domenica 8 maggio 2005

Ron nonostante la pioggia, che ieri sera sulle Rive ha dichiarato guerra a metà concerto, per ritirarsi in buon ordine solo nel finale. Giusto in tempo per i fuochi d’artificio.

Per il cinquantaduenne Rosalino Cellamare - col suo vero nome debuttò adolescente al Sanremo del ’70, cantando «Pa’ diglielo a ma’» in coppia con Nada - debutto del tour, dopo l’anteprima della sera precedente nella sua Pavia. Il violino del triestino Alessandro Simonetto (che poi si alternerà fra sax, chitarra, tastiere, mandolino, fisarmonica...) introduce «Una città per cantare», mitica versione datata 1980 di «The road», all’epoca cantata da Jackson Browne.

«Simonetto è un grande talento - riconosce Ron - e sono contento di lavorare nuovamente con lui. Ed è anche grazie a lui, alla sua versatilità musicale, ai suoi tanti strumenti, che il mio nuovo spettacolo è ambientato in un mondo acustico. Abbiamo voluto rispolverare il legno, i suoni veri, gli arrangiamenti che amo di più...».

Dopo «Le foglie e il vento», che dava il titolo a un album del ’92, il concerto è una sfilza di successi: «Cosa sarà» (scritta per Dalla e De Gregori nel ’79 ai tempi del tour «Banana Republic») e «Anima», «Bambolina» (regalo di Jovanotti) e «Il mondo avrà una grande anima» (Sanremo ’88), «Io ti cercherò» (da solo al pianoforte) e «Per questa notte che vola via».

Da un disco dell’85 recupera una misconosciuta «Caterina», poi ancora classici con «Piazza grande» (lui da solo alla chitarra con Simonetto alla fisa), «Il gigante e la bambina», «Joe temerario»... Ha anche smesso di piovere e il pubblico pretende giustamente i bis: arrivano «Non abbiam bisogno di parole» e «Vorrei incontrarti fra cent’anni», vincitrice a Sanremo del ’96.

Ron è reduce da un disco particolare, «Le voci del mondo», ispirato al romanzo di Peter Schneider, uscito l’anno scorso ma passato un po’ sotto silenzio. «Quel libro mi aveva colpito molto - ricorda - ne è venuto fuori un disco che racconta anche la mia storia, attraverso la vicenda di Elias e al suo amore per Lisbeth, che nel disco diventa Lisa. Intorno, come in un dramma scespiriano, circolano i grandi temi dell'esistenza umana: il dolore, il mal di vivere...».

«Insomma, un disco diverso dagli altri, che considero fra i miei migliori, anche se non è stato adeguatamente presentato. Molti non sanno nemmeno che è uscito. Tanto che mi piacerebbe ripubblicarlo, magari assieme al libro di Schneider. Perchè promuovere un'idea del genere è difficile. In tv dicono che la musica non fa ascolti, le radio trasmettono solo certe cose».

«”Le voci del mondo” è una storia di grande malinconia e tristezza. Non so se Schneider scriverà più un'opera del genere, nata in un momento di grazia. Dentro ci sono un'energia grandissima e una persona che ama immensamente. Il linguaggio del romanzo è bello e ironico. All'inizio non credevo di trarne un disco. Pensavo a uno spettacolo teatrale. Anche se ambientato ai primi dell'Ottocento, il romanzo affronta temi sempre più importanti per la nostra sopravvivenza. Credere in qualcosa innanzitutto, in un momento in cui tutto sembra un gioco».

Ancora Ron: «Anche vincere Sanremo nel ’96 è stata un’arma a doppio taglio: il Festival ti dà una grande popolarità, ma nel contempo ti trasmette una strana euforia, forse ti fa sedere, ti fa impegnare di meno. Per questo, dopo, ho vissuto per un po’ in una specie di zona d’ombra. Ora credo di essermi liberato della follia delle classifiche, ho cominciato a vivere una vita diversa, anche musicale. E mi piaccio di più

«Dopo trentacinque anni di carriera - conclude l’artista - a volte mi domando come faccio a essere ancora qui. Ho attraversato varie epoche, musicali e non solo musicali. All’inizio ero solo un interprete, un giovanissimo interprete. Non ero pronto a scrivere testi, tanto meno a inserirvi messaggi politici, come sembrava obbligatorio negli anni Settanta».

