...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
lunedì 31 dicembre 2012
DISCHI 2013
U2 e Gianna Nannini, Pearl Jam e Renato Zero, Elton John e Baustelle, Beck e Mumford & Sons. Che cos’hanno in comune tutti questi signori? Ovvio: un album in uscita, chi presto e chi prestissimo, ma comunque nel 2013. Alcuni lo compreranno nell’ormai vecchio e desueto cd (eppure ha poco più di trent’anni...), altri lo cercheranno nella versione ormai “vintage” e dunque alla moda del disco in vinile, moltissimi lo scaricheranno legalmente o illegalmente, altrettanti se lo cercheranno da qualche parte in rete. È il panorama discografico del nuovo millennio, e con questo major discografiche ed etichette indipendenti, artisti affermati ed emergenti, nonchè il grande popolo degli appassionati si trovano, volenti o nolenti, a dover fare i conti.
Con scelte anche innovative. Come quella di Gianni Maroccolo, già nei Litfiba e nei Csi, che per il suo ritorno in scena ha scelto la strada del “crowdfunding”, la raccolta di fondi via internet sdoganata negli Stati Uniti da Barack Obama già ai tempi della prima elezione, e ora usata anche da molti musicisti americani (come George Benson, che ha in cantiere con questo metodo un album dedicato a Nat KingCole). Il musicista sta allora chiedendo al popolo del web di finanziare il nuovo disco, che non verrà distribuito nei negozi ma messo a disposizione solo di chi avrà versato l’obolo. L’album si intitolerà “vdb32” (acronimo di Via dei Bardi 32, la via di Firenze dove provavano i Litfiba prima di diventare famosi...), il sito dove versare i contributi - entro il 12 febbraio - è su www.musicraiser.com.
Scelta più tradizionale quella dei Baustelle. Il nuovo album, intitolato “Fantasma”, uscirà il 29 gennaio ma è stato anticipato nei giorni scorsi, nelle radio e in rete, dal singolo “La morte (non esiste più)”. «È una canzone - spiega il cantante e leader Francesco Bianconi - in cui il protagonista trova conforto in una visione pura, quasi ultraterrena, dell’amore. E che in questo modo riesce ad allontanare, almeno in alcuni momenti dei giorni che gli restano da vivere, la paura della morte. In fondo, è comunque una canzone sul passare del tempo, che è il tema che lega tra loro le canzoni di questo disco».
La copertina del disco del trio di Montepulciano - uno dei più attesi nel primo scorcio del 2013 italiano - riproduce una bambina stesa a terra con gli occhi chiusi. Un’immagine che sembra una citazione, quasi un omaggio al cinema horror italiano degli anni Settanta, ai film di Dario Argento in cui la presenza infantile era legata a elementi fra il demoniaco e il soprannaturale. Nelle registrazioni dell’album, il sesto del gruppo, è stata coinvolta anche un’orchestra sinfonica, la FilmHarmony Orchestra di Breslavia, registrata nella Concert Hall di Radio Breslavia.
A metà gennaio esce anche “Inno”, il nuovo album di Gianna Nannini, che poi sarà in tour dal 12 aprile, con debutto a Roma. E nei primi giorni nel mese uscirà anche il nuovo disco di Renato Zero, di cui si sa soltanto che è prodotto da Trevor Horn. Sul resto, mistero quasi assoluto. Dunque sono probabili delle sorprese, da parte dell’artista romano che presenterà assieme a Fabio Fazio il galà del venerdì del Festival di Sanremo.
Nuovo disco anche per il catanese giramondo Mario Biondi. Dopo due anni di lavoro tra Milano, Los Angeles, New York e Londra, a fine gennaio arriva infatti “Sun”. Un album dal respiro internazionale, prodotto dallo stesso Biondi e da Jean Paul Maunick, alias Bluey, leader degli Incognito. Fra gli ospiti Chaka Khan, con la quale Biondi duetta nel brano “Lowdown”, di Boz Scaggs. Il primo singolo del disco è “Shine on”, già disponibile in rete.
Ma usciamo dai confini nazionali. Degli U2 abbiamo già scritto qualcosa. Nuovo album in arrivo, come anticipato dal manager Paul McGuinness. La band irlandese è in sala da tempo, con vari produttori, da Danger Mouse a Will.I.Am. Pare che le foto di copertina saranno firmate da Julian Lennon, che evidentemente si è trovato un nuovo mestiere. L’album, a quattro anni dal precedente “No line on the horizon”, dovrebbe segnare l’ennesimo cambio di suoni e atmosfere per Bono e compagni.
