...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
lunedì 3 febbraio 2014
VELEMIR DUGINA. Mostra a trieste
Anche il ricordo delle persone s’inventa a volte strani percorsi. Prendete Velemir Dugina, il violinista triestino che il 16 gennaio 1987 decise di spegnere la luce della propria vita e della propria arte. Aveva appena ventotto anni e davanti una carriera probabilmente luminosa nel campo della musica.
Ebbene, il percorso della memoria, del ricordo di Velemir passa dalla Germania. Mentre in tutti questi anni a Trieste veniva ricordato e rimpianto - oltre che dai familiari - soltanto da amici e colleghi musicisti, pochi mesi fa in Germania è uscito un libro su di lui: “Velemir Dugina - Eine spurensuche, Una ricerca di tracce”, del docente universitario e musicologo di Dresda Mathias Bäumel. Ne abbiamo scritto su queste colonne.
Ora anche la sua città (anche se in realtà era nato a Melbourne, in Australia, il primo luglio 1958, da madre anglo-irlandese e padre fiumano: a Trieste era arrivato nel ’68, dopo alcuni anni anche a Fiume) gli rende finalmente omaggio, tanti anni dopo le sue precoci gesta nel campo della musica e della cultura cittadina, ma non solo cittadina, degli anni Settanta e Ottanta. Venerdì a Palazzo Costanzi viene infatti inaugurata la mostra “Magrit Dittmann-Soldicic. Sulle tracce dell’anima del violinista Velemir Dugina”.
È organizzata dal Comune di Trieste (grazie all’impegno di Adriano Dugulin, direttore del Servizio cultura e sport) assieme alla Casa della musica, con il supporto fondamentale del suo coordinatore Gabriele Centis.
Ma anche in questo ricordo dell’artista c’entra la Germania. È infatti la fotografa tedesca Magrit Dittmann-Soldicic che attraverso trenta scatti originali rievoca la figura di violinista Velemir. Il resto sono fotografie d’epoca, manifesti, oggetti messi a disposizione da Joanne e Vieko Dugina, sorella e fratello di Velemir: che contribuiscono a «delineare - si legge nella nota della mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 9 marzo - la personalità e la produzione artistica del musicista, di formazione classica ma fortemente orientato verso la musica folk e popolare.
Ancora dalle note degli organizzatori: «Postazioni di ascolto permettono così al visitatore di fare un tuffo nella Trieste tra gli anni Settanta e Ottanta, gustando vere “chicche” come l’album “Trieste contro” del canzoniere popolare Giorni Cantati, a cui Dugina ha collaborato, oltre alla musica dei suoi “Veema” e dei “Whisky Trail”. Sarà inoltre possibile vedere rari filmati d’epoca con spezzoni di trasmissioni televisive, concerti e documentari che hanno visto la partecipazione o la collaborazione del violinista, in parte concessi dalla Rai del Friuli Venezia Giulia”.
«La mia storia su Velemir Dugina - ricorda Magrit Dittmann-Soldicic, tedesca di Itzehoe, classe 1950 - è nata per caso. Mi ha colpito la fotografia sulla lapide della sua tomba. Il suo sguardo era così aperto che mi è sembrato di poter guardare nella sua anima. Ho saputo che aveva finito la sua giovane vita suicidandosi. Nella lettera d’addio ha chiesto di essere sepolto a Stivan, un villaggio dell’isola di Cherso, in Croazia».
Ancora la fotografa: «È stato l’inizio di un’intensa ricerca. Ho ricavato molte informazioni, impressioni ed esperienze viaggiando e incontrando i musicisti che avevano suonato con Velemir, gli amici, i parenti. Ho premuto il pulsante della mia macchina fotografica quando un luogo mi faceva sentire in contatto con Velemir. Empatia per una persona significa anche intrecciare con essa la propria storia, le proprie esperienze e sentimenti».
