venerdì 21 ottobre 2005

ROMA È morto a 81 anni in una casa di riposo Ezio Radaelli, organizzatore di

grandi manifestazioni musicali. Nato a Milano, organizzò le prime edizioni

di Miss Italia, poi varie edizioni del Festival di Sanremo, dal ’58 al ’61 e

dal ’67 al ’71. E fu l'inventore del «Cantagiro».



Con Radaelli se ne va l’ultimo patron della musica italiana. Dopo Gianni

Ravera e dopo Vittorio Salvetti. E si potrebbe pomposamente dire che si

chiude un’epoca, se non fosse che quell’epoca, pionieristica e forse

romantica, è già finita da un pezzo.

Era, quello degli anni Sessanta e Settanta, il periodo storico della canzone

e della discografia italiana. Quello seguito alla rivoluzione di Modugno nel

’58, ai primi cantautori, al beat italiano, ai complessi che scopiazzavano

in buonafede quanto di nuovo arrivava da oltremanica e da oltreoceano.

Quello di personaggi carismatici, un po’ mecenati e un po’ imprenditori, che

segnarono la crescita - e l’affrancamento almeno parziale dai modelli

stranieri - della musica popolare italiana.

Grandi discografici: Slanislao Sugar, Ennio Melis, Vincenzo Micocci, Nanni

Ricordi... Ma anche grandi impresari e organizzatori, ancora a mezzo

servizio fra piazze e televisione, il cui potere - oggi sterminato - era

ancora nascente. Salvetti inventò il Festivalbar sfruttando con intuizione

geniale il momento magico dei juke-box, e poi seppe trasformare la

manifestazione, che non a caso gli sopravvive nelle mani del figlio Andrea.

Ravera legò a doppio filo il proprio nome al Festival di Sanremo, che sotto

le sue cure era una macchina nella quale nessun dettaglio era affidato al

caso. Radaelli, oltre a tanti Sanremo (alcuni dei quali firmati in coppia

proprio con Ravera), legò il suo nome soprattutto al Cantagiro.

Era una manifestazione canora itinerante che si svolse ogni anno dal ’62 al

’72 (e venne ripresa con scarso successo fra il ’90 e il ’93). La formula

era presa in prestito dal Giro d'Italia di ciclismo: una carovana canora in

giro per la penisola, coi vari cantanti che si spostavano in comitiva e

gareggiavano tra loro giudicati da giurie popolari scelte tra il pubblico

delle varie città. Ogni sera veniva proclamato il vincitore di tappa, nella

tappa finale (a Fiuggi) quello assoluto dei vari gironi.

Radaelli - che da giovane era stato partigiano e dirigente sindacale - di

quelle carovane era l’anima. I cantanti non erano ancora divi

irraggiungibili, costruiti a tavolino da discografici attenti solo ai

numeri. La televisione non badava solo all’audience. Erano gli anni di

«Bandiera gialla», la storica trasmissione radiofonica di Arbore e

Boncompagni, di cui ieri sera è stata trasmessa su RadioDue un’edizione

speciale, nel quarantennale del debutto. Roba di un secolo fa.

 

