...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 31 maggio 2015
COLONNA SONORA YOUTH
YOUTH
colonna sonora / autori vari
(Warner)
Snobbato a Cannes (ma era successo anche a “La grande bellezza”...), il film di Paolo Sorrentino “Youth - La giovinezza” ha anche una gran bella colonna sonora. Musica protagonista, insomma, ad accompagnare le vicende di Fred e Mick (Harvey Keitel e Michael Caine), come in tutti i film del regista napoletano.
Tra i brani, quelli di Mark Kozelek, un cantautore statunitense molto stimato tra gli appassionati di musica “indie” per i suoi lavori sia con i Red House Painters (anni Novanta), che col suo nome e con quello di Sun Kil Moon. Paloma Faith (premiata ai Brit Awards di quest’anno) nel film interpreta se stessa. Il singolo del videogioco della massaggiatrice è “She wolf (Falling to pieces)” di David Guetta con Sia. La band che suona cover nell’albergo è una vera band di Manchester con un repertorio vintage: si chiamano Retrosettes. Tra le altre musiche nel film c’è anche “Reality” dal “Tempo delle mele”. C’è anche Bill Callahan, cantautore “indie” che canta “The Breeze/My baby cries“, una cover di Kate Bloom.
La “Simple song”, che nella storia è una composizione del personaggio di Michael Caine, è del compositore statunitense David Lang, che firma anche le musiche originali.
NUOVO ALBUM EROS RAMAZZOTTI, PERFETTO
«Quando si finisce un lavoro - dice Eros Ramazzotti, classe ’63, in carriera da oltre trent’anni -, un progetto o qualsiasi altra cosa, la si guarda, le si dà l’ultimo ritocco e poi si dice: perfetto. Ecco, il mio disco l’ho voluto chiamare cosi, un’espressione usata in tutto il mondo e riconoscibilissima...».
Spiegata la genesi del titolo - che è comunque anche quello di una delle canzoni del disco -, ascoltiamo il nuovo lavoro del cantante romano, che fra l’altro è una delle pochissime popstar italiane conosciute in mezzo mondo. L’album - dodicesimo in studio, che arriva dopo il successo di “Noi” - esce infatti in una sessantina di Paesi.
Già nel singolo che ne ha anticipato l’uscita, “Alla fine del mondo”, si coglieva una voglia di cose nuove, una sana curiosità per suoni e atmosfere in passato non frequentate dal nostro. Brano dal sound internazionale, che forse sorprende i vecchi seguaci del nostro perchè strizza l’occhio a sonorità country-folk, con l’utilizzo di strumenti acustici molto particolari.
E poi quel testo (firmato dallo stesso Eros con la collaborazione di Francesco Bianconi dei Baustelle e del “Kaballà” Giuseppe Rinaldi), che è un vero e proprio inno alla libertà: per amore si va fino “alla fine del mondo”, si possono attraversare praterie sconfinate, territori inesplorati, insidie, pericoli. Quasi come moderni Don Chisciotte, per seguire un sogno siamo disposti a combattere contro i mulini a vento, contro giganti reali o immaginari. Per amore si corre liberi come “la pietra rotolante” di Bob Dylan, si muove “il cielo, il sole e l’altre stelle” come nella Divina Commedia di Dante. Il video - girato tra il deserto dell’Almeria, nel sud della Spagna, e la periferia di Milano - è il giusto compendio di un brano del genere.
Ma tutto l’album - registrato a Los Angeles - conferma la scelta del cantautore romano: suoni semplici e diretti, arrangiamenti complessi e articolati, sonorità pop che più volte cedono a tentazioni country, folk e rock.
Fra gli autori che affiancano Ramazzotti, da segnalare l’eterno Mogol, ma anche Federico Zampaglione e Pacifico, oltre ai citati Kaballà e Francesco Bianconi. Fra i musicisti che suonano nel disco, pezzi grossi come i batteristi Vinnie Colaiuta e Jim Keltner, i chitarristi Michael Landau, Lawrence Juber e Tim Pierce, il bassista Sean Hurley.
Insomma, disco italianissimo che vibra di un’anima internazionale utilissima per essere accettato - e venduto - in tutti i continenti. Fra i brani, oltre a quelli citati, “Il tempo non sente ragione”, “Sbandando”, “L’amore è un modo di vivere”, “Tra vent’anni”...