Velemir aveva cominciato a suonare il violino da bambino, prima a Fiume e poi a Trieste. Aveva sempre alternato musica classica, suonando nell’orchestra del Teatro Verdi di Trieste ma anche dell’Arena di Verona, e popolare. Con il gruppo folk sloveno Stu Ledi, con i triestini Giorni cantati, fondando i gruppi Humus e Veema, collaborando con i fiorentini Whisky Trail e con gli allora sconosciuti Litfiba, con Eugenio Bennato, con l’Ensemble Havadià di un Moni Ovadia non ancora famoso (che lo ricorda qui sopra) e del triestino Alfredo Lacosegliaz, che con Velemir aveva già lavorato.
In questi casi si dice: meglio tardi che mai. Ebbene, tentiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno di questa mostra importante anche se tardiva che Trieste dedica a uno dei suoi figli migliori. Il fatto che libro e mostra arrivino attraverso l’arte e la sensibilità di un musicologo e una fotografa tedeschi, entrambi incuriositi da quella lapide a Cherso, dopo averne letto in “Microcosmi” di Claudio Magris, è poi un ulteriore omaggio all’internazionalità di una figura come quella di Velemir Dugina. Che per molti di noi che lo avevamo conosciuto e apprezzato, rimarrà sempre quel ragazzo dai capelli rossi, sorridente ma malinconico, con il violino sempre appresso, scappato via davvero troppo presto.
domenica 2 febbraio 2014
DANA FUCHS 7-5 A TRIESTE
Se avete amato “Across the universe”, il film di Julie Taymor con la colonna sonora composta dai classici dei Beatles, segnatevi la data del 7 maggio. Sì, perchè Dana Fuchs, splendida protagonista della pellicola, sarà quella sera a Trieste, per un concerto ai Macaki di viale XX settembre, organizzato dall’associazione Trieste is rock.
Nel film, uscito nel 2007, che ha lo stesso titolo di un immortale brano dei Fab Four, Dana Fuchs interpreta il ruolo dell’aspirante rockstar Sadie e canta lei stessa canzoni come “Helter Skelter”, “Oh! Darling” e “Why don’t we do it in the road?”. Interpretazioni assolutamente da antologia, in bilico fra blues e hard rock, che hanno permesso a milioni di persone di scoprire la bravura di questa interprete.
Nata nel ’76 nel New Jersey, ma cresciuta in un piccolo centro della Florida, Dana ha sempre alternato l’attività di interprete e cantautrice a quella di attrice, dopo un’adolescenza tutta nel segno della musica. A dodici anni entra nel First Baptist Gospel Choir, a sedici in una band locale, a diciannove parte per New York «per cantare il blues».
Lo fa nei club e nei localini della Grande mela, dove incontra Jon Diamond (già con Joan Osborne e Debbie Davies), con cui forma la Dana Fuchs Band. Il gruppo cresce di notorietà, suona nei locali più importanti, divide il palco con gente del calibro di Taj Mahal, John Popper e James Cotton. Poi la ragazza sceglie la strada solista, cantando anche con Etta James (fra le interpreti che l’hanno ispirata, con Otis Redding e Aretha Franklin) e Marianne Faithfull.
“Lonely for a lifetime” è il suo primo album, pubblicato nel 2003. In anni più recenti sono usciti anche “Love to beg” (2011) e “Bliss Avenue” (2013). In mezzo, il film che le ha regalato una grande popolarità fra gli amanti del blues e del pop/rock.
A quel film, l’artista americana è arrivata dopo il successo personale ottenuto nel musical “Love, Janis”, dedicato ovviamente alla grande Janis Joplin, da lei fatta rivivere sulle scene di Broadway con grande maestria e passione. Dopo averla vista dal vivo in quel musical, la regista Julie Taymor (quella del film ”Frida”) l’ha scelta per il ruolo di Sadie in “Across the Universe”.
Ora Dana Fuchs torna a Trieste - dov’era già stata nell’estate 2011 in piazza Unità - nell’ambito di un tour europeo che fa seguito a quello negli Stati Uniti, premiato a livello di critica e di pubblico.
