte nel modo giusto, possano diventare arte. È arrivato il momento dell’artiglieria: “Gioco d’azzardo” (“si trattava di amore, e non sai quanto...”), “Dancing”, “Impermeabili”, una “Madeleine” punteggiata dal fagotto, l’irrinunciabile “Via con me”. Ovazioni a scena aperta. “Diavolo rosso” offre il destro a un’autentica gara di bravura fra i musicisti: il clarinetto dalle coloriture quasi yiddish, una fisarmonica che viaggia a mille, il violino che non ci sta a restare indietro. Da “Nelson”, album del 2010, estrae “Massaggiatrice”. Prima della standing ovation finale concludono il set “Max” e “L’orchestrina”.
Uscendo, fra giostre e baracchette sulla riva del Tamigi, torna il ricordo sbiadito del suo primo concerto triestino. Sarà stato il marzo 1980. All’epoca per lui bastava un allora scalcagnato Ridotto del “Verdi”. Altri tempi.
mercoledì 13 novembre 2013
MARTA SUI TUBI ven a Trieste, teatro Miela
Dieci anni sulla scena off, fra gli alternativi “duri e puri”, poi un giorno vai a Sanremo e la tua storia cambia. È quanto successo al gruppo Marta sui Tubi, il cui tour arriva venerdì alle 21.30 a Trieste, per un concerto al Teatro Miela.
«Questo per noi è stato davvero un anno speciale - conferma Giovanni Gulino, cantante nella band, classe 1971 -, per la partecipazione al Festival ma non solo per quello. L’album “Cinque, la luna e le spine” è andato molto bene. Il Concertone del Primo maggio e il tour, che non è ancora finito, anche meglio...».
Ma come siete finiti a Sanremo?
«Perchè a un certo punto ci siamo trovati davanti a un bivio. Dopo dieci anni di carriera, quello era l’unico modo per intercettare un pubblico diverso e più ampio. È inutile far finta: ogni artista vuol essere conosciuto da un pubblico più ampio possibile. Altrimenti non ti lamenti e resti nelle cantine. O sotto i portici di Bologna, dove suonavamo io e Carmelo Pipitone all’inizio».
Racconti.
«Entrambi originari di Marsala, come tanti meridionali eravamo a Bologna per studiare. La sera suonavamo in centro, sotto i portici, nei dintorni di piazza Maggiore. Chitarre e voci. Pezzi di Jeff Buckley, Radiohead, Piero Ciampi. A volte qualche canzone nostra».
Poi, una sera...
«Dopo che per mesi avevamo suonato gratis, o al massimo per una birra pagata nel pub più vicino, si avvicina un tipo che ci chiede se volevamo suonare nel suo locale. D’accordo, gli diciamo senza nemmeno pensarci su».
E che succede?
«Innanzitutto che il tipo ci chiede come ci chiamiamo. Ovviamente il duo non aveva un nome, eravamo semplicemente Giovanni e Carmelo. Che però per cominciare una carriera non ci sembrava il massimo. Dunque ci siamo inventati questo “Marta sui Tubi”: doveva essere un nome provvisorio, ma ci ha portato fortuna e lo abbiamo mantenuto, anche quando la band si è allargata ed è arrivato il primo contratto discografico. E poi tutto il resto».
Torniamo a Sanremo 2013.
«Sì, per noi è il paradigma di come dovrebbero andare le cose. Abbiamo mandato il “file” con due canzoni, seguendo le istruzioni lette sul sito. A Fazio sono piaciute, ci ha chiamato, siamo andati e stop».
I vostri fan erano spiazzati?
«Non credo. Nel bene e nel male Sanremo è la cosa più grossa che puoi fare in Italia nel campo della musica. Avevamo l’esigenza di allargare la nostra platea. Diffidiamo dagli artisti duri e puri. Proprio non volevamo “morire di nicchia”...».
Le cose sono cambiate?
«Assolutamente sì. In dieci anni di carriera, nonostante le collaborazioni importanti, anche con Lucio Dalla ed Enrico Ruggeri, praticamente non avevamo fatto tivù. E non passavamo nei grandi network radiofonici. Solo circuiti indipendenti e più o meno alternativi. Dopo il Festival il nostro pubblico si è allargato, il tour è andato e sta ancora andando molto bene».
Insomma, vi state togliendo delle soddisfazioni.
«Siamo convinti che alcune nostre canzoni, alcuni nostri dischi avrebbero meritato maggior fortuna. Avere un pubblico ristretto era un po’ il nostro cruccio. Siamo felici di averlo allargato senza tradire noi stessi. Per andare a Sanremo, infatti, non abbiamo proposto canzoni diverse dalle nostre solite».
Come “Dispari”.
«Sì, quella che non è passata. Peccato, perchè tenevamo molto a quella riflessione: il computer che ti mette in relazione col mondo, ma in fondo ti lascia solo. Si parlava di più quando la comunicazione non era virtuale...».
domenica 10 novembre 2013
BOB DYLAN ven 8 a padova
Tre concerti nello scorso fine settimana a Milano, al Teatro degli Arcimboldi. Poi due serate a Roma, all’Atlantico Live. E stasera alle 21, unica tappa nel Triveneto, al Gran Teatro Geox di Padova. Poi Bruxelles, Parigi, Lussemburgo, Glasgow, Londra... Della serie: Bob Dylan (settantadue anni il 24 maggio scorso) non molla un colpo.
Il suo “Never ending tour” (nome coniato dal giornalista Adrian Deevoy in un’intervista al magazine “Q” del dicembre ’89) va avanti, con poche pause, giusto per tirare il fiato, dal 7 giugno 1988. È dunque un quarto di secolo, che Robert Allen Zimmerman - il suo nome alla nascita - gira il mondo, suona anche in città piccole, giocando a stravolgere i suoi classici fino a renderli a volte quasi irriconoscibili all’ascoltatore meno esperto.
Potrebbe attendere il Premio Nobel - che prima o poi, speriamo, arriverà - godendo dei frutti di una carriera più unica che rara, mezzo secolo sempre ai vertici, una delle figure più importanti della cultura e della musica del Novecento. Potrebbe fare un disco ogni tanto, qualche concerto ogni tanto, invece sembra ancora mosso dall’urgenza di andare, fare, suonare e cantare. Come quando aveva vent’anni, nei localini del Greenwich Village.
Nei concerti di Milano e Roma, con una band di cinque elementi (due chitarre, basso, batteria e chitarra “slide”), il menestrello di Duluth ha proposto al pubblico una scaletta molto simile a quella delle tappe precedenti del tour, che aveva già toccato l’Italia quest’estate.
Una curiosità: in questi concerti l’artista si alterna tra microfono a centro palco e pianoforte, “snobbando” la chitarra. In scaletta, molto spazio agli ultimi dischi pubblicati, a cominciare dagli album “Tempest” - con le sue “I pay in blood” e “Dusquesne whistle” -, “Time out of mind” e l’inarrivabile “Modern times”. Dal passato più o meno remoto, oltre a “Desolation row” (stava in “Highway 61 revisited”) e “She belongs to me” (da “Bringing it all back home”), entrambe del ’65, arrivano anche perle come “Tangled up in blue” e “Simple twist of fate”.
Info www.zedlive.com - www.dalessandroegalli.com
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