Una personale di Serena Sinigaglia, giovane regista di punta della scena teatrale italiana. E un recital di Marta Sebestyén, considerata la maggior interprete di musica folkloristica ungherese.
Sono due delle chicche che Moni Ovadia ha preparato per l’edizione 2005 del Mittelfest, il cui programma è ormai nella sua gran parte definito: infatti verrà presentato domani mattina al consiglio di amministrazione del festival di Cividale, diretto per il secondo anno dal cinquantanovenne artista nato a Plovdiv, in Bulgaria, e milanese d’adozione.
La Sinigaglia è stata già nel 2000 al Mittelfest, con un’edizione delle «Baccanti» realizzata con un gruppo di attrici italiane e albanesi. Ma è stata anche l’anno scorso a Cervignano con la sua «biografia non autorizzata» di Che Guevara e nei mesi scorsi a Udine e a Monfalcone con «1968», riflessione sull’anno della contestazione fatta da chi ne ha solo sentito parlare (la regista è nata nel ’73 a Milano), mentre lunedì e martedì torna a Monfalcone con «Il Grigio» di Giorgio Gaber (ne riferiamo qui sotto). Stavolta Moni Ovadia ha deciso di dedicarle una vera e propria personale, sottolineando così il suo ruolo di spicco sulla scena teatrale italiana, con alcune sue produzioni del passato ma anche con alcune cose nuove, realizzate proprio per il Mittelfest 2005, fra cui uno spettacolo sulle Beatitudini del Vangelo.
Ovadia ieri sera ha presentato «La bottiglia vuota» in una San Daniele del Friuli imbiancata dalla neve. Oggi è atteso nel pomeriggio a Venezia Lido, al congresso di Rifondazione Comunista, dove è stato invitato per una commemorazione dei sessant’anni della Liberazione («leggerò alcuni versi dal ghetto di Varsavia...»), e stasera è a Pordenone, con «L’armata a cavallo» vista recentemente anche a Trieste.
E proprio a Trieste ieri pomeriggio l’artista ha fatto un veloce blitz, per una breve visita a casa di Claudio Magris, che nei prossimi giorni firmerà sul «Corriere della Sera» un’intervista-presentazione del nuovo libro di Moni Ovadia. «S’intitola ”Contro l’idolatria” - spiega il massimo interprete della cultura yiddish in Italia - ed esce per Einaudi nei prossimi giorni: è una raccolta degli articoli che propongo da qualche tempo, ogni sabato, sull’Unità, più alcune cose che ho scritto per l’occasione...».
Oggi di Mittelfest si parlerà anche nella riunione della giunta regionale. Forse potrebbe anche venir fuori il nome del nuovo presidente della rassegna: il terzo in dodici mesi, dopo Paolo Maurensig e Demetrio Volcic.
...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 3 marzo 2005
martedì 1 marzo 2005
Avvengono strani cortocircuiti, quando la realtà bussa alla porta effimera della finzione. Quando i tanti drammi, piccoli e grandi, le tante tragedie del mondo e della vita si insinuano anche nel programma leggero per antonomasia della nostra (pessima) televisione del 2005. Un po’ come quando qualcuno si alza e svela a tutti la vecchia verità: «il re è nudo».
È successo ieri, durante la serata d’apertura della 55.a edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo. Quello targato Paolo Bonolis, che - pur affiancato da un’Antonella Clerici imbarazzante da vedere e una Federica Felini imbarazzante da sentire -, con il suo garbo, la sua intelligenza, soprattutto la sua capacità di sdrammatizzare tutto con una battuta, rappresenta l’unica vera novità di un carrozzone altrimenti immutabile quale quello del festivalone.
Dopo due ore e mezzo di solite cose, alle 23.14 Bonolis si è seduto sui gradini della scalinata che sta al centro anche della scenografia di quest’anno e ha cominciato a parlare di cose reali, di un mondo dove spesso accadono cose che non vorremmo, a parlare insomma di guerra, di morti, persino di ossimori come «guerra di religione». Come aveva preannunciato, il conduttore ha anche aggiunto il suo appello ai mille e mille di questi ventisette giorni per la liberazione di Giuliana Sgrena. «Il nostro auspicio - ha detto - è che Giuliana possa tornare presto a casa e ai suoi cari. Il suo rapimento è anche un attentato alla libertà di informazione».
Le immagini di una neonata fortunata perchè nata in Occidente, seguite dalle drammatiche fotografie di una bimba scheletrica nata «nella parte sbagliata del mondo», il collegamento con il Darfur, in Sudan, con l’annuncio di una raccolta di fondi per la costruzione laggiù di un ospedale e di una scuola, hanno fatto il resto.
Tredici minuti di dura realtà incastonati nella finzione. Poteva essere solo «il momento dell’impegno», buono per lavarsi la coscienza e riprendere subito dopo a occuparsi di canzonette, ma dopo l’interruzione pubblicitaria Bonolis ha dato l’annuncio della morte di Alberto Castagna (ne riferiamo nella pagina seguente), e a quel punto emozione si è sommata a emozione. E la serata «leggera» poteva tranquillamente concludersi lì. Come da copione, invece, e forse giustamente, si è andati avanti. Fino a ora tardissima.
Prima, il Festival si era aperto - come annunciato - con l'inno di Mameli suonato dalla chitarra di Paolo Carta: rock ma non troppo, forse per non urtare l’alto e malinteso senso patriottico di qualcuno. L'inconsueta apertura, preceduta da un’astronave in stile «Odissea nello spazio» e da citazioni da Wim Wenders, è stata seguita da un omaggio a Lucio Battisti, Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè cantato da tutti i concorrenti della sezione giovani. Atmosfera fra «Amici» della De Filippi e Sanremo Famosi.
Il resto? La sfilata dei venti «big», divisi quest’anno fra classici, uomini, donne e gruppi: da Umberto Tozzi via via a tutti gli altri, con citazione obbligata per l’ottantunenne Nicola Arigliano, salutato da una standing ovation.
Ma cantanti e canzoni in gara sono, come al solito, l’anello debole della questione. E il paragone diventa impietoso quando sbuca Michael Bublè, il nuovo re dello swing, nonostante un microfono che a un certo punto va in tilt. Fa anche uno spiritoso duetto con Bonolis, che sfocia in un omaggio a Renato Carosone e al suo «Tu vuo fà l’americano». Il resto è noia.
È successo ieri, durante la serata d’apertura della 55.a edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo. Quello targato Paolo Bonolis, che - pur affiancato da un’Antonella Clerici imbarazzante da vedere e una Federica Felini imbarazzante da sentire -, con il suo garbo, la sua intelligenza, soprattutto la sua capacità di sdrammatizzare tutto con una battuta, rappresenta l’unica vera novità di un carrozzone altrimenti immutabile quale quello del festivalone.
