venerdì 16 novembre 2012

MANNOIA sab17-11 a udine

La crisi aguzza l’ingegno. E stavolta riserva una piccola sorpresa per i fan di Fiorella Mannoia che andranno a vedere il concerto della cantante romana di nascita e milanese di adozione, stasera alle 21, al “Nuovo” di Udine. Per il prezzo del biglietto riceveranno anche il recente doppio cd+dvd dedicato a questo “Sud, il tour”, già passato in regione a maggio a Pordenone e ad agosto a Lignano. L’album “Sud”, da cui è nato il tour, è stato ispirato dal libro “Terroni”, di Pino Aprile. E dalla “scoperta” che la storia della nostra penisola, della nostra Italia unita e repubblicana, non è quella che ci hanno insegnato a scuola, né tantomeno quella spacciata da certa propaganda leghista. «Non sapevo - ha detto la cantante - che il nostro Sud prima dell’annessione fosse ricco, opulento, moderno e all’avanguardia. Non sapevo che i briganti fossero resistenti e non criminali. Ignoravo il bagno di sangue e il saccheggio che questa parte del nostro Paese ha subito con il Risorgimento. Da questi elementi è scaturito il disco, che è anche un omaggio al Meridione. È stato un attimo poi allargare il pensiero e la denuncia a tutti coloro che nel mondo subiscono la stessa sorte». Nel disco e nello spettacolo il nuovo approccio alla storia del Meridione diventa dunque il pretesto per focalizzare l’attenzione su tutti i Sud del mondo. Con problemi simili, a partire dalle difficili condizioni di vita di tante persone e dal conseguente dramma dell’emigrazione, dalla necessità di lasciare la propria terra per inseguire pane e lavoro. Un disco sul filo della denuncia sociale, insomma, affidata soprattutto al brano “Non è un film” (scritto da Frankie Hi-Nrg, che nel disco duetta con la cantante), Premio Amnesty Italia come miglior canzone dell’anno sul tema dei diritti umani. Con questo concerto Fiorella Mannoia torna a Udine dopo tre anni di assenza. Sul palco con lei Carlo Di Francesco (percussioni), Davide Aru (chitarra), il triestino Fabio Valdemarin (pianoforte), Luca Visigalli (basso), Diego Corradin (batteria), Arnaldo Vacca (percussioni), Andrea Pistilli (chitarra), Natty Fred e Kaw Dialy Mady Sissoko (cori).

giovedì 15 novembre 2012

TEATRO DEGLI ORRORI domani a Trieste

Il nuovo rock italiano parla la loro lingua. La lingua colta e dura del Teatro degli Orrori, considerato da pubblico e critica uno dei migliori gruppi della scena attuale. Il loro terzo album s’intitola “Il mondo nuovo”, come il lungo tour cominciato a primavera da Pordenone e che arriva domani sera a Trieste, all’Etnoblog. Per il batterista del gruppo, il triestino Francesco Valente, un ritorno a casa... «Con Francesco suoniamo assieme da tanti anni - dice Pierpaolo Capovilla, cantante e leader della band -, dai tempi di One Dimensional Man. E assieme eravamo anche nel nucleo di base che ha dato vita al Teatro degli Orrori, già nel nome un tributo ad Artaud e al suo “Teatro delle crudeltà”...». Citazioni e riferimenti culturali sono una sua costante. «Sì, sono un affezionato citazionista. Sbatto i poeti nella contemporaneità. Se poi l’ascolto della nostra musica induce qualche ragazzo ad andare a cercare un libro, beh, vorrà dire che avremo fatto qualcosa di utile». È vero che per “Il mondo nuovo” voleva citare De Andrè? «Sì, volevamo intitolarlo “Storia di un immigrato”, parafrasando la sua “Storia di un impiegato”. Poi ci è sembrato un po’ presuntuoso. E abbiamo cercato un altro riferimento». Trovandolo in Aldous Huxley. «Esatto, nel suo “Brave new world”, in italiano proprio “Il mondo nuovo”, romanzo di fantascienza in cui nel lontano 1932 lo scrittore inglese immaginava un mondo in cui tecnologia e genetica l’avrebbero fatta da padrone». Lei dice che ci siamo vicini? «Beh, sicuramente tecnologia e genetica hanno cambiato il mondo in cui viviamo. La globalizzazione di cui si parla tanto è innanzitutto una nuova divisione mondiale del lavoro, da cui emerge la figura del migrante». Di cui parla il disco. «Sì, il nostro è una sorta di “concept album”, come quelli che uscivano negli anni Settanta. Sedici istantanee, sedici piccole storie di viaggio e speranza, di lontananza e solitudine, purtroppo anche di violenza e morte». Come quella di “Ion”. «Ion Cazacu era un operaio rumeno ucciso nel 2000 a Varese da un italiano. Una vicenda terribile e paradigmatica. Quando il fatto avvenne mi colpì molto, avrei voluto scrivere subito qualcosa, ma all’epoca il Teatro degli Orrori nemmeno esisteva. Quando abbiamo deciso di fare un disco sui migranti la sua storia mi è tornata in mente». In certi brani avete quasi un approccio giornalistico. «Certo. La cronaca nera è un autentico serbatoio di spunti, di idee. Sulle pagine dei giornali troviamo fatti dai quali emerge la vita reale, che è poi quella che vogliamo raccontare». Nel brano “Rivendico” citate persino Slavoi Zizek. «Il filosofo sloveno è un grande intellettuale post-marxista, capace di guardare al futuro con riferimenti alla cultura popolare. Lo citiamo con Pasolini e Asor Rosa, a mo’ di provocazione. Provocazione che alcuni non hanno capito».