Un paio di settimane al massimo e sarà disponibile anche l’album “12-12-12”, cronaca sonora del concertone di beneficenza per le vittime dell’uragano Sandy, andato in scena nella data citata nel titolo al Madison Square Garden di New York. Risposero all’appello Bruce Springsteen e i Rolling Stone, Jon Bon Jovi e Paul McCartney, Eric Clapton e Roger Waters, Alicia Keys e ciò che rimane di Who e Nirvana. Il concerto è stato già visto e rivisto in diretta e differita tv in tutto il mondo (in Italia, per chi non si è collegato quella notte stessa in streaming, è stato trasmesso poche sere dopo da Sky), e offre alcune perle preziose. Per esempio il Boss che canta con Jon Bon Jovi “Born to run”, o il Macca a duettare con il chitarrista dei Nirvana, Eddie Vedder, nel posto che fu del compianto Kurt Cobain. Da non perdere.
Altre notizie nella bottiglia. I Pearl Jam stanno per entrare in sala d’incisione per il nuovo album, atteso per la seconda metà del 2013. Mentre il disco di Elton John dicono sia praticamente pronto: sarà pubblicato prima dell’unica tappa italiana del suo tour, il 9 luglio alla rassegna piemontese “Collisioni”, a Barolo. Beck potrebbe far uscire ben due album nel corso del nuovo anno: una registrazione realizzata nel 2008 e «un disco che ho registrato l'anno scorso a Nashville - come ha spiegato al New Musical Express -, e che potrei completare ma anche no». Misterioso.
Nuovi dischi in arrivo anche per l’ex Oasis Liam Gallagher con i suoi Beady Eye. E per i Mumford & Sons, che dopo il successo di “Babel” pare vogliano prendersi una pausa dall’amato folk-rcok e abbracciare suoni e atmosfere elettroniche, con tanto di sintetizzatori al posto di banjo e chitarre.
sabato 29 dicembre 2012
TOURNEE 2013
Con i dischi si guadagna sempre meno, dunque tutti gli artisti - grandi e piccoli, italiani e stranieri - puntano sui concerti per rifarsi. Dev’essere banalmente questa la ragione per la quale il 2013 si presenta ai nastri di partenza con una vagonata di tournèe. Si comincia già nelle prime fredde e forse freddissime settimane dell’anno nuovo, si prosegue a primavera, prima dell’abituale esplosione estiva (la stagione calda è notoriamente e comprensibilmente quella giusta per la bisogna...), e prevedendo già sin d’ora alcuni appuntamenti per l’autunno prossimo.
Partiamo da qualche nome grosso. Sigur Ros 18 febbraio a Jesolo e 19 a Milano. L’Immortal world tour del Cirque du Soleil dedicato a Michael Jackson il 19 febbraio a Torino e il 20 a Milano. Tre date italiane a marzo per i Mumford & Sons: 14 a Milano, 15 a Firenze (dove hanno dovuto spostare il concerto in uno spazio più grande, dopo la forte richiesta di biglietti) e 16 a Roma.
Il 3 maggio debutta a Torino la conturbante Lana Del Rey, che sarà anche il 6 a Roma e il 7 a Milano. Steve Hackett fa rivivere la magia anni Settanta dei Genesis il 23 aprile a Milano. I Fun sono il 26 aprile a Bologna e il 27 a Roma. Per i nuovi idoli dei giovanissimi One Direction biglietti già esauriti per gli show del 19 maggio a Verona e del 20 a Milano.
E poi il ritorno di Bruce Springsteen: 23 maggio a Napoli, Padova Milano e Roma. I Green Day: concerto a Trieste, in piazza Unità, il 25 maggio (ma anche il 24 a Milano, il 5 giugno a Roma e il 6 a Bologna). I Muse saranno il 28 e 29 giugno a Torino, il 6 luglio a Roma. Roger Waters con “The wall” il 27 luglio a Padova e il 28 a Roma. Leonard Cohen il 9 luglio al Summer Festival di Lucca, dove arrivano anche Nick Cave l’11 e Neil Young il 25. Unica data italiana il 31 luglio a Milano per Robbie Williams. D’estate attesi anche Bon Jovi e Depeche Mode.
Jovanotti, che in questi mesi fa la spola fra l’Italia e gli Stati Uniti, dove ha deciso di far base per un anno, al ritorno stanziale in patria sarà nuovamente in tour. Queste le date del Backup Tour 2013 (dal titolo della raccolta appena pubblicata, “Backup”, appunto) previste al momento: 7 giugno Ancona, Stadio del Conero; 11 giugno Bari, Stadio delle Vittorie; 15 giugno Bologna, Stadio dall’Ara; 19 e 20 giugno Milano, Stadio San Siro (la seconda data è stata appena aggiunta, visto il veloce “sold out” della prima); 23 giugno, Firenze, Stadio Franchi; 28 giugno Roma, Stadio Olimpico; 2 luglio Salerno, Stadio Arechi; 6 luglio Palermo, Velodromo; 10 luglio Pescara, Stadio Adriatico; 13 luglio Padova, Stadio Euganeo; 16 luglio Torino, Stadio Olimpico.
