...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 5 gennaio 2014
NUOVI DISCHI: U2, ADELE, COLDPLAY...
Rockettari di tutto il mondo, tenetelo a mente e fatevene una ragione: non si vive di solo Bruce Springsteen, il cui nuovo album “High hopes” è annunciato per il 14 gennaio (anche se, come scritto ieri su queste colonne, è in rete già da qualche giorno).
Il 2014 sarà infatti anche l’anno del nuovo disco degli U2, tredicesimo in carriera, che arriva a cinque di distanza dal precedente “No line on the horizon”. Doveva uscire a fine 2013, non dovrebbe tardare a lungo, diciamo entro l’estate vede la luce. Il disco, prodotto da Danger Mouse, potrebbe essere annunciato il 2 febbraio nell’intervallo del Super Bowl.
Per fine gennaio è annunciato anche il nuovo Limp Bizkit, “Stampede of the disco elephants”. Mentre a metà febbraio tocca a Beck, con “Morning phase” (primo disco per la Capitol, che giunge cinque anni dopo “Modern guilt”). E sempre a febbraio sono annunciati i nuovi album di Broken Bells, The Fray e Hooverphonic.
Mancano ancora le date, ma sono dati per certi anche i nuovi lavori discografici di Damon Albarn, Ac/Dc, Foo Fighters, Iron Maiden, Guns N’ Roses, Linkin Park, Offspring, Red Hot Chili Peppers e Soundgarden. E si parla anche di un disco solista di Roger Waters e persino di un nuovo Mike Oldfield (quello di “Tubular bells”, l’album da cui cominciarono le fortune miliardarie di Richard Branson e della sua Virgin, che allora era solo un’etichetta discografica...), intitolato “Man on the rocks”.
Nei territori del pop, da segnalare innanzitutto il nuovo Coldplay, la cui “pausa di riflessione” non dovrebbe durare ancora a lungo: l’album dovrebbe arrivare fra maggio e giugno. E il nuovo disco di Adele, dopo il trionfo da ventisei milioni di copie vendute di “21”. Dato per certo già lo scorso anno, l’album dovrebbe uscire entro la prima metà del 2014.
Altre ragazze in arrivo: Shakira (produzione affidata a Lmfao e RedOne, a quattro anni di distanza da “Sale el sol”), Jennifer Lopez, Lana Del Rey (con “Ultraviolence”), Lily Allen (già nelle radio con il singolo “Hard out here”), Kylie Minogue (disco prodotto da Darkchild), Taylor Swift, Mariah Carey. Ma c’è chi parla anche di Lady Gaga e di un volume 2 del suo recente “Artpop”.
Fra le “boy band” ormai cresciute, possibile un nuovo lavoro dei Take That, non si sa se con o senza la superstar Robbie Williams.
Fra le segnalazioni sparse: “Carry her carry me” degli Elbow arriva l’11 marzo, stesso periodo per “Himalayan” della Band of Skulls. E ancora Sharon Jones e i suoi Dap-Kings a metà gennaio, Neneh Cherry con “Blank project” a fine febbraio, proprio come il nuovo album di St. Vincent. A marzo annunciati Imogen Heap con “Sparks” e Joan as Police Woman con “The classic”. E più prima che poi dovrebbe arrivare il disco di Prince con i brani diffusi nei mesi passati e suonati con le 3rdeyegirl.
Italiani. Nuovi album per Vasco Brondi (alias Le luci della centrale elettrica), per Dente, per Pippo Pollina (“L’appartenenza” esce il 21 gennaio), per il rapper Marracash (l’album s’intitolerà “Status”, registrato fra Milano e Londra). A febbraio esce il nuovo disco di Brunori Sas, intitolato “Vol.3. Il cammino di Santiago in taxi”. A marzo arriva il terzo disco di inediti del romano Alessandro Mannarino.
