sabato 3 novembre 2012

MARCO CAVALLO, LE GRAND CHEVAL BLEU...

Marco Cavallo ora parla anche francese. Da tempo il vecchio ronzino che nel manicomio di San Giovanni, nei primi anni Settanta, trascinava un carretto pieno di lenzuola miseramente sporche è diventato il simbolo della psichiatria dal volto umano. Anche e soprattutto grazie alla copia in cartapesta che degenti, medici, infermieri e volontari costruirono e portarono in giro per la città, un giorno del 1973. Quel cavallo, quel simbolo, quella storia hanno ispirato “Le grand cheval bleu”, libro per ragazzi scritto da Irène Cohen-Janca, che dopo la pubblicazione in Francia esce adesso anche in Italia. Titolo: “Il grande cavallo blu”, illustrazioni di Maurizio A.C. Quarello, edizioni Orecchio Acerbo. Il libro racconta la storia di Paolo, l’unico bambino del manicomio di San Giovanni, dove vive perchè sua madre fa la lavandaia. Il suo amico del cuore è ovviamente Marco, il vecchio cavallo. Paolo trascorre le sue giornate chiuso tra le cancellate dell’ospedale, in mezzo a personaggi come l’uomo-trottola, la donna scalza, l’uomo-albero... Finchè un giorno arriva un nuovo medico, “matto come un cavallo e ostinato come il vento”, che decide di abbattere quelle cancellate. «Da parecchio tempo - racconta l’autrice - ero a conoscenza della storia di Franco Basaglia e della chiusura degli ospedali psichiatrici. Poi mi è capitato di lavorare in una città dove c’era un grande ospedale psichiatrico, un immenso comprensorio con numerose attrezzature. Come quello di Trieste: una vera città nella città. Questo ospedale possedeva una magnifica biblioteca dove sono andata alcune volte, e così ho avuto l’opportunità di frequentare questo universo. Inoltre, in quegli anni nell’ospedale si svolgevano varie iniziative che permettevano ai malati di uscire dall’ospedale e di mescolarsi con la popolazione. Com’era avvenuto tanti anni prima proprio a Trieste». Come ha conosciuto la storia di Marco Cavallo? «Per caso. Una trasmissione radiofonica era dedicata al vecchio cavallo di fatica e a questo cavallo azzurro, costruito dentro le mura dell’ospedale. Il cavallo azzurro rappresentava il suo destino di bestia da soma, ma anche quello dei malati. Era diventato un simbolo di tutte le lotte dedicate a considerare con umanità e rispetto ogni creatura». Cosa l’ha colpita al punto di scriverne? «Innanzitutto la vera rivoluzione che l’esperienza triestina ha provocato nel nostro rapporto con la malattia mentale, ma anche con tutto ciò che esce dalla norma. Non sottovaluto le difficoltà per le famiglie, per quelli che non erano pronti ad accogliere questi malati, per il pretesto, giustificato anche da ragioni di risparmio, che ha fatto sì che in molti luoghi ciò sia avvenuto senza che altre strutture fossero create per accompagnare chi usciva dal manicomio. Ma in questo movimento c’è un desiderio talmente possente di considerare l’altro nella sua umanità, di ridargli un nome, che tutto ciò mi ha dato una vivissima voglia di scrivere». Perchè un libro per ragazzi? «Scrivo molto per l’infanzia, credo che ai bambini si possa parlare di tutto, in un certo modo, ma di tutto. È nell’infanzia che si forgiano molte concezioni del mondo, bisogna quindi veramente affrontare tutto, compresa la follia. Ho creato il personaggio del giovane narratore affinché i piccoli lettori possano entrare in questa storia più facilmente. Inoltre, questo bambino è il solo bambino dell’ospedale, fatto che lo induce a una certa solitudine, paragonabile sotto certi aspetti a quella dei malati, che comunicano difficilmente con gli altri». Conosce Trieste? Qualche protagonista di quell’esperienza? «Sono stata in Italia moltissimo tempo fa, ma non ancora a Trieste. E credo che adesso sia proprio necessario che io venga, per camminare sulle tracce di Basaglia, ma anche di Saba e Svevo. A Cagliari ho invece conosciuto lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, che ha partecipato direttamente a questa avventura. Per me è stato estremamente emozionante: gli incontri che abbiamo fatto con i bambini avrebbero tolto qualsiasi dubbio, se dubbio vi era sul parlare ai bambini della malattia mentale». Irène Cohen-Janca è nata in Tunisia, «brutalmente lasciata - come dice lei - all’età di sette anni». Arrivata in Francia con la famiglia, ha abitato a Parigi e nella regione parigina. All’università ha studiato lettere, diventando “bibliotecario conservatore”. «Scrivo - riflette - forse perchè ho vissuto tutta la mia vita in mezzo ai libri...».

