«È un progetto che presento al mio pubblico con emozione e molto entusiasmo. Per andare avanti bisogna cambiare sempre, con coraggio e passione. Questo trio fantastico ed eccezionale mi porta dentro l’anima una nuova gioia».
Lei è Ornella Vanoni, eterna signora della canzone italiana, che domani alle 20.45 apre la stagione del Teatro Verdi di Gorizia con il suo nuovo spettacolo “Free soul”. Letteralmente “anima libera”, e lei lo è, lo è sempre stata, da quando nella seconda metà degli anni Cinquanta Giorgio Strehler se l’era inventata al Piccolo Teatro di Milano “cantante della mala”, con brani capolavoro come “Ma mi”, “Le mantellate”, “Hanno ammazzato il Mario”... Ma i richiami del titolo del nuovo spettacolo vanno ovviamente al jazz, al free, al soul, all’improvvisazione, ma anche alla bossa nova, al Brasile di Vinicius de Moraes (la cui voce apre lo spettacolo) e di Toquinho.
Signora, è vero che lo spettacolo nasce da due chiacchiere con il jazzista Paolo Fresu?
«Sì. Avevo voglia di lasciare il pop e di entrare nel jazz, Paolo mi ha dato due musicisti di talento di cui lui ha piena fiducia: Roberto Cipelli al piano e Bebo Ferra alla chitarra. Ho aggiunto il violoncellista Piero Salvatori, che rende il trio molto particolare».
L’incontro con Vinicius?
«Bardotti all’epoca era il mio produttore ma anche il traduttore in italiano di tutte le sue cose. Ebbe questa idea. Siamo andati a San Paolo e a casa di Vinicius ci ha raggiunti Toquinho. È nata così l’idea di fare un disco insieme (“La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”, 1976 - ndr)».
Cosa ricorda degli “anni brasiliani”?
«È stato un periodo meraviglioso, nel quale abbiamo suonato, riso, pianto, mangiato, bevuto, ci siamo innamorati, lasciati...».
Jazz, bossa nova, soul: cosa significano per lei?
«La bossa nova fa parte del Brasile, l’ha inventata Joao Gilberto, ma non tutto il Brasile è bossa nova. Per quanto riguarda il soul Lucio Dalla diceva che “la cantante più soul d'Italia è Ornella Vanoni. E quando dorme, se russa, russa soul». Tra il soul e il jazz, poi, il passo è breve».
Sul palco gioca e scherza con il pubblico: un tempo non era così.
«Un tempo ero timida. Poi con il tempo sono cambiata e ho preso sicurezza di me. Oggi sul palco mi diverto».
Nello spettacolo canta anche Luigi Tenco, a gennaio saranno cinquant’anni...
«Ho parlato talmente tanto di Tenco che non ho più niente da dire. La sua morte resta qualcosa di quasi incomprensibile e assurdo».
Rilegge anche Sergio Endrigo, nato a Pola. Pensa che in vita sia stato sottovalutato?
«Non credo. Ha vinto Sanremo. No, non è stato affatto sottovalutato».
Quando il pubblico sente “Una lunga storia d’amore” pensa a lei e Gino Paoli. Cosa le ha dato musicalmente?
«Quella canzone non è più nella scaletta di questo spettacolo. Gino Paoli mi ha dato Gino Paoli, tutto intero, per alcuni anni. Eravamo due ragazzi di venticinque anni che scoprivano assieme la musica americana e quella francese».
Recentemente ha cantato a Vienna: com’è il suo rapporto con il pubblico non italiano?
«Buono, nel caso del concerto nella capitale austriaca addirittura straordinario, perché conoscendo il tedesco mi sono potuta permettere di farli ridere».
Una nuova voce femminile, italiana e straniera, che apprezza?
«In Italia sicuramente Malika Ayane. All’estero Lady Gaga. Ma in fondo anche Cher, che non invecchia mai».
Domani a Gorizia dovrebbe cantare “Accendi una luna nel cielo”, “Sorry seems to be the hardest word”, “Mi sono innamorata di te”, “Naufragio”, “Just in time”, “Samba in preludio”, “Vedrai vedrai”, “Senza fine”, “Che cosa c'è”, “Raindrops keep fallin' on my head”, “Caruso”, “Rossetto e cioccolato”, “Tu sì ’na cosa grande”, “Pata pata”. Finale con “Domani è un'altro giorno” e “Io che amo solo te”. Ama Trieste, piazza dell’Unità, ultimamente i libri di Roveredo. Chissà che non si conceda una scappatina in città...