Dopo due ore e mezzo di solite cose, alle 23.14 Bonolis si è seduto sui gradini della scalinata che sta al centro anche della scenografia di quest’anno e ha cominciato a parlare di cose reali, di un mondo dove spesso accadono cose che non vorremmo, a parlare insomma di guerra, di morti, persino di ossimori come «guerra di religione». Come aveva preannunciato, il conduttore ha anche aggiunto il suo appello ai mille e mille di questi ventisette giorni per la liberazione di Giuliana Sgrena. «Il nostro auspicio - ha detto - è che Giuliana possa tornare presto a casa e ai suoi cari. Il suo rapimento è anche un attentato alla libertà di informazione».
Le immagini di una neonata fortunata perchè nata in Occidente, seguite dalle drammatiche fotografie di una bimba scheletrica nata «nella parte sbagliata del mondo», il collegamento con il Darfur, in Sudan, con l’annuncio di una raccolta di fondi per la costruzione laggiù di un ospedale e di una scuola, hanno fatto il resto.
Tredici minuti di dura realtà incastonati nella finzione. Poteva essere solo «il momento dell’impegno», buono per lavarsi la coscienza e riprendere subito dopo a occuparsi di canzonette, ma dopo l’interruzione pubblicitaria Bonolis ha dato l’annuncio della morte di Alberto Castagna (ne riferiamo nella pagina seguente), e a quel punto emozione si è sommata a emozione. E la serata «leggera» poteva tranquillamente concludersi lì. Come da copione, invece, e forse giustamente, si è andati avanti. Fino a ora tardissima.
Prima, il Festival si era aperto - come annunciato - con l'inno di Mameli suonato dalla chitarra di Paolo Carta: rock ma non troppo, forse per non urtare l’alto e malinteso senso patriottico di qualcuno. L'inconsueta apertura, preceduta da un’astronave in stile «Odissea nello spazio» e da citazioni da Wim Wenders, è stata seguita da un omaggio a Lucio Battisti, Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè cantato da tutti i concorrenti della sezione giovani. Atmosfera fra «Amici» della De Filippi e Sanremo Famosi.
Il resto? La sfilata dei venti «big», divisi quest’anno fra classici, uomini, donne e gruppi: da Umberto Tozzi via via a tutti gli altri, con citazione obbligata per l’ottantunenne Nicola Arigliano, salutato da una standing ovation.
Ma cantanti e canzoni in gara sono, come al solito, l’anello debole della questione. E il paragone diventa impietoso quando sbuca Michael Bublè, il nuovo re dello swing, nonostante un microfono che a un certo punto va in tilt. Fa anche uno spiritoso duetto con Bonolis, che sfocia in un omaggio a Renato Carosone e al suo «Tu vuo fà l’americano». Il resto è noia.
Sarà ovviamente un caso. Ma l’anno scorso ha vinto Marco Masini, da sempre uno dei pochi cantanti a non aver mai nascosto le proprie simpatie per la destra. E quest’anno, chi sarà mai il favoritissimo della 55.a edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo, che fra l’altro comincia domani? Ma ovviamente Gigi D’Alessio, napoletano trasferito a Roma per evitare «pericolose contiguità», nonchè altro buon amico di Alleanza Nazionale e soprattutto del governatore laziale in cerca di riconferma Francesco Storace.
Un caso, certo. Ma solo per chi ancora dubita dell’esistenza di un robusto cordone ombelicale fra Sanremo (cioè la Rai) e quadro politico nazionale. E come cinque anni fa, ai tempi dei governi dell’Ulivo, il Festival era affidato a Fabio Fazio che ospitava Gorbaciov ma anche Jovanotti con i suoi rap «de noantri» (ricordate? «D’Alema, cancella il debito...»), oggi tutta la macchina viene accortamente manovrata da tale Gianmarco Mazzi, condirettore artistico con delega musicale, definito vicino ad An nonchè amicone di Ignazio La Russa.
Detto questo, si comprendono facilmente alcune scelte, tutte dettate dalla necessità della destra oggi di governo di smentire quel luogo comune che vuole il mondo della canzone - e dunque anche la sua massima vetrina nazionale - da sempre egemonizzati dalla sinistra. Ecco allora il ruolo strategico affidato anche quest’anno a Mogol, ecco la vittoria di Masini (che torna l’anno dopo sul luogo della vittoria: un caso quasi unico...) e quella annunciata di D’Alessio, ecco la riscoperta di Marcella (già candidata senza fortuna di An alle ultime europee) e di un altro destro storico come Umberto Tozzi. Per non parlare poi dell’inopinato collante rappresentato dall’Inno di Mameli, pur in chiave rock, che delizierà i telespettatori in apertura di ogni serata...
Casualità. Forse. Comunque si può partire. Non manca nulla. C’è il vincitore annunciato. C’è il superospite che torna a Sanremo dopo oltre vent’anni. C’è il mattatore tivù che si confronta per la prima volta con il moloch festivaliero (e da oggi, alle 20.35, tornerà su Raiuno anche con «Affari tuoi», per tirarsi la volata...). E poi ci sono la bionda e la mora, ci sono i comprimari, c’è la novità delle scommesse... Le polemiche non mancheranno, anzi, sono già cominciate quando è stato annunciato il possibile arrivo come ospite del pugile-stupratore Mike Tyson (che molto probabilmente non ci sarà, mentre è quasi certo Hugh Grant e sono in corso febbrili contatti con George Clooney, Nicole Kidman e Angelina Jolie). Qualcuno pare abbia proposto persino un faccia a faccia fra la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci e il cantautore Cat Stevens che ora si fa chiamare Yusuf Salam: ma forse era solo una battuta...
Parliamo di cantanti e canzoni. La novità di dividere i venti big in quattro categorie (classici, uomini, donne e gruppi) finora ha avuto come unica conseguenza quella di costringere gli organizzatori ad autentiche acrobazie per far quadrare il cerchio. Per accontentare tutti, Dj Francesco è diventato «Dj Francesco Band» ed è stato inserito fra i gruppi. Idem per la cantante Nicky Nicolai, grazie al quartetto jazz del marito sassofonista Stefano Di Battista da cui si fa accompagnare. Paola e Chiara, che in quanto duo potevano tranquillamente figurare fra i gruppi, gareggiano invece fra le donne. Bah...
I dodici giovani (tutti praticamente sconosciuti), che sono sopravvissuti alle selezioni dell’Accademia della canzone, potrebbero inserire un elemento di incertezza nella gara. Tre di loro vanno in finale, e la sera di sabato gareggeranno assieme ai big che avranno passato il turno. Considerato che l’ultima tornata di voti, quella decisiva, sarà affidata al televoto (e non alle giurie demoscopiche come nelle sere precedenti), beh, si può ben capire che solo da lì può venir fuori una sorpresa. Come già accaduto a Sanremo ai tempi delle vittorie di Annalisa Minetti, dei Jalisse, di Tiziana Rivale... Il televoto potrebbe favorire anche Le Vibrazioni. Sarebbe una bella sorpresa.