“Che ci vado a fare a Londra?” è invece il primo singolo estratto dall’omonimo nuovo album di Omar Pedrini, atteso per fine gennaio e pubblicato da Universal, che arriva a otto anni dall’ultimo disco di inediti del cantautore bresciano.
sabato 4 gennaio 2014
JIMMY PAGE, il 9-1 COMPIE 70 ANNI
Ormai tutti i grandi del rock, che prima chi poi, festeggiano compleanni “importanti”. Ora è il turno di James Patrick “Jimmy” Page, che il 9 gennaio compie settant’anni. Età da pensionato, non fosse che stiamo parlando di un signore che ha scritto la storia del rock. E che inoltre sembra ben lungi dall’appendere la chitarra al classico chiodo.
Quarant’anni fa, di questi tempi, il nostro aveva già alle spalle l’esperienza con gli Yardbirds ed era nel pieno del successo planetario toccato al gruppo di cui era una colonna: i Led Zeppelin. Fra il ’69 e il ’71 erano infatti usciti i quattro volumi omonimi, contraddistinti solo dal numero progressivo, che avevano imposto la band inglese sulla scena internazionale del rock. Con Page c’erano il cantante Robert Plant, il bassista John Paul Jones e il compianto John Bonham alla batteria. Tutti assieme erano i portabandiera di quell’hard rock che a distanza di tanti anni viene considerato il genitore dell’heavy metal, e al quale si ispirano ancora molti musicisti del panorama musicale contemporaneo.
Page, londinese, era stato uno dei più richiesti chitarristi degli studi di registrazione inglesi degli anni Sessanta, collaborando con molti grandissimi, Rolling Stones in testa. Tuttora è considerato, con Eric Clapton e pochissimi altri, una delle migliori chitarre del rock. In grado di rivoluzionare il modo stesso di suonare lo strumento a sei corde, e come tale molto imitato da chi è arrivato dopo di lui.
Nel 2012, con gli altri due “Zeppelin” superstiti, è stato premiato da Barack Obama con il Kennedy Center Honors, la più alta onorificenza assegnata ad artisti capaci di influenzare la cultura americana. Un riconoscimento in più, per lui che è entrato nella Rock and Roll Hall of Fame sia come componente degli Yardbirds che dei Led Zeppelin.
Come molti altri grandi del rock, anche Jimmy Page nella sua vita non si è fatto mancare nulla. Vizi, eccessi e scandali compresi. Ma nella “reunion” con Robert Plant e John Paul Jones - e Jason, figlio di John Bonham alla batteria - alla o2 Arena di Londra del 2007 (poi diventato un film uscito nel 2012), la sua chitarra ha urlato proprio come ai tempi belli.
SPRINGSTEEN, ARRIVA HIGH HOPES
Un anno nuovo comincia sempre con delle speranze. Ma sono “High hopes”, speranze in qualche modo “alte”, “grandi”, quelle che ci riserva Bruce Springsteen, aprendo il 2014 con il suo nuovo, come sempre attesissimo album. Il disco, la cui uscita è stata annunciata quasi a sorpresa due mesi fa, dovrebbe vedere la luce il 14 gennaio. E diciamo “dovrebbe” perchè a questo punto, dopo quel che è successo, la casa discografica potrebbe anche anticipare la data di qualche giorno.
Cos’è successo? Semplice, il nuovo album può essere ascoltato in rete già da qualche giorno. Laddove si conferma che ormai, sotto il regno di sua maestà internet, la diffusione di un nuovo album non può più essere decisa dalla casa discografica. Nel caso specifico, oltre alle solite anticipazioni che interessano i dischi dei maggiori protagonisti della scena rock, ci si è messo di mezzo un errore di Amazon. Che nei giorni scorsi ha messo in vendita per alcune ore l’album, salvo poi fare marcia indietro e ritirarlo dal commercio. Poche ore, ma sufficienti a far rimbalzare i brani di sito in sito, in una diffusione a macchia di leopardo.
E allora ascoltiamolo, questo disco. Registrato in vari studi, fra New Jersey, Los Angeles, Atlanta, Australia e New York, l’album è il diciottesimo in carriera per il sessantaquattrenne rocker di Freehold. Che ha voluto ancora con sè la E Street Band al completo. Ma la novità è Tom Morello, l’ex chitarrista dei Rage Against the Machine, che si è unito al gruppo nel marzo scorso, durante le date australiane, in sostituzione di Steve “Little Steven” Van Zandt.