...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 4 novembre 2016
IL GATTO ROSSO, LIBRO DI CESCHIA (su Articolo 21)
Il sindacato dei giornalisti negli anni Settanta aveva un nome e un cognome: Luciano Ceschia. Triestino, classe 1934, è stato infatti segretario generale della Fnsi per dieci anni, firmando ben cinque contratti. La sua storia sindacale, ma anche quella politica (negli anni Sessanta era stato giovanissimo assessore democristiano in una giunta comunale a Trieste, negli anni Ottanta aveva tentato senza successo la corsa al parlamento europeo con il Pci) e professionale, torna ora sulle pagine del libro Il gatto rosso, sottotitolo “Tasi, picio, te prego”, edizioni Mgs Press.
Ceschia racconta sessant’anni di professione, da precario a direttore. Comincia come “abusivo” (come si diceva un tempo…) in quel Piccolo che poi avrebbe diretto per tre anni, come giornalista al Gazzettino e alla Rai del Friuli Venezia Giulia. Dopo il quotidiano triestino dirige anche l’Alto Adige. Memorabile lo scambio di battute, riportato nel libro, con Chino Alessi, all’epoca potente direttore proprietario del quotidiano triestino. Il giovane cronista chiede se non è finalmente arrivato il suo turno per la sospirata assunzione, il direttore dice che ha «altri progetti”, lui prende cappello e sibila «non metterò più piede in questa azienda. O meglio, la informo che tornerò da direttore». Cosa poi puntualmente avvenuta.
Storie, episodi, ricordi, aneddoti. Come lo scambio a distanza con Montanelli, che quando la redazione del Piccolo si divide e sciopera all’arrivo del nuovo direttore Ceschia, che aveva fatto inserire nel contratto nazionale la clausola sul gradimento della redazione al nuovo arrivato, lo fulmina sul Giornale con queste parole: «Chi di contratto ferisce, di contratto perisce».
Ceschia racconta tutto. Professione, sindacato, vita privata. Dice che si è divertito, rispettando sempre le regole. Aveva e mantiene fama di “non affidabile”. Di certo è uomo del sindacato dei giornalisti. Sono rari i casi di giornalisti diventati direttori che mantengono la passione per il sindacato. Per questo i suoi interventi al consiglio nazionale della Fnsi, di cui è componente “a vita” per i suoi trascorsi da segretario generale, sono sempre ascoltati con rispetto e attenzione. Per questo continua a dare il suo contributo di esperienza e saggezza all’Associazione della stampa del Friuli Venezia Giulia. Di cui da qualche mese è presidente onorario.
giovedì 3 novembre 2016
EDOARDO DE ANGELIS PRESENTA ALBUM SABATO A UDINE
«La bellezza che non muta, che brilla nel tempo, è sconosciuta, poco praticata, o dimenticata. Così è anche per le canzoni. Questo album racchiude il desiderio di riportare all’attenzione generale alcune canzoni d’autore che sono state importanti per la nostra storia, la nostra cultura, la nostra vita. Non solo come valori sentimentali, ma anche di formazione».
Parola di Edoardo De Angelis, figura storica della nostra canzone d’autore, dai tempi del Folkstudio e della Schola Cantorum (“Lella”, ’71), che sabato presenta dal vivo il suo nuovo album “Il cantautore necessario” a Udine: alle 18 all’Angolo della musica e alle 21 al Caffè Caucigh.
«Una voce così forte - prosegue l’artista, nato a Roma nel ’45 -, così presente, quella dei cantautori, da diventare necessaria. Probabilmente un gran numero di giovani non conosce queste canzoni, non le ha mai ascoltate. E magari qualcuno tra i meno giovani può averle dimenticate».
Ancora De Angelis: «L’idea di questo lavoro era accesa, sotto la cenere, già da tempo, quando ne parlai con Francesco De Gregori. Il progetto gli sembrò molto interessante, tanto che ne assunse personalmente la direzione artistica, regalandomi consigli preziosi sull’impostazione del lavoro, sulla scelta dei brani e degli artisti da rappresentare».
«La collaborazione con De Gregori - aggiunge - si è spinta fino alla sua presenza nell’album, con l’armonica e una partecipazione in voce. Per la costruzione dell’edificio musicale ho invece chiamato Michele Ascolese, compagno di viaggio per tanti anni di Fabrizio De André».
La presentazione a Udine non è casuale. «All’Angolo della musica - spiega De Angelis, che sarà accompagnato dai chitarristi Giovanni Pelosi e Mario Fales, specialisti nella tecnica del “fingerpicking” - ho già presentato in anteprima altri album. Sono molto legato alla città e al Friuli, che per me una seconda casa: da molti anni faccio parte del direttivo dell’Associazione Canzoni di Confine, e per quattro anni sono stato direttore dei progetti speciali di Folkest».