Ma torniamo a questi giorni a cavallo fra l’anno vecchio e quello nuovo. La notte di Capodanno, a Trieste, in piazza Unità, sarà dedicata alla musica dei Finley (un’intervista nelle pagine successive). A Padova, al Gran Teatro Geox, alle canzoni di Gianni Morandi. Fino a martedì primo gennaio a Orvieto va in scena Umbria Jazz Winter: in programma, tra gli altri, Dee Alexander e Gregory Porter, il Giovanni Tommaso Reunion Quintet, Paula e Jaques Morelembaum, Gegè Telesforo Nu Joy Band, Kurt Elling, Dr Bobby Jones and the Nashville Gospel Superchoir, Funk Off, Gino Paoli e Danilo Rea, Jonathan Battiste.
Claudio Baglioni ha annullato per una forte laringite il concerto previsto ieri sera all’Auditorium del Parco della Musica di Roma: lo show intitolato “Dieci dita” verrà recuperato il primo gennaio. Ieri ha debuttato al Palapartenope, a Napoli, il tour di Pino Daniele “Tutta n’ata storia”, che lo vede di nuovo insieme alla sua storica band napoletana con Tullio De Piscopo, Toni Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso, James Senese, “special guest” Enzo Avitabile ed Enzo Gragnaniello, ma sul palco ci saranno anche Mario Biondi, J Ax e Chiara Galliazzo (la vincitrice di “X Factor”). Si replica oggi e domani, poi si va in tour.
Sabato 26 gennaio, all’Orion Club di Roma, Alex Britti alla chitarra con Mel Gaynor e Ged Grimes, rispettivamente batterista e bassista del Simple Minds, saranno insieme in concerto per celebrare Jimi Hendrix. Una sorta di anteprima del tour che girerà l’Italia d’estate e l’Europa in autunno.
Niccolò Fabi, che ha appena pubblicato il disco “Ecco”, sarà in concerto sabato 12 gennaio a Montecatini Terme, lunedì 14 a Lecce, sabato 19 a Trento, giovedì 24 a Mestre (Teatro Toniolo), venerdì 25 a Firenze, martedì 29 a Napoli, mercoledì 30 a San Benedetto del Tronto, venerdì 1 febbraio a Roma (dove tornerà il 20 marzo), lunedì 4 a Milano, venerdì 8 a Torino, lunedì 11 a Bologna.
Il 12 aprile parte il tour di Gianna Nannini, con biglietto omaggio per tutti gli acquirenti del nuovo album “Inno”, atteso per il 15 gennaio e anticipato venti giorni fa dal singolo “La fine del mondo”.
Una sola data italiana del tour di Alicia Keys, che un mese fa è uscita con il suo quinto lavoro discografico, “Girl on fire”. La vedremo dal vivo il 19 giugno al Palaolimpico di Torino. Per ora chiudiamo qui. Non prima di spiattellare il primo nome dell’autunno: Peter Gabriel il 7 ottobre a Milano.
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Altre segnalazioni nel Friuli Venezia Giulia e dintorni. Battiato il 24 gennaio, Richard Galliano il 29 e Raf l’8 febbraio al Nuovo di Udine. Alice il 30 gennaio e Pierdavide Carone il 9 febbraio al Palamostre di Udine. Banco il 18 febbraio al Deposito Giordani, a Pordenone. Negrita il 29 marzo al Rossetti di Trieste. Kiss il 17 giugno a Villa Manin, dove l’11 luglio arrivano i tedeschi Rammstein. Deep Purple il 24 luglio al festival di Majano.
Slovenia. Slash 8 febbraio al Tivoli di Lubiana, dove il 14 marzo arriva anche Nelly Furtado. Mark Knopfler il 4 maggio sempre a Lubiana, ma all’Arena Stozice.
Croazia. Depeche Mode il 23 maggio allo stadio di Zagabria.
venerdì 28 dicembre 2012
DIECI ANNI SENZA GABER...
Dieci anni senza Giorgio Gaber, scomparso il primo gennaio 2003. Dieci anni nei quali l’artista e intellettuale di origini triestine è stato sempre presente nel panorama culturale e se vogliamo anche politico di casa nostra. Con i versi delle sue canzoni e dei suoi spettacoli, con le sue idee, le intuizioni, persino le sue provocazioni. Un segno della grandezza, dell’importanza del suo pensiero, che l’ha sempre posto una spanna sopra i suoi “colleghi” del mondo della canzone e del teatro italiani.
