...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
lunedì 27 agosto 2012
RED HOT CHILI PEPPERS merc 29 a zagabria
Un nuovo chitarrista, Josh Klinghoffer. Un album uscito un anno fa, “I’m with you”. Una carriera ormai quasi trentennale, coronata da oltre 65 milioni di dischi venduti e da sette Grammy. E la solita, collaudata miscela di rock e funk, punk e rap, pop e melodia. Con approccio trasversale ed effetto esplosivo.
Con questo biglietto da visita i californiani Red Hot Chili Peppers tornano in zona per un concerto che si terrà domani alle 20 all’ippodromo di Zagabria: la tappa a noi più vicina dell’attuale tour che ha toccato ieri sera Praga, sarà venerdì a Bucarest, sabato a Sofia, e poi ad Atene, Beirut, Istanbul, Tel Aviv, per tornare dal 23 settembre negli Stati Uniti.
Il giovane Klinghofer è arrivato per sostituire John Frusciante, chitarrista storico ma anche anima della band, che ormai entra ed esce con una facilità - e una frequenza - quasi irritante.
Non tale ancora, però, da scalfire il mito. Sono passati cinque anni, dal concerto del giugno 2007 allo Stadio Friuli di Udine (unica tappa italiana del tour di quell’anno). Era appena uscito il doppio “Stadium arcadium”, che avrebbe venduto oltre dieci milioni di copie.
Passione e rabbia possono essere ancora considerate, dopo tanti anni, la loro cifra stilistica. Nati a Los Angeles nei primissimi anni Ottanta, diventano in breve un gruppo di culto grazie soprattutto alle loro performance dal vivo. All’inizio sono soltanto quattro ragazzi dalla Fairfax High School: il bassista Michael “Flea” Balzary, il cantante Anthony Kiedis, il batterista Jack Irons e il chitarrista Hillel Slovak. E si chiamano Tony Flow and the Miraculously Majestic Masters of Mayhem.
Il primo album, intitolato semplicemente “Red Hot Chili Peppers”, esce nell’84 e passa quasi inosservato. Sono gli anni in cui dal vivo i “ragazzacci” si presentavano spesso nudi e coi calzini infilati... sì, proprio lì, sui genitali. Seguono “Freaky styley” (’85), «The uplift mofo party plan” (’87) e il minialbum “Abbey Road” (’88), con copertina-parodia dell’omonimo capolavoro beatlesiano.
Una tragica pausa, seguita alla morte per overdose di Slovak. Irons esce, Kiedis e Flea incontrano il chitarrista John Frusciante e il batterista Chad Smith (pare con un annuncio su un giornale...) e l’avventura riparte. Nell’89 esce “Mother’s milk”, album di inediti seguito da un lungo tour. Nel ’91 arriva il contratto con la Warner, esce “Blood sugar sex magik” (un milioncino di copie vendute), la fama del gruppo arriva anche in Europa.
Frusciante, come si diceva, esce (poi rientra e poi esce ancora). Nel ’95 arriva “One hot minute”, il ’99 è l’anno di “Californication” (primo in Italia per nove settimane di fila, il loro album più venduto con oltre 15 quindici milioni di copie), l’estate 2002 porta “By the way”, poi arrivano una raccolta e un live (“The greatest hits” nel 2003, “Live in Hyde Park” nel 2004).
L’anno scorso, dopo tour mondiali quasi senza sosta, “I’m with you” arriva a cinque anni di distanza da “Stadium arcadium”. Ora questo nuovo tour, che il mese scorso ha fatto tappa in Italia all’Heineken Jammin’ Festival.
Per il concerto a Zagabria di domani, info e prevendite dei biglietti da Radioattività (040-304444), che organizza bus da Trieste.
domenica 26 agosto 2012
TRIESTE EARLY JAZZ ORCHESTRA, gemme degli anni 20
Prima il ragtime, ora gli anni ruggenti del primo jazz orchestrale. L’attenzione di Livio Laurenti e degli ensemble da lui fondati e diretti continua a incentrarsi sulla musica degli inizi del Novecento. Qualche anno fa l’album “Rag, blues, hot...”, firmato Joplin Ragtime Orchestra. Ora questo “Live in Rimini”, con la Trieste Early Jazz Orchestra.