Ma il colpo gobbo messo a referto dagli organizzatori quest’anno si chiama senz’ombra di dubbio Vasco Rossi. Se per avere il sì di Adriano Celentano l’anno scorso Tony Renis e Flavio Cattaneo dovettero aspettare l’ultimo minuto utile, quest’anno l’okay del Blasco (che l’anno scorso aveva declinato l’invito a ricevere un premio alla carriera) è arrivato con congruo anticipo.
Vasco salì sul palcoscenico dell’Ariston nell’82, cantando «Vado al massimo», e arrivò ultimo. Ci riprovò l’anno successivo, con quel capolavoro che rimane «Vita spericolata», e gli andò di pochissimo meglio: penultimo. Com’è andata dopo, lo sanno tutti: milioni di dischi venduti, tournée con stadi tutti esauriti, un’icona rock ormai per un paio di generazioni. Alla faccia del giornalista Nantas Salvalaggio che proprio in uno di quei due festival lo aveva tacciato di essere «cattivo esempio per i giovani»...
Oggi Vasco Rossi ha deciso di tornare a Sanremo che comunque rappresentò la svolta della sua carriera. Sembra che sabato canterà il suo passato («Vita spericolata») che incontra il suo presente («Un senso»). E possiamo star certi sin da ora che sarà uno dei pochi momenti da ricordare del Festival di quest’anno.
Un caso, certo. Ma solo per chi ancora dubita dell’esistenza di un robusto cordone ombelicale fra Sanremo (cioè la Rai) e quadro politico nazionale. E come cinque anni fa, ai tempi dei governi dell’Ulivo, il Festival era affidato a Fabio Fazio che ospitava Gorbaciov ma anche Jovanotti con i suoi rap «de noantri» (ricordate? «D’Alema, cancella il debito...»), oggi tutta la macchina viene accortamente manovrata da tale Gianmarco Mazzi, condirettore artistico con delega musicale, definito vicino ad An nonchè amicone di Ignazio La Russa.
Detto questo, si comprendono facilmente alcune scelte, tutte dettate dalla necessità della destra oggi di governo di smentire quel luogo comune che vuole il mondo della canzone - e dunque anche la sua massima vetrina nazionale - da sempre egemonizzati dalla sinistra. Ecco allora il ruolo strategico affidato anche quest’anno a Mogol, ecco la vittoria di Masini (che torna l’anno dopo sul luogo della vittoria: un caso quasi unico...) e quella annunciata di D’Alessio, ecco la riscoperta di Marcella (già candidata senza fortuna di An alle ultime europee) e di un altro destro storico come Umberto Tozzi. Per non parlare poi dell’inopinato collante rappresentato dall’Inno di Mameli, pur in chiave rock, che delizierà i telespettatori in apertura di ogni serata...
Casualità. Forse. Comunque si può partire. Non manca nulla. C’è il vincitore annunciato. C’è il superospite che torna a Sanremo dopo oltre vent’anni. C’è il mattatore tivù che si confronta per la prima volta con il moloch festivaliero (e da oggi, alle 20.35, tornerà su Raiuno anche con «Affari tuoi», per tirarsi la volata...). E poi ci sono la bionda e la mora, ci sono i comprimari, c’è la novità delle scommesse... Le polemiche non mancheranno, anzi, sono già cominciate quando è stato annunciato il possibile arrivo come ospite del pugile-stupratore Mike Tyson (che molto probabilmente non ci sarà, mentre è quasi certo Hugh Grant e sono in corso febbrili contatti con George Clooney, Nicole Kidman e Angelina Jolie). Qualcuno pare abbia proposto persino un faccia a faccia fra la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci e il cantautore Cat Stevens che ora si fa chiamare Yusuf Salam: ma forse era solo una battuta...
Parliamo di cantanti e canzoni. La novità di dividere i venti big in quattro categorie (classici, uomini, donne e gruppi) finora ha avuto come unica conseguenza quella di costringere gli organizzatori ad autentiche acrobazie per far quadrare il cerchio. Per accontentare tutti, Dj Francesco è diventato «Dj Francesco Band» ed è stato inserito fra i gruppi. Idem per la cantante Nicky Nicolai, grazie al quartetto jazz del marito sassofonista Stefano Di Battista da cui si fa accompagnare. Paola e Chiara, che in quanto duo potevano tranquillamente figurare fra i gruppi, gareggiano invece fra le donne. Bah...
I dodici giovani (tutti praticamente sconosciuti), che sono sopravvissuti alle selezioni dell’Accademia della canzone, potrebbero inserire un elemento di incertezza nella gara. Tre di loro vanno in finale, e la sera di sabato gareggeranno assieme ai big che avranno passato il turno. Considerato che l’ultima tornata di voti, quella decisiva, sarà affidata al televoto (e non alle giurie demoscopiche come nelle sere precedenti), beh, si può ben capire che solo da lì può venir fuori una sorpresa. Come già accaduto a Sanremo ai tempi delle vittorie di Annalisa Minetti, dei Jalisse, di Tiziana Rivale... Il televoto potrebbe favorire anche Le Vibrazioni. Sarebbe una bella sorpresa.
Ma il colpo gobbo messo a referto dagli organizzatori quest’anno si chiama senz’ombra di dubbio Vasco Rossi. Se per avere il sì di Adriano Celentano l’anno scorso Tony Renis e Flavio Cattaneo dovettero aspettare l’ultimo minuto utile, quest’anno l’okay del Blasco (che l’anno scorso aveva declinato l’invito a ricevere un premio alla carriera) è arrivato con congruo anticipo.
Vasco salì sul palcoscenico dell’Ariston nell’82, cantando «Vado al massimo», e arrivò ultimo. Ci riprovò l’anno successivo, con quel capolavoro che rimane «Vita spericolata», e gli andò di pochissimo meglio: penultimo. Com’è andata dopo, lo sanno tutti: milioni di dischi venduti, tournée con stadi tutti esauriti, un’icona rock ormai per un paio di generazioni. Alla faccia del giornalista Nantas Salvalaggio che proprio in uno di quei due festival lo aveva tacciato di essere «cattivo esempio per i giovani»...