Già, perchè Giorgio Gaberscik in arte solo Gaber, nato a Milano nel ’39, aveva cominciato come cantante di musica leggera ma a un certo punto del suo percorso personale e artistico si era trovato stretto in quegli abiti. E assieme all’amico e collaboratore Sandro Luporini si era inventanto il Signor G, il teatro canzone, gli spettacoli e le tournèe attraverso i quali non ha mai corso il rischio della banalità.
Ma andiamo per ordine, ricordandone il grande tragitto artistico. La passione per la musica l’eredita dal padre Guido, gran suonatore di fisarmonica. Comincia a suonare la chitarra a otto anni, per emulare il fratello maggiore ma anche per esercitare quella mano sinistra ferita dalla poliomelite. Ascolta jazz e studia ragioneria, nella Milano del dopoguerra, dove la sua famiglia si era trasferita da Trieste pochi anni dopo la sua nascita. Comincia con un gruppetto jazz in cui suonava anche Luigi Tenco, ma nel frattempo esplode il rock’n’roll.
Con Enzo Jannacci prima poi fonda “I due corsari”, poi accompagna Celentano nelle sue prime esibizioni. Negli anni Sessanta arriva il grande successo, anche televisivo: Sanremo, il Festival di Napoli, Canzonissima, il matrimonio con Ombretta Colli. Allora cantante, femminista e di sinistra, per la quale aveva lasciato la storica fidanzata Maria Monti, anche lei cantante e donna di spettacolo, con cui aveva debuttato a teatro nel ’59.
Nel ’69 e nel ’70 le tournèe teatrali (con tappa anche a Trieste) assieme a Mina. Fu lì, confessò molti anni dopo, che maturò la scelta della “seconda vita artistica”. Erano anni particolari, di cambiamenti, di riflessione, di impegno politico. “Il signor G” nasce nel ’70: primo di una lunga serie di spettacoli di teatro-canzone, con cui l’artista scandaglierà le sue ma anche le nostre umane debolezze, i tic, i timori, le speranze, i fallimenti. Fustigando i costumi e criticando il consumismo, l’omogeneizzazione della cultura, la galoppante massificazione dei gusti.
Disse tanti anni dopo: «La fine degli anni Sessanta era un periodo straordinario, carico di tensione, di voglia, al di là degli avvenimenti politici e non, che conosciamo, e fare televisione era diventato dequalificante. Mi nauseava un po’ una certa formula, mi stavano strette le sue limitazioni di censura, di linguaggio, di espressività, e allora mi dissi, d’accordo, ho fatto questo lavoro e ho avuto successo, ma ora a questo successo vorrei porre delle condizioni. Mi sembrò che l’attività teatrale riacquistasse un senso alla luce del mio rifiuto di un certo narcisismo».
Ancora Gaber: «Poi mi sono chiesto se successo, popolarità e denaro che ne derivava dovessero condizionare la mia vita, le mie scelte. La risposta mi sembra risulti chiara: ho scoperto che il teatro mi era più congeniale, mi divertiva di più, mi permetteva un’espressione diretta, senza la mediazione del disco o di una telecamera frapposta tra l’artista e il suo pubblico. Le entrate erano sicuramente minori rispetto ai proventi derivanti dalla vendita dei dischi, ma guadagnavo abbastanza da non dover soffrire la scelta di campo. E rispetto al denaro, penso che se si riesce a guadagnare una lira di più di quello che è necessario per vivere discretamente si è ricchi».
Tanti spettacoli, allora. Prima nella divisa da contestatore (maglione blu, jeans e scarpe Clarks), poi di nuovo in giacca e cravatta. “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola”, “Libertà obbligatoria”, “Polli di allevamento”.
E ancora “Anni affollati”, “Io se fossi Gaber”, “Parlami d’amore Mariù”, “Il grigio”, “E pensare che c’era il pensiero”. Quasi tutti passati dal nostro Politeama Rossetti.
L’ultima volta che vi tornò, novembre ’98, con lo spettacolo “Un’idiozia conquistata a fatica”, era già da tempo malato. Glielo vedevi in faccia, al cantore del nostro eterno disagio esistenziale. Ma alla fine dello spettacolo, sudato e visibilmente affaticato, almeno per un attimo ci sembrò felice. Felice del fatto che la gente cantasse ancora una volta in coro le sue vecchie canzoni, quelle che non faceva quasi mai mancare fra i bis: “La ballata del Cerutti” e “Porta romana”, “Torpedo blu” e “Barbera e champagne”, persino “Non arrossire” («Questa è del ’60. E non era nemmeno la prima...», disse con un sorriso agrodolce).