Il nuovo tour partirà l’11 settembre da Rimini, avrà una sola tappa triveneta (16 e 18 settembre, all’Arena) e altre tre più o meno vicine alla nostra zona: 22 settembre a Lubiana, 24 settembre a Belgrado, 22 ottobre a Monaco di Baviera.
FESTIVAL ROCK EUROPEI
Estate, tempo di rock, di concerti, di festival. Non sempre, anzi, raramente “a due passi da casa”. Anche l’imminente stagione calda del 2015 brilla infatti di tanti show che attirano ragazze e ragazzi in mezza Europa. Dove, quarantasei anni dopo Woodstock, al fascino della musica si aggiunge quello del viaggio e dell’avventura.
Alcune segnalazioni, all’interno di un programma ricchissimo. Cominciamo dall’ormai leggendario Sziget di Budapest, dal 10 al 17 agosto. L’anno scorso la pioggia ha (in parte) rovinato la festa, quest’anno si spera nel sole per festeggiare Robbie Williams, Florence + The Machine, Kasabian, alt-J, Interpol, Sbtrkt, Infected Mushroom, Marina & the Diamonds, Goran Bregovic e altri protagonisti della scena internazionale. Info www.szigetfestival.com
Due rassegne per chi vuole puntare sull’Inghilterra. Dal 24 al 28 giugno si converge su Glastonbury, che schiera fra gli altri The Who, Paul Weller, Florence and the Machine, Kanye West. E dal 28 al 30 agosto a Reading c’è l’ormai famoso festival nato all’inizio degli anni Settanta, quest’anno con Mumford & Sons, Metallica, Royal Blood, The Libertines, deadmau5, Jamie xx, The Wombats. Info www.readingfestival.com
Se volete spingervi fino alla patria degli U2, dal 4 al 6 settembre, a Stradbally, c’è l’Electric Picnic, che è stato definito “la versione irlandese del Glastonbury”. Tanto rock alternativo e un pizzico di elettronica, con Manic Street Preachers, Florence + The Machine, Underworld, Tame Impala, The War On Drugs, Belle And Sebastian...
A Dour, in Belgio, dal 15 al 19 luglio, c’è il Dour Festival. Nato nell’89, quest’anno propone Autechre, Floating Points, Fritz Kalkbrenner, Modeselektor, Snoop Dogg, The Wombats.
Sempre in Belgio, a Boom, dal 24 al 26 luglio ritorna il festival di musica elettronica Tomorrowland. Dopo i 400mila spettatori dell’anno scorso, quest’anno sul palco principale suonano Avicii, David Guetta, Armin Van Buuren, Prosumer, Martin Garrix, Tiësto...
Elettronica anche a Pola, in Croazia, dove dal 26 al 30 agosto si svolge Dimensions. Le star: Four Tet, Little Dragon, Floating Points, George Clinton & Parliament Funkadelic, John Talabot.
Ultime due segnalazioni per chi ha già lo zaino pronto e non ha problemi di esami. Dal 5 al 7 giugno, a Mendig, in Germania, tutto è quasi pronto per il Rock Am Ring Festival. In scena fra gli altri Prodigy, Foo Fighters, Bastille, Slipknot, Interpol, Hozler.
E dal 12 al 14 giugno, a Landgraaf, in Olanda, è in programma il Pinkpop Festival. Le star? Ancora Robbie Williams e Foo Fighters, Muse, Selah Sue, Elbow...
venerdì 29 maggio 2015
CARTA DI TRIESTE / dal sito di ARTICOLO 21
di Carlo Muscatello
Conosciamo la Carta di Treviso sulla tutela dell’infanzia, la Carta di Roma sul rispetto per i migranti, conosciamo altri documenti deontologici che i giornalisti si sono dati nel corso degli anni, ma poco o nulla sappiamo della Carta di Trieste. Si tratta di un “codice etico per i giornalisti e gli operatori dell’informazione sulle notizie concernenti cittadini con disturbo mentale e questioni legate alle salute mentale in generale”, che è stato redatto a Trieste, nel 2010, nello splendido parco di San Giovanni che un tempo ospitava un manicomio: quello dove si realizzò la “rivoluzione basagliana” che ebbe il suo approdo normativo nella Legge 180. La Carta di Trieste fu fatta propria dal consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Sono passati cinque anni. Ma su quel documento così importante è calato il silenzio dentro e fuori la categoria. Molti, come si diceva, non ne conoscono nemmeno l’esistenza.