mercoledì 31 ottobre 2012

DEEP PURPLE estate 2013 in friuli

Fuori piove e fa freddo. Ma il primo botto dell’estate musicale 2013, ancora molto lontana, l’ha già messo a segno il Friuli. Mercoledì 24 luglio, al Festival di Majano, giunto alla 53.a edizione, arriveranno infatti i Deep Purple. La leggendaria band inglese, che ha scritto la storia del rock, arriverà in Italia per tre tappe del tour europeo che accompagnerà la pubblicazione del nuovo album, di cui non è ancora stato svelato il titolo, e che arriva a otto anni dal precedente “Rapture of the deep”, ottimamente accolto dai fan vecchi e nuovi. I nuovi, conquistati da una ricchissima discografia e da brani diventati degli autentici classici, non erano nemmeno nati quando nel 1968, a Hertford, Inghilterra, sulle ceneri del gruppo Roundabout (che aveva la sua punta di diamante nel cantante Chris Curtis) nacquero appunto i Deep Purple. Che erano l’organista Jon Lord (musicista di formazione classica, diplomato al conservatorio), il chitarrista Ritchie Blackmore, il batterista Ian Paice, il bassista Nick Simper e il cantante Rod Evans. Primo album “Shades of Deep Purple”, cui sarebbero seguiti “The book of Taliesyn” (nello stesso ’68) e “Deep Purple” (1969), quest’ultimo comprendente alcuni brani incisi con un’orchestra sinfonica. Già, l’orchestra. Perchè guardando a ritroso la storia del rock dell’ultimo mezzo secolo, si può affermare senza tema di smentita che i Deep Purple sono stati, con Black Sabbath e Led Zeppelin, gli antesignani di quell’hard rock, il cosiddetto “rock pesante” da cui sono poi nati l’heavy metal e altri generi e sottogeneri. Ma con una particolarità. In tempi in cui nessuno parlava di contaminazioni, il gruppo spaziava senza timori fra blues e rock, fra jazz e folk, spingendo la propria curiosità fino alla musica orientale e alla classica. Col risultato di passare alla storia per aver coltivato le prime commistioni fra temi musicali neoclassici e suoni e ritmi figli del blues e del rock. Dunque un debutto poco hard, per quelli che sarebbero diventati i maestri del genere. A innescare il cambiamento, come riconobbero gli stessi componenti del gruppo, fu l’arrivo sulle scene dei Led Zeppelin. «Da quel momento - disse una volta Ritchie Blackmore - decidemmo che quella era la musica che volevamo suonare anche noi...». Detto e fatto. Grazie a un’intuizione di quelle che fanno la differenza. Anzichè assoldare un secondo chitarrista, l’organista Jon Lord collegò l’Hammond a un amplificatore Marshall per chitarra. Col risultato di creare quel suono che divenne in breve uno dei marchi di fabbrica della band. “Deep Purple in rock”, uscito nel 1970, fece il botto. A livello di vendite, di conseguenti tour, di popolarità. “Fireball”, del ’71, fu meno gradito dal pubblico per gli esperimenti fra blues, rock e country. “Machine head”, del ’72, grazie soprattutto al brano “Smoke on the water” (quale chitarrista in erba non si è cimentato con quel classico riff...?), completò il botto cominciato due anni prima. Nello stesso anno anche il live “Made in Japan”, tuttora considerato una pietra miliare della storia del rock. In questi quarant’anni, oltre a vendere più di cento milioni di copie, i Deep Purple hanno alternato cose buone e meno buone, separazioni e reunion, momenti di silenzio e altri di attività, attraverso vari cambi di formazione. Attualmente il gruppo è formato, oltre che dal batterista Ian Paice e dal cantante Ian Gillan, unici membri originari, dal chitarrista Steve Morse, dal bassista Roger Glover e dal tastierista Don Airey. La realizzazione del nuovo album, molto atteso dai fan, ha visto il gruppo chiuso in sala di registrazione per molti mesi. Un periodo di lavoro lungo, che ha costretto la band a rinunciare al tour estivo. Il disco, a sentire le dichiarazioni di Steve Morse, potrebbe essere uno degli ultimi in studio della band. Ma la lunga preparazione e gli otto anni trascorsi dal lavoro precedente, uniti al grande professionismo di questi musicisti, permettono di aspettarsi un album all’altezza della tradizione della band. La tournèe dell’estate prossima segnerà il ritorno dal vivo dopo due anni di assenza dalle scene. E che in Italia toccherà Roma, Vigevano il 21 luglio, Roma il 22 (nell’ambito della rassegna “Rock in Rome”) e appunto Majano, in piazza Italia, il 24 (unica tappa nel Nordest, che dunque calamiterà l’arrivo di molti spettatori anche da fuori regione). Il tour italiano è organizzato da Barley Arts. La data friulana da Azalea Promotion e Pro Majano, in collaborazione con la Regione Fvg e Barley Arts. Prevendite su www.ticketone.it e nei circuiti abituali. Info: www.azalea.it e www.promajano.it

