giovedì 10 marzo 2005

La ricerca della verità, certo. Ma forse dall’estremo sacrificio di Nicola Calipari, cui già Giuliana Sgrena deve la vita, un giorno potrebbe nascere qualcosa di ancor più importante, che ha a che fare con la pacificazione del nostro Paese.

Se ne parla da anni, a proposito e a sproposito. L’ultima volta solo poche settimane fa, in occasione delle rivelazioni di Achille Lollo sulla strage di Primavalle, nel 1973. Anni in cui in Italia si sparava per le strade, anni in cui ad alcuni sembrava che la lotta politica avesse fra i suoi strumenti la violenza, anni in cui l’avversario politico era spesso considerato un nemico da eliminare con ogni mezzo. Anni di odio, di slogan truci e funerei, che accomunavano tutto e tutti, da una parte e dall’altra. Rossi contro neri, neri contro rossi, rossi e neri contro le forze dell’ordine.

Sì, perchè in quel «mondo a parte» che era diventata l’Italia degli anni Settanta, il nemico era rappresentato anche dalle forze dell’ordine, dagli apparati dello Stato, servizi segreti in primis. C’era stata la stagione delle stragi (cosiddette per l’appunto «di Stato»), a far fiorire sospetti e pregiudizi e risentimenti nei confronti degli uomini dei servizi, deviati e non.

Tanti anni dopo, i fatti del G8 di Genova non hanno fatto che riproporre e rafforzare quelle antiche diffidenze e quelle contrapposizioni dure a morire. Ma il rapimento di Giuliana Sgrena ha permesso nelle scorse settimane per esempio alla famiglia del «Manifesto» («quotidiano comunista», come si legge ancora sotto la testata) di conoscere un uomo dei servizi, di collaborare con lui, di fidarsi di lui e del suo lavoro. E di scoprirsi basiti e sopraffatti dal dolore dopo il tragico, assurdo, incredibile epilogo della vicenda.

Una vicenda che almeno potrebbe servire – più delle parole e della retorica – a rafforzare in tutti il senso dello Stato, dell’appartenenza alla stessa comunità nazionale, del rispetto nei confronti di chi mette a rischio la propria vita per un lavoro al servizio di una collettività.

Attraverso questo percorso, trenta e più anni dopo la stagione dell’odio politico e dei morti nelle strade, forse si potrebbe arrivare anche a quella pacificazione di cui alcuni, periodicamente, si riempiono la bocca. E per ottenere la quale non bastano le amnistie. Ma serve innanzitutto il rispetto per chi fa il proprio dovere, per chi la pensa in maniera diversa, e magari anche la non demonizzazione dell’avversario.

«Credo che Nicola Calipari debba essere considerato un eroe – ha detto il direttore del ”Manifesto” Gabriele Polo, nato a Monfalcone, figlio di operai dei cantieri navali – come tutte le vittime morte mentre stavano facendo una cosa giusta senza tornaconto personale. Era uno dei servizi? Ho imparato che le persone si giudicano non dalla loro divisa, ma dai loro comportamenti...».
Volendo scherzare, si potrebbe dire che Capodistria ora ci porta via anche Laura Pausini... Ma ovviamente non è così. Vediamo allora di capire che cosa è successo.

Un mese fa l’interprete di Solarolo, provincia di Ravenna, doveva cantare al PalaTrieste, terza tappa di un tour mondiale che toccherà, oltre all’Europa, anche l’America del Nord e quella del Sud. Ma la Pausini l’8 febbraio era influenzata, quello che doveva essere il primo concerto triestino della sua carrierà fu dunque annullato e - stante l’affollamento del calendario della tournèe - non è stato più possibile riprogrammarlo.

In soccorso dei suoi fan triestini giunge ora l’annuncio del concerto che la cantante terrà giovedì 7 aprile al palasport di Capodistria, facilmente raggiungibile da Trieste, anche grazie a un servizio di pullman (da Trieste, ma anche da Monfalcone e da Udine) allestito dagli organizzatori (informazioni e prevendite da Radioattività, 040/304444).