Era il suo ultimo spettacolo, lo sapeva lui per primo. Con parole che avrebbero avuto di lì a poco una sorta di compendio nei dischi “La mia generazione ha perso” e “Io non mi sento italiano” (ma per fortuna o purtroppo lo sono, proseguiva il verso...). Quasi il testamento di un uomo deluso e disilluso.
Alla nostra consueta domanda «Gaber, dov’eravamo rimasti?», nell’ultima di tante interviste, rispose: «Al pensiero, alla preoccupazione di un’assenza totale di pensiero. Che ora è stata sostituita da... un’idiozia conquistata a fatica. Quindi andiamo peggio, perché la situazione della vita è peggiorata. Non dal punto di vista politico, su cui si potrebbero comunque fare tante considerazioni. Andiamo peggio perché segnali positivi dall’umanità non ne arrivano».
E ancora: «Prendo atto dello scadimento generalizzato della qualità delle persone. Quindi diventa difficile non sentirsi coinvolti in questa idiozia. Non sto parlando di qualcuno in particolare, anche se ci sono quelli più e meno idioti, ma proprio di uno scadimento generale delle coscienze. Con Sandro (Luporini, ndr) colleghiamo questo fenomeno all’espansione del mercato, al consumo. Il mercato ci garantisce benessere ma ci condiziona la vita, annienta la consapevolezza e la coscienza».
Di dischi e libri su Gaber, in questi dieci anni, ne sono usciti tanti, quasi sempre sotto la garanzia della fondazione a lui intitolata. Recentemente un triplo cd che rilegge cinquanta canzoni della sua carriera, dai primi passi nel rock’n’roll italiano fino al teatro canzone.
Il 2 gennaio esce “G. Vi racconto Gaber”, scritto da Sandro Luporini (Mondadori-Fondazione Gaber), con il quale l’amico e coautore rompe per la prima volta il suo leggendario riserbo. «Avrebbero voluto da Giorgio e da me delle risposte. Proprio da noi che abbiamo vissuto tutta la vita nell’assoluta certezza del dubbio».
Già, il dubbio. L’insegnamento più grande di Giorgio Gaber.
giovedì 27 dicembre 2012
U2 NUOVO DISCO NEL 2013, e Bono canta x strada a Dublino
Il 2013 ci porterà fra le altre cose il nuovo album degli U2. Parola del manager della band irlandese, Paul McGuiness. Intanto, Bono si diletta a cantare per le strade di Dublino, neanche fosse un busker qualsiasi, anzichè una star planetaria e multimiliardaria.
Ma andiamo per ordine. Intervistato da un reporter dell’Irish Independent nella tradizionale serata natalizia organizzata per lo staff e gli amici del gruppo, McGuinness ha detto: «Il 2012 è stato bello pieno per gli U2. C’è sempre dell’attività, quindi sicuramente aspettatevi un nuovo disco nel 2013». Nell’ambiente musicale qualcuno ha fatto notare che non sempre il manager del quartetto ha azzeccato le previsioni, ma è un fatto che, nel silenzio di Bono e compagni sull’argomento, la fonte che si è sbilanciata in questo senso è quanto mai attendibile.
Intanto, il cantante e leader degli U2 ha partecipato anche quest’anno - il quarto consecutivo - alla tradizionale “busking session” dublinese, nella centralissima Grafton Street. Assieme a pezzi da novanta come Damien Rice, Sinead O’Connor, Lisa Hannigan e altri musicisti irlandesi, Bono ha infatti cantato una sera prima di Natale come un qualunque artista di strada. Raccogliendo fondi per un ente benefico.
Fra i brani proposti, anche qualche pezzo in tema natalizio, come “Christmas (Please come home)”, “I believe in Father Christmas” e “Silent night”. Ovviamente, appena si è sparsa la voce della performance, Grafton Street è stata invasa da appassionati e curiosi. E il traffico nell’arteria commerciale dublinese è andato letteralmente in tilt.
I giorni precedenti alle feste hanno visto Bono e compagni molto attivi sul versante delle public relation nella capitale irlandese. Fra le segnalazioni: a un evento privato al quale hanno partecipato tutti i componenti della band, il cantante si è unito a un certo punto al gruppo di sala, i dublinesi Jaime Nanci and The Blue Boys, e ha cantato con loro una versione jazzata di “I’ve got you under my skin”, il brano scritto nel 1936 da Cole Porter per il film musicale “Nata per danzare”.
mercoledì 19 dicembre 2012
AMBROSOLI oggi a TS: ripartire dalle regole
Nel nome del padre. E della legalità. Giorgio Ambrosoli, liquidatore del Banco Ambrosiano, fu ucciso a Milano da un killer della mafia nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1979. Lui, Umberto, avvocato come il padre, da domenica sera candidato presidente del centrosinistra alla Regione Lombardia, all’epoca aveva otto anni. Pochi per capire, abbastanza per averne la vita segnata.