PARTE STAGIONE CIRCOLO THELONIOUS, ts

Amanti del jazz di Trieste e dintorni, è arrivato il vostro momento. Stasera, al Knulp di via Madonna del mare 7/A, comincia la nuova stagione del Circolo del Jazz Thelonious. Il sodalizio nato nel 2008 riparte con un concerto del Wild Bread Quartet, formato da Mauro Ottolini al trombone, Daniele D’Agaro al sax tenore e al clarinetto, Stefano Senni al contrabbasso, Cristiano Calcagnile alla batteria. Proporranno un repertorio che alterna brani originali, musiche della New Orleans tra Ottocento e Novecento, ma anche rivisitazioni della musica Kaseko del Suriname e del genere Kwela del Sud Africa, in quella che si preannuncia come «una visione a 360 gradi del mondo dell'improvvisazione». “Wild Bread” (Punto Rojo 2012) è il titolo del loro album. Prossimi appuntamenti: martedì 13 novembre gli Hobby Horse (Dan Kinzelman sax tenore e clarinetto, Joe Rehmer contrabbasso, Stefano Tamborrino batteria e percussioni), martedì 27 novembre il chitarrista Francesco Diodati con il suo trio Neko, martedì 4 dicembre Mike Reed “People places and things”, martedì 18 dicembre il pianista Claudio Cojaniz con il contrabbassista Franco Feruglio e le sue “Africansong”. Anno nuovo. Mercoledì 16 gennaio il contrabbassista Danilo Gallo & The Roosters, martedì 5 febbraio il trio del batterista Zlatko Kaucic, martedì 19 febbraio il trio del pianista Angelo Comisso, martedì 5 marzo l’Open Trio (Andrey Piryevec batteria, Goran Grabic chitarra, Bojan Volk sax contralto e soprano, Matej Baric tastiere), martedì 19 marzo Silvia Bolognesi al contrabbasso, Sabir Mateen al sax tenore e contralto, Andrea Massaria alla chitarra, martedì 9 aprile Enzo Carpentieri “Circular E-”, martedì 23 aprile Massimo De Mattia e il suo “Trilemma”, martedì 30 aprile conclusione con il pianista Riccardo Morpurgo. Info www.thelonious-trieste.com