«Con la Jro - spiega Laurenti, diplomato nel ’67 al Tartini in strumenti a percussione, un passato nelle orchestre del Verdi e della Fenice - avevo già affrontato qualche brano del jazz orchestrale, fermandomi ai primi due decenni del secolo scorso. La Tejo presenta arrangiamenti originali della decade dal 1925 al 1934».
Difficoltà?
«Quella più immediata è stata trovare le partiture che ho reperito tramite collezionisti. Poi ho dovuto cercare musicisti duttili e interessati al progetto. La difficoltà successiva è stata riuscire a ottenere esecuzioni e un suono orchestrale “credibili”, ma senza copiare gli originali».
Come ce l’avete fatta?
«Questo genere orchestrale è ben diverso da quello degli anni Quaranta e successivi. Si è trattato di aderire il più fedelmente possibile alle intenzioni degli orchestratori di allora, in modo che il pubblico possa riconoscere che ci troviamo, per esempio, nel 1925 o nel 1931. Un ruolo importante è giocato dal crooner, cioè il cantante dell’orchestra, che va considerato come un altro strumento imprescindibile dell’organico. Il nostro Paolo Venier svolge questo ruolo al meglio, come del resto tutti gli altri undici musicisti».
Dove nasce questa passione per musiche di un secolo fa?
«Sono passati quasi trent’anni. Nel ’74 avevo acquistato un disco con la versione orchestrale dei più noti ragtime di Scott Joplin. Era uscito il film “La stangata”. Rimasi stregato dalla bellezza dei brani e delle orchestrazioni che non avevo mai sentito prima. Anche perchè, dopo la morte di Joplin nel 1917, il materiale era stato dimenticato».
Perchè ama il ragtime?
«Perchè nasce come genere pianistico di matrice nera che contrappone l’accompagnamento tradizionale della mano sinistra (in battere) a frasi sincopate della destra (in levare). Una commistione che fece impazzire il pubblico americano prima ed europeo dopo, perchè introdusse un nuovo modo di ballare. Le cronache dell’epoca fanno ritenere che la rivoluzione portata dal ragtime sia stata anche maggiore di quella provocata dal rock’n’roll degli anni Cinquanta...».
Prosegua.
«Il ragtime non prevede l’improvvisazione e con la morte di Joplin fu messo in soffitta per lasciare spazio al jazz che già nel 1917 si era fatto spazio con le famose incisioni della Original Dixieland Jass Band. Il ragtime è considerato come il padre putativo del jazz».
Lei però ha cominciato con la classica...
«Sì, ma nonostante gli studi classici e l’amore per il repertorio sinfonico, ho sempre provato una grande attrazione verso il jazz e mi sono imbevuto soprattutto del repertorio degli anni Cinquanta e Sessanta. Come batterista ho avuto come modelli soprattutto Max Roach e Elvin Jones. In tutti questi anni ho quindi suonato classica, jazz, ma anche musica leggera e contemporanea...».
L’album “Live in Rimini” - nel quale Laurenti ha inserito anche quella “Jubilee stomp” di Duke Ellington del 1928, poi ritrovata nella colonna sonora del film “The Artist” - verrà presentato quest’autunno con un concerto a Trieste e uno in Friuli.
ALANIS MORISSETTE, nuovo disco
«Questo album è come al solito una fotografia di quello che mi ossessiona al momento, di ciò che è rilevante per me, di quello che mi fa alzare alle quattro del mattino nei miei momenti più introspettivi. È il mio punto di vista emotivo, psicologico, sociale e filosofico, e lo condivido attraverso le canzoni...».
Parole di Alanis Morissette, che domani torna sul mercato discografico con l’album “Havoc and bright lights”, dodici canzoni registrate a Los Angeles e prodotte da Guy Sigsworth (Björk, Madonna, Seal...) e Joe Chiccarelli (U2, Tori Amos, Elton John...), anticipate all’inizio dell’estate dal singolo “Guardian”.
È un disco importante, l’ottavo in carriera, innanzitutto perchè arriva dopo un silenzio durato quattro anni. E in secondo luogo perchè la trentottenne artista canadese (naturalizzata statunitense), con i suoi sessanta milioni di dischi venduti e i suoi sette Grammy, è una “numero uno” sempre tenuta sotto osservazione.