Per questi motivi l’Assostampa del Friuli Venezia Giulia si è fatta promotrice di un incontro, che si è svolto a Trieste, al Circolo della Stampa, e che l’Ordine regionale dei giornalisti ha inserito fra i corsi di formazione professionale. Davanti a una folta platea di giornalisti (attirati – ahinoi – probabilmente più dai crediti da accumulare che dall’interesse per il tema…), protagonista del dibattito è stato lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, uno degli “eredi” di Franco Basaglia, per tanti anni direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, autorità in materia riconosciuta a livello internazionale, che è stato stimolato dalle domande della giornalista Gabriella Ziani, dei presidenti dell’Ordine e dell’Assostampa regionale e di diversi colleghi presenti.
“Non sono qui per dire cosa dovete o non dovete scrivere – ha detto fra le tante cose Dell’Acqua -, vi invito solo a ricordare che davanti a noi, davanti a voi c’è sempre una persona. La Legge 180 non ha chiuso solo i manicomi: ha restituito diritti anche a persone affette da disagio o malattia mentale. Si badi bene, senza decolpevolizzare nessuno: credo infatti che bisogna sempre riconoscere al cittadino la propria responsabilità, senza la quale un uomo non esiste…”.
Dell’Acqua ha fatto anche un interessante parallelo fra l’ormai famosa frase di Emma Bonino, pronunciata oltre un anno fa alla scoperta di avere un tumore ai polmoni (“Io non sono la mia malattia…”) e il lavoro avviato tanti anni fa da Basaglia assieme all’equipe di cui anche lui, giovane psichiatra arrivato da Salerno in quella Trieste che non avrebbe più abbandonato: anche allora di tentava di riaffermare il diritto di ogni essere umano, di ogni donna e di ogni uomo, a essere considerato tale, con i suoi diritti e i suoi doveri, a prescindere dal proprio disagio o dalla propria malattia.
Da Peppe Dell’Acqua, dall’Assostampa e dall’Ordine del Friuli Venezia Giulia, l’appello a rilanciare, cinque anni dopo la firma, la Carta di Trieste. Che prescrive: usare termini non lesivi della dignità umana, o stigmatizzanti, per definire il cittadino con disturbo mentale qualora oggetto di cronaca, il disturbo di cui è affetto, il comportamento che gli si attribuisce, per non alimentare il già forte carico di tensione e preoccupazione che il disturbo mentale comporta e non indurre sentimenti o reazioni che potrebbero risultare dannosi per la persona, i suoi familiari e la comunità nell’insieme; usare termini giuridici pertinenti e non allusivi a luoghi comuni nel caso un cittadino con disturbo mentale si sia reso autore di un reato, tenendo presente che è una persona come le altre di fronte alla legge; non attribuire le cause e/o l’eventuale efferatezza del reato al disturbo mentale né interpretare il fatto in un’ottica pietistica, decolpevolizzando il cittadino solo perché che soffre di un disturbo mentale; considerare il cittadino con disturbo mentale un potenziale interlocutore in grado di esprimersi e raccontarsi, tenendo presente che può ignorare le conseguenze e gli eventuali rischi dell’esposizione attraverso i media; non identificare il cittadino con il suo problema di salute mentale ovvero con la diagnosi di malattia; garantire al cittadino con disturbo mentale il diritto di replica; consultare quanti possono essere al corrente dei fatti per individuare visioni differenti come operatori della salute mentale e dei servizi sociali, associazioni, magistrati, per poter fornire l’informazione in un contesto il più possibile chiaro, approfondito e completo; fornire dati attendibili e di confronto tra i reati commessi da persone con disturbi mentali e persone senza disturbi mentali; integrare, se possibile, la notizia con informazioni sui servizi, strumenti, trattamenti, cure che sono disponibili nelle singole realtà locali; promuovere la diffusione di storie di guarigione e/o di esempi di esperienze positive improntate alla speranza e alla possibilità di vivere, pensare a un proprio futuro, lavorare, studiare, divertirsi, pregare; limitare l’uso improprio di termini relativi alla psichiatria in notizie che non riguardano questioni di salute mentale al fine di non incrementare il pregiudizio che i disturbi mentali siano sinonimi di incoerenza, inaffidabilità, imprevedibilità.