Oggi Vasco Rossi ha deciso di tornare a Sanremo che comunque rappresentò la svolta della sua carriera. Sembra che sabato canterà il suo passato («Vita spericolata») che incontra il suo presente («Un senso»). E possiamo star certi sin da ora che sarà uno dei pochi momenti da ricordare del Festival di quest’anno.
domenica 13 febbraio 2005
«La California è la mia isola felice: trovo che abbia delle similitudini con il Friuli Venezia Giulia. E poi San Francisco, tutta salite e discese, somiglia un po’ a Trieste. Mentre Berkeley ha il porto ed è grande più o meno come Monfalcone...».
Parli con Elisa - il cui «Pearl Days Tour» fa tappa domani sera al palasport di Pordenone, mentre a Trieste il concerto saltato per influenza il primo febbraio sarà recuperato il 24 marzo - e il discorso va a cadere su quella che può essere considerata a tutti gli effetti la seconda patria della ventisettenne popstar monfalconese. Nella leggendaria (per chi ama il rock...) West Coast la ragazza fu spedita da Caterina Caselli dieci anni fa, a studiare e preparare l’album di esordio, il sorprendente «Pipes & Flowers». E sempre lì, a Los Angeles, la ragazza è tornata l’anno scorso, per realizzare con l’ausilio del produttore Glen Ballard (vedi alle voci Alanis Morissette, Anastacia, No Doubt, Aretha Franklin, Van Halen...) l’ottimo «Pearl days» uscito a ottobre.
«La prima volta che sono andata in California - ricorda Elisa - avevo diciotto anni, vi sono rimasta tre mesi, era la prima volta che vivevo da sola fuori di casa. Aggiungiamo che ero lì per registrare il mio primo disco e possiamo comprendere facilmente il mio entusiasmo di allora. Potei contare sul grande aiuto di Corrado Rustici. Tutto mi sembrava speciale, magico, un sogno che si realizzava...».
Che cosa le diede maggior soddisfazione?
«Poter dimostrare che era possibile fare un disco pop cantato in inglese. Fino a quel momento gli unici italiani che cantavano in inglese realizzavano prodotto dance...».
Glen Ballard?
«L’ho conosciuto due anni fa, mentre ero in vacanza a San Francisco. Gli avevo mandato i miei dischi per farglieli ascoltare, sperando accettasse di lavorare con me. Quando fece sapere che era disponibile, ho guidato da sola da San Francisco a Los Angeles per andarlo a conoscere. In due giorni abbiamo scritto assieme ”Written in your eyes”, che poi l’anno scorso, quando ci siamo ritrovati in sala d’incisione, abbiamo deciso di inserire nel disco...».
Lei era a San Francisco anche l’11 settembre 2001...
«Sì, e ricordo la grande emozione della gente davanti alla tragedia ma anche nel sapere che uno degli aerei dirottati, e poi abbattuto sulla Virginia, era diretto proprio a San Francisco».
Che cosa pensa di questi nostri «anni di guerra»...?
«Non credo nella violenza, sono contraria alla guerra e alle dittature. Come tanti mi sento impotente davanti a quello che è successo: le armi di distruzione di massa non si sono trovate, la guerra nonostante tutto continua e la gente continua a morire...».
I giovani americani?
«Molti sono contro la guerra. Ma lì c’è un sistema di informazione che punta molto sul vittimismo, sulla paura: fanno vedere i soldati, le famiglie dei soldati, l’amore per la patria... Ricordo anche una ”tacchetta” nei programmi televisivi che indicava il ”livello di terrorismo” della giornata: verde, giallo, rosso... Roba da non credere».
E quando torna nel suo Friuli Venezia Giulia?
«Sono contenta di essere a casa, con la mia famiglia, i miei amici. Trovo che la nostra sia una terra speciale, abitata da gente aperta, abituata a vivere vicino a una frontiera. Abbiamo un po’ tutti uno spirito da pionieri, lo stesso che ritrovo nei tanti friulani, isontini e giuliani che incontro in giro per il mondo...».
Oggi si sente rock come «Pearl days» o intimista come «Lotus»?
«Sono due facce della mia personalità, della mia musica. Ho voluto tenerle separate, ognuna in un disco, ma le ritengo complementari. Le canzoni sono più o meno dello stesso periodo, ma tenerle separate mi ha permesso di approfondire i due aspetti. Penso sia stata una scelta giusta, che rifarei».
Perchè «Pearl days», perchè «giorni di perla»?
«Perchè forse sto vivendo i giorni migliori. Alla mia età si è un po’ più consapevoli, si tende a costruire qualcosa per la propria vita. Vedo i miei coetanei: chi si laurea, chi trova un lavoro, chi forma una famiglia, chi rincorre i propri sogni...».
Quasi un messaggio di felicità?
«Sì, il disco è proprio un piccolo messaggio di felicità. In cui dico che dopo aver passato il disincanto della fine dell’adolescenza, ed entrando nell’età adulta, dopo un primo momento di paura e disorientamento ci si può ritrovare e riuscire persino a essere un po’ felici...»
Parli con Elisa - il cui «Pearl Days Tour» fa tappa domani sera al palasport di Pordenone, mentre a Trieste il concerto saltato per influenza il primo febbraio sarà recuperato il 24 marzo - e il discorso va a cadere su quella che può essere considerata a tutti gli effetti la seconda patria della ventisettenne popstar monfalconese. Nella leggendaria (per chi ama il rock...) West Coast la ragazza fu spedita da Caterina Caselli dieci anni fa, a studiare e preparare l’album di esordio, il sorprendente «Pipes & Flowers». E sempre lì, a Los Angeles, la ragazza è tornata l’anno scorso, per realizzare con l’ausilio del produttore Glen Ballard (vedi alle voci Alanis Morissette, Anastacia, No Doubt, Aretha Franklin, Van Halen...) l’ottimo «Pearl days» uscito a ottobre.
«La prima volta che sono andata in California - ricorda Elisa - avevo diciotto anni, vi sono rimasta tre mesi, era la prima volta che vivevo da sola fuori di casa. Aggiungiamo che ero lì per registrare il mio primo disco e possiamo comprendere facilmente il mio entusiasmo di allora. Potei contare sul grande aiuto di Corrado Rustici. Tutto mi sembrava speciale, magico, un sogno che si realizzava...».
Che cosa le diede maggior soddisfazione?
«Poter dimostrare che era possibile fare un disco pop cantato in inglese. Fino a quel momento gli unici italiani che cantavano in inglese realizzavano prodotto dance...».
Glen Ballard?
«L’ho conosciuto due anni fa, mentre ero in vacanza a San Francisco. Gli avevo mandato i miei dischi per farglieli ascoltare, sperando accettasse di lavorare con me. Quando fece sapere che era disponibile, ho guidato da sola da San Francisco a Los Angeles per andarlo a conoscere. In due giorni abbiamo scritto assieme ”Written in your eyes”, che poi l’anno scorso, quando ci siamo ritrovati in sala d’incisione, abbiamo deciso di inserire nel disco...».
