giovedì 23 dicembre 2021

CARLO MUSCATELLO… / da IES

 Carlo Muscatello si occupa da sempre di musica e cultura giovanile. È stato redattore e critico musicale del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, ha collaborato con vari giornali e con le iniziative editoriali del Corriere della sera. Ha condotto programmi radiofonici e televisivi. I suoi articoli sono anche sul blog Ramble Tamble.

Presidente dell’Associazione della stampa del Friuli Venezia Giulia, attualmente collabora a Radio Rai Fvg e al sito di Articolo 21. Fa parte della giuria del Premio Tenco e del Premio Giornalistico Marco Luchetta. Nel 2021 ha coordinato la giuria del Miela Music Contest.



TRIESTE, CITTÀ DELLA MUSICA / da IES

 E poi c’è il rock. Con il pop, la leggera, il folk, il jazz… Sì, perché oltre a classica e lirica, prosa e teatri dialettali, cinema e arti varie, a Trieste c’è anche tanta sonorità, tanta musica. IES si fa aiutare in questo viaggio dentro la “città della musica” da un giornalista, Carlo Muscatello, attento testimone di quanto prodotto negli anni a Trieste. Cominciamo da qui allora: come la chiamiamo la musica prodotta negli anni a Trieste, semplicemente popolare?

“Negli anni Settanta il cantautore triestino Gino D’Eliso aveva coniato l’azzeccato neologismo Mitteleurock. Diciamo che la nostra è una musica popolare che pesca nella storia, nella posizione geografica, nelle peculiarità della città”.

La Trieste multiculturale, multietnica, multi-tutto, quanto è stata influenzata e contaminata dalle culture che l’hanno attraversata?

“Nel dopoguerra gli americani hanno portato una ventata di suoni che nel resto del Paese ancora non erano abituali. Forse solo a Napoli, altro grande porto, si viveva qualcosa di analogo. L’antico legame con l’Austria ha poi lasciato come eredità la grande passione per l’operetta. E infine c’è lo sguardo curioso verso Est, verso i Balcani. Il compianto Alfredo Lacosegliaz è stato fra i primi a indagare quel meraviglioso e ricchissimo serbatoio di ritmi e suoni, mentre i suoi coetanei guardavano solo a quanto arrivava da Inghilterra e Stati Uniti”.

Una carrellata di nomi che hanno fatto la storia musicale della città…

“Pericoloso: si rischia sempre di dimenticare qualcuno. E comunque per trovare artisti di prima grandezza dobbiamo tornare agli anni Sessanta e ai “soliti” Lelio Luttazzi, Teddy Reno, Lorenzo Pilat. Con l’aggiunta di Sergio Endrigo che però era nato a Pola, del “triestino” Bobby Solo (all’anagrafe Roberto Satti, romano di nascita), di Flavio Paulin, il celebre falsetto dei Cugini di campagna, nato a Trieste e poi volato nella capitale”. 

Più recentemente?

“C’è stata e per fortuna c’è ancora la monfalconese Elisa, nata nel capoluogo regionale. Senza dimenticare un drappello di validi strumentisti, da Claudio Pascoli a Toni Soranno a tanti altri rimasti dietro le quinte. Quelli insomma che suonano nei dischi e nei concerti, rimanendo sempre un passo dietro le star”.

E il futuro? Che futuro c’è per la nostra musica?

“Il lavoro svolto in questi anni da un’istituzione meritoria come la Casa della musica, assieme alle altre scuole che hanno via via affiancato il Conservatorio, sta producendo nuove generazioni di cantanti, musicisti, autori che possono dire la loro anche fuori dai confini locali. Alcuni già lo stanno facendo”.

“E poi - conclude Carlo Muscatello - c’è il web, moltiplicatore di opportunità per qualsiasi ragazza o ragazzo che prenda in mano uno strumento e si avvicini all’universo meraviglioso delle sette note. Le moderne tecnologie permettono oggi a chiunque sia dotato di talento di affacciarsi sulla scena musicale, senza sottostare alle antiche trafile, senza dover sempre bussare alle porte a Roma e Milano…”.