Sembrano lontani i tempi dell’esordio col botto (il suo “Jagged little pill”, uscito nel ’95, con i suoi 33 milioni di copie è al dodicesimo posto dei dischi più venduti di sempre), la giovanissima che era assurta al ruolo di voce controcorrente della “Generazione X” oggi è una madre di famiglia (suo figlio Ever Imre ha un anno e mezzo) che ha smussato alcune asperità giovanili.
Il suo “Guardian Angel Tour” il mese scorso è passato anche dall’Italia, proponendo un’artista che vive una consapevolezza nuova e forse vuole sfatare il luogo comune secondo il quale il successo agguantato da giovanissimi non è foriero di carriere sempre ad alti livelli.
Con questa manciata di nuove canzoni l’ex portabandiera delle ragazze arrabbiate degli anni Novanta sembra voler dire: sono ancora qui, sono cresciuta e ho altre cose da dire, oltre a quelle che già conoscete.
Basterà per una seconda giovinezza artistica? Chissà. Intanto si apprende che la Morissette dovrebbe affiancare Mariah Carey nella giuria del prossimo “American idol” televisivo. E che l’altro giorno, a Los Angeles, ha lasciato le sue impronte sulla “RockWalk” del Guitar Center. Un riconoscimento che immortala Alanis al fianco di artisti del calibro di Eric Clapton, Carlos Santana, Johnny Cash, Aerosmith e Queen.
venerdì 24 agosto 2012
PREMIO TENCO, NON SI TERRA' EDIZIONE 2012
Non si terrà l’edizione 2012 del Premio Tenco. Mancano i soldi. Dunque la “Rassegna della canzone d’autore” che si svolge a Sanremo dal 1972 (triste quarantennale...), fondata dall’indimenticato Amilcare Rambaldi e sempre considerata come il contraltare nobile al Festivalone, quest’anno non si svolgerà.
Certo, con i problemi ben più gravi dai quali siamo circondati, la tentazione è quella di derubricare la notizia fra le brevi. Ma chi da sempre ama e segue la canzone d’autore, esempio supremo di arte e cultura popolare, si rende conto della portata di questo ennesimo brutto segnale.
Siamo in fondo il Paese in cui un ministro, non troppi mesi fa, sentenziò che con la cultura non si mangia. Parole sbagliate in assoluto, ma soprattutto qui. Dove nel ’67 Rambaldi - esportatore di fiori per mestiere, appassionato di musica, già inventore anche del Festival di Sanremo - decise con un gruppo di amici di fondare il Club Tenco. Lo scopo: «riunire tutti coloro che, raccogliendo il messaggio di Luigi Tenco (suicida proprio nel ’67 - ndr), si propongono di valorizzare la canzone d’autore, ricercando anche nella musica leggera dignità artistica e poetico realismo».
Pochi anni dopo, all’alba dei Settanta, quando il festival “maggiore” viveva il momento più buio ma il movimento dei cantautori era vitalissimo, dal club nacque anche la rassegna, che finora si è svolta ogni anno, saltando solo le edizioni dell’87 e del ’92.
E i “grandi cantautori” che in tutti questi anni quasi sempre hanno snobbato il Festivalone, non si sono mai fatti pregare per partecipare: da De Andrè a Guccini, da Paolo Conte a De Gregori, da Piero Ciampi a Fossati e Vecchioni. Passando per Roberto Benigni, di cui rimasero celebri le esecuzioni de “L’inno del corpo sciolto” e “Mi piace la moglie di Paolo Conte” (brano composto lì per lì, cui l’Avvocato rispose dedicando una canzone «alla zia di Benigni, di cui sono da anni invaghito...»).
Ma oltre alle parate dei grandi nomi, la rassegna è stata in questi anni trampolino di lancio per tanti giovani artisti, grazie all’assegnazione del Premio Tenco (alla carriera, anche ad artisti internazionali, da Leonard Cohen a Patti Smith) e delle Targhe Tenco (ai migliori dischi ed esordienti della stagione, fra cui recentemente il friulano Piero Sidoti).
Enrico de Angelis, responsabile del Club Tenco, sta lavorando per scongiurare la chiusura. «Da anni - spiega lo scrittore e musicista - il Comune di Sanremo riduce i finanziamenti. Quest’anno la tradizionale rassegna di tre serate non si può fare. Forse siamo in grado di organizzare il 16 novembre una sola serata monografica, che vorremmo dedicare a Woody Guthrie nel centenario della nascita, con un’appendice, il 17, per alcuni giovani emergenti».
