...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
mercoledì 12 novembre 2003
SANREMO
Sanremo, la montagna ha partorito ancora una volta il topolino. Come sempre più spesso accade. La Rai e Tony Renis (amico o non amico di mafiosi a ’sto punto poco importa: in questo contesto conta molto di più il particolare che è vecchio amico e compagno di merende di Berlusconi...) dicono di voler rilanciare il Festival ma si apprestano a fare le classiche nozze con i classicissimi fichi secchi.
Senza la Fimi, che raccoglie le case discografiche più importanti e di fatto gran parte dei cantanti più amati dal pubblico. Con la gara unica fra cosiddetti big e sedicenti giovani (come quella volta, nell’83, che finì per vincere Tiziana Rivale; seconda tale Donatella Milani...). E con il rischiosissimo voto telefonico, che si presta - organizzalo come vuoi, con tutti i paletti che vuoi - a evidenti manipolazioni da parte dei diretti interessati, con codazzo di case discografiche, agenzie, giù giù fino ad amici e parenti... Quasi a mo’ di ciliegina sulla torta, il Dopofestival trasformato nell’ennesimo «Porta a Porta» con l’onnipresente cardinal Bruno Vespa.
Mogol ha accettato di rappresentare la foglia di fico di un tal guazzabuglio, forse - dicono i maligni - per la sua storica vicinanza al centrodestra. Ma rischia di ritrovarsi con una macchia sulla sua onoratissima carriera di grande autore.
Il più astuto Bonolis, forte dei successi di ascolto del suo recente ritorno alla Rai, ha invece annusato per tempo l’aria e si è tirato indietro. Lasciando Rai e organizzatori con la gatta da pelare non da poco di trovarsi alla svelta un altro conduttore credibile.
Ora prepariamoci al solito, estenuante rito delle conferenze stampa di presentazione. Dei cantanti, del conduttore, delle vallette-che-non-si-possono-chiamare-vallette, degli ospiti... Tutto per tentare disperatamente di attirare interesse su un Festival che nasce morto, al di là dei proclami e delle altisonanti dichiarazioni d’intenti. L’inevitabile e ulteriore crollo degli ascolti, unito alla confermata incapacità di incidere sulle vendite dei dischi, ne saranno la desolante riprova.
Senza la Fimi, che raccoglie le case discografiche più importanti e di fatto gran parte dei cantanti più amati dal pubblico. Con la gara unica fra cosiddetti big e sedicenti giovani (come quella volta, nell’83, che finì per vincere Tiziana Rivale; seconda tale Donatella Milani...). E con il rischiosissimo voto telefonico, che si presta - organizzalo come vuoi, con tutti i paletti che vuoi - a evidenti manipolazioni da parte dei diretti interessati, con codazzo di case discografiche, agenzie, giù giù fino ad amici e parenti... Quasi a mo’ di ciliegina sulla torta, il Dopofestival trasformato nell’ennesimo «Porta a Porta» con l’onnipresente cardinal Bruno Vespa.
Mogol ha accettato di rappresentare la foglia di fico di un tal guazzabuglio, forse - dicono i maligni - per la sua storica vicinanza al centrodestra. Ma rischia di ritrovarsi con una macchia sulla sua onoratissima carriera di grande autore.
Il più astuto Bonolis, forte dei successi di ascolto del suo recente ritorno alla Rai, ha invece annusato per tempo l’aria e si è tirato indietro. Lasciando Rai e organizzatori con la gatta da pelare non da poco di trovarsi alla svelta un altro conduttore credibile.
Ora prepariamoci al solito, estenuante rito delle conferenze stampa di presentazione. Dei cantanti, del conduttore, delle vallette-che-non-si-possono-chiamare-vallette, degli ospiti... Tutto per tentare disperatamente di attirare interesse su un Festival che nasce morto, al di là dei proclami e delle altisonanti dichiarazioni d’intenti. L’inevitabile e ulteriore crollo degli ascolti, unito alla confermata incapacità di incidere sulle vendite dei dischi, ne saranno la desolante riprova.
martedì 11 novembre 2003
LIBRO GUCCINI
Parla un po’ anche di Trieste, del Carso, di Banne e ovviamente del «tram de
Opcina», il nuovo libro di Francesco Guccini. «Cittanòva Blues» (Mondadori,
pagg. 217, euro 15) conclude l’ideale trilogia, lo zibaldone autobiografico
avviato nell’89 con «Cròniche epifaniche» e proseguito nel ’93 con «Vacca
d’un cane». Sì, perchè il lungagnone di Pàvana, appennino tosco-emiliano (ma
lui è nato a Modena, nel 1940), cantautore e da qualche tempo narratore fra
i più amati dal pubblico, quarant’anni fa o giù di lì fece il militare
proprio in una caserma a Banne, sul Carso triestino, a un tiro di schioppo
da Opicina.