Avvocato, quand’è entrato nella sua vita il tema della legalità?
«Quando è stato ucciso mio padre era troppo presto. Non potevo ancora percepire quel lutto sul paradigma della legalità. Allora c’era solo il dolore, l’incredulità di aver perso il proprio padre. Crescendo, ricordo di essere entrato in rapporto con le regole, con i suoi strumenti. In fondo la legalità è solo un sistema di regole, per garantire alla società una convivenza civile».
Ai suoi tre figli come spiega questi concetti?
«Partendo dal gioco. Nel quale il sistema delle regole viene imparato prestissimo, nell’esigenza di condividere il divertimento con altri bambini. Non è facile, da piccoli vogliamo vincere, senza badare alle regole. A nascondino o a monopoli, magari scegliendo scorciatoie o trucchi non permessi dal regolamento del gioco. Ecco, io tento di spiegare ai miei figli, che sono ancora piccoli, che il divertimento deve passare attraverso il rispetto delle regole. Che vale più del risultato».
E del nonno che cosa ha detto loro?
«Che era una persona che ha fatto una cosa importante e bellissima. Per tutti noi. E che ha pagato con la vita questo suo impegno».
Agli studenti, in questi incontri, cosa racconta?
«Che ci sono tanti esempi di altri studenti, più o meno della loro età, che hanno saputo interpretare il concetto di legalità con comportamenti che hanno rappresentato modelli di crescita e di cambiamento. E che ora hanno loro l’occasione di fare qualcosa di utile per tutti. Un tema che ha una certa presa».
Da ragazzi le regole non piacciono.
«È vero, ma nei miei incontri nelle scuole e nelle università tento proprio di spiegar loro che le regole, la legalità sono il punto d’incontro fra le esigenze dei singoli e quelle della collettività. Si può essere liberi anche e soprattutto rispettando le regole».
Lei ha mai occupato la sua scuola?
«Occupato in senso tradizionale no. Ma al mio liceo classico, il Manzoni, a Milano, avevamo trovato delle forme di protesta diverse, anche di lunga durata. Per esempio tenendo assemblee durante le ore di lezione e oltre il limite fissato dalla scuola».
Quando e perchè ha deciso di scrivere un libro su suo padre?
«”Qualunque cosa succeda” è uscito tre anni fa, ma la decisione di scriverlo è nata in me qualche anno prima. Ed esattamente quando è nato il mio primo figlio. Ricordo che in ospedale, poco dopo il parto, un’infermiera ci ha avvertito che era arrivato il nonno. Era ovviamente mio suocero. Ma in quel preciso istante ho deciso che a quel bambino, che abbiamo chiamato come mio padre, avrei dovuto prima o poi raccontare per bene chi era e che cosa aveva fatto l’altro suo nonno. Quello che lui non avrebbe conosciuto, se non attraverso le nostre parole e i nostri ricordi».
Perché ha voluto che fosse Ciampi a scrivere la prefazione?
«Il presidente emerito è, fra gli uomini delle istituzioni, quello che maggiormente si è adoperato per tenere vivo e onorare il ricordo di mio padre. Ritengo inoltre che sia uno dei pochi esempi di uomo dello Stato, cioè di tutti e non di una parte. Non ho mai avuto dubbi sul fatto che la prefazione andasse chiesta a lui».
Come l’hanno convinta ad accettare l’impegno in politica?
«In effetti ho avuto molti dubbi. Già due anni fa, si era parlato di una mia possibile candidatura a sindaco di Milano. Avevo detto di no. Nonostante una riflessione sul senso dell’impegno individuale per il proprio Paese. Stavolta, dopo tanti dubbi e ripensamenti, ho accettato pensando soprattutto a una frase di un mio amico».
Continui.
«Il concetto era più o meno questo. Davanti allo sfascio al quale siamo arrivati, cosa diremo un giorno ai nostri figli quando ci domanderanno: ma tu cos’hai fatto per evitare tutto questo? Ecco, al di là di quello che è successo in questi ultimi mesi, gli inviti e le pressioni degli uni e degli altri, pensare a quella domanda alla fine mi ha fatto dire sì».
Che Milano, che Lombardia ha visto durante la campagna per le primarie?