Dopo l’estate, uscirà un nuovo disco. Sarà un album di duetti: alcune delle sue più belle canzoni interpretate con colleghi del calibro di Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Laura Pausini, Jovanotti, la nostra Elisa...

mercoledì 4 maggio 2005

Trenta milioni di dischi venduti. E una mezza dozzina (abbondante) di successi che hanno segnato la storia della canzone italiana degli ultimi trent’anni. Tutta roba che si cela dietro agli occhialini azzurri, al pizzetto e ai basettoni di un ragazzone di cinquantatre anni, il cui tour ha fatto tappa ieri sera in un’affollata (e sudatissima...) Sala Tripcovich.

Lui si chiama Umberto Tozzi. Sarà perchè è nato a Torino, o perchè ci tiene a far bella figura davanti al figlio udinese che se lo mangia con gli occhi dalla prima fila (occhialini, barba e capelli rossi come l’illustre genitore: praticamente il suo ritratto da giovane...), fatto sta che il nostro comincia lo show con una puntualità da orologio svizzero. Anzi, sabaudo.

Maglia verde, bragoni scuri, aria rilassata. Attacca con tre brani dal nuovo album, intitolato «Le parole» come la canzone che non gli ha portato fortuna all’ultimo Sanremo, dove l’hanno cacciato fuori la prima sera. «Schiuma», «Anch’io in paradiso» e «Amandoci» servono a rompere il ghiaccio.

Il pubblico è amico, conosce a memoria anche i testi di queste nuove canzoni. Ma poi esplode come un sol uomo quando partono quelle tre inconfondibili note («Ti-a-mo...») che nel lontano 1977, anno di indiani metropolitani e di pitrentotto, ma anche di complici juke-box ed eterni amori sulla spiaggia («fammi abbracciare una donna che stira...), trasformarono un ragazzo pieno di sogni e buone intenzioni in un’autentica star.

L’uomo sul palco - che più tardi dirà: «La mia è stata una carriera anche divertente, non mi aspettavo tanto all’inizio, ma penso che in ogni cosa è importante la passione...» - intanto ha mollato il chitarrone acustico per l’elettrica. In rapida successione arrivano «Roma Nord» (roba dell’81), «Se non avessi te» (’87), «Gli innamorati» (’91)... Quasi un medley, punteggiato da cori da stadio.

Bisogna riprendere fiato. Sul palco e in platea. Allora il nostro depone le chitarre e impugna un semplice tamburello, per altre due canzoni dal nuovo cd: «Aria» e «E vinci ancora tu». Che peraltro non sembrano all’altezza dei suoi storici cavalli di battaglia. Come «Notte rosa», che si fa largo alzando nuovamente la temperatura. Dai lontani anni Settanta delle origini arrivano anche «Dimentica dimentica» (con Tozzi che si siede dietro alla tastiera Roland) e «Qualcosa qualcuno». Il tempo di presentare la già citata «Le parole» alla maniera degli interpreti puri, col microfono in mano, e il viaggio nel passato prosegue: «Mammamaremma» («ma dove sei, estate del ’56...»), «Perdendo Anna» (per un attimo da solo, di nuovo con la chitarra acustica), «Io camminerò», scritta nel ’76 per Fausto Leali, quando Umberto era solo il fratello minore di quel Franco Tozzi che aveva azzeccato un successo negli anni Sessanta (per gli storici: «I tuoi occhi verdi»).