martedì 26 maggio 2015
DI TRAPANI (USIGRAI) OGGI LUN 25-5 A TRIESTE
Da anni aspettiamo una riforma della Rai, che liberi il servizio pubblico dal controllo dei partiti e dei governi. E ora che la riforma pare in dirittura d’arrivo, il timore di molti - sindacato dei giornalisti in testa - è che si tratti in realtà di una sorta di controriforma.
«L’azienda - conferma Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai e gruppo di base della Fnsi, che partecipa oggi alle 17 al Circolo della Stampa di Trieste (Corso Italia 13) a un dibattito organizzato sul tema dall’Assostampa Fvg - ha approvato un progetto di riforma delle news che non ci piace: sembra essere pensato come operazione esclusivamente contabile, senza prendere in considerazione il prodotto e senza un’idea strategica per assicurare ai cittadini più informazione, e di migliore qualità».
Voi invece cosa proponete?
«Il progetto dell’azienda non parla di valorizzazione dei territori. La Rai, invece, deve tornare a essere presente in ogni provincia».
Come nel Friuli Venezia Giulia?
«Sì, la vostra sede regionale può essere presa d’esempio sia per la copertura capillare che per l’informazione e i programmi in lingua slovena. La Rai deve tornare a essere più vicina ai cittadini, unici proprietari del servizio pubblico».
Il web?
«Nel piano aziendale non si parla di web. L’informazione, soprattutto per giovani, passa da lì: per costruire la Rai del futuro bisogna mettere in campo un’idea strategica di presenza sui “social” e su tutte le piattaforme».
L’approfondimento?
«Oggi gran parte dell’approfondimento non è gestito dalle testate: un errore. Che determina anche un aumento dei costi. A nostro giudizio, quell’informazione deve tornare a essere guidata dalle testate giornalistiche. Ecco perché questi temi sono i pilastri della proposta Usigrai, la piattaforma RaiPiù, approvata con un referendum tra tutte le giornaliste e i giornalisti Rai con l’82% di sì».
Nei giorni scorsi siete stati sentiti dall'ottava Commissione del Senato.
«Siamo andati insieme Fnsi e Usigrai: il sindacato dei giornalisti unito per chiedere che finalmente si liberi la Rai dai partiti e dai governi, e la si restituisca ai cittadini. Abbiamo incontrato anche i presidenti del Senato e della Camera, siamo stati ascoltati in Commissione parlamentare di vigilanza Rai».
Rischiamo di passare dal controllo dei partiti all’uomo solo al comando?
«Lo dicevamo negli anni passati, lo diciamo ora. Un sindacato serio non cambia idea in base al colore del governo di turno. Renzi ha promesso: vogliamo prendere la Rai, eliminare gli sprechi, e restituirla ai cittadini che sono i veri titolari del servizio pubblico».
«Noi - conclude Di Trapani - ci crediamo. Ma il disegno di legge non va in questa direzione. Anzi, rafforza il peso del governo e della maggioranza parlamentare».
FOLKEST RIPARTE DA HEVIA, FINARDI, BRANDUARDI...
Trieste Loves Jazz nel capoluogo giuliano. No Borders a Tarvisio. Ospiti d’Autore a Grado. Udine Jazz. L’itinerante Onde Mediterranee. Tanti altri festival e rassegne, grandi e piccoli, che animano ogni estate il Friuli Venezia Giulia. Che anche al netto della perdita del Rototom Sunsplash - emigrato da alcuni anni in Spagna, a Benicassim, dopo una persecuzione moralistico giudiziaria conclusa pochi giorni fa con l’assoluzione del suo patron Filippo Giunta -, rimane un grande palcoscenico per la musica dal vivo.
In questo quadro, un ruolo di assoluto rilievo lo riveste Folkest, la rassegna che giunge quest’anno alla 37.a edizione e viene da tempo annoverata fra le manifestazioni più importanti a livello europeo nel campo della musica popolare.
L’International Folk Festival (questo il sottotitolo della manifestazione organizzata dall’omonima associazione capitanata da Andrea Del Favero) si terrà quest’anno dal 2 al 27 luglio, a Spilimbergo e dintorni.