Come si diceva, il concerto è organizzato dall’associazione Trieste is rock, che nelle prossime settimane propone anche i concerti di Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi (6 febbraio ai Macaki), di Tim Reynolds, chitarrista della Dave Matthews Band (7 marzo, Teatro Miela), di Ian Siegal con la Mike Sponza Band (18 marzo ai Macaki) e degli americani House Of Lords (5 aprile ancora ai Macaki). Informazioni e prevendite dei biglietti su www.triesteisrock.it
PEARL JAM, 25000 BIGLIETTI VENDUTI x CONCERTO TRIESTE 22-6; NUOVO SINGOLO (pubblicato 31-1)
Venticinquemila biglietti già venduti, rimangono soltanto i cinquemila posti a sedere per esaurire le 30mila presenze della capienza massima concessa. È questo l’ultimo dato sulle prevendite per l’attesissimo concerto dei Pearl Jam il 22 giugno a Trieste, allo Stadio Rocco, già virtualmente “sold out”. Mentre prosegue la marcia di avvicinamento al tour europeo della band di Seattle, il 16 giugno ad Amsterdam. E mentre esce proprio oggi il nuovo singolo “Getaway”, tratto dall’album “Lightning Bolt”.
Ma andiamo per ordine. Per quanto riguarda il tour, confermate le due sole tappe in Italia: il 20 giugno a Milano, stadio di San Siro, e il 22 giugno a Trieste. E poi, per Eddie Vedder e compagni, ancora due presenze in altrettanti festival rock europei: il 3 luglio all’Open’er Festival in Polonia e il 5 al Rock Werchter Festival in Belgio. Prima del gran finale dell’11 luglio al National Bowl di Milton Keynes, in Inghilterra.
L’album del ritorno continua a vendere in quantità industriali. Ha conquistato i vertici delle classifiche di mezzo mondo, Italia compresa, piazzandosi al primo posto assoluto della Billboard Top 200 statunitense e anche delle hit in Canada, Australia, Irlanda e Portogallo.
L’album comprende dodici brani, arriva a quattro anni dal precedente “Backspacer” ed è il decimo lavoro in studio della band americana, formatasi nel ’90, che in oltre vent’anni di carriera hanno venduto più di sessanta milioni di copie, di cui la metà negli Stati Uniti. Influenzati dal rock classico degli anni Settanta, a loro volta continuano a influenzare molti gruppi rock contemporanei.
Prima del nuovo albu, nel 2011 i Pearl Jam hanno celebrato il loro ventesimo anniversario con un “destination weekend” ad Alpine Valley, e un tour in Canada, Sud America, America Centrale, e Messico. Per festeggiare il compleanno hanno inoltre pubblicato il film “Pearl Jam Twenty”, con tanto di libro e colonna sonora. (prevendite e info su http://pearljam.com/ - www.ticketone.it - www.azalea.it)
giovedì 30 gennaio 2014
VENDITTI, ritorno al futuro, concerto trieste 11-2
«Ogni volta che torno a Trieste per me è una festa. Penso ai tanti concerti che vi ho tenuto in tutti questi anni. In piazza Unità, a San Giusto, al palasport, al Rossetti stesso. E penso a quel vostro lungomare meraviglioso, al porto vecchio. Ma lo hanno sistemato, finalmente...?»
Chiamare Antonello Venditti - che martedì 11 febbraio canta al Politeama Rossetti, a Trieste, terza tappa del nuovo tour “70-80, Ritorno al futuro”, che parte il 3 febbraio da Bologna - per intervistarlo è cosa semplice e difficile al tempo stesso. Semplice perchè dopo oltre quarant’anni di carriera ai massimi livelli è rimasto persona disponibilissima, non è di quelli ai quali bisogna estorcere le domande con il cavatappi, per intenderci. Difficile, quasi imbarazzante, perchè l’uomo conosce la città. Le sue bellezze e i suoi problemi. E dunque la domanda sullla situazione del nostro porto vecchio te la fa lui, subito, probabilmente intuendo già la risposta.
Venditti, perchè “Ritorno al futuro”?