Il feeling fra i due è subito scattato, visto che il Boss ha definito lui e la sua chitarra «la mia musa, la mia fonte di ispirazione che ha portato questo progetto a un altro livello». E nelle note di copertina: «Stavo lavorando a un disco di brani inediti tra i migliori dell’ultimo decennio quando Tom Morello ci suggerì di aggiungere “High hopes” alla scaletta dei concerti. Quel brano, scritto da Tim Scott McConnell della band losangelina Havalinas, l’avevo inciso negli anni ’90. Durante le prove abbiamo preparato il pezzo, poi con Tom alla chitarra abbiamo davvero spaccato. A metà tournée siamo andati a reinciderlo agli Studios 301 di Sydney insieme a “Just like fire would”, dei Saints, uno dei primi gruppi punk australiani, peraltro uno dei miei preferiti...».
L’album propone quattro cover e una manciata di inediti. Suoni molto rock, grazie proprioe all’apporto di Morello. “High hopes”, del quale esiste un video diretto da Thom Zimny, è un pezzo degli Havalinas che il Boss aveva già inciso in un ep del ’96. “Frankie fell in love” mette in scena un immaginario dialogo davanti a una birra fra Shakespeare e Einstein. “This is your sword”, fra cornamuse e richiami biblici, è vicina alle atmosfere di “Wrecking ball”.
Brillano di rinnovata e rabbiosa luce anche le nuove versioni di “The ghost of Tom Joad” e “American skin (41 shots)”, nel quale viene raccontata la storia di Amadou Diallo, l’afroamericano ucciso dalla polizia di New Work appunto con 41 colpi di pistola.
“Harry’s place” consente alla chitarra di Morello di duettare virtualmente con il sax di Clarence Clemons. Già, perchè Clemons e Danny Federici, scomparsi rispettivamente nel 2011 e nel 2008, sono presenti nell’album. Fra gli altri titoli: l’inedita “Down in the hole”, “Just like fire would” (cover del brano dei Saints), “Heaven’s wall”, le acustiche “Hunter of invisible game” e “The wall” (altri inediti). Fino al gran finale di “Dream baby dream”, cover di un classico dei Suicide.
Qualcuno ha già definito “High hopes” un “album minore”, forse perchè il precedente “Wrecking ball” aveva alzato di molto l’asticella qualitativa. Trattandosi di Bruce Sprinsteen - il cui tour 2014 parte il 26 gennaio da Città del Capo, per ora non sono previste date in Italia, ma l’anno è appena cominciato -, andremmo molto cauti con queste valutazioni al ribasso...
venerdì 3 gennaio 2014
AGLI ISCRITTI ASSOSTAMPA FVG
Care colleghe, cari colleghi,
Nell'impegno che ci aspetta nel 2014, sappiamo di avere delle priorità. Il contratto, innanzitutto. Quel contratto scaduto nel marzo scorso e per il rinnovo del quale stiamo lavorando, come sindacato dei giornalisti, sapendo di avere dall'altra parte del tavolo tanti editori che un contratto nazionale non lo vorrebbero più firmare o almeno lo vorrebbero fortemente depotenziare. Noi puntiamo alla difesa del contratto e dei posti di lavoro, alla regolarizzazione e alla contrattualizzazione di quel vero e proprio esercito di precari e non garantiti che in questi anni sono cresciuti a dismisura. Ma abbiamo l'obbligo di parlar chiaro. La situazione è difficile, difficilissima, a causa della crisi economica ma anche della rivoluzione tecnologica. Sappiamo che non esiste lavoro giornalistico contrattualizzato e dignitoso per oltre 110mila iscritti all'Ordine. Ciò detto, dobbiamo credere e lavorare per il rilancio del settore, che deve passare per lo sviluppo e l'innovazione, per il lavoro per i giovani (e meno giovani...), per la protezione sociale adeguata a chi rimane senza lavoro ma anche a tanti pensionati e prepensionati. La nostra lotta per il lavoro però non può e non deve trasformarsi in una lotta generazionale fra poveri, mors tua vita mea, vai a casa tu a 58/60 anni che così c'è lavoro per me che magari ho già passato i quaranta. Niente di più sbagliato, anche perché è dimostrato che - nella situazione attuale - chi esce dalle redazioni non viene sostituito.