«Una comunità lacerata dalla crisi ma non rassegnata. Donne e uomini con tante idee, tanta volontà di trovare una soluzione, di partecipare, di ascoltare e di essere ascoltati. Persone stufe dei giochi di potere, animate dai valori dell’onestà, della solidarietà, dell’accoglienza. E poi mi hanno colpito le aspettative riposte in me, per avermi letto sul Corriere o nel mio libro. L’aspettativa di trasferire quei concetti, quei valori anche nella politica».
In Lombardia oggi c’è più o meno mafia che nel ’79?
«Assolutamente di più, lo dicono tutti i dati. La Lombardia è oggi la quinta regione per beni confiscati alla mafia, che ha ramificazioni profonde nella nostra comunità regionale. E la massa di denaro di provenienza illecita ha assunto ormai proporzioni allarmanti».
Come pensa, oggi, a suo padre?
«Come disse Corrado Stajano nel libro “Un eroe borghese” (da cui il film omonimo con Fabrizio Bentivoglio - ndr), mio padre era una persona animata da un moderato legalitarismo. Non ha fatto quel che ha fatto interpretando il ruolo del combattente di una guerra santa, si è solo messo al servizio dello Stato. E il suo esempio indica cosa significa essere uomini, cittadini, professionisti, nella consapevolezza del proprio ruolo nella società, del valore della propria libertà».
Il libro di Ambrosoli comincia così: «Cari Giorgio, Annina e Martino, vorrei raccontarvi una storia...». Il titolo è tratto dalla lettera che il padre scrisse alla moglie quattro anni prima di essere ucciso: «Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai farlo benissimo».
giovedì 13 dicembre 2012
SANREMO 2013, ECCO I NOMI
Raphael Gualazzi, Elio e le Storie Tese, Chiara, Almamegretta, Malika Ayane, Daniele Silvestri, i Modà, Simona Molinari con Peter Cincotti, Marco Mengoni, Marta sui Tubi, Simone Cristicchi, Annalisa, Max Gazzé e Maria Nazionale: sono i 14 big che parteciperanno al Festival di Sanremo. Li ha annunciati Fabio Fazio al Tg1. I 14 artisti - invitati dalla direzione artistica, composta da Fabio Fazio, Pietro Galeotti, Marco Posani, Claudio Fasulo, Massimo Martelli, Michele Serra e Francesco Piccolo, avvalendosi della collaborazione del direttore musicale Mauro Pagani, a partecipare alla sezione Campioni del festival - presenteranno due brani ciascuno. Gli Almamegretta - si legge in una nota della Rai - presentano 'Mamma non lo sa' e 'Onda che vai'; Annalisa 'Non so ballare' e 'Scintille'; Chiara 'L'esperienza dell'amoré e 'Il futuro che sara''; Daniele Silvestri 'A bocca chiusa' e 'Il bisogno di te'; Elio e le Storie Tese 'Dannati forever' e 'La canzone mononota'; Malika Ayane 'Niente' e 'E se poi'; Marco Mengoni 'Bellissimo' e 'L'essenzialé; Maria Nazionale 'Quando non parlo' e 'E' colpa mià; Marta sui Tubi 'Dispari' e 'Vorrei'; Max Gazzé 'Sotto casa' e 'I tuoi maledettissimi impegni'; i Modà 'Come l'acqua dentro il maré e 'Se si potesse non morire'; Raphael Gualazzi 'Sai (ci basta un sogno)' e 'Senza ritegno'; Simona Molinari con Peter Cincotti 'Dr. Jekyll and Mr. Hide' e 'La felicita''; Simone Cristicchi 'Mi manchi' e 'La prima volta'.
Il prossimo festival di Sanremo sarà caratterizzato da due elementi: qualità e contemporaneità. Ad annunciarlo è stato lo stesso conduttore Fabio Fazio al Tg1 delle 13.30, subito dopo aver letto l'elenco dei 14 Big in gara. "Vogliamo che al centro del festival ci sia la qualità e contemporaneità", ha spiegato Fazio, che a proposito della lista degli artisti che saliranno sul palco dell'Ariston ha parlato di "scelte dolorose" e sottolineato: "Mi dispiace molto non aver potuto inserire tutti gli artisti che avremmo voluto". "Questo festival - ha concluso - sarà una grande festa e ci sarà anche il coinvolgimento di altri artisti che hanno fatto grande il festival nella sua storia".