E quell’«eskimo innocente dettato solo dalla povertà», cantato in una delle
sue canzoni più applaudite ai concerti, poi sostituito da «un ricco e
imbottito McGregor di velluto a coste», l’aveva comprato proprio a Trieste,
subito dopo il servizio militare, quando il suddetto capo d’abbigliamento
«non aveva ancora quel significato simbolico che avrebbe avuto in seguito».
«A Trieste - aveva raccontato una volta Guccini - facevo il fighetto. Un
signore, altro che. Novantamila lire al mese più altre cinquemila di
frontiera orientale, quindi zona disagiata. In realtà, la zona non era
disagiata per niente. La città era bella, d’inverno tirava la bora ma con la
bella stagione si andava anche al mare. Allora Trieste aveva due caserme in
città, una su in altopiano a Poggioreale del Carso e un’altra ancora a
Banne, molto lontana. Quando ci assegnarono le sedi, pregai di essere
mandato in città o quantomeno di evitare Banne e bestemmiai a lungo quando
mi dissero che, naturalmente, era lì che sarei finito».
Ancora Guccini: «In realtà, già pochi giorni dopo il mio arrivo mi resi
conto che non solo non era una sventura, anzi, mi era andata di lusso. Il
nostro comandante di battaglione, il maggiore Giacchini di Pesaro, non amava
che i suoi soldati girassero per la città in divisa, così quasi ci
costringeva, per la nostra gioia, a uscire in borghese. Solo le ragazze più
belle per i miei ragazzi, diceva. Era un patito delle bisbocce e quindi
organizzava lui stesso spettacolari cene cosiddette ”di calotta”,
associazione nominale che unisce gli ufficiali cosiddetti inferiori -
sottotenenti, tenenti e capitani - di uno stesso gruppo. Erano balle a non
finire, balle nel senso di ubriacature, con il maggiore in testa a dare
l’esempio».
Se «Cròniche epifaniche» raccontava l’infanzia pavanese e «Vacca d’un cane»
l’adolescenza nella Modena degli anni Cinquanta, ora siamo nella Bologna
vivace e curiosa e un po’ alcolica dei Sessanta. Anzi, per l’esattezza,
dalla fine degli anni Cinquanta ai primissimi Settanta. I ragazzi e le
ragazze di allora, i loro luoghi, le passioni, i sogni. Ecco la prima
Cinquecento, le immancabili osterie, la mitica chitarra Carmelo Catania, i
primi complessi (che non si chiamavano ancora gruppi e tantomeno band...),
il sesso assai parlato e pochissimo praticato. Sullo sfondo, i primi vagiti
della contestazione. Dietro l’angolo, sempre, l’eterno sogno americano. E
poi la naia, a Lecce, a Roma e infine a Trieste. E poi ancora, al ritorno,
la ripresa degli studi universitari. E le canzoni.
Quasi un romanzo di formazione, insomma, in una prosa caratterizzata e in
qualche modo impreziosita da gerghi dialettali e preziosismi letterari. Il
gergo di Guccini, che sa imprimere anche alle pagine un ritmo quasi
musicale. Per cantare in prosa la sua città e l’epoca dei suoi vent’anni
(«perché a vent'anni è tutto ancora intero, perché a vent'anni è tutto chi
lo sa, a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a
quell’età...»: «Eskimo», appunto). Per cantare la provincia italiana degli
anni Sessanta, diversa ma simile sotto ogni latitudine.
I primi due capitoli della trilogia erano usciti per Feltrinelli. Ora il
passaggio a Mondadori. Dopo un decennio di «pausa autobiografica», occupato
dalla collaborazione con il giallista Loriano Macchiavelli, foriera del
libro «Macaroni» (uscito nel ’97) e di altri tre titoli.
«Cittanòva Blues» (in coda c’è anche un utile glossarietto, eredità di
un’altra pubblicazione del nostro: il Dizionario del dialetto di Pàvana,
curato e pubblicato nel ’98) conclude la trilogia dei ricordi. Dopo la
quale, ha detto Guccini in un’intervista, «ho pronte cinque canzoni per un
nuovo album, ma so che non bastano. Sto anche pensando a una specie di saga
familiare sulla storia d’Italia: dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni
nostri».