«Perchè mi sento come un ingegnere pazzo, ho inventato la macchina del tempo, vado avanti e indietro fra i decenni. Essendo trascorsi più di quarant’anni, mi permetto il lusso di tornare indietro sapendo già com’è andata. E mi diverto a ricominciare tutto daccapo. Attraverso le canzoni».
Dunque canterà i vecchi classici?
«Vecchi ma immortali. Il tour sarà dedicato alle canzoni degli anni Settanta e Ottanta. Ci fermiamo a “In questo mondo di ladri”. Solo la festa finale dell’8 e 9 marzo, a Roma, comprenderà anche brani più recenti».
Come le è venuta questa voglia di passato?
«Ci sono momenti nella vita in cui il presente diventa passato e il passato futuro. Ed è venuto il tempo in cui la mia storia torna come speranza di non vissuto a riempire la nostra vita. Dico questo perché quarant’anni passati insieme per tutti potrebbero costituire la nostra storia, ma le canzoni che l’hanno rappresentata e che proporrò sono il nostro personalissimo ritorno al futuro».
Ha citato “In questo mondo di ladri”. È del 1988...
«Già, quattro anni prima di Mani pulite. Non che poi, nei vent’anni successivi, le cose siano cambiate. Paradossalmente, forse, la situazione oggi è addirittura peggiorata».
Prosegua.
«Molti oramai rimpiangono quelli che c’erano prima. L’ho già detto: sono fuori da ogni logica in qualche modo riconducibile alla politica, ai suoi protagonisti, ai suoi riti, alle sue malefatte. Il livello è molto basso, bassissimo. Già anni fa dicevo che eravamo arrivati alla quinta scelta della classe politica. Ora siamo scesi sotto terra».
Renzi?
«Premesso che ci vorrà molto tempo per sbrogliare la matassa, dico questo: abbiamo visto dove ci hanno portato i vecchi, diamo fiducia ai nuovi, ai giovani, dunque anche a Renzi. Io sto dalla parte del futuro. Non mi appassiono più agli uomini che rappresentano le idee, ma alle idee ancora sì...».
Le polemiche sugli incontri con Berlusconi?
«Il mondo è fatto di incontri, la politica ancor di più. Anche Berlinguer incontrava Craxi, nel camper. Anch’io sono andato a cantare per Comunione e liberazione, pur essendo lontano da loro, beccandomi fra l’altro un sacco di critiche. Ma gli incontri fra le diversità non possono che arricchire. E comunque sulla legge elettorale, cioè sulle regole del gioco, devi per forza metterti d’accordo con l’avversario».
Va ancora allo stadio?
«Qualche volta. Il clima attorno al calcio è peggiorato. Mi ha colpito quanto successo a Bologna, con i fischi e gli striscioni oltraggiosi mentre l’impianto diffondeva la voce di Lucio Dalla che cantava “Caruso”. Fatti vergognosi, che rovinano lo sport. Alcuni dei quali, però, derubricabili a ignoranza e campanilismo».
L’Italia è un paese razzista?
«Credo di no. Da noi il razzismo vero non è mai esistito, al massimo piccole frange. Episodi di razzismo aumentano quando la situazione economica peggiora, quando i poveri entrano in conflitto con altri poveri, in una penosa lotta per la sopravvivenza. Anche se in altri paesi europei sono più avanti di noi».
Per esempio?
«Per esempio in Francia, dove l’integrazione è molto avanzata. Dove nero non vuol dire clandestino, ma può essere ed è un termine declinabile con eccellenze nel campo della cultura, dell’arte, della scienza. Non solo dello sport. Da noi siamo indietro di quarant’anni, questo è il punto».
Dopo il tour?
«Il futuro dovrebbe essere un nuovo album, che potrebbe uscire entro l’anno».
L’8 marzo compie 65 anni.
«Già, e li festeggio sul palco, a Roma, nel primo dei due concerti finali del tour. Comincio ad avere una certa età, ma non mi lamento. Se non fosse per questo dolore alla spalla, che se dovessi sentire il medico di certo non potrei partire in tour. Ma non lo ascolto».
mercoledì 29 gennaio 2014
DISCHI, OMAR PEDRINI
OMAR PEDRINI
“Che ci vado a fare a Londra?”