Lei era a San Francisco anche l’11 settembre 2001...
«Sì, e ricordo la grande emozione della gente davanti alla tragedia ma anche nel sapere che uno degli aerei dirottati, e poi abbattuto sulla Virginia, era diretto proprio a San Francisco».
Che cosa pensa di questi nostri «anni di guerra»...?
«Non credo nella violenza, sono contraria alla guerra e alle dittature. Come tanti mi sento impotente davanti a quello che è successo: le armi di distruzione di massa non si sono trovate, la guerra nonostante tutto continua e la gente continua a morire...».
I giovani americani?
«Molti sono contro la guerra. Ma lì c’è un sistema di informazione che punta molto sul vittimismo, sulla paura: fanno vedere i soldati, le famiglie dei soldati, l’amore per la patria... Ricordo anche una ”tacchetta” nei programmi televisivi che indicava il ”livello di terrorismo” della giornata: verde, giallo, rosso... Roba da non credere».
E quando torna nel suo Friuli Venezia Giulia?
«Sono contenta di essere a casa, con la mia famiglia, i miei amici. Trovo che la nostra sia una terra speciale, abitata da gente aperta, abituata a vivere vicino a una frontiera. Abbiamo un po’ tutti uno spirito da pionieri, lo stesso che ritrovo nei tanti friulani, isontini e giuliani che incontro in giro per il mondo...».
Oggi si sente rock come «Pearl days» o intimista come «Lotus»?
«Sono due facce della mia personalità, della mia musica. Ho voluto tenerle separate, ognuna in un disco, ma le ritengo complementari. Le canzoni sono più o meno dello stesso periodo, ma tenerle separate mi ha permesso di approfondire i due aspetti. Penso sia stata una scelta giusta, che rifarei».
Perchè «Pearl days», perchè «giorni di perla»?
«Perchè forse sto vivendo i giorni migliori. Alla mia età si è un po’ più consapevoli, si tende a costruire qualcosa per la propria vita. Vedo i miei coetanei: chi si laurea, chi trova un lavoro, chi forma una famiglia, chi rincorre i propri sogni...».
Quasi un messaggio di felicità?
«Sì, il disco è proprio un piccolo messaggio di felicità. In cui dico che dopo aver passato il disincanto della fine dell’adolescenza, ed entrando nell’età adulta, dopo un primo momento di paura e disorientamento ci si può ritrovare e riuscire persino a essere un po’ felici...»
martedì 8 febbraio 2005
«Se i simboli del comunismo vengono parificati a quelli del nazismo, come sento fare in questi giorni, beh, allora vorrà dire che devono vietare questo mio nuovo spettacolo...».
La butta sul ridere, Moni Ovadia, presentando il suo «Konarmija – L’Armata a cavallo», con cui torna da stasera a domenica al Politeama Rossetti. Un riso amaro. Ma certe cose le vuole mettere bene in chiaro.
«Non è mia intenzione - dice - negare i crimini dello stalinismo, ma mettere sullo stesso piano la falce e martello e la svastica è un’operazione insensata, dal chiaro intento strumentale. I simboli del comunismo hanno avuto una doppia valenza: la bandiera rossa, la falce e martello erano sui gulag staliniani, ma anche alla guida delle moltitudini oppresse, simbolo di riscatto delle classi lavoratrici, quando la giornata di lavoro durava quindici ore e accomunava adulti e bambini. Erano simbolo di ideali di libertà, di liberazione dall’oppressione. Diversamente dalla svastica, simbolo del male e mai di libertà...».
Parliamo dello spettacolo...?
«Meglio. Nasce da una mia vecchia idea. Si ispira all’opera autobiografica dello scrittore ebreo russo Isaac Babel’ ed è ambientato nella Russia rivoluzionaria. È un esempio di teatro epico, corale, nel quale utilizzo anche vecchi filmati. Siamo fra il 1919 e il 1920, sul fronte polacco, negli anni della guerra civile seguita alla rivoluzione bolscevica».
Che cosa l’aveva colpita?
«Che Babel’ nei suoi racconti coglie gli aspetti umani di questo piccolo mondo fatto di uomini travolti dalla rivoluzione, con il proprio armamentario di dolori, debolezze, smarrimenti. Oggi si parla giustamente dei crimini di Stalin, ma non bisogna dimenticare che ci furono milioni di uomini che ci credevano, che si aspettavano qualcosa, che furono delusi. La rivoluzione comunista fu la più grande occasione perduta di realizzare un mondo migliore...».
Il rapporto con gli ebrei?
«Babel’ ne parla. L’ottanta per cento del comitato ristretto che promosse la rivoluzione bolscevica era formato da ebrei. E ciò come conseguenza della violenza antisemita degli zar, contro cui gli ebrei lottarono. Ma anche perchè il messianesimo ebraico era teso verso la giustizia sociale, per sollevare l’oppresso, per restituirgli la giustizia negata. In fondo quella di Mosè è stata la prima, vera, grande rivoluzione dal basso, del popolo che si libera dall’oppressione...».
«Konarmija – L’armata a cavallo» è un affresco - recitato in russo, in yiddish e in italiano - in cui Ovadia recita assieme a dodici interpreti di diverse nazionalità: il polacco Roman Siwulak (per vent’anni a fianco di Tadeusz Kantor), il russo Ilià Popov, l’ucraina Olena Skakun e i musicisti-attori che da anni lo accompagnano nei suoi spettacoli: Stefano Corradi (clarinetto basso), Luca Garlaschelli (contrabbasso), Janos Hasur (violino), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto), Marian Serban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti e percussioni). Propongono musiche, canti, parole, ma anche immagini: le armi con cui si combattono i due cori dei bolscevichi e degli zaristi. Fra loro un drappello di musicisti – i cavalleggeri rossi – suona l’epopea dei rivoluzionari mentre una piccola umanità di sconfitti (gli attori di Moni Ovadia) grida lo sgomento di chi è stritolato da meccanismi troppo grandi...
«Abbiamo debuttato nel 2003 - spiega l’artista - e concluderemo il tour a Mosca, a maggio. Il prossimo spettacolo, di cui abbiamo fatto finora solo un’anteprima, s’intitola ”Es iz Amerike”: è il proseguimento ideale di ”Oylem Goylem” in America. Un affresco sull’ebraismo americano, dall’arrivo degli ebrei ai primi del Novecento fino a Bob Dylan e Allen Ginsberg. Forse debutterà al Mittelfest...».
E come va col Mittelfest?
Stiamo preparando il programma - conclude Moni Ovadia - entro marzo sarà definito. L’anno scorso ci sono state un po’ di incomprensioni, dovute alla fretta, alla novità. Quest’anno stiamo lavorando in maniera più tranquilla, per costruire qualche stimolo culturale. Il mandato del presidente Volcic è scaduto: stiamo aspettando la nomina di un nuovo presidente...». Appunto.