Serve un sistema nuovo di lavoro, di sviluppo, di protezione sociale. E servono i soldi pubblici annunciati dal governo, che non sono regalìe come dice qualcuno, ma non devono essere usati solo per rifinanziare la 416 - e far uscire giornalisti dalle redazioni - ma anche e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Per affrontare questa sfida, abbiamo bisogno di un sindacato forte e unitario. Che magari si divida sulle idee per affrontare la crisi e contrastare certe politiche datoriali, ma poi viaggi diritto e unito (contrattualizzati e non contrattualizzati) verso l'obiettivo.
Abbiamo bisogno anche dell'aiuto di tutti i colleghi. Per questo l'appello all'iscrizione al sindacato quest'anno parte ancor più forte e convinto. Tutti beneficiano dei contratti e degli accordi firmati dal sindacato, ma molti nemmeno si iscrivono, perché è facile e comodo criticare, salvo poi beneficiare dei risultati (anche economici) ottenuti... Nel Friuli Venezia Giulia, grazie al lavoro gratuito dei colleghi impegnati nell'Assostampa, abbiamo le quote di iscrizione più basse d'Italia. Non solo: è possibile anche chiedere l'iscrizione gratuita (altro caso unico a livello nazionale), per giornalisti professionali disoccupati e collaboratori in difficoltà economiche. Aiutate il sindacato unitario dei giornalisti: solo così possiamo sperare di farcela. Iscrivetevi, e aiuterete anche voi stessi in un momento di grandissima difficoltà per tutti.
grazie, buon anno e un caro saluto a tutti
Carlo Muscatello
presidente Assostampa Fvg
da BOLLETTINO GIORNALISTI FVG
Diversi anni fa, quando i colleghi del Friuli Venezia Giulia mi chiesero di fare prima il segretario e poi il presidente dell'Assostampa regionale, avevo molti dubbi e una sola certezza: il sindacato dei giornalisti, quello che avevo conosciuto nelle mie precedenti esperienze in alcuni Cdr del "Piccolo", era alla vigilia di un cambiamento non più rinviabile. Una mutazione che andava aiutata, sviluppata, assecondata, portata avanti con tutte le nostre non grandi forze. Non più sindacato dei garantiti, figura che peraltro cominciava già allora a sfumare sotto i colpi delle ritrutturazioni e delle crisi che non guardavano e non guardano in faccia nessuno (basta pensare alle casse integrazioni e ai licenziamenti al "Piccolo", nel '96, impugnati con soddisfazione davanti alla magistratura del lavoro da uno di quei Cdr di cui avevo fatto parte). Non più sindacato che, a ogni rinnovo contrattuale, in periodi di vacche grasse, chiedeva e spesso otteneva qualche centinaio di migliaia di lire in più. Non più sindacato considerato, purtroppo, cosa "altra" da una parte sempre più consistente della categoria.
Categoria, e i segnali c'erano già tutti, bastava volerli vedere e capire, che stava profondamente cambiando. Il sogno di molti editori di "produrre i giornali senza giornalisti" era molto difficile, quasi impossibile da mettere in pratica. Ma l'aspirazione ad avere a libro paga redazioni sempre più ristrette, rinforzate dall'esterno da un esercito sempre più numeroso di collaboratori malpagati e spesso anche maltrattati, ecco, quella si andava delineando - e realizzando - con sempre maggiore forza e decisione. A Trieste come a Gorizia, a Udine come a Pordenone (ma non è che nel resto d'Italia le cose andassero diversamente), non bastava più collaborare per alcuni anni, fare gli "abusivi" in redazione, aspettare pazientemente il proprio turno, per vedersi assunti in pianta stabile (con contratto, stipendio dignitoso, spesso anche integrativi e benefit varii) in sostituzione di un collega andato in pensione o trasferito in un altro giornale. Il sistema stava cambiando e non sarebbe più tornato quello di prima.