venerdì 26 ottobre 2012

DISCHI / TRIPLO DELLA PFM, nuovo Joss Stone

Sono passati quarant’anni. La Pfm era ancora la Premiata Forneria Marconi (poi rimase solo l’acronimo), formata all’epoca da Franco Mussida, Franz Di Cioccio, Flavio Premoli, Giorgio “Fico” Piazza (che arrivavano dai Quelli) e da Mauro Pagani. Nel ’72 debuttano con “Storia di un minuto”, album che era stato anticipato alla fine dell’anno precedente dal singolo con “Impressioni di settembre” (testo di Mogol) e “La carrozza di Hans”. E al quale segue, alla fine dello stesso anno, l’album “Per un amico”. In quarant’anni il gruppo ha scritto la storia del pop-rock italiano, attraverso dischi e tournèe, in Italia e all’estero. Attraverso cambi di formazione: al posto del quintetto originario oggi c’è un trio, formato dai “superstiti” Mussida (chitarre) e Di Ciccio (batteria) e da Patrick Djivas, subentrato nel ’73 al bassista Piazza. Ma senza mai abbandonare l’amore per la musica, un’onestà intellettuale di fondo e il massimo rispetto nei confronti del pubblico. Al pubblico di ieri e di oggi è rivolto questo triplo cd “Celebration 1972-2012” (Sony Music, che propone anche una versione in triplo vinile), corredato da un libretto di sessanta pagine con storia della band e immagini d’epoca, che è il monumento alla carriera di un gruppo che ha contribuito a cambiare la storia della musica italiana. I primi due cd sono dedicati agli album “Storia di un minuto” e “Per un amico”, pubblicati entrambi del ’72 e rimasterizzati per l’occasione. «Quando abbiamo cominciato - dice oggi Di Cioccio - ci eravamo ripromessi di fare qualcosa di diverso da quello che si ascoltava all’epoca in Italia, penso che nessuno abbia mai pubblicato nello stesso anno due album così importanti per la storia di una band». «E due dischi nello stesso anno erano un gesto forte per afferrare il futuro nel 1972. È bello che il tempo oggi restituisca intatta la nostra curiosità artistica di allora trasformata in energia sui palchi di tutto il mondo». Nel terzo cd ci sono invece alcune rare versioni di successi del gruppo, suonati dal vivo e registrati dal gruppo nel corso della lunga carriera. «La nostra storia è quella di una fratellanza musicale - ricorda Mussida -, abbiamo sempre lavorato da “pirati”, senza mai pensare alla carriera in termini di denaro o del solo apparire». E chissà che Mauro Pagani, chiamato da Fabio Fazio alla direzione artistica del prossimo Sanremo, non si ricordi dei vecchi compagni d’avventura e magari li inviti come ospiti di una delle serate. Da segnalare che il quarantennale della Pfm è celebrato anche in un libro, “Storia di un minuto. Il primo disco di Pfm”, di Antonio Oleari e Renzo Stefanel, pubblicato da Aereostella nella collana “Libri a 33 giri”.   . JOSS STONE “The soul sessions vol.2” (Warner) Aveva sedici anni e una voce nera (lei, inglesina dalla pelle chiara...) da lasciare a bocca aperta, quando nel 2003 debuttò con “The soul sessions”. Un disco nel quale Joss Stone rilesse classici del soul risalenti prevalentemente agli anni Settanta. Nove anni e quattro dischi dopo, la venticinquenne interprete ripete l'esperimento del debutto con questo “volume 2”, registrato in due sessioni tra New York e Nashville. Dentro, undici cover ancora figlie degli anni Settanta. Da “(For God’s sake) give more power to the people” dei Chi-Lites a “I don’t want to be with nobody but you” di Eddie Floyd, da “Teardrops” dei Womack & Womack (pezzo dell’88) a “Pillow talk” di Sylvia. E ancora il classico “Then you can tell me goodbye”, “While you’re out looking for sugar” (cover del brano inciso nel ’69 dalle Honey Cone), “The love we had” dei Dells, “The high road” dei Broken Bells. Voce e tecnica interpretativa rimangono quelle che ci avevano lasciato a bocca aperta. Il problema rimane quello di un repertorio originale.