Ma oltre a quello con la Pausini, sono diversi gli appuntamenti da segnalare a Trieste, nel resto della regione e nella vicina Slovenia. Domani, al palasport di Pordenone, suonano gli Europe, il redivivo gruppo di Joey Tempest che è stato una delle band simbolo degli anni Ottanta. E sempre domani, al Teatro Miela di Trieste, suona invece il gruppo calabro-bolognese del Parto delle Nuvole Pesanti, protagonista di uno degli album italiani più interessanti del 2004.

Giovedì 24 marzo, al PalaTrieste, viene invece recuperato a fine tournèe il concerto di Elisa che doveva aprire il primo febbraio il tour della popstar monfalconese (anche lei era influenzata...). Venerdì primo aprile, al Politeama Rossetti, torna la Premiata Forneria Marconi a pochi mesi dal concerto dell’estate scorsa in piazza Unità: stavolta presenta lo spettacolo «La Pfm canta De Andrè», che ricalca lo storico tour che il gruppo di Franz Di Cioccio tenne alla fine degli anni Settanta con l’artista genovese e che fece tappa proprio al Rossetti.

Torniamo a Pordenone, dove sabato 2 aprile fa tappa al Deposito Giordani il tour di Piero Pelù, giovedì 7 aprile (dunque la stessa sera della Pausini a Capodistria) Biagio Antonacci canta al palasport, venerdì 8 i «sanremesi» Velvet suonano al Deposito Giordani, mentre al Palasport di Sacile arrivano i Gemelli Diversi, e sabato 9 i Nomadi tengono un concerto al palasport.

Martedì 12 aprile Francesco Guccini torna a Udine, al palasport Carnera. Sabato 16 aprile arriva invece al PalaTrieste Umberto Tozzi, anche lui reduce dalla bocciatura sanremese. E sabato 14 maggio Gianni Morandi (che il 17 aprile è al Palaverde di Treviso) porta il suo nuovo spettacolo al palasport di Pordenone.

Una manciata di segnalazioni da Lubiana. Martedì 15 marzo arriva Omara Portuondo, cantante del Buena Vista Social Club. Martedì 3 maggio concerto di Mark Knopfler, leggendario chitarrista già dei Dire Straits. E domenica 22 maggio fa tappa il tour europeo di Joe Cocker, l’indomito «negro bianco di Sheffield». Questi tre concerti si svolgono al palasport Tivoli di Lubiana (prevendite a Trieste da Radioattività).

Da segnalare, infine, che oggi pomeriggio sarà presentato il concerto che lo «storico» gruppo dei Duran Duran terrà il 21 giugno a Trieste, mentre è annunciato il ritorno di Vasco Rossi in regione, il 9 luglio allo stadio Friuli.