Fra i brani dell’album: “La canzone dell’amore perduto” (De Andrè), “Amara terra mia” (Modugno), “Santa Lucia” (De Gregori), “Cosa portavi bella ragazza” (Jannacci), “Io e te Maria” (Ciampi), “Io che amo solo te” (Endrigo); “Fratello che guardi il mondo” (Fossati), “Porta romana” (Gaber), “Il mare, il cielo, un uomo” (Paoli), “La casa nel parco” (Lauzi), “La casa in riva al mare” (Dalla), “Se stasera sono qui” (Tenco).
Parola di Edoardo De Angelis, figura storica della nostra canzone d’autore, dai tempi del Folkstudio e della Schola Cantorum (“Lella”, ’71), che sabato presenta dal vivo il suo nuovo album “Il cantautore necessario” a Udine: alle 18 all’Angolo della musica e alle 21 al Caffè Caucigh.
«Una voce così forte - prosegue l’artista, nato a Roma nel ’45 -, così presente, quella dei cantautori, da diventare necessaria. Probabilmente un gran numero di giovani non conosce queste canzoni, non le ha mai ascoltate. E magari qualcuno tra i meno giovani può averle dimenticate».
Ancora De Angelis: «L’idea di questo lavoro era accesa, sotto la cenere, già da tempo, quando ne parlai con Francesco De Gregori. Il progetto gli sembrò molto interessante, tanto che ne assunse personalmente la direzione artistica, regalandomi consigli preziosi sull’impostazione del lavoro, sulla scelta dei brani e degli artisti da rappresentare».
«La collaborazione con De Gregori - aggiunge - si è spinta fino alla sua presenza nell’album, con l’armonica e una partecipazione in voce. Per la costruzione dell’edificio musicale ho invece chiamato Michele Ascolese, compagno di viaggio per tanti anni di Fabrizio De André».
La presentazione a Udine non è casuale. «All’Angolo della musica - spiega De Angelis, che sarà accompagnato dai chitarristi Giovanni Pelosi e Mario Fales, specialisti nella tecnica del “fingerpicking” - ho già presentato in anteprima altri album. Sono molto legato alla città e al Friuli, che per me una seconda casa: da molti anni faccio parte del direttivo dell’Associazione Canzoni di Confine, e per quattro anni sono stato direttore dei progetti speciali di Folkest».
Fra i brani dell’album: “La canzone dell’amore perduto” (De Andrè), “Amara terra mia” (Modugno), “Santa Lucia” (De Gregori), “Cosa portavi bella ragazza” (Jannacci), “Io e te Maria” (Ciampi), “Io che amo solo te” (Endrigo); “Fratello che guardi il mondo” (Fossati), “Porta romana” (Gaber), “Il mare, il cielo, un uomo” (Paoli), “La casa nel parco” (Lauzi), “La casa in riva al mare” (Dalla), “Se stasera sono qui” (Tenco).
SAN GIUSTO D'ORO ALLA PSICHIATRIA TRIESTINA NEL RICORDO DI BASAGLIA, TARGA SPECIALE A MARIO LUZZATTO FEGIZ, EDIZIONE 2016 DEDICATA A GIULIO REGENI
Il
San Giusto d'oro 2016 va alla Psichiatria triestina "nel ricordo di
Franco Basaglia", la targa speciale del San Giusto d'oro al giornalista
Mario Luzzatto Fegiz. L'edizione di quest'anno del premio, nato nel 1967
e organizzato dall'Assostampa Fvg e dal Gruppo Giuliano Cronisti, con
la collaborazione del Comune di Trieste e della Fondazione CrTrieste, è
dedicata alla memoria di Giulio Regeni: figlio di queste terre,
ricercatore universitario ma anche appassionato autore di articoli,
barbaramente assassinato a febbraio in Egitto, sulla cui morte ancora
non si conosce la verità.
"Con
questo premio alla psichiatria triestina - dice Carlo Muscatello,
presidente dell'Assostampa Fvg - abbiamo voluto sottolineare il lavoro
delle tante donne e dei tanti uomini che nei trentasei anni trascorsi
dalla scomparsa di Basaglia hanno portato avanti le sue intuizioni e le
sue idee. La chiusura dei manicomi seguita alla legge 180 del 1978 ha
significato la restituzione della dignità e dei diritti a tutte le
persone, comprese quelle soggette alla malattia e al disagio mentale,
che prima di Basaglia vivevano segregate. La cosiddetta "rivoluzione
basagliana" è nata qui, dopo le prime esperienze a Gorizia e a Parma. E
da anni studiosi, ricercatori e addetti ai lavori arrivano da tutto il
mondo a Trieste proprio per studiare sul campo l'organizzazione del
locale Dipartimento di salute mentale".