martedì 13 novembre 2012

LUCIANA CASTELLINA presenta a trieste il libro SIBERIANA

«Sul Lago Baikal, nella Siberia meridionale, un luogo splendido dove però d’inverno ci sono quaranta gradi sotto zero, su un traghetto a un certo punto sento parlare italiano. E non era nessuno dei miei compagni d’avventura. Parlo con queste persone e scopro che fra il 1870 e i primi del Novecento settecento lavoratori friulani erano arrivati fin lassù, soprattutto da Clauzetto, per lavorare alla costruzione della Transiberiana. Tanti erano morti, e molte tombe e lapidi con nomi italiani sono lì a testimoniarlo. Altri tornarono a casa. Ma alcuni rimasero lì, e i loro discendenti parlano ancora nella nostra lingua». È l’episodio forse più particolare raccontato da Luciana Castellina nel suo nuovo libro “Siberiana”, che presenta oggi a Trieste. Il diario di un viaggio sospeso tra passato e presente, sulla Transiberiana, sulla linea ferroviaria più lunga del mondo, da Mosca al mar del Giappone, un viaggio durato tre settimane nel settembre 2011. Giornalista e scrittrice, Castellina è stata un pezzo importante della sinistra italiana. Prima nel Pci, dal quale fu radiata nel ’69 assieme al gruppo che diede poi vita al Manifesto, poi nel Pdup, in Democrazione proletaria, in Rifondazione comunista. Un impegno politico di lungo corso, che l’ha portata per tre legislature nel Parlamento italiano e quattro in quello europeo. «Il Salone del libro di Mosca - spiega - ha ogni anno un Paese ospite d’onore. L’anno scorso toccava all’Italia. Dunque siamo stati invitati una decina di scrittori e giornalisti, per prender parte alla spedizione “Transiberiana Italia-Russia”. Ci aspettava un viaggio di seimila chilometri attraverso cinque fusi orari». Partenza ovviamente da Mosca. «Che è diversa dalla Russia alla stessa maniera in cui New York non somiglia agli Stati Uniti. Comunque da Mosca siamo appena passati, giusto il tempo di visitare il Salone del libro. Poi dritti alla stazione, dove siamo sistemati su un vagone speciale della Transiberiana, attrezzato per il nostro lungo viaggio. Tante tappe, in ogni città ci fermavamo due giorni, poi la seconda sera tornavamo su quella che era diventata la nostra piccola casa per tre settimane». Fra voi si era creato un buon clima? «Sì, siamo stati fortunati, andavamo d’accordo, ci eravamo simpatici. Cosa fondamentale, visto il tanto tempo che abbiamo dovuto passare assieme. Tenga conto che dormivamo nelle cuccette, che spesso i pasti venivano serviti a bordo. Ma è stato divertente, eravamo un’allegra brigata. La sera facevamo delle piccole festicciole, c’era quasi un clima da gita scolastica». È stato un viaggio anche nel suo passato? «Diciamo che per me è stata l’occasione innanzitutto per ripensare al fatto che a questo grande paese, che nel bene e nel male ha occupato per tanti anni la nostra immaginazione e quella di almeno un altro paio di generazioni, ormai non pensa quasi più nessuno. È come se non esistesse». E invece? «E invece esiste ancora, rimane il più grande paese del mondo