La butta sul ridere, Moni Ovadia, presentando il suo «Konarmija – L’Armata a cavallo», con cui torna da stasera a domenica al Politeama Rossetti. Un riso amaro. Ma certe cose le vuole mettere bene in chiaro.
«Non è mia intenzione - dice - negare i crimini dello stalinismo, ma mettere sullo stesso piano la falce e martello e la svastica è un’operazione insensata, dal chiaro intento strumentale. I simboli del comunismo hanno avuto una doppia valenza: la bandiera rossa, la falce e martello erano sui gulag staliniani, ma anche alla guida delle moltitudini oppresse, simbolo di riscatto delle classi lavoratrici, quando la giornata di lavoro durava quindici ore e accomunava adulti e bambini. Erano simbolo di ideali di libertà, di liberazione dall’oppressione. Diversamente dalla svastica, simbolo del male e mai di libertà...».
Parliamo dello spettacolo...?
«Meglio. Nasce da una mia vecchia idea. Si ispira all’opera autobiografica dello scrittore ebreo russo Isaac Babel’ ed è ambientato nella Russia rivoluzionaria. È un esempio di teatro epico, corale, nel quale utilizzo anche vecchi filmati. Siamo fra il 1919 e il 1920, sul fronte polacco, negli anni della guerra civile seguita alla rivoluzione bolscevica».
Che cosa l’aveva colpita?
«Che Babel’ nei suoi racconti coglie gli aspetti umani di questo piccolo mondo fatto di uomini travolti dalla rivoluzione, con il proprio armamentario di dolori, debolezze, smarrimenti. Oggi si parla giustamente dei crimini di Stalin, ma non bisogna dimenticare che ci furono milioni di uomini che ci credevano, che si aspettavano qualcosa, che furono delusi. La rivoluzione comunista fu la più grande occasione perduta di realizzare un mondo migliore...».
Il rapporto con gli ebrei?
«Babel’ ne parla. L’ottanta per cento del comitato ristretto che promosse la rivoluzione bolscevica era formato da ebrei. E ciò come conseguenza della violenza antisemita degli zar, contro cui gli ebrei lottarono. Ma anche perchè il messianesimo ebraico era teso verso la giustizia sociale, per sollevare l’oppresso, per restituirgli la giustizia negata. In fondo quella di Mosè è stata la prima, vera, grande rivoluzione dal basso, del popolo che si libera dall’oppressione...».
«Konarmija – L’armata a cavallo» è un affresco - recitato in russo, in yiddish e in italiano - in cui Ovadia recita assieme a dodici interpreti di diverse nazionalità: il polacco Roman Siwulak (per vent’anni a fianco di Tadeusz Kantor), il russo Ilià Popov, l’ucraina Olena Skakun e i musicisti-attori che da anni lo accompagnano nei suoi spettacoli: Stefano Corradi (clarinetto basso), Luca Garlaschelli (contrabbasso), Janos Hasur (violino), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto), Marian Serban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti e percussioni). Propongono musiche, canti, parole, ma anche immagini: le armi con cui si combattono i due cori dei bolscevichi e degli zaristi. Fra loro un drappello di musicisti – i cavalleggeri rossi – suona l’epopea dei rivoluzionari mentre una piccola umanità di sconfitti (gli attori di Moni Ovadia) grida lo sgomento di chi è stritolato da meccanismi troppo grandi...
«Abbiamo debuttato nel 2003 - spiega l’artista - e concluderemo il tour a Mosca, a maggio. Il prossimo spettacolo, di cui abbiamo fatto finora solo un’anteprima, s’intitola ”Es iz Amerike”: è il proseguimento ideale di ”Oylem Goylem” in America. Un affresco sull’ebraismo americano, dall’arrivo degli ebrei ai primi del Novecento fino a Bob Dylan e Allen Ginsberg. Forse debutterà al Mittelfest...».
E come va col Mittelfest?
Stiamo preparando il programma - conclude Moni Ovadia - entro marzo sarà definito. L’anno scorso ci sono state un po’ di incomprensioni, dovute alla fretta, alla novità. Quest’anno stiamo lavorando in maniera più tranquilla, per costruire qualche stimolo culturale. Il mandato del presidente Volcic è scaduto: stiamo aspettando la nomina di un nuovo presidente...». Appunto.
«A.A.A. Nuovo presidente del Mittelfest cercasi. Incarico a titolo gratuito. Ruolo solo amministrativo. Astenersi se portatori di velleità intellettuali o creative...».
Potrebbe essere il testo di un annuncio economico. Sempre che uno abbia una sana voglia di scherzare. Sì, perchè il direttore artistico Moni Ovadia la butta con nonchalance alla fine della chiacchierata che pubblichiamo qui sotto. Ma la notizia è che da quaranta giorni il Mittelfest è senza presidente.
Il mandato di Demetrio Volcic è infatti scaduto il 31 dicembre. Attualmente le sue funzioni sono svolte da Attilio Vuga, sindaco di Cividale, che per statuto è il vicepresidente. Indicare il nome del nuovo presidente è compito della giunta regionale. Che entro tre o quattro settimane dovrebbe esprimersi. Ma si sa già che non dovrebbe trattarsi (dopo Maurensig e Volcic) di un nome altisonante.
Nella scorsa edizione alcune incomprensioni - per non dire conflitti - sono nate proprio perchè i presidenti che si sono succeduti pensavano di dare un contributo diverso (creativo, intellettuale...) al festival. «Lo statuto - ricorda invece Gianni Torrenti, consigliere di amministrazione del Mittelfest - dice chiaramente che quello del presidente è un ruolo amministrativo. Non intellettuale. Esprime degli indirizzi, ma delega al direttore artistico l’impostazione della rassegna. E come consiglieri abbiamo recentemente chiesto alla giunta regionale che il nuovo presidente interpreti il suo ruolo rispettando lo statuto».
«È necessaria insomma una certa prudenza - prosegue Torrenti - anche per non deteriorare il clima, che non è più buono quando si scontrano due caratteri forti. Volcic fra l’altro aveva difficoltà logistiche per essere presente: vive a Parigi, ha impegni professionali in Georgia e in Armenia...».
Un’altra indicazione del consiglio di amministrazione, stavolta al direttore artistico Moni Ovadia, è quella di dedicare spazio alla Polonia, nuovo paese europeo, nell’edizione 2005. Suggerimento che sembra sia già stato accettato.
Potrebbe essere il testo di un annuncio economico. Sempre che uno abbia una sana voglia di scherzare. Sì, perchè il direttore artistico Moni Ovadia la butta con nonchalance alla fine della chiacchierata che pubblichiamo qui sotto. Ma la notizia è che da quaranta giorni il Mittelfest è senza presidente.