martedì 4 ottobre 2005

Da molti anni, ormai, la Barcolana è anche musica. Musica del mare, musica delle vele, musica dei colori, musica della gente. E poi musica propriamente detta, quella fatta di suoni e parole ed emozioni, col Barcolana Festival. La parentesi jazz dell’anno scorso (Arigliano, la Casale, Benny Golson, Dalla, Jannacci...) era stata foriera di qualità, ma forse aveva alzato un po’ troppo, dal punto di vista degli organizzatori, l’età media del pubblico. Quest’anno si torna a parlare il linguaggio dei giovani e dei giovanissimi, che poi sono quelli che storicamente riempiono le piazze. Meglio se a ingresso gratuito.
E dunque a ingresso gratuito, da domani sera, piazza dell’Unità sarà per tre serate il palcoscenico per le esibizioni di un drappello di nomi, alcuni noti e altri meno noti, ma tutti accomunati dal fatto di poter contare sui favori del pubblico giovanile.
Si parte allora domani sera, con i salentini Negramaro (di cui parliamo più diffusamente qui sotto), debuttanti eccellenti dell’ultimo Festival di Sanremo, dove sono stati sonoramente eliminati alla prima serata, ma da dove hanno avuto la possibilità di far conoscere la loro buona musica a un pubblico molto più vasto rispetto ai pochi che li conoscevano prima della breve performance al Teatro Ariston.
La serata comincerà alle 19, con alcune belle realtà locali (e questa è una novità dell’edizione di quest’anno...): il «dj set» dei Papastuff, il solista Cortex, i triestini Trabant, i monfalconesi Jade, ma anche Mike Sponza & Central Europe Blues Convention (ospite: l’americano Carl Verheyen), protagonisti recentemente di un bel progetto discografico che sta suscitando interesse e ottenendo consensi in Italia e all’estero.
Venerdì apertura locale con Dj Kashmire, i Makako Jump e C-Side. Poi tocca a Frankie Hi Nrg, vero e proprio nume tutelare dell’universo hip hop di casa nostra. Chiusura col rock dei Negrita, reduci da una grande estate sulle note della loro «Rotolando verso sud».
E siamo a sabato, la serata finale che da anni significa musica, grande folla, spettacolo pirotecnico, e poi tutti a nanna, che la mattina dopo bisogna svegliarsi presto perchè c’è la regata.
Apertura con Dj Spiller e i Wet-Tones, poi sotto con i Montefiori Cocktail (ovvero i fratelli Francesco e Federico Montefiori, campioni di quello che un tempo si chiamava «easy listening» e oggi è assurto al rango di «lounge music»...) ma soprattutto con Lara-B. Per la quale è giusto spendere qualche parola in più, visto che si tratta forse della maggiore rockstar slovena e che è nata a Capodistria.
Ventisei anni, figlia d'arte, debutta appena tredicenne come cantante e autrice di testi. Nel ’95, a quindici anni, comincia a vincere premi. Due anni dopo esce il primo album. Seguono tour, festival, programmi radio e tv, collaborazioni prestigiose, ancora premi... Siamo a oggi. Dopo tre album campioni di vendite in Slovenia, ora Lara-B esce sul mercato internazionale con «Mindhacher», lavoro scritto in inglese di cui presenterà alcuni estratti a Trieste. Fra cui «Password», il cui video è attualmente in rotazione su Mtv Adria (il nuovo canale del colosso mondiale che guarda a Est).
Ma torniamo al cartellone del Barcolana Festival. Dopo Lara-B e dopo la pausa dedicata allo spettacolo pirotecnico (una novità di quest’anno: nelle edizioni scorse i fuochi chiudevano la baracca a mezzanotte, a musiche finite...), l’onore dell’ultima parola sabato sera è riservato a Paola Turci, la brava cantautrice romana che ha appena pubblicato il suo nuovo album, intitolato «Tra i fuochi in mezzo al cielo» e anticipato dal singolo «Dimentichiamo tutto».
«È un disco che ho scritto quasi tutto da sola - ha detto la Turci, cantautrice da sempre attenta al sociale -. Sono contenta del modo in cui l’ho realizzato. Il mio desiderio era di lavorare a un progetto musicale in assoluta armonia, libertà e autonomia. Volevo convivere con il mio gruppo per un periodo di tempo, registrando, suonando, divertendoci, conoscendoci anche di più: insomma volevo fare un lavoro in comunità. Le canzoni le ho scritte da sola: raccolgo sempre spunti e intuizioni dei miei collaboratori. Ma avevo voglia di mettermi alla prova, per conoscere gli aspetti più intimi e nascosti della mia personalità, del mio carattere. O forse ieri ero sempre incuriosita dalle cose altrui, oggi meno...».
Da segnalare infine un’altra novità dell’edizione di quest’anno. Venerdì e sabato, per quelli che non ne hanno ancora abbastanza (e magari non debbono svegliarsi presto la mattina successiva...), è stata pensata un’appendice intitolata «Barcolana Festival After Midnight Tergesteo», per l’appunto nella centralissima Galleria Tergesteo (lato piazza Verdi). La prima sera scena per Dj Riki Borsini, Simon Dj, Dj G. Amodio, Dj Kashmire e Vocalist Silvia; la seconda sera spazio a Papastuff vs Olindo Dj, Montefiori Cocktail, Simon Dj, Dj Spiller, Dj Kashmire e Vocalist Silvia.