 

ALTRE AGGRESSIONI A TRIESTE / da art21

 Un’altra aggressione a un giornalista di Telequattro e altre minacce a un fotografo del quotidiano Il Piccolo, ancora a Trieste. Stavano entrambi documentando il “Caffè anti green pass”, andato tristemente in scena in quella piazza Unità dove dovrebbero essere vietate manifestazioni di ogni tipo, dopo i disordini, i cortei, le manifestazioni, i sit in di ottobre e novembre. E invece una quarantina di persone, senza bandiere e striscioni, ha messo in scena l’ormai stanco rituale a base di slogan contro il vaccino, il green pass, contro Draghi, contro il governo e ovviamente contro i “giornalisti terroristi”. Ne hanno fatto le spese – per fortuna senza gravi conseguenze – i colleghi dell’emittente televisiva regionale del Friuli Venezia Giulia e del quotidiano triestino, aggrediti e minacciati dai più esagitati del gruppetto. E anche stavolta, purtroppo, come già successo in passato, a Trieste e in tante altre città, nessuna reazione da parte delle forze dell’ordine e degli uomini della Digos che pure erano presenti in piazza.

Siamo alle solite, dunque. Speravamo che il momento di follia antiscientifica fosse alle spalle, speravamo che i giornalisti e gli operatori dell’informazione potessero riprendere a svolgere il proprio lavoro senza il timore di essere aggrediti, minacciati, insultati. E invece sono scesi drasticamente i numeri dei manifestanti, ma quel clima di odio e intolleranza è ancora drammaticamente e pericolosamente presente.

Come si ricorderà, Assostampa Fvg e Ordine regionale dei giornalisti hanno nelle scorse settimane deciso di affiancare i colleghi aggrediti, chiedendo la costituzione di parte civile a sostegno di quanti hanno avviato o avvieranno azioni legali a propria tutela. Analoga decisione è stata poi adottata dalla Fnsi, come ha spiegato recentemente il presidente Beppe Giulietti: “La Federazione nazionale della stampa italiana raccoglie l’appello di Articolo21 – nato dopo l’analoga iniziativa di Assostampa Fvg e Ordine giornalisti Fvg – a tutela del diritto di cronaca e dei giornalisti minacciati, insultati, aggrediti da squadristi e negazionisti di qualsiasi natura e colore durante lo svolgimento del proprio lavoro e continuerà, come fatto fino ad oggi, a costituirsi parte civile nei processi contro chi è accusato di aggressioni e minacce nei confronti dei colleghi”.

Siamo ancora in attesa del primo rinvio a giudizio e del primo processo. C’è un collega del Piccolo, aggredito un mese fa durante un corteo a Trieste, che ha presentato regolare denuncia contro il suo aggressore, identificato con nome e cognome, ma che ancora aspetta – assieme a noi – che venga fatta giustizia

domenica 5 dicembre 2021

ADDIO A DEMETRIO VOLCIC / da Art21

 di Carlo Muscatello

Lubianese di nascita, triestino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione intellettuale, Demetrio Volcic ha raccontato agli italiani per anni, meglio di chiunque altro, forse proprio grazie all’inprinting delle sue origini, Mosca e l’allora Unione Sovietica e l’Europa oltrecortina. Da autentico uomo di confine, ha scelto di vivere i suoi ultimi anni nella mitteleuropea Gorizia, città fino a pochi anni fa tagliata da un muro che divideva la parte italiana e quella slovena. Città dov’era nata sua madre, il padre era invece triestino. La sua famiglia si era trasferita a Lubiana durante il fascismo. 

Entra in Rai nel 1956 a Trieste, nel ‘64 è inviato speciale, nel ‘68 corrispondente dall’estero: Praga, Vienna, Bonn, Varsavia, Mosca. Non c’è evento, fra quelli che portano alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che Volcic non abbia raccontato da giornalista di razza agli italiani. Nel ‘93, dopo un quarto di secolo all’estero, torna in Italia, nominato direttore del Tg1. Nel ‘97, nelle elezioni suppletive seguite alla scomparsa di Darko Bratina, altro grande uomo di confine, è eletto senatore per il Pds. Successivamente europarlamentare, ha lavorato all’ingresso della Slovenia e di altri paesi dell’est nell’Unione europea.

Conosceva sei lingue ed era un buon giocatore di scacchi. Lascia numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito quest’anno, una sorta di summa di quanto aveva scritto in precedenza, primo e unico libro in lingua slovena. Lascia soprattutto un figlio che vive a Mosca e una figlia che vive in Gran Bretagna. 

Disse una volta: “Sono sopravvissuto da spettatore a quei teatri dell’assurdo che il comunismo dell’Est ha rappresentato. Un tempo la pensavo come Joseph Roth, al quale bastò un viaggio in Russia per conoscere se stesso. Mi sarei ricreduto: la sofferenza altrui non aiuta a capire la propria, produce soltanto sensi di colpa e a volte ilarità…”.