Sarebbe un modo per tenere accesa la fiammella. Fra l’altro nel disinteresse dei tanti canali televisivi. Qualche soldo, in passato, arrivava anche dalla Rai, che poi confinava l’appuntamento a tarda notte (storicamente su Raidue, più recentemente nella riserva indiana digitale di Rai5...). Da quest’anno pare che il Premio Tenco non faccia più parte dell’accordo miliardario tra Comune di Sanremo e Rai. Che evidentemente preferisce concentrarsi sulla settimana festivaliera e supersponsorizzata di febbraio.
venerdì 17 agosto 2012
TALEBANI IN FVG PER MOSTRA KEITH HARING
Dal sito di ARTICOLO 21:
di Carlo Muscatello
I talebani della giunta regionale del Friuli Venezia Giulia colpiscono ancora. Dopo il taglio della Film Commission regionale da parte dell’assessora leghista Federica Seganti, al fine di non finanziare il film di Marco Bellocchio ispirato al doloroso caso di Eluana Englaro, ora è l’artista statunitense Keith Haring a cadere sotto gli strali dell’assessore Udc Roberto Molinaro.I fatti. Dal 2 settembre al 15 febbraio si terrà a Udine una mostra del pittore morto per Aids nel 1990, con dieci dipinti sui Dieci Comandamenti e uno sul “Matrimonio tra cielo e inferno”. Opere nelle quali Haring “coglie nel sacro – scrive il curatore Gianni Mercurio – il volto dell’esperienza vissuta dall’Uomo. Questo lo portava ad essere dissenziente nei confronti delle ‘religioni organizzate’, nelle quali individuava false dottrine e manifestazioni ciarlatanesche».
La mostra, organizzata dall’associazione Bianco&Nero al fine di “stimolare una riflessione sulla spiritualità”, si terrà nella chiesa sconsacrata di San Francesco. Collabora anche la Regione FVG. Ma l’assessore all’istruzione e alla famiglia Molinaro parte all’attacco. Chiede la censura della mostra e paragona i dipinti “a un altro oltraggio per i cristiani dopo il caso Eluana”.
Toni da crociata. E da campagna elettorale, visto che a maggio si vota per le regionali FVG. «È avvilente – sospira Debora Serracchiani, europarlamentare Pd, che sfiderà il presidente uscente Renzo Tondo – anche solo l’ipotesi che un artista come Keith Haring possa venire colpito dalla censura ideologica nella mia regione. Spero non si stia perdendo la bussola, il Friuli Venezia Giulia non ha nessun bisogno di un altro caso Bellocchio”.
«Per chi è cattolico il ciclo risulta essere una provocazione non accettabile – tuona Molinaro -. Se si vuole fare una mostra che va contro il comune sentire non si possono utilizzare soldi pubblici».
Ma l’assessore integralista è solo anche nella sua maggioranza. “Le uniche cose blasfeme – osserva il consigliere regionale Pdl Alessandro Colautti – sono le dichiarazioni di chi critica senza conoscere le opere di Haring”. Giá esposte senza polemiche in mezzo mondo. E che dopo Udine andranno a Parigi.
domenica 12 agosto 2012
TV D'ESTATE, 40 anni fa Senza rete
Repliche delle repliche, film visti e stravisti, vecchi telefilm. Informazione solo in dosi omeopatiche, fuori dei tg. Da anni la televisione italiana, d’estate e soprattutto ad agosto, boccheggia come le nostre città stremate dall’afa. Rai e Mediaset sotto questo profilo pari sono, La7 ha ancora la freschezza di improvvisare qualche “serata evento” legata a temi d’attualità, Sky è ovviamente un mondo a parte (ma anche lì il “già visto” impazza...). E quest’anno Europei di calcio e Olimpiadi non hanno modificato di molto questo panorama. Anzi, hanno rappresentato la foglia di fico dietro la quale nascondere encefalogrammi quasi piatti.
Si dirà: ma la gente d’estate non guarda la televisione, preferisce uscire. E poi ora c’è internet, e la “tv on demand”, e i social network che occupano anche in Italia tanta parte del tempo libero di milioni di giovani e meno giovani.