Nel secondo tempo Tozzi si mette più comodo: fa caldo, sopra i bragoni ora ha un’immacolata maglietta della salute. Dà spazio ai suoni pop della band. Poi apre con «Sopra l’oceano», dal nuovo cd. Da un disco dell’87, anno in cui vinse Sanremo con Morandi e Ruggeri, riesuma «Immensamente». Poi si dà all’archeologia e canta (dice: per la prima volta...) «Un corpo un’anima», scritta a diciannove anni per Wess e Dori Ghezzi, che ci vinsero «Canzonissima» nel ’71. La discesa verso i bis comincia con «Gli altri siamo noi» («i muri vanno giù al soffio di un’idea...»), «Gente di mare», «Io muoio di te»... Quando parte «Tu» il teatro è tutto in piedi, e rimane bello caldo anche con «Stella stai». I bis, a questo punto, sono un’accaldata formalità. Arriva «Si può dare di più» e poi si finisce in... «Gloria». Ovviamente.
«Il Mittelfest va benissimo. Ma io sostengo da tempo che la rassegna non dev’essere soltanto palcoscenico per presentare spettacoli teatrali e musicali, peraltro sempre di ottimo livello. Bensì diventare occasione di scambi e incontri politici, economici, commerciali...».

Lorenzo Pelizzo è presidente del Mittelfest da poco più di un mese, ma sta interpretando il suo ruolo in maniera decisamente propositiva. Dimostrando di conoscere piuttosto bene la realtà di cui si deve occupare.

«Non dimentichiamo che tanti anni fa - spiega infatti Pelizzo - l’allora ministro De Michelis aveva immaginato il Mittelfest come momento non solo di spettacolo ma anche e nelle sue intenzioni forse soprattutto politico, per entrare in dialogo con Paesi a noi geograficamente vicini, ma che all’epoca stavano al di là della cortina di ferro. Oggi siamo tutti in Europa, alcuni Paesi vi sono già entrati mentre altri lo faranno nei prossimi anni, ma la verità è che con questi nostri vicini ci si conosce ancora molto poco...».

Ecco allora, nell’idea del presidente della rassegna di Cividale, la cui edizione 2005 si svolgerà a fine luglio, l’opportunità di pensare a «momenti di incontro, di dibattito, di scambio politico ma anche economico e commerciale».

Ma Pelizzo non si ferma qui. «Ho molto apprezzato l’ultima edizione del festival e anche quelle precedenti. Riconosco dunque a Moni Ovadia e al suo predecessore, Giorgio Pressburger, il merito di aver portato a Cividale proposte culturali e artistiche di altissimo livello. Chiarito ciò, non posso non ricordare che il Mittelfest dev’essere anche palcoscenico per le nostre compagnie, per i prodotti culturali e spettacolari che nascono e vengono realizzati nel Friuli Venezia Giulia...».

A stretto giro di posta arriva la replica del direttore artistico. «Sono assolutamente d’accordo con la proposta del presidente - dice Moni Ovadia - ma è chiaro che non può essere compito nostro. Sarebbe infatti bello che lo stesso Pelizzo, con il sostegno dei politici regionali e non solo regionali, riuscisse a far convergere sul Mittelfest quel tipo di interessi che lui auspica. Immagino per esempio un dibattito con il ministro della cultura ungherese il giorno in cui presentiamo uno spettacolo ungherese...».

«Io ho sempre detto che bisogna unire i progetti culturali e quelli economici. Quando l’economia capirà che la cultura è un buon investimento, avremo fatto un bel passo avanti. Ma ci vogliono i fondi e le strutture. Cividale è un gioiello che va preservato. Io ho proposto di trasformare l’ex cementificio in un grande centro culturale e anche commerciale. Un altro esempio? Fra le eccellenze del Friuli Venezia Giulia c’è quella enogastronomica. Ebbene, valorizziamola anche all’interno del Mittelfest... La verità è che bisogna osare».

Per quanto riguarda la presenza delle realtà regionali, Ovadia risponde con il più classico dei «già fatto!». «Già l’anno scorso - ricorda infatti il direttore artistico - nel cartellone c’erano molte presenze regionali. Quest’anno faremo di più. Cito soltanto gli spettacoli con il Verdi di Trieste, con lo Stabile del Friuli Venezia Giulia, con La Contrada, con il Css, con il Teatro Club, con l’Accademia Nico Pepe... Non mi sembrano presenze di poco conto».