sabato 20 ottobre 2012

GAYA ripescata a X FACTOR da ELIO

di Carlo Muscatello TRIESTE Forse non ci sperava neanche lei, dopo essere stata fermata all'ultimo ostacolo. Ma per la triestina Gaya Misrachi, classe '93, le porte di "X Factor" si sono riaperte a sorpresa l'altra sera. Dopo aver superato selezioni su selezioni, partendo fra 60mila aspiranti e arrivando fra i 24 all'interno dei quali sono stati scelti i dodici che hanno cominciato la gara su SkyUno, la giovane cantante è stata ripescata dal suo caposquadra Elio nella prima puntata del "talent". Chissà, forse il leader delle Storie Tese le aveva anticipato qualcosa una settimana fa, in piazza Unità, in occasione del concerto del gruppo milanese al Barcolana Festival. O forse non le ha detto nulla, perchè non aveva ancora deciso o per non rovinare la sorpresa. Fatto sta che, quando a tarda sera è arrivato il momento di fare un nome, Simona Ventura ha scelto Michele, Morgan ha chiamato Alessandro, Arisa ha preferito gli Up3side e un Elio con clamorosa cresta rossonera sulla pelata ha detto Gaya (che nel ballottaggio finale per formare le squadre aveva dovuto cedere il passo a Yendri). Ora i quattro si giocheranno questa "wild card" giovedì: chi vince entra in gioco. “Sono tutti molto bravi e ce la metterò tutta - promette Gaya -. Voglio che Elio sia contento della scelta fatta e, indipendentemente dal risultato, sono felicissima di poter trascorrere ancora una settimana tra grandi professionisti. Mi aspetto tanti suggerimenti, perché voglio conoscere questo mondo tanto diverso. Voglio approfittare di questa opportunità per migliorare e crescere. Questo è il vero motivo per cui ho partecipato alla selezione quest’estate”. Ancora la giovane triestina, il cui repertorio spazia da Mina a Janis Joplin, passando per Fabrizio De Andrè: “E’ stata una grande emozione poter cantare davanti a un pubblico numeroso ed entusiasta. Ma è stato anche bello conoscerci fra di noi e, nonostante la gara, che ci dovrebbe vedere l’uno contro l’altro, la stima e la simpatia hanno vinto sulla competizione. Spero di piacere e di ricevere tanti voti da casa,  e ringrazio tutti per l’affetto dimostrato anche sul web". Gli appassionati triestini, che due anni fa avevano già appoggiato Dorina, sono insomma chiamati a raccolta. In ballo, un contratto discografico con Sony Music da 300 mila euro. E la possibilità di entrare nella scena musicale di casa nostra, come avvenuto in passato a Marco Mengoni, Giusy Ferreri, Noemi e altri giovani partiti proprio da “X Factor”. Info su www.xfactor.sky.it