Sarà. Ma c’è stato un tempo in cui la televisione viveva anche d’estate. Salto nel passato. Agosto 1972, giusto quarant’anni fa. Era ancora la tivù in bianco e nero, c’erano soltanto i due canali Rai (la “terza rete” sarebbe arrivata nel ’79, dopo la lottizzatissima legge di riforma del ’75), il servizio pubblico era tale anche per quanto riguardava musica e intrattenimento.
“Senza rete” andava in onda dall’Auditorium della Rai di Napoli ed era la punta di diamante della programmazione estiva del primo canale tv. Formula collaudata: un istrionico presentatore, l’orchestra diretta da Pino Calvi, la regia affidata al grande Enzo Trapani, testi di Giorgio Calabrese. E poi tanti cantanti, i protagonisti di primo piano di quelle estati canore, che non disdegnavano un prestigioso passaggio in tivù in mezzo alle tante serate (all’epoca si chiamavano così, nessuno si azzardava a parlare di “concerti”...).
Dopo Raffaele Pisu, Enrico Simonetti, Paolo Villaggio, nel ’72 la novità sulla tolda di comando era rappresentata dall’arrivo di Renato Rascel, il leggendario “piccoletto” che in quegli anni era figura amata e popolarissima a teatro e sul piccolo schermo.
La forza del programma era rappresentata dal fatto che cantanti e gruppi si esibivano dal vivo. Per una volta niente play-back, pratica invalsa nella tivù di allora e di oggi: niente cantanti vecchi e nuovi che si limitavano a far finta di cantare, mentre andava in onda il disco. Stavolta tutti “Senza rete”, appunto, per usare la terminologia mutuata dal linguaggio circense, che era diventato il titolo del programma.
Il cast di quell’edizione era particolarmente buono, tutta roba di qualità. I cantanti più famosi, quelli che animavano il “Disco per l’estate” e il “Festivalbar” (altri programmi simbolo dell’epoca), con l’opportuno inserimento di alcuni artisti e gruppi di quella scena pop/rock che in quei primi anni Settanta era una bella e promettente realtà anche nel nostro paese. A “Senza rete”, insomma, si alternavano sullo stesso palco e nella stessa serata, scherzando e a volte duettando con Rascel, protagonisti vecchi e nuovi del panorama musicale di casa nostra.
In quell’estate di quarant’anni fa la prima puntata dello show aveva come protagonisti Ornella Vanoni e Bruno Lauzi (che canta “L’aquila”, di Mogol Battisti), affiancati da una giovanissima Marcella Bella, lanciata proprio quell’anno a Sanremo da “Montagne verdi”. E dal gruppo Circus 2000, di cui si sarebbero presto perse le tracce.
Seconda puntata con Gabriella Ferri e Domenico Modugno, mentre la “nuova proposta” è una ventunenne Romina Power. Il gruppo ospite è quello dei Pooh, all’epoca ancora nella formazione che vedeva Riccardo Fogli al basso (Red Canzian lo avrebbe sostituito nel ’73): propongono il loro successo di quell’estate, “Noi due nel mondo e nell’anima”. Ma la Ferri sbaraglia tutti con “Rosamunda” e “Dove sta Zazà”, Modugno punta su due canzoni nuove e poi duetta con gli altri sulle note dei classici “La lontananza”, “Nel blu dipinto di blu”, “Meraviglioso”...
Ma si diceva del livello artistico degli ospiti. Terza puntata: arrivano Giorgio Gaber, la sua signora Ombretta Colli (all’epoca ancora cantante e attrice di successo), la sempiterna Orietta Berti, il “giovane” Donatello, persino i New Trolls. Che sparano il “Concerto grosso” di Luis Bacalov e la loro “In St. Peter’s day”.
Ancora il nascente pop italiano nella quarta puntata, con le Orme. Reduce dal successo degli album “Collage” e “Uomo di pezza”, il trio veneto porta in prima serata su Raiuno (anche se ancora non si chiamava così...) i suoni della nuova musica italiana con i brani “Sguardo verso il cielo” e “Una dolcezza nuova”. Gli altri protagonisti della serata sono Gianni Nazzaro (quello di “Quanto è bella lei”, vincitrice del “Disco per l’estate” di quell’anno), i compianti Herbert Pagani e Maria Carta (superba interprete del folklore sardo), la “giovane” Nada.