Pochi giorni fa, il 22 novembre, aveva compiuto novant’anni.

lunedì 22 novembre 2021

ADDIO A PAOLO PIETRANGELI / da Art21

 di Carlo Muscatello


“Contessa”, ma non solo. “Valle Giulia”, ma non solo. Altri inni del Sessantotto, ma non solo. Paolo Pietrangeli, morto ieri a settantasei anni, è stato molto altro. Per semplificare: uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana della seconda metà del Novecento. 

Da molti anni, per vivere, faceva il regista televisivo. Anche di un certo successo. Dal “Costanzo Show” a “C’è posta per te”, da “Amici” ad altri programmi soprattutto della galassia Mediaset (il che gli aveva anche procurato qualche critica “dura e pura”…).

Da parte nostra, lo ricordiamo con le parole del Club Tenco, che lo ha premiato - purtroppo in assenza: era già malato - due mesi fa: “L’esuberanza e il fervore giovanile che all’età di vent’anni gli hanno ispirato ‘Contessa’ hanno creato di lui l’immagine di un autore esclusivamente orientato a inni roboanti. Nulla di più lontano dalla sua vera vena poetica, costruita casomai sulla bonaria ironia e sul dubbio continuo in grado di rimettere in discussione ogni verità che si ritiene assoluta. Maestro del linguaggio dai virtuosismi verbali, inventore di immagini esotiche, eretiche ed erotiche, dispensa aneddoti e riflessioni danzando su sintassi musicali sapienti e, al contempo, di immediata presa, come si addice ai veri creatori di canzoni popolari".

Sì, perché Paolo Pietrangeli è stato tante cose: cantautore, regista, scrittore, sceneggiatore, persino candidato in parlamento nel ‘96 e nel 2001 per Rifondazione Comunista, da ultimo nel 2018 per Potere al popolo. Non venne mai eletto, ma le candidature facevano parte di un suo coerente impegno politico e di testimonianza cominciato da ragazzo.

Assieme a tanto altro. Aiuto regista per Mauro Bolognini, per Luchino Visconti (“Morte a Venezia”), per Federico Fellini. Regista nel ‘74 del documentario “Bianco e nero”, nel ‘77 del film “Porci con le ali”, nell’80 de “I giorni cantati”, fra gli altri con Francesco Guccini. Del 2001 è “Genova. Per noi”, documentario dedicato alle drammatiche giornate del G8 di Genova segnate dagli scontri tra forze di polizia e manifestanti e dalla morte di Carlo Giuliani.

E poi i dischi, i concerti, le manifestazioni… lui c’è sempre stato. Il suo album più recente è del 2015, registrato assieme alla pianista jazz Rita Marcotulli, s’intitola “Paolo e Rita”.

E poi, e poi… Ma poi si torna sempre lì, a quei versi che non moriranno mai. “Che roba contessa, all'industria di Aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati, gridavano pensi di esser sfruttati. E quando è arrivata la polizia, quei pazzi straccioni han gridato più forte. Di sangue han sporcato il cortile e le porte. Chissa quanto tempo ci vorrà per pulire…”.

Gran finale: “Compagni, dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello. Scendete giù in piazza, picchiate con quello. Scendete giù in piazza, affossate il sistema”.

Ma erano altri tempi. Anzi, era un altro mondo.

venerdì 19 novembre 2021

A CHI GRIDA “GIORNALISTI TERRORISTI”… / da newsletter Ordine Fvg


di Carlo Muscatello*

 