Ma torniamo al nostro sindacato regionale. In una realtà profondamente mutata, nella quale oggi più di metà dei giornalisti non sono contrattualizzati, anche l'Assostampa doveva e ha dovuto cambiare pelle. Non più solo "Assostampa dei Cdr", com'era stata fino agli anni Novanta, ma Assostampa di tutti, anche dei collaboratori, dei precari, dei freelance, di tutti quelli che un Cdr che li rappresenti non ce l'hanno, di quelli che mettono assieme una collaborazione con l'altra, che ricevono mille promesse ma poi si trovano per anni a incassare poche centinaia di euro al mese, di quelli che troppo spesso sono costretti a rivolgersi a un giudice, per vedere riconosciuti i propri diritti. Anche perchè, da che mondo è mondo, il sindacato serve e deve servire innanzitutto alle fasce più deboli di una categoria.
Sono passati diversi anni, e nel Friuli Venezia Giulia abbiamo l'orgoglio di essere stati una delle prime Assostampa regionali - persino prim'ancora della Fnsi - ad aver capito il cambiamento ed esserci comportati di conseguenza. Il nostro Coordinamento precari e freelance regionale è stato una delle primissime esperienze nelle quali i colleghi meno garantiti si sono organizzati, all'interno dell'Assostampa (nel cui Direttivo i colleghi del Coordinamento sono da tempo presenti ai più alti livelli), e hanno cominciato a lavorare ottenendo riconoscimento di ciò sia nelle altre regioni che a livello nazionale.
Molto lavoro è stato fatto, moltissimo dev'essere ancora realizzato. Dalla battaglia per il nuovo contratto (il sindacato è impegnato ad allargare la platea dei contrattualizzati, all'insegna dell'inclusione e della regolarizzazione) alla legge sull'equo compenso da applicare, dalla legislazione regionale (la presidente Serracchiani si è mostrata interessata a una legge a sostegno dell'informazione, come già accade in altre regioni) agli accordi per i collaboratori ancora tutti da scrivere con gli editori (magari sull'esempio di quanto stanno portando avanti i colleghi veneti).
Nell'impegno che ci aspetta, abbiamo però l'obbligo di parlar chiaro. La situazione è difficile, difficilissima. La crisi economica e la rivoluzione tecnologica non promettono pranzi luculliani. Sappiamo che non esiste lavoro giornalistico contrattualizzato e dignitoso per oltre 110mila iscritti all'Ordine. Ciò detto, dobbiamo credere e lavorare per il rilancio del settore, che deve passare per lo sviluppo e l'innovazione, per il lavoro per i giovani, per la protezione sociale adeguata a chi rimane senza lavoro ma anche a pensionati e prepensionati. Sì, perchè la lotta per il lavoro non può e non deve trasformarsi in una lotta generazionale fra poveri, mors tua vita mea, vai a casa tu a 58/60 anni che così c'è lavoro per me che magari ho già passato i quaranta. Niente di più sbagliato, anche perchè è dimostrato che - nella situazione attuale - chi esce dalle redazioni non viene sostituito.
Serve un sistema nuovo di lavoro, di sviluppo, di protezione sociale. E servono soldi pubblici, che però non devono essere usati solo per rifinanziare la 416 - e far uscire giornalisti dalle redazioni - ma anche e soprattutto per creare nuovi posti di lavoro. Per affrontare questa sfida, abbiamo bisogno di un sindacato forte e unitario. Che magari si divida sulle idee per affrontare la crisi e contrastare certe politiche datoriali, ma poi viaggi diritto e unito (contrattualizzati e non contrattualizzati) verso l'obiettivo.
Carlo Muscatello, presidente Assostampa Fvg
50 ANNI DI BEATLEMANIA, da quel primo tour negli Usa
La Beatlemania, quella vera, travolgente, planetaria, senza se e senza ma, è cominciata giusto cinquant’anni fa. Febbraio 1964. Dopo un anno di straordinari successi in patria e in Europa, dopo la conquista delle classifiche di vendita anche oltreoceano, per i nostri eroi arriva finalmente il tempo della prima trasferta negli Stati Uniti.
I Beatles atterrano all’aeroporto di New York, accolti da diecimila fan (soprattutto ragazze) urlanti. Scene di delirio collettivo, puntualmente registrate da fotografi e tv. Che si ripetono, con urla, pianti e autentiche crisi isteriche, nella settimana di spettacoli alla Carnegie Hall di New York e al Washington Coliseum di Washington, prima della trasferta a Miami.