(Universal)
Omar Pedrini torna sulle scene con un disco di inediti di cui è autore di musica e testi. Ad impreziosire il progetto discografico dal respiro “british rock” con sfumature psichedeliche, sono presenti alcune prestigiose collaborazioni: con il rapper Kiave in “Jenny (scendi al fiume)”, con Ron e Dargen D’Amico in “Gaia e la balena”, con i Modena City Ramblers nel brano strumentale “Nonna Quercia folkband”. L’album arriva a otto anni dall’ultimo disco di inediti “Pane, burro e medicine”. Il primo singolo estratto, che ha lo stesso titolo dell’album, nasce dall’incontro di Pedrini con Michael Beasley, leader della band di Manchester The Folks, presenti al completo nel brano. I due si sono incontrati negli uffici della Ignition, etichetta management di Noel Gallagher, a Londra, e insieme a Scott Anderson (The Folks) hanno dato vita a questa ballad rock. Il singolo, registrato tra l’Italia e Manchester e masterizzato ai celebri Exchange Studios di Londra da Mike Marsh e Karen Thompson, c’è anche in versione inglese con il titolo “London”.
DISCHI, NEIL YOUNG, LIVE AT THE CELLAR DOOR
Ci sarà vivaddio un motivo se Neil Young è tuttora - a quarantacinque anni dagli esordi con i Buffalo Springfield, cui seguì prima l’enorme successo con Crosby Stills & Nash e poi quello da solista - uno degli artisti più importanti della scena contemporanea. Uno che a sessantanove anni (compiuti due mesi fa) influenza ancora legioni di musicisti giovani e meno giovani, affascina ancora milioni di appassionati di tutte le età e di mezzo mondo.
Il motivo, almeno a nostro avviso, sta nella grande libertà artistica che il musicista canadese ha sempre coltivato, ricercato e preteso in tutto quello che ha fatto in una carriera ormai lunghissima.
Ce ne accorgiamo anche in questo suo album, “Live at the cellar door” (Reprise), che è nuovo e vecchio al tempo stesso. Nuovo perchè viene pubblicato adesso, vecchio (ma attualissimo...) perchè altro non è se non una summa delle cose migliori registrate in sei concerti tenuti fra il novembre e il dicembre 1970 (insomma, una vita fa...), al Cellar Door di Georgetown, Washington Dc.
Ovvero: un minuscolo club con meno di duecento posti, in cui però registrarono dal vivo artisti del calibro di Miles Davis e Richie Havens. Un posto davvero piccolo, che però crea un’atmosfera unica, quasi intima, anche di complicità fra l’artista sul palco e il pubblico a pochi metri dalla sua postazione.
Disco acustico, il cui ascolto ci riconduce come per magia in quella congerie creativa che erano gli anni a cavallo fra i favolosi Sessanta e i creativissimi Settanta negli Stati Uniti.
Neil Percival Young, nato a Toronto il 12 novembre 1945, aveva all’epoca appena venticinque anni. Poco più di un ragazzo, da un punto di vista anagrafico, ma un artista fatto e completo a riascoltare la performance qui proposta.
Il repertorio è incentrato sui brani degli album “Everybody knows this is nowhere” e “After the gold rush”. Mancano dunque i classici di “Harvest”, l’album che lo consacrò a livello mondiale. Con un’eccezione, però: una versione assolutamente originale di “Old man”, che poi avremmo trovato nell’album citato.
Anni quasi psichedelici. Lo si intuisce anche quando Neil Young presenta il brano “Flying on the ground is wrong”, spiegando che parla di droghe e di persone che ne fanno uso, del limite di incomunicabilità che divide le persone che ne fanno uso da coloro che invece si oppongono alle stesse. E dal pubblico parte un’esclamazione di approvazione.