mercoledì 17 ottobre 2012

BRUNELLO e la stazione di campo marzio

La vecchia stazione triestina di Campo Marzio gli è rimasta nel cuore. Ha voglia di ridarle ancora vita, come ha fatto a fine settembre, per una sera, con la sua musica e i racconti di Paolo Rumiz, nell’ambito di “Next”. «Visto che non serve più come stazione - lancia a mo’ di provocazione il violoncellista Mario Brunello -, potrebbe diventare un luogo di incontro per la gente, per la musica, per gli artisti che amano viaggiare e raccontare quel che hanno visto e sentito...». L’idea era in realtà nata prima dell’evento per la rassegna triestina. «Volevamo dare una scossa - spiega l’artista, nato a Castelfranco Veneto, classe 1960, collaborazioni di prestigio in giro per il mondo -, riuscire a far muovere quelle enormi locomotive addormentate. Il progetto iniziale era far partire due treni, uno da Vienna e uno da Venezia, ognuno col suo carico di musicisti che si sarebbero dovuti incontrare proprio a Campo Marzio. Musicisti diversi per esperienze, linguaggi, storie da raccontare. E che lì, nella vecchia stazione dismessa, avrebbero trovato una meta fuori dal tempo, un luogo dove raccontare e raccontarsi...». Perchè non ce l’avete fatta? «C’eravamo quasi riusciti. Le procedure burocratico-ferroviarie erano state ultimate, ma tutto è stato sbloccato in ritardo, fuori tempo utile. Comunque la serata con Rumiz è andata bene lo stesso. Ma mi è rimasta la voglia di portare a termine quel progetto». Chi chiamerebbe? «Musicisti che hanno scritto di treni. Il cantautore Gianmaria Testa? Beh, lui sarebbe perfetto: avendo fatto per tanti anni il capostazione nel suo Piemonte, saprebbe anche come far entrare i treni nella stazione. Vinicio Capossela, col quale collaboro: lui è uno di quelli che amano viaggiare, incontrare genti nuove, raccontare le sue storie. Ma anche Marco Paolini, figlio di ferroviere. E poi ci vorrebbe qualcuno che suoni quella composizione che il grande John Cage dedicò proprio a un treno». Cosa le piace di Campo Marzio? «Tutto. Entrare in un luogo sospeso nel tempo, che in realtà non è morto, ha una sua intima vitalità. Eccezionali i volontari che tengono aperto il museo ferroviario. Lì c’è un’aria quasi casalinga, sembra di salire su quei vecchi vagoni di legno di tanto tempo fa, si immagina chi ha fatto i lavori, chi vi ha viaggiato. Niente a che vedere con la Frecciarossa, insomma». Lei porta la musica in luoghi “strani”. «La musica non nasce mai per un luogo preciso. Nella testa di un compositore c’è uno spazio infinito, non una sala da concerto. Io ho suonato nelle carceri e nelle fabbriche dismesse, nei deserti e sulle montagne. Luoghi in cui si trova quello spazio infinito». Come sulle Dolomiti. «Dal ’95 facciamo “I suoni delle Dolomiti”, andiamo a suonare nei rifugi alpini per la meraviglia del paesaggio che si gode da lassù, ma soprattutto per il silenzio. Un silenzio integrale, che accoglie la musica e completa quello spazio infinito di cui dicevo prima». Nicola Piovani ha attaccato la “musica passiva”. «Ho letto. Sono d’accordo quando dice che dovremmo difenderci da quelle musichette che ci perseguitano ovunque: al supermercato, in ascensore, dal dentista... Ma penso anche che in questa epoca di video sempre accesi, ovunque, è meglio una buona musica di sottofondo. Beethoven mi va bene anche in ascensore, insomma. Dipende sempre dalla qualità della musica che ci fanno ascoltare». Il luogo più estremo in cui ha suonato? «Il deserto del Sahara, assolutamente. Per cinque anni abbiamo organizzato dei trekking musicali con piccoli gruppi: lunghe camminate e poi ci fermavamo per suonare. Un’emozione davvero grandissima. Per me, per loro, ma credo anche per il mio violoncello, un Maggini del Seicento...». Il Capannone antiruggine? «L’ho aperto cinque anni fa, a Castelfranco Veneto. Un’antica fabbrica dismessa dove si lavorava il ferro, che ho scoperto avere un’acustica eccezionale. Lo abbiamo trasformato in uno spazio aperto alle cose particolari che ogni tanto incrocio e voglio condividere con altri. Musica, parole, mostre, quello che capita». Fate una stagione? «No, né stagione né programma. Stasera (ieri - ndr), per esempio, suono con il violinista algerino Gilles Apap e l’Orchestra d’archi italiana. Danze di strada, ungheresi, rumene, slave, e poi Brahms, Dvorak, Bartok. Per togliere la ruggine alla musica».