domenica 2 ottobre 2005

Da Lampedusa a Trieste, passando per la sua Roma. Dove fra l’altro c’è un disco appena uscito, «Tra i fuochi in mezzo al cielo», da promuovere. Lei è Paola Turci, che concluderà sabato 8, in piazza Unità, il Barcolana Festival.
«Sì, a Lampedusa - dice la cantautrice romana - ho partecipato alla terza edizione di ”O Scià”, la manifestazione voluta da Claudio Baglioni nell’estrema propaggine italiana, di cui si parla sempre per i continui sbarchi di clandestini. Sbarchi che non sono la malattia, come dice Claudio, ma la febbre».
La musica ancora una volta al servizio di un’emergenza sociale.
«Sì, anche se poi dei problemi degli emigranti quella sera non se n’è parlato. Anche chi vive lì, in fondo, è vittima di questa situazione. E la manifestazione, alla fine, si è ridotta a tutta una serie di duetti. Una sorta di Sanremo sulla spiaggia...».
In Vietnam ha vissuto invece una situazione molto diversa...
«Tutto è cominciato all’inizio di quest’anno. Un’Ong toscana, che opera a favore dell’infanzia nel nord del Vietnam, mi ha chiesto di sostenere il loro lavoro. Ad aprile sono andata con loro in Vietnam, ho suonato al Goethe Institut di Hanoi, ho visitato alcune regioni poverissime nel nord del Paese. Lì manca l’acqua potabile, la gente e soprattutto i bambini si ammalano e muoiono per malattie che in Occidente abbiamo debellato da decenni».
Lei cosa farà?
«Poco, troppo poco. Ma aiuterò questa Ong a farsi conoscere, ne parlo nel disco, ne parlerò ai concerti, faremo dei banchetti dove venderemo oggetti per raccogliere fondi destinati a loro...».
Ha accennato al nuovo disco...
«Sì, l’ho scritto quasi tutto da sola. Sono contenta del modo in cui l’abbiamo realizzato. Il mio desiderio era di lavorare a un progetto musicale in assoluta armonia, libertà e autonomia. Volevo convivere con il mio gruppo per un periodo di tempo, registrando, suonando, divertendoci, conoscendoci anche di più: insomma volevo fare un lavoro in comunità».
Tutti insieme, ma con canzoni che ha scritto da sola. Un’esigenza nuova?
«Raccolgo sempre spunti e intuizioni dei miei collaboratori. Ma avevo voglia di mettermi alla prova, per conoscere gli aspetti più intimi e nascosti della mia personalità, del mio carattere. O forse ieri ero sempre incuriosita dalle cose altrui, oggi meno...».
Cantautrice rock: un’etichetta in cui si riconosce?
«Mi sento più rock nella vita che nella musica. Dove invece tendo a sfuggire alle etichette. Anzi, la musica non ha bisogno di etichette. A me piace di tutto...».
Per esempio...?
«Da Sinead O’Connor a Fossati, da De Gregori a De Andrè...».
No, questi nomi da lei sono prevedibili. Ci sorprenda...
«Beh, allora le dirò che sono appassionata delle sonate per piano di Beethoven, che amo la musica brasiliana più leggera, più popolare. E che apprezzo anche un bel pezzo della Pausini o di Shakira...».
Nel disco c’è una sola cover...
«Sì, ”Tu non dici mai niente”, di Leo Ferrè. L’ho sempre sentito, l’ho sempre amato, ma lo riscoperto attraverso un bel disco di ”Les Anarchistes”, un gruppo di Carrara che canta le sue canzoni...».
A Trieste cosa suona?
«Propongo il concerto che ho portato in giro per l’Italia quest’estate. Le canzoni del disco precedente, ”Stato di calma apparente”, ovviamente i classici e un brano del nuovo disco, ”Quasi settembre”...».
Brano di stagione...
«Non scherzi. È una canzone scritta a partire da una domanda precisa: cosa si prova nel momento del trapasso? C’è una frase di Gandhi che dice ”partiamo per poi tornare sempre da dove siamo venuti”. Mi ha ispirato un’intepretazione circolare dell’esistenza. E quel verso: ”È un soffio di vento, non credere...”».
(3-9-05)

Pare allora che Fats Domino sia sano e salvo. Sarebbe stato portato via

assieme alla moglie e a una figlia dalla sua casa di New Orleans. Chi dice

in elicottero, chi su un battello. Quel che è certo è che del

settantasettenne pianista - leggenda del blues e del rock’n’roll - non si

avevano notizie da domenica, quando aveva detto al manager, che lo chiamava

da Nashville, che «avrebbe affrontato la tempesta a casa». Katrina dunque

non se l’è portato via, nella sua folle corsa sterminatrice su New Orleans,

sulla Louisiana, sull’Alabama, sul Sud degli Stati Uniti. Delta del

Mississippi, schiavi neri che cantavano i primi blues, la madre di tutta la

musica moderna.