Il mandato di Demetrio Volcic è infatti scaduto il 31 dicembre. Attualmente le sue funzioni sono svolte da Attilio Vuga, sindaco di Cividale, che per statuto è il vicepresidente. Indicare il nome del nuovo presidente è compito della giunta regionale. Che entro tre o quattro settimane dovrebbe esprimersi. Ma si sa già che non dovrebbe trattarsi (dopo Maurensig e Volcic) di un nome altisonante.
Nella scorsa edizione alcune incomprensioni - per non dire conflitti - sono nate proprio perchè i presidenti che si sono succeduti pensavano di dare un contributo diverso (creativo, intellettuale...) al festival. «Lo statuto - ricorda invece Gianni Torrenti, consigliere di amministrazione del Mittelfest - dice chiaramente che quello del presidente è un ruolo amministrativo. Non intellettuale. Esprime degli indirizzi, ma delega al direttore artistico l’impostazione della rassegna. E come consiglieri abbiamo recentemente chiesto alla giunta regionale che il nuovo presidente interpreti il suo ruolo rispettando lo statuto».
«È necessaria insomma una certa prudenza - prosegue Torrenti - anche per non deteriorare il clima, che non è più buono quando si scontrano due caratteri forti. Volcic fra l’altro aveva difficoltà logistiche per essere presente: vive a Parigi, ha impegni professionali in Georgia e in Armenia...».
Un’altra indicazione del consiglio di amministrazione, stavolta al direttore artistico Moni Ovadia, è quella di dedicare spazio alla Polonia, nuovo paese europeo, nell’edizione 2005. Suggerimento che sembra sia già stato accettato.
domenica 6 febbraio 2005
Ha debuttato l’altra sera a Torino, ieri era a Genova, domani arriva per la prima volta a Trieste. Al PalaTrieste, terza tappa di un tour mondiale che - a quattro anni dal precedente - dopo l’Italia toccherà mezza Europa, l’America del Nord, quella del Sud...
Lei è Laura Pausini, trentun anni a maggio, romagnola di Solarolo (Ravenna). È la cantante italiana che ha venduto - e vende - più dischi nel mondo: oltre ventidue milioni in dodici anni di carriera. Dell’ultimo, «Resta in ascolto», pubblicato in quaranta Paesi, in italiano e in spagnolo, ne sono andate via finora un milione e 200 mila copie, di cui 400 mila solo in Italia.
Una carriera che somiglia a una fiaba, cominciata dodici anni fa, di questi giorni, sul palcoscenico del Festival di Sanremo. Con lei nemmeno diciannovenne, sorridente e commossa, dopo il trionfo fra i Giovani con «La solitudine»...
«Ricordo bene quel momento - dice -, era un sogno che cominciava a diventare realtà. Ma allora, anche nella più rosea delle aspettative, non mi aspettavo tutto quello che ho avuto. Tante volte mi sono chiesta se ero all’altezza, se me lo meritavo».
Il suo pubblico è cresciuto con lei...
«Sì, all’inizio c’erano molti giovanissimi. Fino a qualche anno fa avevo un pubblico adolescenziale in Italia e in Sud America, più adulto nel resto dell’Europa. Ora non vedo più tante differenze: ci sono i ragazzini, quelli della mia età, quelli più grandi...».
È vero che l’America l’ha delusa?
«Prima di andare negli Stati Uniti avevo anch’io il mito americano, che poi si è in effetti un po’ infranto. Intanto volevano trasformarmi in un’artista dance, ed è per questo motivo che per ora non inciderò un nuovo disco in inglese dopo ”From the inside”. Poi lì giudicano un artista da come si veste, dall’aereo privato... Ho imparato più in Europa e in Sud America che negli States. Siamo più professionali noi. Anche per questo la produzione e i musicisti di questo tour sono tutti rigorosamente italiani».
Nel nuovo cd ci sono canzoni di Antonacci, di Vasco, di Madonna...
«Dei tre frequento solo Biagio, anche se lui, milanese, vive a Bologna, e io, romagnola, vivo a Milano... Ha il pregio, come autore, di capire perfettamente l’universo femminile. Vasco l’ho conosciuto da poco, ha scritto questa cosa per me, ne sono stata felice, perchè è sempre stato un mio mito».
E con Madonna com’è andata?
«Il nostro incontro, per ora, è stato solo virtuale. Facciamo parte della stessa casa discografica, la Warner. Mi è arrivato questo suo ”demo” tramite il suo produttore americano. E lei mi ha detto che potevo farne quello che volevo, tenere la musica, cambiare il testo, insomma, libertà assoluta... Mentre registravo il brano a Londra, lei era in tour in Texas, ma mi ha seguito ”a distanza”...».
Si è abituata all’idea di essere collega dei suoi miti da ragazza?
«A volte mi sembra ancora strano. Ma un po’ c’ho fatto l’abitudine. Phil Collins è quello che mi ha colpito di più: semplice, gentile, attento, quasi un amico. Come artista mi ha colpito anche Alanis Morissette, anche se è molto chiusa e introversa. E poi Bono, che ho conosciuto tramite Pavarotti, e Ricky Martin...».
Qualcuno che l’ha delusa?
«Non saprei... Beh, lo dico: Mariah Carey. Sono una sua fan, ma lei fa troppo la diva, si comporta in maniera diversa da quella che è la sua immagine pubblica. Sì, mi ha delusa».
Meglio i 37 mila iscritti del suo «fan club»...
«Il rapporto con loro è per me importantissimo. Non mi fanno solo complimenti, anzi, mi rivolgono domande pungenti e a volte critiche dure. Ricevo lettere anche dalle prigioni: mi chiedono di prendere posizione su temi come lo sconto della pena o la difficoltà del reinserimento in società».
Sanremo?
«Preferivo la vecchia formula del Festival, con le sole categorie Giovani e Big, ma sono curiosa di vedere come sarà questa edizione. A Sanremo ero stata invitata anche quest'anno. Non come quattro anni fa, quando ho cantato some ”super-ospite”. Mi volevano in gara nel girone Classic. Ma con i miei trent’anni avrei fatto la parte della mascotte, fra Nicola Arigliano, Franco Califano e Peppino di Capri...».
Lei smetterà prima...?
«Non smetterò di aver voglia di cantare. Ho la fortuna di girare il mondo facendo una cosa che mi piace. Ma di certo non voglio e non potrò continuare a girare così tanto. Ho calcolato che nel 2004 sono rimasta a casa mia, a Milano, solo quattordici giorni...».
Continui...
«Sì, sogno anch’io una famiglia, dei figli. È una cosa naturale. E poi non voglio diventare patetica, come tanti personaggi degli anni Sessanta, che oggi in televisione vengono quasi presi in giro. Meglio fermarsi un minuto prima, meglio sparire, magari continuando a fare le proprie cose. Mina, da questo punto di vista, ci ha insegnato qualcosa...».