"Con la targa speciale a Mario Luzzatto Fegiz - aggiunge Muscatello - diamo invece il giusto riconoscimento a un giornalista nato a Trieste, che da mezzo secolo non vive più qui, ma non ha mai dimenticato la sua città d'origine. Sul Corriere della Sera, alla radio e in televisione è diventato nel corso di una lunga carriera firma, voce e volto molto popolare: il decano dei critici musicali italiani, ma anche uomo di spettacolo, come ha dimostrato il suo show "Io odio i talent show", visto un paio d'anni fa anche in un Rossetti tutto esaurito per l'occasione. Esattamente quarant'anni fa, il San Giusto d'oro 1976 andava a suo padre Pierpaolo Luzzatto Fegiz: economista, padre della statistica italiana, fondatore della Doxa, accademico dei Lincei. Oggi, quarant'anni dopo, la targa speciale al figlio Mario".
.
La psichiatria triestina
Le idee, gli interrogativi, le pratiche che sostennero il lavoro di Franco Basaglia (1924-1980) avviarono una stagione di straordinari cambiamenti. Le porte aperte, la parola restituita, l’ingresso nel mondo reale animarono la paziente “lunga marcia attraverso le istituzioni” che quella impensabile apertura aveva tumultuosamente avviato.
Quando
Basaglia entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, di fronte
alla violenza e all’orrore che scopre, è costretto a chiedersi
angosciato «che cos’è la psichiatria?». Da qui l’irreparabile rottura
del paradigma psichiatrico, del modello manicomiale. Dopo quasi duecento
anni, per la prima volta dalla sua nascita il manicomio, le culture e
le pratiche della psichiatria vengono toccate alle radici. È un
capovolgimento irreversibile: “il malato e non la malattia”. "Con la targa speciale a Mario Luzzatto Fegiz - aggiunge Muscatello - diamo invece il giusto riconoscimento a un giornalista nato a Trieste, che da mezzo secolo non vive più qui, ma non ha mai dimenticato la sua città d'origine. Sul Corriere della Sera, alla radio e in televisione è diventato nel corso di una lunga carriera firma, voce e volto molto popolare: il decano dei critici musicali italiani, ma anche uomo di spettacolo, come ha dimostrato il suo show "Io odio i talent show", visto un paio d'anni fa anche in un Rossetti tutto esaurito per l'occasione. Esattamente quarant'anni fa, il San Giusto d'oro 1976 andava a suo padre Pierpaolo Luzzatto Fegiz: economista, padre della statistica italiana, fondatore della Doxa, accademico dei Lincei. Oggi, quarant'anni dopo, la targa speciale al figlio Mario".
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La psichiatria triestina
Le idee, gli interrogativi, le pratiche che sostennero il lavoro di Franco Basaglia (1924-1980) avviarono una stagione di straordinari cambiamenti. Le porte aperte, la parola restituita, l’ingresso nel mondo reale animarono la paziente “lunga marcia attraverso le istituzioni” che quella impensabile apertura aveva tumultuosamente avviato.
I malati di mente, gli internati, i senza diritto, i soggetti deboli diventano cittadini. Entrano sulla scena con la loro singolarità, la diversità e i bisogni emergono per quello che sono, non più col filtro della malattia. “Messa tra parentesi la malattia”, si scopriva la possibilità di vedere la malattia stessa in relazione alle persone e alla loro storia. Persone che faticosamente guadagnano margini più ampi di libertà, intesa come possibilità di desiderare, di scoprire i propri sentimenti, di stare nelle relazioni. Di rientrare nel contratto sociale, di riappropriarsi della cittadinanza come condizione irrinunciabile per affrontare la fatica di attraversarla e costruire le infinite e minime declinazioni per renderla accessibile.
La legge 180 non è altro che questo. Non è più lo Stato che interna, che interdice per salvaguardare l’ordine e la morale; non più il malato di mente «pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo», ma una persona bisognosa di cure. Un cittadino cui lo Stato deve garantire, e rendere esigibile, un fondamentale diritto costituzionale.
Cambiamenti legislativi, culturali, istituzionali hanno restituito la possibilità ai malati di mente di sperare di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Una storia di civiltà, una storia soprattutto triestina.
.