Addio a RAVI SHANKAR, fra Beatles e NorahJones
Non solo un virtuoso del sitar. Ravi Shankar, morto a 92 anni in un ospedale di San Diego per i postumi di un intervento al cuore, è stato anche colui che iniziò negli anni Sessanta prima George Harrison e poi gli altri Beatles alla musica e alla cultura indiana. E il primo artista orientale a diventare qualcosa di simile a una popstar, vera icona hippy a Woodstock e al Monterey Pop Festival. E l'iniziatore dei grandi raduni musicali per beneficenza, con il Concert for Bangladesh del '71. E il padre della world music, sempre secondo Harrison. Non vi basta ancora? Eccovi accontentati: ultimo ma non ultimo, era anche il padre di una certa Norah Jones.
E dire che la sua storia era partita in maniera diversa. Nasce nel 1920 nella terra santa di Varanasi, da una famiglia di brahmini. Giovinezza tra Asia ed Europa, con il gruppo di danza del fratello Uday. A 18 anni capisce che non è la sua strada, s'innamora del sitar, scrive musiche per il cinema, diventa direttore dei programmi musicali di All India Radio, rete radiofonica nazionale. Verso la fine degli anni Cinquanta viaggia tra Europa e Stati Uniti, facendo conoscere una tradizione musicale poco nota in Occidente. Il violinista classico Yehudi Menuhin lo ascolta e, colpito dai suoi virtuosismi, lo invita a suonare negli States. Alle perplessità iniziali subentra l'interesse.
Ma la svolta avviene nel '66, quando Shankar incontra a Londra George Harrison, da tempo attratto dal sitar e dalla musica indiana. È quasi un colpo di fulmine. L'irrequieto Beatle lo segue in India, dove si ferma per sei settimane a studiare la tecnica strumentale. Successivamente arrivano anche gli altri tre Baronetti, in pellegrinaggio a Rishikesh nel '68 a seguito del santone Maharishi Mahesh Yogi. L'influenza si sente, nelle successive opere dei Fab Four.
Alla fine dei Sessanta, Ravi Shankar è una superstar internazionale. Suona al Monterey Pop Festival e a Woodstock, il sitar diventa strumento necessario per qualsiasi artista o band occidentale che voglia sprovincializzarsi, dai Rolling Stones agli Yardbirds. Nel '71 convince Harrison a organizzare il Concert for Bangladesh, primo "live" benefico della storia a sostegno della popolazione della regione indiana colpita da un ciclone e martoriata dalla guerra civile. Al Madison Square Garden arrivano Bob Dylan ed Eric Clapton, Ringo Starr e Leon Russell e tanti altri. Seguono album triplo, film, fama planetaria. Nei successivi tour il maestro sembra voler innanzitutto colmare il divario, almeno quello musicale, fra Oriente e Occidente.
Famiglia numerosa e turbolenta, come si conviene alle star: vari matrimoni e figli, ma la storia più celebre è quella con l'organizzatrice di concerti newyorkese Sue Jones. Nel '79 nasce Norah Jones, ma la cantautrice non avrà mai un buon rapporto col padre. Al contrario della sorella Anoushka Shankar, nata nell'81 dall'unione con la musicista Sukanya Rajan: sul sitar ha le stesse mani del padre, da lei adorato.
Il resto? Tre Grammy Award, una nomination all'Oscar per la colonna sonora del film "Gandhi", la Legion d'onore, un'influenza permanente e duratura sulla musica contemporanea, tantissimo altro. Qualcuno dice che non ci sarebbe stata world music, senza di lui.
(Da affermata star internazionale, Ravi Shankar continua però vivere in India, spostandosi spesso all'estero per registrare dischi ed esibirsi in lunghi tour, per tenere concerti, per partecipare a festival. E all'estero, negli Stati Uniti diventati nel tempo sua seconda patria, affronta un'operazione al cuore tecnicamente riuscita, ma non superata a causa dell'età avanzata.
Ha scritto George Harrison in una biografia: «Ravi è sempre visto come un guru e una figura paterna, ma per me è principalmente un amico: senza di lui non sarei riuscito a entrare così facilmente nell'esperienza indiana». Nello stesso libro, quasi a sorpresa, il musicista indiano rivela: «Devo ammettere che le voci dei Beatles non mi facevano impazzire. Il più delle volte cantavano in falsetto, cosa che da allora è sempre rimasta in voga. Ma molti dei loro pezzi mi piacciono, soprattutto "Here comes the sun" e "My sweet Lord", scritti da George...».)
In India, in queste ore, c'è il cordoglio riservato alle più alte cariche dello Stato: il primo ministro indiano Manmohan Singh ha espresso tristezza evocando la perdita di un «tesoro nazionale e di un ambasciatore mondiale dell'eredità culturale dell'India. Si è chiusa un'era, la nazione si unisce a me per rendere omaggio al suo genio insuperabile, alla sua arte e alla sua umiltà».
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