«Poi vorrei parlare di mondi lontani, luoghi visitati come turista per caso.
Ho già pronti tre racconti, ambientati rispettivamente in Argentina, Brasile
e Sicilia. E ne ho in mente uno sulle isole Mauritius. Dovrò trovare una
lingua unica, uno stile in grado di omologare realtà così diverse...».
Insomma, sempre più scrittore, sempre meno cantautore.
Ma torniamo ancora per un attimo al soldato Guccini nella caserma di Banne.
«Io ero inoltre coccolato da tutti - aveva raccontato il cantautore - perchè
sapevo suonare uno strumento. E quando arriva una chitarra in caserma, tutti
fanno festa. Il maggiore Giacchini divenne il mio primo fan. Alle cene di
calotta, quando era oramai prossimo a crollare riverso sul tavolo, si
rivolgeva a me ad alta voce: Guccini, una bottiglia di cognac per il tuo
tavolo se ti ricordi questa canzone. Io magari non la sapevo, ma al mio
tavolo per una bottiglia di cognac l’avrebbero anche scritta lì sul momento,
la canzone...».
Opcina», il nuovo libro di Francesco Guccini. «Cittanòva Blues» (Mondadori,
pagg. 217, euro 15) conclude l’ideale trilogia, lo zibaldone autobiografico
avviato nell’89 con «Cròniche epifaniche» e proseguito nel ’93 con «Vacca
d’un cane». Sì, perchè il lungagnone di Pàvana, appennino tosco-emiliano (ma
lui è nato a Modena, nel 1940), cantautore e da qualche tempo narratore fra
i più amati dal pubblico, quarant’anni fa o giù di lì fece il militare
proprio in una caserma a Banne, sul Carso triestino, a un tiro di schioppo
da Opicina.
E quell’«eskimo innocente dettato solo dalla povertà», cantato in una delle
sue canzoni più applaudite ai concerti, poi sostituito da «un ricco e
imbottito McGregor di velluto a coste», l’aveva comprato proprio a Trieste,
subito dopo il servizio militare, quando il suddetto capo d’abbigliamento
«non aveva ancora quel significato simbolico che avrebbe avuto in seguito».
«A Trieste - aveva raccontato una volta Guccini - facevo il fighetto. Un
signore, altro che. Novantamila lire al mese più altre cinquemila di
frontiera orientale, quindi zona disagiata. In realtà, la zona non era
disagiata per niente. La città era bella, d’inverno tirava la bora ma con la
bella stagione si andava anche al mare. Allora Trieste aveva due caserme in
città, una su in altopiano a Poggioreale del Carso e un’altra ancora a
Banne, molto lontana. Quando ci assegnarono le sedi, pregai di essere
mandato in città o quantomeno di evitare Banne e bestemmiai a lungo quando
mi dissero che, naturalmente, era lì che sarei finito».
Ancora Guccini: «In realtà, già pochi giorni dopo il mio arrivo mi resi
conto che non solo non era una sventura, anzi, mi era andata di lusso. Il
nostro comandante di battaglione, il maggiore Giacchini di Pesaro, non amava
che i suoi soldati girassero per la città in divisa, così quasi ci
costringeva, per la nostra gioia, a uscire in borghese. Solo le ragazze più
belle per i miei ragazzi, diceva. Era un patito delle bisbocce e quindi
organizzava lui stesso spettacolari cene cosiddette ”di calotta”,
associazione nominale che unisce gli ufficiali cosiddetti inferiori -
sottotenenti, tenenti e capitani - di uno stesso gruppo. Erano balle a non
finire, balle nel senso di ubriacature, con il maggiore in testa a dare
l’esempio».
Se «Cròniche epifaniche» raccontava l’infanzia pavanese e «Vacca d’un cane»
l’adolescenza nella Modena degli anni Cinquanta, ora siamo nella Bologna
vivace e curiosa e un po’ alcolica dei Sessanta. Anzi, per l’esattezza,
dalla fine degli anni Cinquanta ai primissimi Settanta. I ragazzi e le
ragazze di allora, i loro luoghi, le passioni, i sogni. Ecco la prima
Cinquecento, le immancabili osterie, la mitica chitarra Carmelo Catania, i
primi complessi (che non si chiamavano ancora gruppi e tantomeno band...),
il sesso assai parlato e pochissimo praticato. Sullo sfondo, i primi vagiti
della contestazione. Dietro l’angolo, sempre, l’eterno sogno americano. E
poi la naia, a Lecce, a Roma e infine a Trieste. E poi ancora, al ritorno,
la ripresa degli studi universitari. E le canzoni.