domenica 6 marzo 2005

 Voglio trovare un senso, canta Vasco Rossi. E l’altra sera è andato a cercarlo sul palco di Sanremo, nello stesso luogo che oltre vent’anni fa l’ha (mal)trattato come un debuttante sbandato qualsiasi, ma che paradossalmente ha rappresentato la svolta della sua incredibile carriera. Per questo ha scelto di tornare, per «chiudere il conto», regalando una breve ma memorabile performance. Difficile cantare dopo Vasco, ha detto giustamente qualcuno. Ma ancor più difficile «trovare un senso» nell’eterna saga del Festival, dove ogni anno cerchiamo e speriamo di riuscire a salvare qualcosa. Di musicale, magari.
Perchè anche in questo 55.o Festival di Sanremo, nonostante i passi avanti fatti dai responsi delle giurie e del televoto, l’anello debole della grande macchina rimangono le canzoni. Si sa: con le canzoni che accettano di andare in gara a Sanremo non si fanno grandi ascolti. E oggi la pessima televisione italiana del 2005 non va da nessuna parte, non accetta nemmeno di partire, senza grandi ascolti. Ecco allora la scelta di affidare il gioiello buono di famiglia a una garanzia - almeno da questo punto di vista - come Paolo Bonolis, attualmente con Fiorello il miglior uomo di spettacolo popolare televisivo italiano. Ecco la scelta di riempire il contenitore di cose e persone che con la canzone c’entrano poco e nulla: Mike Tyson, Hugh Grant, Ale e Franz... Ecco le serate-monstre che durano fino all’una e mezzo di notte, perchè Bonolis è logorroico ma anche per guadagnare un punto in più di share.
Il meccanismo delle cinque sezioni, con i cinque vincitori fra i quali il televoto ha scelto il vincitore assoluto, tutto sommato ha funzionato. Tanto che Bonolis e il suo agente pare ci vogliano mettere il copyright, in modo da incassare diritti anche in futuro, qualora venisse riutilizzato con altri conduttori e altri direttori artistici.
Alle giurie va addebitato la bocciatura di un grande assoluto come Nicola Arigliano, lieve e ironico e amabile come solo un giovane nonnetto di ottantuno primavere, cresciuto ad aglio e jazz, sa essere. Ma non giustificato appare anche l’aver lasciato fuori dal rush finale un buon gruppo come i Velvet, un personaggio del livello di Franco Califano, giovani di qualità assoluta come i Negramaro ed Enrico Boccadoro. A parziale consolazione, va riconosciuto che in passato le giurie hanno saputo lasciare a referto danni ben peggiori.
Al combinato congiunto fra giurie e televoto va riconosciuto il merito di aver fatto vincere un artista come Francesco Renga. Serio, pulito, simpatico, con una bella canzone interpretata con il giusto pathos. Grazie a lui abbiamo cancellato l’incubo di mandare in archivio un Festival con la vittoria - per fortuna solo annunciata - di Gigi D’Alessio... Ma il meccanismo di voto ha portato anche all’incredibile affermazione di Nicky Nicolai con lo Stefano Di Battista Quartet (praticamente sconosciuti al grande pubblico fino a pochi giorni fa) e di Antonella Ruggiero: con loro è stata premiata la qualità. Lavoro meno buono nella categoria Giovani. Già detto dell’assurda eliminazione dei salentini Negramaro (prodotti da Caterina Caselli: dunque possono star tranquilli per il futuro...) e del romano Boccadoro, va anche detto che gli abruzzesi La Differenza avrebbero meritato la vittoria molto più di Laura Bono. Ma non si può avere tutto dalla vita...
La canzone più bella del Sanremo 2005, come il pubblico ha già capito, non è comunque nessuna di quelle premiate né di quelle citate. S’intitola «I bambini fanno ooh...», la canta un ragazzo di nome Povia, trentatre anni, milanese originario dell’Isola d’Elba. Quando Bonolis l’ha sentita, l’ha voluta al Festival, ma essendo già stata eseguita in pubblico non poteva partecipare alla gara. Allora è diventata la sigla di «Avanposto 55», l’operazione umanitaria per aiutare i bambini sudanesi del Darfur, lanciata nei giorni del Festival.
Festival che ora viaggia - dicono - verso un futuro da reality show. La prova generale è stata fatta quest’anno, mandando in onda in diretta la quotidiana conferenza stampa di mezzogiorno. Dall’anno prossimo, per i cinque giorni del Festival, rischiamo di vedere trasmesso tutto: prove, pranzi, cene, passeggiate, cazzeggi, ventiquattr’ore su ventiquattro. È la brutta televisione italiana del 2005, baby...
 