Mario Luzzatto Fegiz
E' nato a Trieste nel gennaio 1947. Dopo l’esordio nel 1969 nel programma radiofonico “Per voi giovani”, si è affermato come uno dei critici musicali più noti e apprezzati del paese, come firma del Corriere della Sera, collaborando con altre testate e lavorando alla Rai, dove ha condotto per anni in televisione la trasmissione “Mister Fantasy” e alla radio “Fegiz Files”. Nella sua carriera ha anche lavorato direttamente nel campo musicale, scrivendo testi per la cantante Giuni Russo. Ha fondato una delle prime emittenti radiofoniche private italiane, Radio Milano Centrale (poi diventata Radio Popolare), e lavorato per Radio Capodistria, Radio della Svizzera italiana, Rete 105 e Radio Montecarlo. È stato direttore editoriale della collana musicale edita da Sperling & Kupfer e docente dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Milano. Ha portato a teatro lo spettacolo “Io odio i talent show”, pubblicando anche il libro omonimo. Per i suoi settant'anni, a gennaio pubblicherà l’autobiografia intitolata "Troppe zeta nel cognome".
lunedì 24 ottobre 2016
LACOSEGLIAZ, LE ULTIME MUSICHE
Aveva lavorato fino all’ultimo. Duramente provato dalla malattia, nella casa sul colle di Scorcola dove viveva da tanti anni Alfredo Lacosegliaz - scomparso il 28 settembre e ricordato due settimane fa in una toccante serata all’auditorium del Revoltella, alla quale ha partecipato fra gli altri Moni Ovadia - ha continuato finchè ha potuto a scrivere, a comporre musica, a sistemare il suo archivio, a parlare con gli amici.
Fra le ultime cose, oltre alle installazioni audio per la mostra al Parco della musica di Roma “L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi” di Paolo Rumiz, anche la colonna sonora del film di Mauro Caputo “Il profumo del tempo delle favole”, documentario tratto dal libro di Giorgio Pressburger “Sulla fede”, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Un percorso sulla fede, ma anche sul male, sulla sofferenza, che ripercorre la vita e il pensiero dello scrittore e drammaturgo nato a Budapest ma triestino d’adozione. E che restituisce un ritratto vibrante della città che è stata per secoli crocevia di civiltà. La Trieste multietnica, multiculturale, multireligiosa di cui l’interprete musicale per eccellenza è stato in tutti questi anni proprio Lacosegliaz.
Le sue musiche sorreggono le fasi di una ricerca introspettiva ed esistenziale, quasi un pellegrinaggio interiore di un non credente che ammette come «la disperazione della fede sia necessaria al nostro essere uomini».
Alfredo ci mette la sua arte, le sue musiche, echi di lontane suggestioni balcaniche ma anche canti gregoriani, violini struggenti e contaminazioni sonore figlie di culture diverse che ben si sposano alle immagini di repertorio dell’Istituto Luce, che offrono frammenti di un’Italia lontana.
Fra le ultime cose, oltre alle installazioni audio per la mostra al Parco della musica di Roma “L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi” di Paolo Rumiz, anche la colonna sonora del film di Mauro Caputo “Il profumo del tempo delle favole”, documentario tratto dal libro di Giorgio Pressburger “Sulla fede”, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Un percorso sulla fede, ma anche sul male, sulla sofferenza, che ripercorre la vita e il pensiero dello scrittore e drammaturgo nato a Budapest ma triestino d’adozione. E che restituisce un ritratto vibrante della città che è stata per secoli crocevia di civiltà. La Trieste multietnica, multiculturale, multireligiosa di cui l’interprete musicale per eccellenza è stato in tutti questi anni proprio Lacosegliaz.
Le sue musiche sorreggono le fasi di una ricerca introspettiva ed esistenziale, quasi un pellegrinaggio interiore di un non credente che ammette come «la disperazione della fede sia necessaria al nostro essere uomini».
Alfredo ci mette la sua arte, le sue musiche, echi di lontane suggestioni balcaniche ma anche canti gregoriani, violini struggenti e contaminazioni sonore figlie di culture diverse che ben si sposano alle immagini di repertorio dell’Istituto Luce, che offrono frammenti di un’Italia lontana.
venerdì 21 ottobre 2016
EZIO MAURO: CONIUGARE SOLIDARIETA' E SICUREZZA
Da un lato milioni di poveri, in fuga da guerre e miseria, che chiedono soltanto di essere aiutati a vivere. Dall’altro cittadini che esprimono sempre più forte una domanda di sicurezza. Sullo sfondo di un’Europa che non fa la sua parte fino in fondo, attraversata da nuovi nazionalismi, dalla tentazione di erigere muri, barriere, recinzioni.