Programma ancora in via di definizione, ma stanno uscendo le prime anticipazioni. Grandi nomi della musica italiana, come i cantautori storici Eugenio Finardi e Angelo Branduardi (rispettivamente 25 e 27 luglio a Spilimbergo), il suonatore di arpa celtica Vincenzo Zitello (23 luglio a Spilimbergo)), un virtuoso di cornamusa asturiana come lo spagnolo Hevia il 19 luglio a Tolmezzo, gli storici New Trolls il 17 luglio a Capodistria.
Arrivano persino maestri del vecchio hard rock come gli Uriah Heep (31 luglio a Lignano), di cui da queste parti qualcuno ancora ricorda un leggendario concerto, nel dicembre del ’71 (oltre quarantatre anni fa...), al Dancing Paradiso di via Flavia, a Trieste. Da segnalare anche il ritorno, tre anni dopo, di un “non-musicista” di assoluto talento come Neri Marcorè, l’11 luglio a Udine. E ancora giovani come i piemontesi Folkestra e Folkoro di Bricherasio, gli irlandesi Goitse, gli istriani Manuel Savron e Rok Kleva, il Duo Bottasso... E la riedizione, il 15 luglio a San Vito al Tagliamento, dello storico “Bella ciao”, che debuttò nel ’64 a Spoleto, con Giovanna Marini, regia di Dario Fo.
Un programma che si preannuncia dunque ricco e composito, come nella storia di questa rassegna che ha portato a Spilimbergo e in tutto il Friuli Venezia Giulia (con qualche puntata anche nei paesi confinanti) tantissimi artisti che hanno scritto la storia della musica popolare degli ultimi cinquant’anni. Con una formula itinerante quanto mai azzeccata, che il passare degli anni non ha fatto che esaltare. Info www.folkest.com.
LACOSEGLIAZ E L'ARTE DELLA GUERRA
Domani alle 11 alla Galleria Espositiva di Monfalcone, nell’ambito della mostra “Ali della storia”. Domenica a Trieste, al Caffè San Marco, dalle 10 alle 19. Stiamo parlando de “L’insostenibile arte della guerra”, sottotitolo “Installazione semi-tragica attorno alla Grande Guerra”, la performance multimediale che il musicista triestino Alfredo Lacosegliaz ha realizzato per il centenario del conflitto e presentato a Mittelfest.
«L’idea dell’installazione - spiega l’artista - nasce nel 2013 come autodifesa nei confronti del bombardamento di retorica previsto in occasione del centenario della Grande Guerra. A ricordare valori un po’ sbiaditi, quando non grotteschi. Perchè resto convinto, come diceva Samuel Johnson, che “il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”».
Ancora Lacosegliaz: «Con sprezzo del dovere e senso del pericolo, ho allestito questa performance dedicandola al nonno paterno Matteo, caduto in Galizia, che mio padre mai conobbe».
Lo spazio sonoro/visivo è diviso in tre postazioni contigue che si accendono e si spengono all’interno di un “ingranaggio in continuo movimento” in cui suono, luce, parola e immagine indicano il percorso allo spettatore. In video intervengono l’attore e musicista Moni Ovadia, la giornalista Barbara Schiavulli, lo storico Fabio Todero, la cantante Ornella Serafini e la poetessa Antonella Bukovaz.
«Ho scelto questo titolo - prosegue l’artista - perchè il concetto di arte ha subito nel tempo trasformazioni e adattamenti dati dalle condizioni storiche e dalle conquiste scientifiche avvenute nel corso dei secoli. Ma nell’accezione odierna, l’arte rappresenta l’espressione estetica dell’interiorità umana, strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Risulta dunque difficile inserire la pratica della guerra all’interno di una classificazione artistica. Eppure, i reportage continuano a definire “teatri/scenari di guerra” le aree degli avvenimenti bellici».
«Ma è insostenibile - conclude - inserire la guerra fra le discipline artistiche...». La performance è proposta dall’associazione culturale Alpe di Trieste in collaborazione con il Consorzio Culturale del Monfalconese e l’Ecomuseo “Territori, genti e memorie tra Carso e Isonzo”.
Iscriviti a:
Post (Atom)