Non era mai successo, in tanti anni e decenni, che il lavoro del giornalista e più in generale dell’operatore dell’informazione diventasse oggetto di aggressioni, minacce e insulti generalizzati. Eppure la professione ha passato e superato momenti difficili e drammatici, pensiamo soltanto alla stagione del terrorismo, durante la quale sono stati colpiti anche molti colleghi, alcuni dei quali hanno pagato il loro impegno professionale anche con il sacrificio della vita.
Ma dovevamo aspettare questa triste stagione della follia antiscientifica dei no vax e dei no green pass, per assistere alle aggressioni nei confronti di chi sta solo facendo il proprio lavoro e ascoltare nei cortei - prima a Trieste, poi purtroppo ovunque - l’irricevibile slogan “giornalisti terroristi “.
Ebbene, noi siamo convinti che chi grida queste parole dovrebbe innanzitutto vergognarsi. Primo: perché non conosce la storia del nostro Paese, che il terrorismo - come si diceva - lo ha conosciuto, affrontato e sconfitto anche con il lavoro e il sacrificio dei giornalisti che in quella tragica stagione sono stati colpiti. Secondo: perché non conosce nemmeno la nostra Costituzione, che nell’articolo 21 riconosce l’importanza dell’informazione in una democrazia che voglia effettivamente essere tale.
Andate a studiare, verrebbe dunque da dire a questa minoranza molto aggressiva e rumorosa che - oltre a ostacolare l’uscita dall’incubo pandemia - ha messo anche i giornalisti e gli operatori dell’informazione nel mirino, in un clima generale di odio e intolleranza.
Come Assostampa Fvg, assieme al nostro Ordine regionale, saremo sempre al fianco dei colleghi aggrediti, minacciati e insultati. Per questo abbiamo deciso di fare richiesta di costituzione di parte civile a fianco dei giornalisti che hanno presentato o presenteranno denuncia dopo le violenze e le minacce subite durante le manifestazioni no green pass. Abbiamo fatto inoltre segnalazione alla Polizia postale delle continue minacce ricevute sui social network da giornalisti e media che seguono le manifestazioni di protesta. E abbiamo anche fatto segnalazione a Facebook delle minacce e violenze verbali che attraverso la piattaforma vengono veicolate, non rispettando quanto indicato nella policy di utilizzo della piattaforma per non alimentare l’odio e la violenza.
Speriamo possa servire per uscire da una situazione che non avremmo mai pensato di dover affrontare. Una situazione nella quale fare il proprio lavoro, per giornalisti e operatori dell’informazione, è diventato pericoloso.
*presidente Assostampa Fvg

lunedì 8 novembre 2021

MANESKIN CON GLI STONES, NULLA È IMPOSSIBILE / da Art21

 di Carlo Muscatello

Nulla è impossibile, verrebbe da dire dinanzi a quanto sta accadendo ai Maneskin. Pochi anni fa suonavano per strada, in via del Corso, a Roma. Poi il debutto, con tanto di secondo posto a X Factor 2017. E lo scorso anno l’incredibile doppietta: vittoria prima al Festival di Sanremo e poi all’Eurofestival (dove l’Italia aveva vinto solo nel 1964 con Gigliola Cinquetti e nel 1990 con Toto Cutugno).

Ma quello che sta succedendo ai quattro ragazzi romani, nati fra il ‘99 e il 2001, in questi giorni negli Stati Uniti è al di là dei sogni più folli e lisergici. Prima la pubblicità a Times Square, poi l'apparizione in tv nel popolarissimo Tonight Show di Jimmy Fallon, ora l’apertura del concerto dei Rolling Stones a Las Vegas, all’Allegiant Stadium. Con Mick Jagger che, salito sul palco, li congeda con un affettuoso e quasi cameratesco “Grazie mille ragazzi” (rigorosamente in italiano).

I Maneskin insomma sembrano proprio aver conquistato l'America. E lo stanno facendo con suoni, approccio e atteggiamenti rock. Sì, perché una vita fa (1958) già Domenico Modugno era arrivato ai vertici delle classifiche a stelle e strisce, ma con “Volare”, dunque con la melodia italiana. Idem, in anni più recenti, con Luciano Pavarotti prima e Andrea Bocelli dopo. E anche gli italiani che qualche successo oltreoceano lo hanno colto (Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Zucchero, pochissimi altri…), pur senza mai arrivare ai vertici, proponevano e propongono un genere che, con coloriture diverse, affonda comunque le radici nella musica di casa nostra.

I Maneskin no. Loro picchiano duro, duro e vibrante come il rock dalle influenze anni Settanta che ti buttano addosso, persino con una sorta di sfacciata spavalderia. A Las Vegas hanno proposto, narrano le cronache, uno spettacolo “convincente e potente, una performance spavalda, senza alcun timore reverenziale e acclamata dalle migliaia di spettatori in attesa degli Stones”.

 "Hello Las Vegas! È un onore essere qui e avere la possibilità di suonare sul palco della band più grande di sempre", le prime parole del frontman Damiano. Poi quaranta minuti di sano e solido rock. Siamo fuori di testa, ma diversi da loro… Signori, giù il cappello dinanzi ai Maneskin. Con loro davvero nulla è impossibile.