I concerti newyorkesi sono l’occasione anche per la partecipazione a una puntata del leggendario Ed Sullivan Show. Durante la quale - scrivono i giornali americani dell’epoca - il numero dei crimini, soprattutto minorili, registrati all’ombra della Grande mela praticamente si azzera. «Persino i criminali - commenta per l’occasione George Harrison - si sono presi dieci minuti di pausa in occasione dello show dei Beatles...».
Una curiosità. La loro prima tournée americana, almeno per quanto riguarda la parte relativa alla capitale Washington, viene documentata da una serie di quarantasei fotografie rimaste a lungo inedite, scattate da un fotografo dilettante, Mike Mitchell, e battute all’asta da Christie’s, a New York, nel luglio 2011 per una cifra folle.
Altra curiosità. “1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles” (titolo originale “I wanna hold your hand”) è un film diretto nel 1978 da Robert Zemeckis, che documenta proprio quel primo tour, mischiando realtà e fantasia.
Comunque, fra concerti e partecipazioni tv, la popolarità dei “Fab Four” non conosce più limiti, anche oltreoceano. Tornati a casa, dopo tre mesi in studio di registrazione partono per un altro tour mondiale che dal giugno ’64 li vede suonare nel Nord Europa, a Hong Kong, in Australia (con il leggendario concerto ad Adelaide dinanzi a 300mila persone: la loro esibizione più affollata di sempre) e Nuova Zelanda. Ad agosto, per un mese, nuovo tour negli Stati Uniti: venticinque concerti nelle principali città del continente a stelle e strisce, ormai diventato la seconda patria dei quattro.
Mezzo secolo dopo i fatti narrati, e a quarantaquattro anni di distanza dallo scioglimento del gruppo, nonostante l’assassinio di John Lennon (proprio a New York, 8 dicembre ’80) e la morte per cancro di George Harrison (Los Angeles, 29 novembre 2001), i Beatles sono ancora e sempre leggenda. Una vera e propria icona della musica e della cultura del Novecento, con cui devono fare i conti tutti, anche i ragazzi nati nel nuovo millennio.
Fra l’altro, da un paio di settimane è uscito un album con cinquantanove registrazioni inedite dei Beatles. Un’iniziativa adottata per evitare di perdere il copyright, i diritti d’autore, sui brani del 1963, in base alla legge europea. Fra il materiale mai sentito ci sono registrazioni alla Bbc e versioni di “She loves you” e “A taste of honey” diverse dagli originali. Il nuovo “Beatles Bootleg Recordings 1963” è stato pubblicato su iTunes dalla Apple Records, la storica etichetta discografica del gruppo inglese.
Dopo l’entrata in vigore della nuova legge sul copyright in Europa queste iniziative “tecniche”, a malapena annunciate dalle case discografiche, sono in realtà sempre più frequenti. L’Unione Europea ha esteso i termini del diritto d’autore da cinquanta a settant’anni. Ma c’è un problema: non è possibile beneficiare dell’estensione se le opere non sono state pubblicate prima della scadenza dei 50 anni. Quindi tutto il materiale inedito è a rischio. I brani dei Beatles che sono stati appena pubblicati sono infatti stati registrati nel 1963.
Le novità - che novità sono solo in parte - però non finiscono qui. È infatti da poco uscito il secondo volume tratto dal patrimonio di registrazioni radiofoniche dei “Fab Four” che la Bbc custodisce. Dal titolo “On Air - Live at the Bbc Volume 2”, il disco contiene fra l’altro una cover del brano di Chuck Berry “I’m talking about you” e del classico “Beautiful dreamer”. Fra i 63 brani compresi nell’album ci sono ben 37 performance mai sentite prima d’ora. «C’è molta energia e molto spirito, siamo cresciuti nei programmi della Bbc», ha detto Paul McCartney, ricordando il suono dei primi Beatles.