Fra gli altri brani: “Tell me why”, “Cinnamon girl” (con l’artista al pianoforte), “Expecting to fly” (dal vecchio repertorio dei Buffalo), “Birds, “After the gold rush” “See the sky about to rain”... Insomma, meglio di molta roba “nuova”.
giovedì 23 gennaio 2014
ADDIO A CARLO MAZZACURATI
Regista di film come “Notte italiana”, “Il toro”, “Vesna va veloce”. Ma anche “La lingua del santo”, “La giusta distanza”, “La passione”. Sceneggiatore per e con Daniele Luchetti (“Domani accadrà”) e Gabriele Salvatores. Persino qualche piccola e bella prova d’attore per Nanni Moretti, in “Palombella rossa”, “Caro diario”, “Il caimano”.
Tutto questo ma anche tanto altro è stato Carlo Mazzacurati, morto ieri nell’ospedale di Padova, dopo il ricovero in quello della vicina Monselice. Avrebbe compiuto 58 anni a marzo. Se n’è andato invece davvero troppo presto, dopo una grave malattia che in pochi mesi lo ha battuto.
Mazzacurati ha saputo raccontare con maestria la provincia italiana, i suoi riti, le debolezze, i vizi, ma anche la sua vita semplice. Quella provincia che si somiglia in fondo un po’ dappertutto e che lui conosceva bene, partendo dalla sua Padova, dal Nordest e dalle terre di confine di cui è stato un attento osservatore e cantore. E la città del Santo è stata spesso presente nelle sue pellicole.
Aveva cominciato da ragazzo, a inseguire la grande passione per il cinema. Animatore negli anni Settanta del cineclub padovano Cinema Uno, non riesce a entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia e dunque si iscrive al Dams di Bologna. Nel ’79 realizza con in soldi di una piccola eredità il suo primo film, “Vagabondi”, una sorta di “road movie”: un esperimento in 16 millimetri che viene premiato al festival milanese Filmaker Doc ma non arriva nelle sale.
Va a Roma, lavora per la televisione, comincia a bazzicare l’ambiente del cinema. Conosce Salvatores, collabora con lui alla sceneggiatura di “Marrakech Express”. Nell’85 scrive con Franco Bernini la sceneggiatura di “Notte italiana”, che diventerà poi un film due anni dopo, grazie al sostegno di Nanni Moretti (per lui al debutto come produttore) e della sua Sacher Film.
Con “Il prete bello”, tratto dal romanzo omonimo di Goffredo Parise, nell’89 scandaglia i territori della povertà, della miseria. All’inizio degli anni Novanta arriva anche il successo di pubblico, oltre che di critica: “Un’altra vita” (con Silvio Orlando e Claudio Amendola) e soprattutto “Il toro” (Leone d’argento a Venezia e Coppa Volpi a Roberto Citran) trasformano la promessa in un protagonista del nuovo cinema italiano. “Vesna va veloce” e “L’estate di Davide” (nato come film per la tv e poi approdato anche nelle sale) completano il percorso.
Nel ’99 firma con Marco Paolini una serie di “Ritratti” dedicati a importanti personaggi della cultura veneta: Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello. “La lingua del santo”, presentato nel 2000 in concorso a Venezia, grazie anche alle prove d’attore di Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio, vira la poetica di Mazzacurati verso i territori fino ad allora da lui inesplorati della comicità. Il pessimismo lascia il posto alla leggerezza, al sorriso sempre utile ad affrontare i guai grandi e piccoli della vita.
“L’amore ritrovato”, “La passione” e alcuni documentari (fra cui “Sei Venezia” e “Medici con l’Africa”) sono gli ultimi titoli. Prima de “La sedia della felicità”, la commedia con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando e Antonio Albanese che arriverà nelle sale ad aprile. Un’altra storia radicata nel Nordest, che regalerà al pubblico i personaggi di due perdenti un po’ spaesati, fra il Lido di Jesolo e le Dolomiti.
Girato con il sostegno della Trentino Film Commission, il film è stato presentato due mesi fa in anteprima all’ultimo Torino Film Festival, dove il regista è stato premiato con il Gran Premio Torino alla carriera. Era già malato, ma dicono che la presentazione e la conferenza stampa si svolsero in un clima di sana e apparentemente spensierata allegria.
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