ed è anche molto bello. Uno dice Siberia e pensa ai gulag, e invece si tratta di una regione con paesaggi meravigliosi. Un paese di poeti e di viaggiatori, di prigioneri e di gangster. Una sorta di far west ancora tutto da scoprire, soprattutto per noi occidentali». Con paesaggi diversi. «E meravigliosi, mai monotoni. Centinaia di chilometri di boschi di abeti, di faggi, di betulle, senza mai incontrare una casa. Una vera rivincita della natura sul mondo cosiddetto civilizzato». La sua prima volta in Russia? «Era il ’57, per il Festival della gioventù a Mosca. Ne ho un ricordo bello ma illusorio. C’era ancora Kruscev. Città grigia, austera, poche luci e nessun cartellone pubblicitario per le strade. Ricordo che il ballo fu organizzato dentro le mura del Cremlino. La delegazione italiana portò la Roma Jazz Band. Credo sia stata la prima esibizione di un gruppo jazz al Cremlino». La sua penultima volta? «Autunno ’93, ai tempi di Eltsin e del parlamento bombardato. Mosca era già radicalmente trasformata, non era più l’austera capitale sovietica, i negozi erano pieni di beni di consumo, nelle strade c’erano tante luci, tanti cartelloni pubblicitari. La transizione dal socialismo al capitalismo in quei mesi era segnata da un drammatico caos». Lei quando cambiò idea, sulla Russia e sul comunismo sovietico? «Nel ’69, dopo Praga, quando con il gruppo che avrebbe dato vita al Manifesto comprendemmo che si trattava di un regime ormai non più riformabile. I nostri vecchi compagni del Pci lo capirono con qualche anno di ritardo». Putin? «Il suo è ancora un regime, dai pesanti aspetti illiberali. Il cambiamento è stato vissuto dai russi come una speranza di liberazione che però è stata decisamente tradita. Il passaggio dal comunismo al capitalismo selvaggio è caratterizzato da aspetti di grande durezza. Molti si sentono imbrogliati». Il viaggio è stato per lei anche una piccola evasione dall’Italia del settembre 2011? «Assolutamente. Non dimentichiamo che a Palazzo Chigi c’era ancora un certo Berlusconi, che la nostra immagine nel mondo era duramente compromessa. Pochi mesi prima, a New York, al controllo dei passaporti, la battuta ammiccante sul bunga bunga era immancabile. Di buono, nel nostro lungo viaggio sulla Transiberiana, c’è stato anche che nessuno faceva riferimenti per noi imbarazzanti quando capivano che eravamo italiani...». La prima presentazione del libro la fa nella “sua” Trieste. «È vero, a Roma lo presentiamo solo due giorni dopo. Ed è vero che con Trieste ho un legame particolare. Di qui era un mio nonno materno, di cognome faceva Liebman. Non ho mai vissuto nella vostra città, eppure quando ritorno mi sento stranamente a casa. Un fatto di odori, di cucina, di cultura. Il mio legame con quel ramo della mia famiglia è sempre stato fortissimo». Nel gruppo del Manifesto, oltre a lei, c’era un altro pezzetto di queste terre. «È vero, Rossana Rossanda è nata a Pola e da ragazza ha vissuto a Trieste. Sì, possiamo dire che quarant’anni fa al Manifesto c’era anche un pezzetto di Nordest...».