Quasi un romanzo di formazione, insomma, in una prosa caratterizzata e in
qualche modo impreziosita da gerghi dialettali e preziosismi letterari. Il
gergo di Guccini, che sa imprimere anche alle pagine un ritmo quasi
musicale. Per cantare in prosa la sua città e l’epoca dei suoi vent’anni
(«perché a vent'anni è tutto ancora intero, perché a vent'anni è tutto chi
lo sa, a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a
quell’età...»: «Eskimo», appunto). Per cantare la provincia italiana degli
anni Sessanta, diversa ma simile sotto ogni latitudine.
I primi due capitoli della trilogia erano usciti per Feltrinelli. Ora il
passaggio a Mondadori. Dopo un decennio di «pausa autobiografica», occupato
dalla collaborazione con il giallista Loriano Macchiavelli, foriera del
libro «Macaroni» (uscito nel ’97) e di altri tre titoli.
«Cittanòva Blues» (in coda c’è anche un utile glossarietto, eredità di
un’altra pubblicazione del nostro: il Dizionario del dialetto di Pàvana,
curato e pubblicato nel ’98) conclude la trilogia dei ricordi. Dopo la
quale, ha detto Guccini in un’intervista, «ho pronte cinque canzoni per un
nuovo album, ma so che non bastano. Sto anche pensando a una specie di saga
familiare sulla storia d’Italia: dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni
nostri».
«Poi vorrei parlare di mondi lontani, luoghi visitati come turista per caso.
Ho già pronti tre racconti, ambientati rispettivamente in Argentina, Brasile
e Sicilia. E ne ho in mente uno sulle isole Mauritius. Dovrò trovare una
lingua unica, uno stile in grado di omologare realtà così diverse...».
Insomma, sempre più scrittore, sempre meno cantautore.
Ma torniamo ancora per un attimo al soldato Guccini nella caserma di Banne.
«Io ero inoltre coccolato da tutti - aveva raccontato il cantautore - perchè
sapevo suonare uno strumento. E quando arriva una chitarra in caserma, tutti
fanno festa. Il maggiore Giacchini divenne il mio primo fan. Alle cene di
calotta, quando era oramai prossimo a crollare riverso sul tavolo, si
rivolgeva a me ad alta voce: Guccini, una bottiglia di cognac per il tuo
tavolo se ti ricordi questa canzone. Io magari non la sapevo, ma al mio
tavolo per una bottiglia di cognac l’avrebbero anche scritta lì sul momento,
la canzone...».
domenica 9 novembre 2003
venerdì 7 novembre 2003
DISCO TIZIANO FERRO
Il nuovo Ramazzotti ha ventitré anni, è nato a Latina, da bambino era un
grassone. La nuova grande realtà del pop italiano da esportazione, dopo
Eros, la Pausini e Nek, è insomma Tiziano Ferro. Di lui si sa che è amato da
giovani e giovanissimi. E che a sedici anni, dopo studi di chitarra
classica, batteria e pianoforte, entra nel coro gospel della sua città. A
diciotto (dopo aver mancato l’obiettivo l’anno precedente) è fra i finalisti
dell’Accademia della Canzone di Sanremo. Lì viene notato dai produttori
Alberto Salerno e Mara Majonchi, che cominciano a lavorare su di lui. Nel
luglio 2001 esce il primo singolo, «Xdono», ed è il botto: prima in Italia,
poi in Europa, poi in mezzo mondo. Tanto che nella classifica dei singoli
più venduti in Europa nel 2002 (senza i numeri dell’Italia e
dell’Inghilterra, dove il cd singolo - rispettivamente - è uscito l’anno
precedente e non è stato pubblicato) ottiene un clamoroso terzo posto,
dietro Eminem e Shakira. Nell'ottobre 2001 esce l'album d'esordio, «Rosso
relativo», che in Italia resta fra i dieci più venduti per oltre sette mesi
e viene pubblicato in quarantadue paesi. Scalando le classifiche in
Svizzera, Spagna, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Turchia... Intanto, i
singoli «Imbranato» e «Rosso relativo» contribuiscono alla consacrazione del
cantante, popolarissimo in Italia (premio al Festivalbar) e all’estero: i
singoli vengono registrati in spagnolo, francese e portoghese («Xdono» anche
in inglese), l'album in spagnolo esce negli Stati Uniti e in Sudamerica,
«Imbranato» è numero uno in Brasile e numero tre in Argentina, «Xdono» è
terzo in Messico, dove l’album è fra i dieci più venduti. Dopo i tour in
Centro e Sud America, arriva anche il maggior riconoscimento: Tiziano è in
lizza - unico italiano - per i Latin Grammy 2003 di Miami come «miglior
esordiente». Ora, fra due giorni, anticipato dal singolo «Xverso», esce il
secondo album. S’intitola «111 Centoundici». Un mix di vocalità italiana e
ritmi neri. Atteso in Italia, Europa e America.