Classe 1928, vero nome Antoine Dominique Domino, l’artista deve il

soprannome di «Fats» (da «fat», grasso), oltre che alla corporatura

massiccia, a un pianista che lo influenzò da giovane, Fats Waller, e al

titolo di una delle sue prime canzoni, «The fat man», cioè «Il grassone».

Dal ’55 azzeccò un successo dietro l’altro, persino Beatles e Rolling Stones

incisero suoi brani, fu fra i primi a entrare nella Rock’n’roll Hall of

Fame.

Ma l’autore di «I’m walking (Yes indeed I’m talking)» e «Ain't that a

shame», di «Blue monday» e «Walking to New Orleans», di «Blueberry hill» e

tanti altri successi è solo una delle tante facce musicali della meticcia

New Orleans. In quella che è considerata «la capitale del jazz» era nato nel

1901 Louis Armstrong, cui è intitolato l’aeroporto: pare che i suoi spartiti

conservati nella sua casa natale siano finiti in queste ore nella melma. Di

New Orleans sono i fratelli Wynton e Brandon Marsalis, stelle del jazz

contemporaneo, e i Neville Brothers, il cui studio è andato distrutto. E fra

i dispersi ci sarebbero anche Allen Toussaint e la «regina del soul» Irma

Thomas.

 

martedì 30 agosto 2005

L’ombra di un lampione e di un uomo che cammina in Ponterosso. Il relax ai bagni comunali che profuma di un vecchio film di Ozpetek. Il muso inzaccherato e impertinente di due maialini in Toscana. Soldati timidi e impauriti della breve guerra di Slovenia, nel ’91. Povera gente, carica di figli e borsoni, alla stazione di Opicina...

Sono alcune delle immagini - rigorosamente in bianco e nero - che sbucano fra i «Pupoli» di Massimo Cetin (Emme&Emme, Portfolio 01/2005, distribuzione gratuita, contatto@emmeemme.info). Primo capitolo di quella che vuol essere - nelle intenzioni dell’autore ed editore - «una collana dedicata ai fotografi triestini, un’iniziativa per promuovere e far girare la fotografia...».

Cetin, nato a Trieste nel ’65, è uno dei migliori giovani professionisti dell’immagine emersi negli ultimi anni dalla scena giornalistica ed editoriale del Nordest. Ha cominciato a lavorare nell’84, collaborando a Messaggero Veneto, TriesteOggi, Meridiano, Cronaca del Nordest e Gazzettino. Ma le sue immagini sono apparse anche su Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Giornale. Nel ’92 ha partecipato alla mostra collettiva sulla guerra al Teatro Miela, sue immagini erano presenti in due volumi sulla Barcolana, recentemente ha curato il volume e la mostra «5404-Dodici fotoreporter a Trieste».

Nella prefazione, il giornalista Fausto Biloslavo parla di «un cocktail fotografico che riflette la sua bellezza in un’asciutta ma incisiva semplicità (...). Un biglietto da visita che parla da solo. Da situazioni apparentemente banali, Massimo riesce a fissare nello scatto il particolare o la curiosità trasformando ogni fotografia in una storia».

Ecco allora - per esempio - che le quattro chiacchiere dei detenuti nell’ora d’aria, «rubate» nel cortile del Coroneo nel ’91, o la solitudine di un uomo dietro le sbarre in un’aula di tribunale, sempre a Trieste e sempre nel ’91, forse dicono della condizione carceraria più di tanti articoli e inchieste, sempre alla ricerca del pettegolezzo e dello scandalo che non c’è, spesso privi di interesse oltre che di rispetto.

La collana inaugurata da «Pupoli» ha già in cantiere i prossimi capitoli. Dedicati a Marino Sterle, Giovanni Montenero, Andrea Lasorte, Claudio Ernè, Fabio Parenzan... «Ma vorrei - sottolinea Cetin, con la generosità che ha sempre contraddistinto la sua attività professionale - che tutti i fotografi triestini vi partecipassero. Questa iniziativa è una scatola da riempire. Gli interessati sanno dove trovarmi...».