lunedì 12 novembre 2012

COLDPLAY 13-11 al cinema

Chi non li ha visti il 24 maggio, nell’unica tappa italiana del “Mylo Xylotour 2012”, allo Stadio Olimpico di Torino, può rifarsi stasera. Anche nel Friuli Venezia Giulia: nelle sale del circuito The Space a Trieste (alle Torri) e a Pradamano, in Friuli. Doppia proiezione solo oggi (20.30 e 22.15), in contemporanea mondiale. “Coldplay live 2012” è il primo film-concerto della band inglese, fotografia del tour mondiale “Mylo Xyloto”, che dal giugno 2011 in poi è stato visto da oltre tre milioni di persone. Firmato da Paul Dugdale, già regista di “Live at Royal Albert Hall” di Adele e “Word’s on fire” dei Prodigy, il film è realizzato con momenti tratti dai concerti di Parigi (allo Stade de France, davanti a 75 mila spettatori), Montreal e Glastonbury (località a ovest di Londra, sede di uno storico festival rock) nel 2011. «Questo tour - ha detto Chris Martin - è stato il più divertente tra quelli che abbiamo fatto. È partito subito con il piede giusto; in parte perchè eravamo orgogliosi della musica, dei braccialetti “led”, dei fuochi d’artificio e di tutto il resto, ma principalmente per l’incredibile audience davanti a cui abbiamo suonato. Nel corso degli anni, il nostro pubblico è diventato sempre più parte del concerto, rendendo il suono delle canzoni migliore di quanto noi siamo già in grado di fare. Abbiamo cercato di raccogliere il feeling che ci arriva da loro per trasportarlo nel film concerto». Novanta minuti da non perdere, con tutti i successi della band inglese. Il film uscirà in cd+dvd il 20 novembre.

CAPOSSELA 4-12 TRIESTE

Vinicio Capossela ritorna a Trieste. Il cantautore e musicista nato ad Hannover sarà infatti in concerto martedì 4 dicembre al Teatro Sloveno, nell’ambito del tour “Rebetiko Gymnastas”, partito il 2 novembre da Marghera e che domani e giovedì farà tappa al Teatro Bellini di Napoli. Dopo la tappa triestina, organizzata assieme alla Cooperativa Bonawentura, l’artista sarà anche giovedì 6 dicembre al Deposito Giordani di Pordenone. L’attuale tour prende il nome dall’album pubblicato a giugno, a un anno di distanza dal precedente “Marinai, profeti e balene”. Non un disco di inediti, ma una raccolta dei suoi maggiori successi reinterpretati in chiave rebetiko (“rebeta” viene dal turco “rebet”, ribelle, colui che meno si tira indietro quando le città vanno a fuoco), genere musicale greco secondo alcuni simile al fado portoghese. Secondo altri si tratta di una sorta di blues greco, la cui storia affonda le radici nella Salonicco nei primi anni del Novecento, con elementi tratti dalla tradizione ellenica, bizantina e ottomana. Una musica che parla di crisi e di emigrazione e che, proprio come il blues dei neri d’America, esprime la malinconia, le ansie, la sofferenza esistenziale della gente comune. Sentimenti che tornano di grande attualità in questi tempi di pesante crisi economica e sociale, in Grecia più ancora che nel resto d’Europa. Per realizzare il disco, Capossela ha trascorso un periodo ad Atene, dove ha registrato con l’accompagnamento di alcuni musicisti greci. Fra tutti, Manolis Pappos, maestro del bouzuki, con alle spalle una prestigiosa carriera anche al fianco di musicisti greci come Theodorakis, Arvanitaki, Xarhakos, Papazoglou e Ntalaras. Ma in sala c’erano anche il nostro Mauro Pagani, Marc Ribot e la cantante Kaiti Ntali. Quest’estate, Capossela si è dedicato ad alcuni “Esercizi allo scoperto” (in pratica: un tour estivo, partito proprio da Tarvisio, al No Borders Music Festival) con i suoi Rebetici Ginnasti. Ora il rientro nei teatri e nei club, la dimensione più adatta alle proposte spettacolari del nostro. Ma il tour non è l’unico fronte su cui è attualmente impegnato l’artista. Proprio ieri sera è infatti tornato su Radiodue come conduttore della prima di dieci puntate, dal titolo di “Rebetika Ginnatika” (ogni lunedì fino a metà gennaio, alle 19.50). «Parlare di rebetiko è parlare della vita, delle difficoltà della vita - ha spiegato Capossela -, la narrazione si snoda attraverso storie di uomini, musicisti e canzoni che dicono le cose esattamente come stanno, non se ne compiacciono e nemmeno le imbellettano e sovente hanno un grande umorismo di fondo». Ancora il musicista: «Questa musica viene dalla Grecia, un paese antico, che ha molto in comune con il nostro, ma che ha anche la tipicità di essere sospeso tra Oriente e Occidente, che è proprio il punto di incontro di questa musica». L’avventura radiofonica? «Qualcosa che va oltre il semplice esercizio di esotismo musicale, ma che rappresenta un’occasione per riflettere sul sentimento dell’identità, sull’apporto che la musica può dare in un momento di difficoltà della vita». Con Capossela, in scena anche a Trieste e Pordenone, Vassilis Massalas alla chitarra e baglamas, Ntino Chatziiordanou alla fisarmonica e all’organo Farfisa, Dimitri Emmanouil alle percussioni e il solista del bouzouki Manolis Pappos. Completano l’organico i fedelissimi Alessandro Asso Stefana alla chitarra e Glauco Zuppiroli al contrabbasso.