martedì 16 ottobre 2012

TEHO TEARDO nuovo spettacolo anteprima a roma

È famoso soprattutto per le colonne sonore di film come “Il divo” di Paolo Sorrentino e “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli. Ma lui, il pordenonese Teho Teardo, è anche una delle punte di diamante della ricerca sonora di casa nostra. E stasera presenta in anteprima a Roma, all’Auditorium del Parco della musica, il suo spettacolo “Music for wilder mann”. Si tratta di un’opera musicale ispirata al lavoro del fotografo francese Charles Fréger “Wilder mann”, che nel 2013 verrà presentata anche alla Biennale di Parigi. Tutto nasce dalla ricerca musicale e fotografica sulla figura del “Wilder mann”, l’uomo selvaggio. «Una necessità - si legge nella nota della produzione - che scava nelle nostre più profonde aspirazioni e palpitazioni, uomini che anelano al vero, al primitivo; a istinti arcaici forse mai del tutto assopiti, nonostante la pigra era moderna della tecnologia». Il fotografo francese nella sua ricerca ha ritratto uomini che indossano costumi di pelli animali, trasformandosi così in orsi, cinghiali, mostri e diavoli. Esseri che sbalordiscono, che terrorizzano chi li incontra. E le stesse fotografie (contenute nel libro “Wilder mann o la figura dell’uomo selvaggio”, Peliti Associati) rappresentano qualcosa di remoto, di ancestrale, lontano dal nostro tempo ma pur sempre riconoscibile. Con l’effetto ultimo di turbare chi le osserva. A questo punto entra in campo l’apporto del compositore pordenonese, che con le sue musiche dalla forte componente elettronica accompagnano le immagini di Fréger, che sembrano arrivare da luoghi ed epoche a noi sconosciuti. «Il nostro presente elettronico - si legge ancora nelle note -, che determina anche la musica, necessita di trovare punti di contatto con quanto è stato prima di noi, senza nostalgia, senza retorica; sarà proprio la capacità evocativa della musica che riuscirà a manifestare presenze inquietanti nel nostro torpore contemporaneo». Dal vivo, stasera a Roma, Teardo - che suona la chitarra e sovraintende alla componente elettronica della performance - sarà accompagnato da Martina Bertoni al violoncello. Tecnologie avanzatissime e strumenti tradizionali assieme, insomma, mentre le immagini di Fréger verranno proiettate su un grande schermo. L’artista (vero nome Mauro Teardo, nato a Pordenone nel ’66) è attualmente impegnato tra Roma e Berlino nella registrazione di un album assieme a Blixa Bargeld, leader degli Einstürzende Neubauten. Una carriera, la sua, cominciata negli anni Ottanta nell’ambiente artisticamente molto fertile della città friulana. Prima la pubblicazione di album su cassetta di ispirazione avanguardistica, in bilico fra “suoni colti e distorsioni effettistiche”. Poi, negli anni Novanta, l’esperienza con il gruppo Meathead: vari album e altrettante collaborazioni con artisti e gruppi della stessa scena. Ma la svolta arriva col nuovo millennio. Teardo comincia infatti a dedicarsi alla composizione di colonne sonore per il cinema e per la televisione. Arrivano così le musiche per film come “Il divo” (per le quali nel 2009 vince il David di Donatello e il Premio Ennio Morricone al Bif&st di Bari), “Il gioiellino”, “L’amico di famiglia” (Nastro d’argento e candidatura per il David), “La ragazza del lago” (altra candidatura per il David), “Denti”, “Diaz”, “Lavorare con lentezza (altro Nastro d’argento), ma anche per il documentario di Vicari “La nave dolce”. Ora questa nuova avventura, che coniuga ricerca musicale e iconografica, a dimostrazione della grande curiosità del compositore nei confronti di tutte le forme d’arte.