Alla fine l’ha spuntata Francesco Renga. Il trentasettenne cantautore nato a
Udine (ma cresciuto a Brescia) ha vinto con la canzone «Angelo» la 55.a
edizione del Festival di Sanremo. Gigi D’Alessio, indicato come il
favoritissimo della vigilia, si è dovuto inchinare davanti alla bella
canzone e all’interpretazione ricca di pathos dell’ex cantante dei Timoria.
Ieri sera Renga ha prima vinto il Festival nella sua categoria, quella degli
Uomini, grazie al voto delle giurie. E poi, grazie al televoto della grande
platea televisiva, si è aggiudicato anche la vittoria finale, davanti ai
vincitori delle altre quattro categorie: Nicky Nicolai e lo Stefano Di
Battista Quartet fra i Gruppi, Toto Cutugno con Annalisa Minetti fra i
Classic, Antonella Ruggiero fra le Donne e Laura Bono fra i Giovani.
Il successo di Renga, ma anche quello di Nicky Nicolai (pensate: un gruppo
di validi jazzisti sconosciuti alla grande platea televisiva fino a pochi
giorni fa...) e di Antonella Ruggiero, parlano il linguaggio della qualità,
quasi sempre bistrattata nella città dei fiori. E questo è sicuramente un
punto a favore del Festival di quest’anno.
Un Festival a immagine e somiglianza di Paolo Bonolis, conduttore e
direttore artistico premiato dal pubblico con ottimi ascolti che a Sanremo
non si vedevano da diversi anni. Bonolis funziona per la sua ironia, per la
sua velocità, per la sua capacità di sdrammatizzare tutto e tutti con
un’occhiata, una battuta, una citazione. Ma anche per la sua sensibilità al
sociale. Al suo fianco, in fondo in fondo hanno funzionato anche le sue
partner: quell’Antonella Clerici imbarazzante da vedere e quella Federica
Felini imbarazzante da sentire, ma entrambe sufficientemente ironiche e
autoroniche per reggere la parte per le cinque serate del Festival.
Ma ieri la finale è stata, come annunciato e come previsto, una serata
giocata soprattutto sotto il segno di Vasco Rossi. In apertura il
cinquantatreenne rocker di Zocca, che ha scelto di tornare «sul luogo del
delitto» oltre vent’anni dopo (era al Festival nell’82 e nell’83, ultimo e
penultimo con «Vado al massimo» e «Vita spericolata»), ha regalato emozioni
ricordando una strofa proprio dell’antico capolavoro «Vita spericolata» e
cantando la canzone forse più rappresentativa della sua ultima produzione,
«Un senso». Poi ha tentato di filarsela, un po’ alla maniera di Springsteen
nel ’96, richiamato però in scena da Bonolis.
«Una volta scappavo sempre. Ora ho smesso di scappare - ha detto il Blasco
-, sono tornato su questo palco per restituire il microfono che ho portato
via vent’anni fa (riferimento a un mezzo incidente tecnico avvenuto nell’83
- ndr). Vorrei ringraziare questo palcoscenico perchè da qui è cominciata
questa straordinaria avventura e auguro a tutti i cantanti in gara questa
sera di vivere una storia come la mia. In più volevo salutare tutti quelli
che stanno guardando il Festival ma che domani diranno che non è vero...».
Poi una battuta sul fumo («Non voglio rubare altro tempo perchè ho un brutto
vizio, fumo. E come tutti i fumatori fumo fuori. Ricordo però che nei dieci
comandamenti si dice non rubare, ma no non fumare...»), e finalmente via per
davvero. Lasciando spazio alla gara. In una serata più stringata di quelle
precedenti.
Fra le doti di Bonolis non c’è quella della sintesi. E infatti le prime
quattro serate (soprattutto quella di venerdì), per quanto riguarda gli
sforamenti d’orario, hanno quasi fatto rimpiangere Baudo. Che è tutto dire.
Ma ieri sera, poco prima di mezzanotte, le canzonette hanno lasciato lo
spazio alla realtà, quella più dura, più tragica, rappresentata dal rientro
in patria della salma di Nicola Calipari, ucciso dagli americani dopo la
liberazione di Giuliana Sgrena.
Poi, di nuovo linea all’Ariston, per la proclamazione del vincitore. Ma con
la morte nel cuore. «Per l’assurdità di qualunque guerra», come ha detto
Bonolis chiedendo un minuto di silenzio. Difficile parlare di Sanremo, di
questi tempi.
 