Quell’estate, di “Senza rete” andarono in onda ben otto puntate, l’ultima il primo settembre. Il pubblico ammirò fra gli altri Bobby Solo, Anna Identici (che aveva appena abbandonato i successi commerciali per abbracciare le canzoni impegnate), la “promessa” Rosalino Cellamare (non era ancora diventato Ron), i Ricchi e Poveri, Claudio Villa, Peppino Di Capri, Johnny Dorelli, Peppino Gagliardi, Gino Paoli, Gigliola Cinquetti, Tony Renis, Mia Martini, gruppi giovani come Formula 3 e Nuova idea, persino il jazzista Phil Woods (jam session con Giorgio Azzolini, Gianni Basso, Emilio De Biase, Dino Piana, Oscar Valdambrini e lo stesso Pino Calvi).
Ma se allarghiamo lo zoom alle altre edizioni (“Senza rete” andò in onda dal ’68 al ’75), ci imbattiamo in Mina e Claudio Baglioni, Gianni Morandi e Patty Pravo, Milva e Massimo Ranieri, Antonello Venditti e Little Tony, Sergio Endrigo e Nicola Arigliano, Rosanna Fratello ed Enzo Jannacci, Miranda Martino e Rino Gaetano...
Insomma, la storia della canzone italiana passò per quel programma di successo. Nell’estate ’72 media di 17 milioni di mezzo (...!) di telespettatori a puntata. E un’impronta ben impressa nell’immaginario collettivo, se è vero com’è vero che quando nel 2007 Fabrizio Bentivoglio ha dovuto far esibire il protagonista del suo film “Lascia perdere, Johnny!” in un programma tivù dell’epoca, la scelta è caduta proprio su “Senza rete”.
Fuori il mondo stava cambiando in fretta. E qualche segnale, almeno musicale, arrivava anche da quell’auditorium.
sabato 11 agosto 2012
BOB DYLAN esce 11-9 TEMPEST
S’intitola “Tempest”. È il nuovo album di Bob Dylan, trentacinquesimo in studio di una carriera cominciata giusto mezzo secolo fa. E uscirà l’11 settembre, data che soprattutto negli Stati Uniti ha ancora un significato fortemente simbolico.
Il disco - secondo le anticipazioni della stampa americana - si apre con il brano del titolo, quasi quattordici minuti per decrivere la tragedia del Titanic, con citazione della melodia presa a prestito da “The Titanic” della Carter Family, uno dei gruppi più amati da Dylan, e comparsata a sorpresa di Leonardo DiCaprio, che fu protagonista del film di James Cameron sullo storico naufragio. Con i ponti della nave che sono luoghi dove «il fratello si scaglia contro il fratello: hanno combattuto e si sono sbranati l’uno con l’altro»
«Inizialmente volevo fare un disco religioso - ha rivelato Dylan alla rivista Rolling Stone - ma non avevo abbastanza canzoni su quel tema». Ne è venuto fuori un album in cui «tutto funziona e tu devi credere che abbia senso».
Registrato a Los Angeles nello studio di Jackson Browne, al disco hanno lavorato i musicisti che abitualmente accompagnano il menestrello di Duluth nel “Never ending tour” appena passato anche in Italia (solo una data: il 16 luglio a Barolo, provincia di Cuneo, a chiusura del festival Collisioni). Cioè il bassista Tony Garnier, George G. Receli alla batteria, lo specialista di steel guitar Donnie Herron, i due chitarristi Charlie Sexton e Stu Kimball, e ancora David Hidalgo alla chitarra, al violino e all’accordion.
Gli altri brani. “Tin angel” è l’eterna storia di un uomo che rincorre un amore che non c’è più. “Soon after midnight” è in bilico fra sentimenti d’amore e di vendetta. Vendetta che è al centro di “Pay in blood” (con Dylan che canta «pago con il sangue, ma non era il mio...»). A chiusura del disco un toccante omaggio a John Lennon, “Roll on John”.
Ma non sarà che “Tempest”, titolo nel quale alcuni hanno già letto una citazione shakespeariana, sarà l’ultimo disco del settantunenne Dylan? «L’ultimo lavoro di Shakespeare - ha detto l’artista a Rolling Stone - s’intitolava “La Tempesta”. Il titolo del mio album è “Tempest”. Sono due titoli differenti».
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