«Comunque un festival è una realtà in movimento - conclude Moni Ovadia - per la quale sarebbe necessaria una strategia di respiro almeno quinquennale. Io sono arrivato l’anno scorso e l’anno prossimo concludo la mia esperienza a Cividale. Spero che la prossima direzione, facendo tesoro di quanto realizzato da quelle precedenti, sappia aprirsi costruttivamente a una valida prospettiva futura...».

giovedì 21 aprile 2005

«Devils & Dust», ovvero diavoli e polvere. È il titolo del nuovo album di Bruce Springsteen, che esce oggi in tutto il mondo. Il primo disco di inediti dopo «The Rising», uscito nel 2002 e ispirato alla tragedia dell’11 settembre.

Un’opera vera, alta, sofferta, introspettiva, un dolente viaggio acustico nell’America degli sconfitti, che forse spiazzerà quella parte di fan che dal Boss si aspettano sempre e solo grande rock, schitarrate e il sax di Clarence, sudore e adrenalina, maratone live da restare senza fiato, «one-two-three-four...».

Come aveva già fatto nell’82 con «Nebraska» e dieci anni fa con «The ghost of Tom Joad», il nostro working class hero stavolta tira fuori il suo lato più intimo, personale, introspettivo. Lascia a casa la fidata E Street Band e fa quasi tutto da solo: chitarra, armonica e voce, giusto l’apporto di Brendan O’Brien (che firma anche la produzione) al basso e Steve Jordan alla batteria.

Dodici canzoni nuove, alcune delle quali nate però durante il solitario tour acustico della stagione ’95-’96, visto anche in Italia. «Dopo aver finito di cantare durante quel tour - ha confessato Bruce - ero così elettrizzato che mi mettevo a comporre pezzi nuovi, accantonavo poi le canzoni per poterle riprendere al momento giusto...».

Due delle nuove canzoni, «The Hitter» e «Long Time Comin’» sono state infatti scritte e cantate durante quel tour. Ma ci sono cose anche recenti, come il brano che dà il titolo al disco, scritto nel periodo dell’inizio della guerra in Iraq. Si tratta di una metafora che sintetizza i contenuti dell’intero album. Vi si raccontano le storie individuali di persone che lottano contro i propri demoni, che cercano di navigare attraverso le proprie confusioni, a volte in maniera efficace, a volte tragicamente.

«La paura è un diavolo potente - canta il Boss in ”Devils & Dust” - trasforma l’acciaio in ruggine polverosa. Il mio dito è sul grilletto. Non so di chi fidarmi. Quando guardo nei tuoi occhi, vedo soltanto diavoli e polvere...».

Sono canzoni, spiega Springsteen, che parlano di persone le cui anime sono in pericolo, un pericolo determinato dal luogo dove si trovano nel mondo e dagli eventi che il mondo porta dentro le loro vite. In una sensazione di rischio che viene percepita da tutti, quotidianamente.

Il rocker nato nel ’49 a Freehold, New Jersey, mette dunque anche in musica quell’impegno sociale che lo ha portato, nell’autunno scorso, assieme ad altre star del rock americano, ad appoggiare con il «Vote for Change Tour» la (sfortunata) candidatura del democratico John F. Kerry alla Casa Bianca.

Una curiosità. In questo contesto riflessivo, intimista, impegnato, l’album vede anche il debutto di uno Springsteen, diciamo così, «a luci rosse». E ciò grazie al terzo brano in scaletta, «Reno», che su un sinuoso tappeto di «steel guitar» racconta esplicitamente l’incontro con una prostituta. È una novità, in trent’anni di carriera del Boss.

Il cd (inciso a Los Angeles e nel New Jersey, rifinito ad Atlanta) ha anche un dvd allegato, che comprende la registrazione di una performance inedita di oltre mezz’ora, girata dal regista e fotografo Danny Clinch, durante la quale Bruce propone, in versione completamente acustica (voce, chitarra e armonica) cinque canzoni del disco: «Devils & Dust», «Long Time Comin’», «Reno», «All I’m Thinkin’ About» e «Matamoras Banks». Ogni brano è preceduto da un’introduzione dello stesso Springsteen.