Questo show?
«Ci saranno luci particolari e una scenografia con sei schermi lineari, che si muovono in orizzontale e in verticale. L’avevo visto fare a Robbie Williams: diciamo che gli ho un po’ rubato l’idea... La scaletta prevede ventisei canzoni, con tre medley: uno pianoforte e voce, uno funky e uno acustico, con due chitarre di accompagnamento. Alcuni classici avranno una veste nuova, con cori su tonalità meno acute rispetto al passato».
Sul palco, domani sera, Laura Pausini sarà accompagnata da Gabriele Fersini e Paolo Carta (chitarre), Cesare Chiodo (basso), Bruno Zucchetti e Carlo Palmas (pianoforte e tastiere), Alfredo Golino (batteria), Roberta Granà e Barbara Zappamiglio (cori). Tutti italiani. Come promesso.
Lei è Laura Pausini, trentun anni a maggio, romagnola di Solarolo (Ravenna). È la cantante italiana che ha venduto - e vende - più dischi nel mondo: oltre ventidue milioni in dodici anni di carriera. Dell’ultimo, «Resta in ascolto», pubblicato in quaranta Paesi, in italiano e in spagnolo, ne sono andate via finora un milione e 200 mila copie, di cui 400 mila solo in Italia.
Una carriera che somiglia a una fiaba, cominciata dodici anni fa, di questi giorni, sul palcoscenico del Festival di Sanremo. Con lei nemmeno diciannovenne, sorridente e commossa, dopo il trionfo fra i Giovani con «La solitudine»...
«Ricordo bene quel momento - dice -, era un sogno che cominciava a diventare realtà. Ma allora, anche nella più rosea delle aspettative, non mi aspettavo tutto quello che ho avuto. Tante volte mi sono chiesta se ero all’altezza, se me lo meritavo».
Il suo pubblico è cresciuto con lei...
«Sì, all’inizio c’erano molti giovanissimi. Fino a qualche anno fa avevo un pubblico adolescenziale in Italia e in Sud America, più adulto nel resto dell’Europa. Ora non vedo più tante differenze: ci sono i ragazzini, quelli della mia età, quelli più grandi...».
È vero che l’America l’ha delusa?
«Prima di andare negli Stati Uniti avevo anch’io il mito americano, che poi si è in effetti un po’ infranto. Intanto volevano trasformarmi in un’artista dance, ed è per questo motivo che per ora non inciderò un nuovo disco in inglese dopo ”From the inside”. Poi lì giudicano un artista da come si veste, dall’aereo privato... Ho imparato più in Europa e in Sud America che negli States. Siamo più professionali noi. Anche per questo la produzione e i musicisti di questo tour sono tutti rigorosamente italiani».
Nel nuovo cd ci sono canzoni di Antonacci, di Vasco, di Madonna...
«Dei tre frequento solo Biagio, anche se lui, milanese, vive a Bologna, e io, romagnola, vivo a Milano... Ha il pregio, come autore, di capire perfettamente l’universo femminile. Vasco l’ho conosciuto da poco, ha scritto questa cosa per me, ne sono stata felice, perchè è sempre stato un mio mito».
E con Madonna com’è andata?
«Il nostro incontro, per ora, è stato solo virtuale. Facciamo parte della stessa casa discografica, la Warner. Mi è arrivato questo suo ”demo” tramite il suo produttore americano. E lei mi ha detto che potevo farne quello che volevo, tenere la musica, cambiare il testo, insomma, libertà assoluta... Mentre registravo il brano a Londra, lei era in tour in Texas, ma mi ha seguito ”a distanza”...».
Si è abituata all’idea di essere collega dei suoi miti da ragazza?
«A volte mi sembra ancora strano. Ma un po’ c’ho fatto l’abitudine. Phil Collins è quello che mi ha colpito di più: semplice, gentile, attento, quasi un amico. Come artista mi ha colpito anche Alanis Morissette, anche se è molto chiusa e introversa. E poi Bono, che ho conosciuto tramite Pavarotti, e Ricky Martin...».
Qualcuno che l’ha delusa?
«Non saprei... Beh, lo dico: Mariah Carey. Sono una sua fan, ma lei fa troppo la diva, si comporta in maniera diversa da quella che è la sua immagine pubblica. Sì, mi ha delusa».
Meglio i 37 mila iscritti del suo «fan club»...
«Il rapporto con loro è per me importantissimo. Non mi fanno solo complimenti, anzi, mi rivolgono domande pungenti e a volte critiche dure. Ricevo lettere anche dalle prigioni: mi chiedono di prendere posizione su temi come lo sconto della pena o la difficoltà del reinserimento in società».
Sanremo?
«Preferivo la vecchia formula del Festival, con le sole categorie Giovani e Big, ma sono curiosa di vedere come sarà questa edizione. A Sanremo ero stata invitata anche quest'anno. Non come quattro anni fa, quando ho cantato some ”super-ospite”. Mi volevano in gara nel girone Classic. Ma con i miei trent’anni avrei fatto la parte della mascotte, fra Nicola Arigliano, Franco Califano e Peppino di Capri...».
Lei smetterà prima...?
«Non smetterò di aver voglia di cantare. Ho la fortuna di girare il mondo facendo una cosa che mi piace. Ma di certo non voglio e non potrò continuare a girare così tanto. Ho calcolato che nel 2004 sono rimasta a casa mia, a Milano, solo quattordici giorni...».
Continui...
«Sì, sogno anch’io una famiglia, dei figli. È una cosa naturale. E poi non voglio diventare patetica, come tanti personaggi degli anni Sessanta, che oggi in televisione vengono quasi presi in giro. Meglio fermarsi un minuto prima, meglio sparire, magari continuando a fare le proprie cose. Mina, da questo punto di vista, ci ha insegnato qualcosa...».
Questo show?
«Ci saranno luci particolari e una scenografia con sei schermi lineari, che si muovono in orizzontale e in verticale. L’avevo visto fare a Robbie Williams: diciamo che gli ho un po’ rubato l’idea... La scaletta prevede ventisei canzoni, con tre medley: uno pianoforte e voce, uno funky e uno acustico, con due chitarre di accompagnamento. Alcuni classici avranno una veste nuova, con cori su tonalità meno acute rispetto al passato».
Sul palco, domani sera, Laura Pausini sarà accompagnata da Gabriele Fersini e Paolo Carta (chitarre), Cesare Chiodo (basso), Bruno Zucchetti e Carlo Palmas (pianoforte e tastiere), Alfredo Golino (batteria), Roberta Granà e Barbara Zappamiglio (cori). Tutti italiani. Come promesso.
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