Potrebbe essere un modo intelligente per far sì che la fotografia, in questi tempi di scatti alla portata di tutti, fra macchine digitali e videotelefonini, rimanga a pieno titolo nei territori dell’arte e dell’informazione. Con la dignità che le compete.
Il Corriere della Sera di ieri. Titolone in cultura: «I capolavori veneti vanno restituiti all’Istria». Sommario: «Oggi sono in mostra a Trieste, ma devono tornare da dove vengono». Lo firma Carlo Bertelli, docente di storia dell’arte, già funzionario delle Belle arti e direttore per tanti anni della Pinacoteca di Brera, a Milano. Si parla ovviamente delle opere esposte al Museo Revoltella nella mostra «Histria»: quadri che stavano nell’Istria italiana e che alla vigilia della Seconda guerra mondiale furono messi al sicuro in virtù della legge «Protezione delle cose d’interesse artistico, storico, bibliografico e culturale dalla distruzione in caso di guerra».

Bertelli sostiene che quelle opere italiane (Paolo Veneziano, Vittore e Benedetto Carpaccio, Alvise Vivarini, Giambattista Tiepolo...) andrebbero restituite a Capodistria, «bellissima città veneziana, che ha una piazza intitolata a Vittore Carpaccio», anche per un problema di convenienza politica. «Da Capodistria emigrarono (sic... - ndr) per l’Italia quasi 8000 cittadini. Eppure vi sussiste ancora una comunità italofona; vi ha avuto successo per anni la Radio Capodistria in lingua, anche, italiana; vi si stampano poesie dialettali e in italiano».

«È opportuno - si chiede il critico - privare questa città di una parte rilevante della sua storia? Sono opportune queste recriminazioni, ora che la Slovenia è entrata nella Comunità europea? C’è un interesse italiano a slavizzare ulteriormente l’Istria o si agisce, anche in questo caso, non già nell’interesse nazionale ma unicamente per avere più voti in patria?»

Bel quesito. «Che parte - osserva Paris Lippi, assessore alla cultura del Comune di Trieste - da un punto di vista e da una volontà teoricamente condivisibili. Bertelli pensa che ci sia la voglia, oltreconfine, di tutelare il patrimonio culturale italiano. A me risulta il contrario. Se idealmente il discorso ha una sua logica, nel concreto no. Una questione difficile, visto come si stanno muovendo, in Croazia ma anche in Slovenia, nei confronti della minoranza italiana».

Molto meno diplomatico, come peraltro è suo costume, Vittorio Sgarbi. Che è poi quello che, quand’era sottosegretario ai Beni culturali, ha tirato fuori i dipinti in questione dalle cantine di Palazzo Venezia, dove erano rimasti chiusi per oltre mezzo secolo. «Quelle di Bertelli - spara il critico - sono considerazioni peregrine. È come dire che i Bronzi di Riace vanno restituiti alla Grecia. E poi proprio lui, che è stato direttore della centralistica Pinacoteca di Brera, ricca di capolavori portati via a Napoleone. Perchè non li ha restituiti? Perchè non ha restituito a Urbino la Pala di Piero della Francesca? La verità è che lui fa un ragionamento futuribile, esprime un auspicio. Mentre io opero in nome della legge».

"Le opere d’arte stanno bene nel luogo dove sono nate - osserva Maria Masau Dan, direttrice del Revoltella - ma c’è anche una questione di legittima proprietà. È difficile prendere posizione, ma se la restituzione servisse a rafforzare la presenza italiana in Istria...».

«Il discorso - rilancia Sgarbi - potrebbe avere una sua logica, comunque futuribile, nell’ambito di relazioni e accordi che prevedessero, per esempio, la restituzione delle case abbandonate ai profughi istriani. Ma così...».

Si è mosso anche Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli Istriani, che ha inviato al «Corriere» una lettera per rilevare alcune imprecisioni dell’articolo. E per dire: «Innumerevoli altri capolavori scomparvero durante la repressione jugoslava in Istria: quadri, manufatti, argenteria, intere biblioteche sottratte a conventi e chiese...».<IP9> Quadri e libri, secondo Lacota, finiti anche in abitazioni private.

«Comunque - conclude Lippi - queste opere sono italiane, a Trieste servono, dunque... La verità è che stiamo cercando il sito più adatto per valorizzarle. C’è il progetto delle Scuderie di Miramare, ma non escludo nemmeno la possibilità dell’ex Pescheria, se non sarà dedicata solo all’arte contemporanea. O, perchè no, anche San Giusto...».

sabato 27 agosto 2005

«Una visione tridimensionale di parole e musica. Il tentativo di scomporre la realtà per armonizzare le esigenze della poesia e della telematica che oggi ci circondano...».