L’uscita del disco (ritratto di copertina firmato da Anton Corbijn, già autore di alcuni scatti che hanno fatto la storia del rock, come quello degli U2 di «The Joshua Tree») è accompagnata da un tour mondiale che parte il 25 aprile da Detroit e che toccherà anche l’Italia: il 4 giugno a Bologna, il 6 a Roma e il 7 a Milano. Informazioni e biglietti su www.barleyarts.com

mercoledì 20 aprile 2005

«Intanto non avremmo voluto che questo referendum si facesse. Avremmo preferito non essere chiamati a decidere su materie tanto delicate e complesse, come la procreazione assistita, con un secco sì o no. Ma purtroppo la Legge n. 40/2004 riflette i limiti e le carenze del dibattito, svoltosi in parlamento, che non è stato capace di approfondire alcuni aspetti della complessa tematica. Dopo sette anni di attesa, quello che abbiamo oggi è solo un compromesso...».

Parla il gesuita padre Bartolomeo Sorge, già direttore di «Civiltà Cattolica», oggi alla guida della rivista «Aggiornamenti Sociali».

«La Legge n. 40 - spiega il religioso - non è una legge confessionale, ma contiene a mio avviso punti positivi. Intanto fissa finalmente delle regole chiare in un ambito delicato, che soffriva di un grave vuoto normativo. In secondo luogo riconosce l’embrione come portatore di diritti e si preoccupa di assicurare a ogni figlio la protezione di una famiglia».

«Per questo - prosegue Sorge - sarebbe stato meglio evitare il referendum e pensare piuttosto a una revisione della l, magari verificandone l’attuazione dopo qualche anno di applicazione».

Ma il referendum a questo punto si farà...

«Già, e dunque il problema ora riguarda le scelte da compiere. In una società pluralista come la nostra siamo chiamati a costruire il bene comune attraverso il consenso, tanto più difficile quanto più controverse sono le questioni. Il consenso si ottiene attraverso il dialogo, l’ascolto, la convergenza su valori comuni condivisi».

Il cittadino invece è chiamato a esprimersi in maniera netta: sì o no...

«Questa è la dimostrazione che in questo caso il referendum non è lo strumento adatto. Non ci si deve stupire se poi l’elettorato, chiamato a decidere scelte complesse e al di là della propria portata, finisca col disertare le urne, o se l’uso improprio del referendum finisca col generare stanchezza e togliere credibilità a un importante strumento importante della vita democratica».

Colpa del fatto che si tratta di referendum abrogativo?

«Beh, nel caso di questa legge il ricorso al referendum appare ancora più inefficace per il fatto che, data la materia, ci sarebbe bisogno di una larga possibilità di scelte, mentre il referendum abrogativo limita questa possibilità a poche e scarne alternative. Col sì o il no si può solo scegliere di limitare alcuni danni, veri o presunti, cancellando pezzi di una legge. Operazione assolutamente inadeguata di fronte a scelte complesse, come quelle connesse alla procreazione assistita».

Il rischio qual è?

«Che il referendum, anziché favorire il confronto tra le ragioni degli uni e degli altri, diventi occasione di scontro ideologico, che è sempre inutile e dannoso. Per questo motivo temo che il referendum non risolva i problemi per cui è stato indetto, ma renda più acute la polarizzazione politica e la lacerazione del tessuto sociale».

Per lei dunque la scelta è fra votare no e non andare a votare...

«Una prima possibilità è votare no a tutti i quesiti. Ma andare alle urne contribuisce al raggiungimento del quorum. E in questa maniera anche chi vorrebbe mantenere la legge rischia di ottenere il risultato opposto. Perchè, stando ai sondaggi, se si raggiunge il quorum, è probabile che vincano i sì».

Dunque...

«Dunque io sono per non andare a votare. Certo, l’articolo 48 della Costituzione dice che andare a votare è un ”dovere civico”, ma parla solo delle elezioni politiche. Dove il verdetto è valido anche se vi partecipa una percentuale inferiore al cinquanta per cento degli aventi diritto. Nel caso del referendum abrogativo, invece, l’articolo 75 della Costituzione prevede che il cittadino possa decidere anche di non andare a votare, e stabilisce che l’esito del referendum è valido solo se vota la maggioranza degli aventi diritto».

Questo per dire che il non voto è una scelta legittima.