Fuori anche Paolo Meneguzzi, Dj Francesco Band, Nicola Arigliano (ebbene
sì...) e Marina Rei. E dopo la serata dei duetti, punteggiata dalle ultime
eliminazioni, ora il 55.o Festival di Sanremo, il festival di Paolo Bonolis,
è pronto per il gran finale. E come in ogni finale che si rispetti, ora
conta solo chi vince.
Va allora detto che l’udinese (ma bresciano d’adozione) Francesco Renga
sembra aver sfilato di mano il ruolo di favoritissimo a Gigi D’Alessio: il
cantante napoletano - che ieri sera si è fatto affiancare da alcuni «Amici»
di Maria De Filippi - sembrava destinato a dover vincere a mani basse, ma si
è trovato sulla strada la concorrenza del fascinoso ex cantante dei Timoria.
E anche le quote degli scommettitori si sono adeguate in questo senso.
La sensazione è che colui che prevarrà fra gli Uomini porrà automaticamente
una seria ipoteca sulla vittoria finale. Col permesso di Toto Cutugno con
Annalisa Minetti, di Nicky Nicolai col Di Battista Quartet e di Alexia. Va
ricordato al proposito il meccanismo delle votazioni di quest’anno. Stasera
le giurie decreteranno un vincitore per ogni sezione, in ognuna delle quali
sono rimasti in lizza tre nomi. Poi, fra i cinque numeri uno (compreso
quello dei Giovani), la sterminata platea del televoto decreterà il
vincitore assoluto.
Aperta dalla notizia della liberazione di Giuliana Sgrena, la serata di ieri
ha sforato qualsiasi previsione di orario. Fra gli opinionisti è arrivata
anche Gigliola Cinquetti, mentre Ezio Vendrame è stato beccato dal pubblico
- e prontamente difeso da Bonolis - dopo le polemiche dell’altra sera con
D’Alessio.
Il gioco dei duetti ha permesso al pubblico di vedere sul palco alcuni
mostri sacri del jazz italiano, da Franco Cerri a Gianni Basso, affiancare
il magnifico Nicola Arigliano. Dopo il brano, per loro anche una breve jam
session. Per festeggiare in anticipo la bocciatura da parte delle giurie,
che hanno preferito l’inutile Marcella...
Altro colpo di teatro, la presenza di un capelluto Elio (senza Storie Tese)
al flauto a fianco delle Vibrazioni. Anche se gli occhi femminili erano
tutti per Alessandro Preziosi e Sergio Muniz, rispettivamente con Nicky
Nicolai e i Matia Bazar. Gli eliminati Meneguzzi e Dj Francesco hanno voluto
al loro fianco l’uno Luca Dirisio e l’altro Max Pezzali (inserendo nel testo
anche un «Giuliana è libera»...). Alexia ha chiamato la Gialappa’s e una
scatenata orchestra di fiati. Rita Pavone è scesa in campo per Cutugno.
Forfait invece di Carla Fracci, che doveva affiancare Peppino Di Capri.
Fra gli ospiti internazionali, decisamente deludente la chiacchierata di
Bonolis con il bel Hugh Grant: tempo e soldi buttati dalla finestra. Da
segnalare infine l’ottimo risultato di ascolti ottenuto anche nella terza
sera: 51.05% di share con 11.560.000 telespettatori (14.390.000 e 49.07%
nella prima parte, 10.533.000 e 57.98% nella seconda, 5.872.000 e 54.47%
nella terza). Insomma, al logorroico e chilometrico Festival di Bonolis
manca di certo la sintesi. Ma non gli ascolti.
Fuori anche i Velvet e Franco Califano. Dopo Umberto Tozzi e Paola e
Chiara, ieri sera le giurie del Festival di Sanremo hanno fatto fuori altri
due «big», uno nella categoria gruppi e un altro in quella dei classici.
E possiamo tranquillamente dire che, almeno per quanto riguarda il gruppo di
«Dovevo dirti molte cose» (non gliene hanno dato il tempo, vien da
azzardare...), ma tutto sommato anche per l’eterno Califfo, la decisione
appare sbagliata assai. Peraltro in linea con quella che, nella serata di
mercoledì, ha bocciato l’ottimo gruppo salentino dei Negramaro. Del resto le
giurie, da che festival è festival, sono destinate a suscitare malcontento.
Anzi, quest’anno stanno limitando i danni allo stretto indispensabile.
Da segnalare al proposito la battuta polemica che un amareggiato Califano ha
riservato nei confronti di Pippo Baudo, commentando con Bonolis la sua
eliminazione: «Dopo tanti anni pensavo di meritarmi un premio. Ma quando me
lo danno ’sto premio? Ringrazio comunque Paolo del quale sono amico. Se sono