Vola alto Alberto Fortis, per spiegare il senso del suo nuovo disco «Fiori sullo schermo futuro», uscito un paio di mesi fa, che sta portando in giro nel tour che giovedì alle 21 fa tappa in Slovenia, al Perla di Nova Gorica.

Fortis, ma che fine aveva fatto?

«Io veramente sono sempre stato qui - risponde il cantautore nato a Domodossola nel ’55, che ha debuttato nel ’79 e nei primi anni Ottanta ha vissuto il momento di maggior successo - anzi no, ho vissuto e lavorato per lunghi periodi anche negli Stati Uniti. Diciamo che ormai sto un po’ in Italia e un po’ a Los Angeles, o a New York. Comunque ho fatto tredici album in venticinque anni, all’incirca un disco ogni due anni: mi sembra una buona media per mantenere un rapporto con il pubblico...».

In America che fa?

«Sono più di vent’anni che vado avanti e indietro. Già il mio terzo album, ”La grande grotta”, uscito nell’81, era frutto di una vacanza negli States. Poi nella seconda metà degli anni Ottanta ho studiato a New York, mentre nel ’92 ho partecipato a una riunione dei popoli nativi d'America (con circa trentamila tribù) nelle terre fra Arizona, New Mexico, Colorado e Utah, appassionandomi alla storia dei nativi americani. A Los Angeles ho registrato sia ”Dentro il giardino” che ”Angeldom”, usciti nel ’94 e nel 2001...».

Insomma, un Fortis «globalizzato»...

«Io credo che con la globalizzazione noi italiani possiamo esser favoriti. Da un punto di vista creativo facciamo la nostra figura, abbiamo tante idee. L’importante è puntare sempre sull’attualità e sull’autenticità. Certo, agli altissimi livelli dell’industria musicale le differenze di mezzi si fanno sentire. Lì non c’è partita...».

E di questi Stati Uniti versione Bush, che ne pensa?

«Sono assolutamente contrario alla politica guerrafondaia della dinastia Bush. Questa guerra è assurda, lo stanno capendo anche gli americani: doveva combattere il terrorismo, ha finito per espanderlo. La mia generazione aveva sognato un’altra America: quella di Martin Luther King, dei Kennedy, tutto sommato anche quella dignitosissima di Clinton...»

Il nuovo disco?

«È la sintesi degli opposti: i fiori rappresentano la quotidianità, lo schermo futuro è questa nostra epoca che viaggia a velocità supersonica. La sintesi è un compito difficile, quasi una scommessa. Del resto la vita è una continua alternanza di opposti. E il disco è anche il riassunto di venticinque anni di carriera...».

Per il quale ha chiamato a raccolta molti vecchi amici...

«Sì, ho riunito la famiglia musicale d'origine (Rossana Casale, Claudio Fabi, i Flying Foxes...) perché volevo registrare un album molto istintuale, come "La grande grotta", cercando già in sala d'incisione la genuinità dei suoni tipica delle esecuzioni dal vivo. Erano parecchi anni che non suonavamo insieme, ma abbiamo ritrovato subito il vecchio feeling artistico e nuove emozioni, creando quel magma musicale che è impossibile se non c'è lo stesso affiatamento che ci ha sempre legato nonostante la distanza e gli impegni diversi».

Nel disco ci sono vari riferimenti cinematografici.

«Il cinema mi ha sempre affascinato. "Fiori sullo schermo futuro" potrebbe essere paragonato alla pellicola "Minority Report" di Steven Spielberg per la contaminazione fra l'aspetto poetico e quello telematico, che nella realtà attuale sono in perpetua fusione e mutazione».

E a Los Angeles, la capitale del cinema...

«Qualche anno fa ho scritto la colonna sonora del film ”Cool crime”. Recentemente ho realizzato anche storyboard e colonna sonora di un film che ho proposto alla casa di produzione di Steven Spielberg: sono in attesa di risposta...».

Ma giovedì, a Nova Gorica, «Milano e Vincenzo» la fa?

«Certo, e anche ”La sedia di lillà”, e ”Settembre”, e ”Il duomo di notte”... Quest’ultima è stata inserita da un sondaggio fra le cento migliori canzoni pop-rock. Una grande soddisfazione».