«Certo, non votare al referendum per far mancare il quorum è un modo legittimo, previsto dalla Costituzione, con il quale il cittadino può esprimere la propria volontà. L’onere di dimostrare che una legge votata dal parlamento non corrisponde alla volontà dei cittadini resta a carico dei promotori del referendum. Pertanto, non andare alle urne appare a mio avviso il modo migliore di partecipare attivamente al referendum».

Intanto, nell’avvicinarsi del voto, crescono i comitati formati da chi è contrario all’utilizzo delle cellule staminali. Dicono che tutto ciò che consente una cura, anche non certissima nella riuscita ma probabile apportatrice di un miglioramento, è lecito. Sempre che non causi un danno o addirittura la morte. Le cellule staminali fetali (cioè quelle da cordone ombelicale) e adulte (ognuno ha riserve di queste cellule) sono utilizzabili. Le cellule staminali embrionali possono essere utilizzate - dicono quelli che non vogliono toccare la Legge 40 - solo uccidendo l’embrione dal quale si prelevano: per questo motivo non è lecito usarle. Il dibattito è aperto.

domenica 3 aprile 2005

"Noi crediamo di aver donato a Faber una maggior attenzione per la musica. Infatti dopo quel nostro tour ha realizzato dischi molto più curati musicalmente. Lui a noi ha regalato senz’altro il rispetto per la parola, per l’importanza della parola...".

Franz Di Cioccio, ieri sera al Politeama Rossetti, nello stesso teatro in cui il tour di Fabrizio De Andrè con la Pfm fece tappa il 4 febbraio del ’79, fotografa così il senso di quella storica collaborazione.

Un vero evento, nell’Italia musicale degli anni Settanta, per capire l’importanza del quale va ricordato che all’epoca quasi non esisteva comunicazione fra cantautori e gruppi pop-rock: da un lato gli uni, la cui forza stava soprattutto nei testi, e che quasi sempre si presentavano dal vivo accompagnandosi da soli alla chitarra; sull’opposto versante le band, impegnate a proporre una chiave nazionale della musica che arrivava da Inghilterra e Stati Uniti.

L’intuizione dell’artista genovese e del gruppo milanese - in maniera simile a quanto era appena accaduto oltreoceano con Dylan e The Band - fu quella di unire due mondi che erano vicini di casa ma fino a quel momento non si parlavano, o si parlavano poco. E poi, dopo quel tour e quei due dischi dal vivo che ne seguirono, niente fu più lo stesso.

Ecco allora il senso e la felice opportunità, un quarto di secolo dopo, e con De Andrè che purtroppo vive soltanto attraverso la grande arte che ci ha lasciato, di rivivere quell’esperienza con questo tour intitolato «Pfm canta De Andrè».

Prima parte tutta dedicata alle canzoni di Faber. Si parte con «Bocca di rosa», poi è subito tempo di quell’immortale manifesto antimilitarista che risponde al nome di «La guerra di Piero». La fisarmonica di Flavio Premoli (con Di Cioccio e Franco Mussida membro originario della band) detta il tempo di «Un giudice», brano che stava in «Non al denaro, non all’amore né al cielo», disco del ’71. Mentre la voce di Mussida sostituisce quella di Di Cioccio per «Giugno 73».

Fra un brano e l’altro, il ricordo della collaborazione con De Andrè assume toni divertiti, si colora di piccoli aneddoti. Niente piagnistei, insomma e per fortuna. Fuori c’è già tutto il mondo che piange le ultime ore del Papa. Si apprende così che la collaborazione era nata ben prima del ’79. «Ci chiamavamo ancora ”Quelli” - ricorda Di Cioccio - e facevamo ancora i session men, cioè suonavamo nei dischi degli altri, quando un giorno ci chiamò Reverberi dicendo che c’era da lavorare per il nuovo disco di Faber: si trattava de ”La buona novella”...». Ed ecco che da quell’album - uscito nel ’70 - ritornano «Maria nella bottega del falegname» e «Il testamento di Tito».

Ma prima dell’intervallo c’è ancora tempo per altri capolavori: «Zirichiltaggia» (col violino di Lucio Fabbri a dare un’impronta da western sardo...), «Volta la carta», «La canzone di Marinella», soprattutto una superlativa «Amico fragile», con Mussida in grande evidenza alla chitarra elettrica.