grassone. La nuova grande realtà del pop italiano da esportazione, dopo
Eros, la Pausini e Nek, è insomma Tiziano Ferro. Di lui si sa che è amato da
giovani e giovanissimi. E che a sedici anni, dopo studi di chitarra
classica, batteria e pianoforte, entra nel coro gospel della sua città. A
diciotto (dopo aver mancato l’obiettivo l’anno precedente) è fra i finalisti
dell’Accademia della Canzone di Sanremo. Lì viene notato dai produttori
Alberto Salerno e Mara Majonchi, che cominciano a lavorare su di lui. Nel
luglio 2001 esce il primo singolo, «Xdono», ed è il botto: prima in Italia,
poi in Europa, poi in mezzo mondo. Tanto che nella classifica dei singoli
più venduti in Europa nel 2002 (senza i numeri dell’Italia e
dell’Inghilterra, dove il cd singolo - rispettivamente - è uscito l’anno
precedente e non è stato pubblicato) ottiene un clamoroso terzo posto,
dietro Eminem e Shakira. Nell'ottobre 2001 esce l'album d'esordio, «Rosso
relativo», che in Italia resta fra i dieci più venduti per oltre sette mesi
e viene pubblicato in quarantadue paesi. Scalando le classifiche in
Svizzera, Spagna, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Turchia... Intanto, i
singoli «Imbranato» e «Rosso relativo» contribuiscono alla consacrazione del
cantante, popolarissimo in Italia (premio al Festivalbar) e all’estero: i
singoli vengono registrati in spagnolo, francese e portoghese («Xdono» anche
in inglese), l'album in spagnolo esce negli Stati Uniti e in Sudamerica,
«Imbranato» è numero uno in Brasile e numero tre in Argentina, «Xdono» è
terzo in Messico, dove l’album è fra i dieci più venduti. Dopo i tour in
Centro e Sud America, arriva anche il maggior riconoscimento: Tiziano è in
lizza - unico italiano - per i Latin Grammy 2003 di Miami come «miglior
esordiente». Ora, fra due giorni, anticipato dal singolo «Xverso», esce il
secondo album. S’intitola «111 Centoundici». Un mix di vocalità italiana e
ritmi neri. Atteso in Italia, Europa e America.
RENATO ZERO
Sabato lo rivedremo da Giorgio Panariello, su Raiuno. A presentare il nuovo
disco «Cattura» ma anche a perpetuare il gioco, che piace tanto alle folle
mediatiche, dell’imitato che s’incontra con l’imitatore. Gioco che funziona
alla meraviglia quando Teo Teocoli diventa Cesare Maldini, quando Maurizio
Crozza si trasforma in Josè Altafini (o in Marzullo, o in Cannavò...),
quando Sabrina e Corrado Guzzanti dardeggiano i loro tanti bersagli. E
quando Panariello, appunto, fa Renato Zero quasi meglio dell’originale.
Anche questo, in fondo, è un segnale della «normalizzazione» di Renato
Fiacchini in arte Zero. Partito come un David Bowie «de noantri», arrivato
nell’immaginario collettivo alla stregua di un Claudio Villa rivisto e
corretto da qualche decennio di cultura pop. Classe 1950, «romano de Roma»,
comincia a cantare da bambino. Nel ’66 al Piper, in pieno beat italiano,
viene notato dal coreografo Don Lurio che lo porta in tv (assieme a Loredana
Bertè), nel gruppo di ballo di Rita Pavone «Collettoni e Collettine».