Ne hanno parlato ieri sera a Trieste, al Salone degli incanti, nell’ambito di “Confini. Parole senza frontiere”, l’ex direttore e ora editorialista di “Repubblica” Ezio Mauro e la docente universitaria Marina Calculli, stimolati dalle domande e dalle riflessioni del direttore del “Piccolo” Enzo D’Antona. Dopo il saluto del sindaco Dipiazza e della governatrice Serracchiani - che ha fatto un forte richiamo ai valori europei -, la domanda delle domande è stata posta da D’Antona: «Le democrazie possono conciliare queste spinte contrapposte?». Soprattutto ora che la fase dell’emergenza sembra lasciare il posto a un fatto strutturale.
Mauro: «Le democrazie hanno un obbligo in più, rispetto ad altri regimi. Dobbiamo farci carico di questa domanda disperata di accoglienza, di solidarietà, di sopravvivenza. Voltarsi dall’altra parte sarebbe sacrilego. Ma dobbiamo chiedere il rispetto delle nostre leggi. E nel contempo dobbiamo rispondere all’inquietudine, alla domanda di sicurezza degli “indigeni”, soprattutto di quelli più anziani, delle popolazioni dei piccoli centri. Sapendo che c’è chi vuole incrementare questa paura, spesso per meri calcoli elettorali. Una democrazia che non garantisce la sicurezza tradisce la sua funzione».
Canculli: «Mettere assieme immigrazione e terrorismo è la cosa più sbagliata che possiamo fare. Sono fenomeni distinti. Anche se la presenza del terrorismo di matrice islamica in Europa ha fatto nascere l’equazione immigrazione uguale terrorismo. Dobbiamo riportare tutto sul piano della responsabilità politica. Rispettare il diritto internazionale significa anche dare accoglienza ai rifugiati. Le emigrazioni sono fenomeni normali, che non si possono fermare con frontiere e fili spinati».
«Troppo facile emozionarsi per la foto del bimbo morto sulla spiaggia - ha concluso Ezio Mauro -, salvo poi dimenticarla subito: è la stessa differenza che c’è fra compassione e condivisione, manca l’assunzione di responsabilità. Stiamo riducendo l’immigrato al suo corpo, vogliamo tenerlo fuori dal nostro spazio fisico. Tutto il sistema occidentale sta andando in crisi, non è più in grado di gestire fenomeni complessi. Lasceremo ai nostri figli un mondo molto più insicuro di quello che i nostri padri, che pure uscivano dalla guerra, hanno lasciato a noi. Chi perde o non trova lavoro dice che la democrazia non funziona. Ma la democrazia è un sistema che vale per tutti oppure non funziona».
Ne hanno parlato ieri sera a Trieste, al Salone degli incanti, nell’ambito di “Confini. Parole senza frontiere”, l’ex direttore e ora editorialista di “Repubblica” Ezio Mauro e la docente universitaria Marina Calculli, stimolati dalle domande e dalle riflessioni del direttore del “Piccolo” Enzo D’Antona. Dopo il saluto del sindaco Dipiazza e della governatrice Serracchiani - che ha fatto un forte richiamo ai valori europei -, la domanda delle domande è stata posta da D’Antona: «Le democrazie possono conciliare queste spinte contrapposte?». Soprattutto ora che la fase dell’emergenza sembra lasciare il posto a un fatto strutturale.
Mauro: «Le democrazie hanno un obbligo in più, rispetto ad altri regimi. Dobbiamo farci carico di questa domanda disperata di accoglienza, di solidarietà, di sopravvivenza. Voltarsi dall’altra parte sarebbe sacrilego. Ma dobbiamo chiedere il rispetto delle nostre leggi. E nel contempo dobbiamo rispondere all’inquietudine, alla domanda di sicurezza degli “indigeni”, soprattutto di quelli più anziani, delle popolazioni dei piccoli centri. Sapendo che c’è chi vuole incrementare questa paura, spesso per meri calcoli elettorali. Una democrazia che non garantisce la sicurezza tradisce la sua funzione».
Canculli: «Mettere assieme immigrazione e terrorismo è la cosa più sbagliata che possiamo fare. Sono fenomeni distinti. Anche se la presenza del terrorismo di matrice islamica in Europa ha fatto nascere l’equazione immigrazione uguale terrorismo. Dobbiamo riportare tutto sul piano della responsabilità politica. Rispettare il diritto internazionale significa anche dare accoglienza ai rifugiati. Le emigrazioni sono fenomeni normali, che non si possono fermare con frontiere e fili spinati».