Cambio d’atmosfera. Il secondo tempo è targato Pfm. Anzi, Pfm del periodo americano, dei testi scritti da Pete Sinfield dei King Crimson. «River of life», «Photos of ghosts», «Promenade the puzzle»... Ma c’è anche «Maestro della voce» dedicata al grande Demetrio Stratos, e poi «Suonare suonare», e ancora De Andrè col «Pescatore». «Impressioni di settembre» e «Celebration», con tanto di coro e urlo liberatorio, chiudono anche la partita dei bis. Un successone.

È il 4 febbraio 1979. A Trieste, una domenica di nebbia. In tivù, di pomeriggio, c’è «L’altra domenica» di Renzo Arbore. Al Politeama Rossetti, la sera, suona Fabrizio De Andrè con la Premiata Forneria Marconi. Supporter: l’allora semisconosciuto David Riondino.

Ventisei anni e un paio di mesi dopo. Stasera, alle 21, sempre al Rossetti, ma in un’altra Trieste e tutto sommato in un’altra Italia, fa tappa «Pfm canta De Andrè», ovvero il tour che gli ex ragazzi della Premiata (visti l’estate scorsa anche in piazza Unità) hanno lanciato lo scorso anno per celebrare «i venticinque anni dal memorabile concerto che vide collaborare sul palcoscenico il gruppo con il grande cantautore». Purtroppo scomparso.

Ma torniamo a quella domenica di tanti anni fa. De Andrè era reduce dall’esperienza di «Rimini», il disco scritto assieme a Massimo Bubola e uscito nel ’78. Di lì a qualche mese, nell’agosto del ’79, l’artista sarebbe stato rapito con Dori Ghezzi in Sardegna. In mezzo, quel tour - cominciato il 13 gennaio ’79 a Firenze - immortalato subito dopo anche in due album dal vivo, con una Pfm che stava vivendo il momento d’oro del suo successo anche internazionale.

«Mi ispirai ad alcune riflessioni della nostra ultima tourneé americana - ricorda il batterista e cantante Franz Di Cioccio, cui si deve l'idea originaria del tour -, la voglia di sperimentare la nostra capacità espressiva a servizio di canzoni e poesie. Negli Stati Uniti erano frequenti le collaborazioni, Dylan con The Band, Jackson Brown con gli Eagles, insomma un modo di sublimare forme di espressioni musicali in un unico affresco. Noi, artigiani della musica (il nostro nome trae lo spunto dalla manualità, come in una bottega artigiana), e il poeta cantante. Mi sembrava la più bella cosa per chiudere un decennio di utopia...».

In quella Pfm già non c’erano più Mauro Pagani e Giorgio «Fico» Piazza. La formazione al Rossetti vedeva sul palco Flavio Premoli e Roberto Colombo alle tastiere, Franco Mussida alla chitarra, Jan Patrick Djivas al basso, Franz Di Cioccio alla batteria, Lucio Fabbri al violino (tranne Colombo e Fabbri, tutti ancora presenti). In mezzo a loro, al centro del palco, l’umbratile e geniale Fabrizio De Andrè. Un gruppo rock e il numero uno dei cantautori italiani di sempre: progetto per l’epoca ardito e coraggioso, dagli esiti comunque memorabili.

«De André in quel decennio - prosegue Di Cioccio - sia come autore che come musicista, ebbe un ruolo primario. Incarnava ciò che di poetico ognuno di noi si portava dentro. Le sue storie erano frustate ai benpensanti, erano la lente per guardare in fondo alle nostre coscienze, erano lo specchio dove erano riflessi anche i destini degli ultimi e dei più emarginati. Fabrizio era capace di rimodellare la realtà sofferente e farla diventare poesia. Come musicista ha sempre cercato una sponda collaborativa insieme ai suoi compagni di viaggio, con l'idea di non essere schiavo di mode e modi, ma seguendo un percorso più vicino ai canoni dell'avventura e della curiosità».

«La non ripetitività nell'arte è sempre un buon esercizio per salvaguardare la creatività. Pfm ha sempre fatto ogni disco differente dal precedente e anche Fabrizio aveva questa strana, sana attitudine...».