Beatles forever, insomma. Grazie alla tanta e ottima musica lasciata dai quattro. Anche se c’è qualcuno che non si rassegna a dover vivere di ricordi. Un dentista canadese che due anni fa sborsò 19.500 sterline (oltre 23mila euro) per un molare ingiallito e cariato di John Lennon vuole clonare il cantante estraendone il dna dal dente. Michael Zuk, il dentista in questione, aveva acquistato il dente da un’anziana donna che negli anni Sessanta era stata cameriera dell’artista nella sua casa nel Surrey. Gliel’aveva regalato lo stesso John, sapendo che la figlia di lei era una sua fan...
giovedì 2 gennaio 2014
LES BABETTES, nuova perla del PUPKIN KABARETT
Nella gran serata di fine anno del Pupkin Kabarett al Politeama Rossetti (teatro pieno, risate e applausi a scena aperta per una sana satira che non guarda in faccia nessuno, nemmeno il sindaco Cosolini presente in platea...), un successo nel successo se lo sono ritagliate le “ultime arrivate” nella gang teatralmusicale coordinata dal capocomico Alessandro Mizzi.
Stiamo parlando del trio vocale Les Babettes, tre interpreti frizzanti e ironiche che in meno di un mese sono diventate una bella realtà del Pupkin. Da parte sua fucina di talenti sin dagli esordi nel febbraio 2001 nella “saletta” del Teatro Miela, ben presto diventata troppo piccola per i fan che crescevano di lunedì in lunedì, e che in tutti questi anni hanno riempito il teatro di piazza Duca degli Abruzzi, fino all’apoteosi dell’altra sera nel salotto buono.
Les Babettes sono Eleonora Lana (Lulù), Anna De Giovanni (Nanà) e Chiara Gelmini (Cocò). Nelle ospitate con il Pupkin sono accompagnate dai solisti della Niente Band. Quando tengono i loro spettacoli (ieri e la notte di Capodanno hanno incantato il pubblico del “Paradiso Perduto”, locale storico veneziano) hanno invece una piccola band: Tiziano Bole alla chitarra, Andrea Resce al contrabbasso e Alessandro Petrussa alle percussioni.
«Era da anni - spiega Eleonora, triestina, 28 anni, esperienze con la Compagnia della Rancia e in vari musical - che sognavo un trio vocale tutto al femminile. Ci pensavo almeno da quando vidi a Bologna un concerto delle inglesi Puppini Sisters. Ne parlai con Chiara, con cui eravamo “voci bianche” nei Piccoli cantori della città di Trieste. Poi è arrivata anche Anna...».
Lavoro di preparazione non facile, studi sui dischi delle americane Boswell Sisters ma anche dell’italianissimo Trio Lescano, approfondimento sui classici swing degli anni Trenta e Quaranta. «All’inizio - ricorda Chiara, triestina, 27 anni, laurea in filosofia - pensavamo ai musical, persino alle musiche dei cartoni animati. Poi ci siamo rese conto che funzionava meglio lo swing».
Il gruppo nasce nel settembre 2011. «Pensammo a questo nome - spiega Anna, 28 anni, veronese trapiantata a Trieste prima per gli studi (laurea in lettere classiche) poi per amore - perchè ricorda i grandi trii ma è inequivocabilmente “triestino”...».
Nel settembre scorso un’esibizione alla Stazione Rogers (la trovate su youtube), poi il contatto con il Teatro Miela e l’ingresso nel Pupkin Kabarett. «Parlammo con Francesco De Luca del “Miela” - aggiunge Eleonora -, il dubbio era se fare qualcosa da sole o entrare in una realtà già esistente e ben rodata. L’incontro con gli artisti del Pupkin ci ha tolto ogni dubbio: abbiamo debuttato al “Miela” il 2 dicembre e ora siamo felici di lavorare con loro».
L’altra sera, nella seratona al Rossetti, applausi convinti per la loro rilettura de “El can de Trieste” di Lelio Luttazzi, restituita a nuova luce da armonizzazioni vocali (firmate da Eleonora) di prim’ordine. Ed è proprio al grande artista triestino che Les Babettes pensano per il loro primo progetto discografico. «Sì, ci piacerebbe molto - concludono - fare un disco-omaggio a Luttazzi: ha scritto canzoni splendide. E perfette per un trio vocale...».
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