«Troppo facile emozionarsi per la foto del bimbo morto sulla spiaggia - ha concluso Ezio Mauro -, salvo poi dimenticarla subito: è la stessa differenza che c’è fra compassione e condivisione, manca l’assunzione di responsabilità. Stiamo riducendo l’immigrato al suo corpo, vogliamo tenerlo fuori dal nostro spazio fisico. Tutto il sistema occidentale sta andando in crisi, non è più in grado di gestire fenomeni complessi. Lasceremo ai nostri figli un mondo molto più insicuro di quello che i nostri padri, che pure uscivano dalla guerra, hanno lasciato a noi. Chi perde o non trova lavoro dice che la democrazia non funziona. Ma la democrazia è un sistema che vale per tutti oppure non funziona».
martedì 18 ottobre 2016
TIZIANO FERRO 11-6 LIGNANO APRE TOUR
Nuovo botto per Lignano Sabbiadoro. L’estate appena conclusa è stata quella della data zero del “Live Kom 016” di Vasco Rossi, che nella località balneare friulana ha tenuto anche le prove dei concerti allo Stadio Olimpico di Roma. L’estate prossima l’operazione si ripeterà con Tiziano Ferro, che aprirà il suo prossimo tour da Lignano l’11 giugno. E anche lui terrà allo stadio comunale Teghil dieci giorni di prove prima del debutto ufficiale (nel suo caso dunque non si tratterà di una data zero, ma di un battesimo vero e proprio del tour 2017).
Ben prima dell’appuntamento estivo, c’è però un’altra data che i fan del cantante di Latina (famiglia di origine veneta, per la precisione del paese di Cavarzere, provincia di Venezia) hanno già segnato sul calendario. Il 2 dicembre uscirà infatti “Il mestiere della vita” (Universal Music), nuovo album di inediti di cui è stata appena diffusa la copertina. Nella quale il trentaseienne artista, sorridente in un elegante completo blu, si sistema la cravatta sullo sfondo di quella è stata definita “una ricostruzione urbana surreale, liberamente ispirata alla città di Los Angeles”, dove in effetti è stato registrato l'album.
Album che arriva a due anni dalla pubblicazione di “TZN - The Best of Tiziano Ferro”, sette dischi di platino per oltre 350 mila copie vendute, ovvero il disco più venduto in Italia negli ultimi tre anni. All’epoca lui stesso lo aveva definito “un viaggio nella scatola della memoria”, una sorta di viaggio lineare nel tempo. Il risultato fu una raccolta ricca, con tutti i grandi successi ma anche tanti inediti: otto nell’edizione da due cd e ben sedici in quella deluxe con quattro dischi (in più c’era anche la versione con dvd e quella con quattro lp). «Mi avevano chiesto - disse l’artista in quell’occasione - di fare una raccolta già nel 2011, alla Emi, la mia vecchia casa discografica a cui devo tutto. Ma all’epoca non vedevo ancora chiara la mia storia...».
Con ogni probabilità il nuovo album segnerà un ulteriore capitolo di una storia di successi che parla di oltre dieci milioni di dischi in Italia e nel mondo. Non dimentichiamo infatti che Tiziano Ferro è uno dei nostri artisti - assieme a Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Zucchero, per non parlare ovviamente del fenomeno planetario chiamato Andrea Bocelli - più conosciuti e amati nel mondo.
Basti pensare che in carriera ha ottenuto molti riconoscimenti italiani e internazionali: dal Billboard Latin Music Award all’European Border Breakers Award, dall’Mtv Europe Music Award all’Mtv Italia Award e a tanti altri (Nickelodeon Kids’ Choice Award, Onstage Award, Premios Cadena Dial, Premios Oye!, Premio Lunezia, Rockol Award...).
Proprio sull’onda di questo successo sono stati recentemente ripubblicati dalla Carosello Records (su licenza Nisa) i primi tre album dell’artista. Stiamo parlando di “Rosso relativo” (uscito nel 2001, pochi mesi dopo il primo singolo “Xdono”), “111 Centoundici” e “Nessuno è solo”: rimessi sul mercato delle piattaforme streaming e download, oltre che in cd e in vinile, in una versione da collezione.
Ma torniamo al #TZNtour2017 (questo è l’hashtag ufficiale della tournée, pubblicato in un tweet dallo stesso Ferro), il primo dopo i concerti negli stadi italiani e nei palasport europei dell’anno scorso: “Lo Stadio Tour 2015”, oltre 300mila spettatori in otto concerti nel nostro paese, e una bella serie di “tutto esaurito” nelle venti date disseminate in giro per il continente fra novembre e dicembre 2015.