Seguono i programmi di Arbore e Boncompagni, le comparsate nei Caroselli
televisivi, i primi dischi («Non basta mai» è del ’69), la particina nel
«Satyricon» di Fellini (’70), l'edizione italiana del musical «Hair», la
rock-opera di Tito Schipa jr. «Orfeo 9». Il primo album come cantautore, «No
mamma no», è del ’73. E la «maschera Renato Zero» diventa protagonista della
canzone italiana. Cipria, cerone, mascara, travestimenti e imbellettamenti
vari servono all’artista per comunicare già con l’immagine, prim’ancora che
con parole e musica. Per parlare a schiere di «sorcini» di disagio, di
emarginazione, di omosessualità, di droga, di tabù vecchi e nuovi.
Una volta, tanti anni fa, della sua maschera disse: «Non è assolutamente un
fatto scenico. Ora sono completamente senza trucco, ma nulla vieta che tra
un po' vada a casa e mi trucchi per poi andare a prendere un gelato. Mi si
può dire che è puro infantilismo, io rispondo che è una dimensione di vita
tutt'altro che lontana dalla realtà. Fuga? Mai. Schizofrenia? Neanche.
Ridicolizzare le frustrazioni e le paranoie: questo sì».
Chissà se lo pensa ancora, il normalizzato signore cinquantatreenne Renato
Fiacchini in arte Zero. Di cui ultimamente si è parlato, più che per la
musica, per tre fatti. Aver adottato legalmente un giovanottone trentenne di
nome Roberto Anselmi. Esser stato coinvolto (con ogni probabilità senza
colpa) in una denuncia per maltrattamenti da un suo ex domestico cingalese.
E ovviamente per l’azzeccatissima imitazione che ne regala Panariello.
disco «Cattura» ma anche a perpetuare il gioco, che piace tanto alle folle
mediatiche, dell’imitato che s’incontra con l’imitatore. Gioco che funziona
alla meraviglia quando Teo Teocoli diventa Cesare Maldini, quando Maurizio
Crozza si trasforma in Josè Altafini (o in Marzullo, o in Cannavò...),
quando Sabrina e Corrado Guzzanti dardeggiano i loro tanti bersagli. E
quando Panariello, appunto, fa Renato Zero quasi meglio dell’originale.
Anche questo, in fondo, è un segnale della «normalizzazione» di Renato
Fiacchini in arte Zero. Partito come un David Bowie «de noantri», arrivato
nell’immaginario collettivo alla stregua di un Claudio Villa rivisto e
corretto da qualche decennio di cultura pop. Classe 1950, «romano de Roma»,
comincia a cantare da bambino. Nel ’66 al Piper, in pieno beat italiano,
viene notato dal coreografo Don Lurio che lo porta in tv (assieme a Loredana
Bertè), nel gruppo di ballo di Rita Pavone «Collettoni e Collettine».
Seguono i programmi di Arbore e Boncompagni, le comparsate nei Caroselli
televisivi, i primi dischi («Non basta mai» è del ’69), la particina nel
«Satyricon» di Fellini (’70), l'edizione italiana del musical «Hair», la
rock-opera di Tito Schipa jr. «Orfeo 9». Il primo album come cantautore, «No
mamma no», è del ’73. E la «maschera Renato Zero» diventa protagonista della
canzone italiana. Cipria, cerone, mascara, travestimenti e imbellettamenti
vari servono all’artista per comunicare già con l’immagine, prim’ancora che
con parole e musica. Per parlare a schiere di «sorcini» di disagio, di
emarginazione, di omosessualità, di droga, di tabù vecchi e nuovi.
Una volta, tanti anni fa, della sua maschera disse: «Non è assolutamente un
fatto scenico. Ora sono completamente senza trucco, ma nulla vieta che tra
un po' vada a casa e mi trucchi per poi andare a prendere un gelato. Mi si
può dire che è puro infantilismo, io rispondo che è una dimensione di vita
tutt'altro che lontana dalla realtà. Fuga? Mai. Schizofrenia? Neanche.
Ridicolizzare le frustrazioni e le paranoie: questo sì».
Chissà se lo pensa ancora, il normalizzato signore cinquantatreenne Renato
Fiacchini in arte Zero. Di cui ultimamente si è parlato, più che per la
musica, per tre fatti. Aver adottato legalmente un giovanottone trentenne di
nome Roberto Anselmi. Esser stato coinvolto (con ogni probabilità senza
colpa) in una denuncia per maltrattamenti da un suo ex domestico cingalese.
E ovviamente per l’azzeccatissima imitazione che ne regala Panariello.
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