mercoledì 7 novembre 2012

DE ANDRE' e GABER, cofanetti il 13-11

Fabrizio De Andrè ci ha lasciato l’11 gennaio ’99, doveva ancora compiere 59 anni. Giorgio Gaber è mancato il primo gennaio 2003, di anni ne avrebbe compiuti di lì a pochi giorni 64. Entrambi sono ancora vivi nel panorama musicale e culturale del nostro Paese, oltre che nel ricordo del pubblico che li ha seguiti e amati, grazie alle tante e immortali canzoni che ci hanno lasciato. Il calendario ora li accomuna con due pubblicazioni, previste entrambe il 13 novembre. In quella data usciranno infatti sia “I concerti” del cantautore e poeta genovese (sedici dischi e un libro di 192 pagine, su etichetta Nuvole Production/Sony Music), che il triplo cd “...io ci sono” dell’artista milanese di origine triestina. Partiamo da De Andrè. L’opera propone la raccolta completa in sedici dischi dei suoi otto tour, da quello del ’75/’76 (“La Bussola e Storia di un impiegato”) fino all’ultimo, “Mi innamoravo di tutto”, del ’97/’98, molti dei quali passati anche da Trieste e dal Friuli Venezia Giulia. Come non ricordare i concerti al Rossetti: il primo febbraio ’79 (recupero della data prevista il 29 dicembre ’78 rinviata per afonia dell’artista), il 3 aprile ’93, il 18 novembre ’97. Ma anche l’accoppiata dell’agosto ’81, prima a Lignano Sabbiadoro e poi a Monfalcone. Moltissimi possono dire con orgoglio: io c’ero... Accanto alla fotografia “live” della poetica del grande Faber, accanto all’anima musicale, la sua storia viene ripercorsa anche attraverso un libro illustrato: riproduzione di schizzi originali dei palchi, foto di scena, immagini del backstage e d’archivio mai pubblicate, memorabilia, manoscritti, semplici appunti. E siamo a Gaber. Il triplo rilegge cinquanta canzoni della sua straordinaria carriera, dai primi passi nel rock’n’roll italiano fino al teatro canzone “inventato” con Sandro Luporini. Si comincia da “Ciao ti dirò”, la prima incisa nel ’59 ma anche l’ultima cantata dal vivo, con Adriano Celentano su Raiuno. Ma poi sfilano anche Luciano Ligabue (“Qualcuno era comunista”) e Laura Pausini, Claudio Baglioni e Franco Battiato (“La parola io”), Ivano Fossati e Lucio Dalla, Gianni Morandi e Gianna Nannini, e ancora Jannacci (“Una fetta di limone”), Ranieri, Vecchioni, Antonacci, Vanoni, Arbore (“Non arrossire”), D’Alessio, Finardi, i “nuovi” Daniele Silvestri (“Il signor G nasce”), Samuele Bersani, Dente, J Ax e Articolo 31 (“Io non mi sento italiano”), Emma e Noemi, Baustelle e Negramaro. Pochi di loro hanno avuto il coraggio di rileggere Gaber alla loro maniera. Le interpretazioni sono quasi tutte filologicamente rispettose dell’originale. La perla del disco è quella regalata da Patti Smith, alle prese con la versione inglese di “Io come persona”. L’artista statunitense ha partecipato quest’anno al Festival Gaber che si tiene ogni estate a Viareggio, dicendo fra l’altro: «Sono molto intrigata da Giorgio Gaber, un artista di cui sto ancora approfondendo la conoscenza e l’immensa produzione. Ritrovo i miei pensieri nelle sue canzoni...». E sostenendo inoltre di aver ritrovato le stesse considerazioni nel suo “People have the power” nei testi del “Signor G”. Del cofanetto esce anche una edizione “de luxe” che presenta tre brani in più: la versione per solo piano di Roberto Cacciapaglia di “Non arrossire”, “Quando sarò capace di amare” proposta da Ron e la storica cover di “Lo shampoo” firmata da Mina. Entrambe le pubblicazioni sono realizzate a cura e sotto l’attenta supervisione delle fondazioni alle quali gli eredi di Fabrizio De Andrè e Giorgio Gaber hanno affidato il grande patrimonio lasciato dai due grandi artisti.