stato eliminato vuol dire che questo è un festival pulito: con Baudo non
sarebbe successo...», ha specificato il Califfo, che in passato ha
partecipato a un festival condotto e gestito come direttore artistico da
Baudo.
Bonolis si è salvato dall’imbarazzo così: «Ti ringrazio per le parole di
stima. Non condivido quello che hai detto di Pippo Baudo, che è un
professionista molto serio. Mi dispiace molto del risultato. Il tuo è un
brano veramente bellissimo, non escludo il tuo ritorno...».
Intanto la terza serata è stata segnata soprattutto dalla presenza di Will
Smith, l'attore e cantante americano che ha dimostrato in pochi minuti che
cosa significhi essere un performer completo. Altro che Mike Tyson... E
niente male anche l’argentina Lola Ponce, che il pubblico televisivo di casa
nostra aveva già avuto modo di apprezzare nei sabato sera di Panariello.
Fra i cantanti in gara, ancora una bella esibizione per Le Vibrazioni (in
perfetto stile pop-rock anni Settanta con la loro «Ovunque andrò») e per la
vera sorpresa di questo Festival: Nicky Nicolai e lo Stefano Di Battista
Quartet. Sono arrivati che pochi li conoscevano, hanno messo a tacere tutti
con una canzone («Che mistero è l’amore») e un’esecuzione di gran classe.
Ieri sera ancora splendido l’ottantunenne Nicola Arigliano, con la sua
coppola nera e la sua elegantissima «Colpevole». Un artista senza età,
commovente, che ha incantato la platea dell'Ariston.
Una curiosità: nell’ottobre scorso sia Arigliano che Nicky Nicolai con il
quartetto del marito sassofonista erano stati fra le stelle jazz del
Barcolana Festival, in piazza Unità, a Trieste. Pochi potevano immaginare,
quella sera, di ritrovarseli entrambi protagonisti della kermesse
nazionalpopolare per eccellenza, quella del Festival di Sanremo. Che invece
li ha accolti e li sta apprezzando come meritano.
Meritavano invece di uscire l’inutile Marcella Bella, l’accoppiata Cutugno e
Minetti, lo stesso Peppino Di Capri... Per non parlare di DJ Francesco e dei
Matia Bazar con la loro irritante, ennesima, nuova cantante: sarà anche
brava, ma perennemente e terribilmente sopra le righe.
Il Festival di Bonolis, comunque, ormai vola in alto, come da anni non si
vedeva. Almeno negli ascolti, che mai come questa volta sono il segno
tangibile del suo successo. Sono stati oltre quindici milioni e 101 mila,
infatti, i telespettatori che hanno seguito mercoledì su Raiuno la
trasmissione della diretta dall’Ariston (dalle 21.04 alle 22.56), con uno
share pari al 51,11 per cento; 52,80 la media ponderata tra le tre parti
della serata. Per tornare a questi livelli, bisogna tornare indietro di
dieci anni, al 1995, piena era baudiana. Quella poco amata da Califano...
Per il resto la diretta non si è scostata molto dal copione delle serate
precedenti: apertura con i giovani che cantano «Volare» di Domenico Modugno,
«Aida» di Rino Gaetano e «Fiori rosa fiori di pesco» di Lucio Battisti. Tra
gli opinionisti arrivano Sergio Endrigo (che ha regalato parole di saggezza)
e Marino Bartoletti.
Anche ieri sera, fra le canzoni, i vistosi abiti di Antonella Clerici (ormai
massacrata a forza di perfide battute dal prode Bonolis...), il piglio da
cartone animato di Federica Felini, c’è stato spazio per la beneficenza per
il Darfur e per presentare il progetto «Un sogno per il Gaslini», che vede
come protagonisti cinque atleti azzurri assieme ad altri cinque vincitori
delle paraolimpiadi di Atene 2004.
Yuri Chechi, Igor Cassina, Gianmarco Pozzecco, Antonio Rossi e Alessandra
Sensini hanno parlato dell’impegno preso per la ristrutturazione
dell’abbazia di San Gerolamo di Quarto, adiacente all’Istituto Pediatrico
Gaslini, da destinare a strutture non mediche dove sia possibile rendere più
sereno il periodo di convalescenza degli oltre trentamila bambini ricoverati
ogni anno nella struttura ospedaliera genovese.
Bonolis, nel suo progetto di festival ironico ma attento all’impegno
sociale, ieri sera ha trovato spazio anche per una toccante parentesi
dedicata al grande Tiziano Terzani. Un bel pensiero.
 