Dopo l’esordio a Lignano Sabbiadoro l’11 giugno, un vero giro d’Italia: 16 giugno Milano (Stadio San Siro), 21 giugno Torino (Stadio Olimpico), 24 giugno Bologna (Stadio Dall’Ara), 28 giugno Roma (Stadio Olimpico), 5 luglioBari (Stadio Arena della Vittoria), 8 luglio Messina (Stadio San Filippo), 12 luglio Salerno (Stadio Arechi), 15 luglio Firenze (Stadio Franchi).
Le prevendite dei biglietti sono già cominciate su www.livenation.it e su www.ticketone.it. E visto gli strategici “buchi” sistemati fra una data e l’altra, come spesso accade in questi casi è possibile qualche raddoppio in caso di “sold out” già in prevendita.
Ben prima dell’appuntamento estivo, c’è però un’altra data che i fan del cantante di Latina (famiglia di origine veneta, per la precisione del paese di Cavarzere, provincia di Venezia) hanno già segnato sul calendario. Il 2 dicembre uscirà infatti “Il mestiere della vita” (Universal Music), nuovo album di inediti di cui è stata appena diffusa la copertina. Nella quale il trentaseienne artista, sorridente in un elegante completo blu, si sistema la cravatta sullo sfondo di quella è stata definita “una ricostruzione urbana surreale, liberamente ispirata alla città di Los Angeles”, dove in effetti è stato registrato l'album.
Album che arriva a due anni dalla pubblicazione di “TZN - The Best of Tiziano Ferro”, sette dischi di platino per oltre 350 mila copie vendute, ovvero il disco più venduto in Italia negli ultimi tre anni. All’epoca lui stesso lo aveva definito “un viaggio nella scatola della memoria”, una sorta di viaggio lineare nel tempo. Il risultato fu una raccolta ricca, con tutti i grandi successi ma anche tanti inediti: otto nell’edizione da due cd e ben sedici in quella deluxe con quattro dischi (in più c’era anche la versione con dvd e quella con quattro lp). «Mi avevano chiesto - disse l’artista in quell’occasione - di fare una raccolta già nel 2011, alla Emi, la mia vecchia casa discografica a cui devo tutto. Ma all’epoca non vedevo ancora chiara la mia storia...».
Con ogni probabilità il nuovo album segnerà un ulteriore capitolo di una storia di successi che parla di oltre dieci milioni di dischi in Italia e nel mondo. Non dimentichiamo infatti che Tiziano Ferro è uno dei nostri artisti - assieme a Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Zucchero, per non parlare ovviamente del fenomeno planetario chiamato Andrea Bocelli - più conosciuti e amati nel mondo.
Basti pensare che in carriera ha ottenuto molti riconoscimenti italiani e internazionali: dal Billboard Latin Music Award all’European Border Breakers Award, dall’Mtv Europe Music Award all’Mtv Italia Award e a tanti altri (Nickelodeon Kids’ Choice Award, Onstage Award, Premios Cadena Dial, Premios Oye!, Premio Lunezia, Rockol Award...).
Proprio sull’onda di questo successo sono stati recentemente ripubblicati dalla Carosello Records (su licenza Nisa) i primi tre album dell’artista. Stiamo parlando di “Rosso relativo” (uscito nel 2001, pochi mesi dopo il primo singolo “Xdono”), “111 Centoundici” e “Nessuno è solo”: rimessi sul mercato delle piattaforme streaming e download, oltre che in cd e in vinile, in una versione da collezione.
Ma torniamo al #TZNtour2017 (questo è l’hashtag ufficiale della tournée, pubblicato in un tweet dallo stesso Ferro), il primo dopo i concerti negli stadi italiani e nei palasport europei dell’anno scorso: “Lo Stadio Tour 2015”, oltre 300mila spettatori in otto concerti nel nostro paese, e una bella serie di “tutto esaurito” nelle venti date disseminate in giro per il continente fra novembre e dicembre 2015.
Dopo l’esordio a Lignano Sabbiadoro l’11 giugno, un vero giro d’Italia: 16 giugno Milano (Stadio San Siro), 21 giugno Torino (Stadio Olimpico), 24 giugno Bologna (Stadio Dall’Ara), 28 giugno Roma (Stadio Olimpico), 5 luglioBari (Stadio Arena della Vittoria), 8 luglio Messina (Stadio San Filippo), 12 luglio Salerno (Stadio Arechi), 15 luglio Firenze (Stadio Franchi).
Le prevendite dei biglietti sono già cominciate su www.livenation.it e su www.ticketone.it. E visto gli strategici “buchi” sistemati fra una data e l’altra, come spesso accade in questi casi è possibile qualche raddoppio in caso di “sold out” già in prevendita.
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