domenica 4 novembre 2012

CESARE CREMONINI mart 6-11 pordenone

Cesare Cremonini dice che in un periodo così grigio, con una situazione economica così scassata, con una crisi che sembra non aver fine, immaginare e mostrare un mondo colorato può rappresentare un valido antidoto. Se non altro alla depressione incipiente e imperante. «Il mio album ”La teoria dei colori” - dice il trentaduenne cantautore bolognese, il cui tour fa tappa domani alle 21 al palasport di Pordenone - è uscito cinque mesi fa e mi ha dato molte soddisfazioni. Il pubblico sta amando questo disco policromatico, che vuole strabordare, raccontare emozioni, ricco di amore e di vita». Nel quale lei mischia pop inglese e cantautorato italiano. «Sono le due facce della mia ispirazione musicale, la mia cifra stilistica. Sono un grandissimo fan dei Beatles, sono cresciuto con le loro canzoni, sicuramente mi hanno influenzato. Come di certo mi ha influenzato la stagione dei grandi cantautori italiani, quelli bolognesi ma non solo loro». Dal vivo il disco sta funzionando? «Credo di sì, spero di sì. Anche perchè questo è l’album che volevo realizzare da tanti anni: l’ho pensato come una raccolta di canzoni pensate e scritte apposta per poter esplodere proprio dal vivo. Dove bisogna mischiare l’intrattenimento e la comunicazione. Due facce della stessa medaglia, entrambe importanti, che vanno unite. Anche perchè il “live”, nella sua irripetibilità, è un momento fondamentale nella discografia del futuro». “Il comico (Sai che risate)” è stato il brano di lancio. «Il comico è una figura centrale nella storia del nostro Paese, da Totò a Benigni. Anche quando ci si trova la sera, a tavola con gli amici, c’è sempre quello che fa battute e sdrammatizza. Insomma, il buffone della compagnia. Quand’ero ragazzo, anch’io puntavo sulla simpatia, su qualche battuta per farmi apprezzare». E quando il comico diventa politico? «Lei mi vuol far parlare di Beppe Grillo, ma io non sono ancora in grado di dare un giudizio preciso. Vedremo che cosa farà, prima di giudicarlo. Di certo la gente non ne poteva più della situazione precedente, e lui ha messo il dito sulla piaga di un Paese dove le cose non funzionano e fanno fatica a cambiare. Comunque ripeto: aspettiamo prima di dare un giudizio». Con lei c’è sempre il bassista Nicola “Ballo” Balestri. «Lui e il mio produttore Walter Mameli sono il team di lavoro di sempre, quello che in questi dieci anni non è cambiato. Siamo cresciuti e cambiati assieme, dopo gli esordi con i Lùnapop..». Con Pupi Avati com’è andata? «Un giorno mi chiama e mi dice che secondo lui sarei stato perfetto per il ruolo di Carlin nel film che stava per girare, “Il cuore grande delle ragazze”. Dissi sì subito, d’istinto. E non mi sono pentito». Cosa ha imparato? «Lavorare con un grande regista come avati ti permette di ricevere degli insegnamenti importanti, ammesso che tu abbia voglia di rimetterti in gioco e imparare. Mi ha chiesto spontaneità, mi ha spronato a dare il meglio di me. Ne ho ricevuto un grande arricchimento umano. Anche perchè per me ogni pagina nuova è un nuovo pezzo di vita». Dunque la rivedremo attore? «Non nascondo che mi piacerebbe. E molto. Ma solo a patto di essere nuovamente coinvolto in un progetto interessante, che mi faccia crescere e imparare qualcosa di nuovo. Non mi interessa sfruttare il “marchio Cremonini”, insomma».