giovedì 3 marzo 2005

 Una personale di Serena Sinigaglia, giovane regista di punta della scena teatrale italiana. E un recital di Marta Sebestyén, considerata la maggior interprete di musica folkloristica ungherese.
Sono due delle chicche che Moni Ovadia ha preparato per l’edizione 2005 del Mittelfest, il cui programma è ormai nella sua gran parte definito: infatti verrà presentato domani mattina al consiglio di amministrazione del festival di Cividale, diretto per il secondo anno dal cinquantanovenne artista nato a Plovdiv, in Bulgaria, e milanese d’adozione.
La Sinigaglia è stata già nel 2000 al Mittelfest, con un’edizione delle «Baccanti» realizzata con un gruppo di attrici italiane e albanesi. Ma è stata anche l’anno scorso a Cervignano con la sua «biografia non autorizzata» di Che Guevara e nei mesi scorsi a Udine e a Monfalcone con «1968», riflessione sull’anno della contestazione fatta da chi ne ha solo sentito parlare (la regista è nata nel ’73 a Milano), mentre lunedì e martedì torna a Monfalcone con «Il Grigio» di Giorgio Gaber (ne riferiamo qui sotto). Stavolta Moni Ovadia ha deciso di dedicarle una vera e propria personale, sottolineando così il suo ruolo di spicco sulla scena teatrale italiana, con alcune sue produzioni del passato ma anche con alcune cose nuove, realizzate proprio per il Mittelfest 2005, fra cui uno spettacolo sulle Beatitudini del Vangelo.
Ovadia ieri sera ha presentato «La bottiglia vuota» in una San Daniele del Friuli imbiancata dalla neve. Oggi è atteso nel pomeriggio a Venezia Lido, al congresso di Rifondazione Comunista, dove è stato invitato per una commemorazione dei sessant’anni della Liberazione («leggerò alcuni versi dal ghetto di Varsavia...»), e stasera è a Pordenone, con «L’armata a cavallo» vista recentemente anche a Trieste.
E proprio a Trieste ieri pomeriggio l’artista ha fatto un veloce blitz, per una breve visita a casa di Claudio Magris, che nei prossimi giorni firmerà sul «Corriere della Sera» un’intervista-presentazione del nuovo libro di Moni Ovadia. «S’intitola ”Contro l’idolatria” - spiega il massimo interprete della cultura yiddish in Italia - ed esce per Einaudi nei prossimi giorni: è una raccolta degli articoli che propongo da qualche tempo, ogni sabato, sull’Unità, più alcune cose che ho scritto per l’occasione...».
Oggi di Mittelfest si parlerà anche nella riunione della giunta regionale. Forse potrebbe anche venir fuori il nome del nuovo presidente della rassegna: il terzo in dodici mesi, dopo Paolo Maurensig e Demetrio Volcic.