venerdì 7 febbraio 2014

PAOLO ROSSI con Pupkin Kabarett: LA COSCIENZA DI ZENO SPIEGATA AL POPOLO

«Come faremo a spiegare “La coscienza di Zeno” al popolo? Facile. Ogni sera estrarremo a sorte un capitolo e poi vediamo cosa succede. Il nostro sarà uno spettacolo allucinato e visionario. Ma non ci occuperemo soltanto dell’opera di Svevo. Parleremo anche dei suoi “compagni di avventura”: Saba, Joyce, Giotti, persino Kafka e Freud...». Paolo Rossi è impegnato da qualche giorno a Trieste nelle prove de “La coscienza di Zeno spiegata al popolo”. Con lui quelli del Pupkin Kabarett (Stefano Dongetti, Alessandro Mizzi, Laura Bussani...), antichi sodali di tante sue avventure teatral musicali. «Fra l’altro - dice l’attore e musicista, classe 1953, nato a Monfalcone ma milanese di adozione - ho scoperto dai manifesti per le strade che negli stessi giorni in cui siamo in scena alla Sala Bartoli del Rossetti (debuttano martedì - ndr), sotto, al Politeama, c’è “La coscienza di Zeno” nell’adattamento di Tullio Kezich e con l’allestimento di Scaparro». È stato fatto apposta? «Questo non lo so. So che sarà un bel casino: magari gli spettatori prima vanno da loro, poi vengono da noi, poi ritornano da loro... Sempre senza capire nulla. Anche perchè la cosa migliore è comunque leggere il libro». Diceva dei manifesti per le strade. «Sì, hanno attaccato i nostri a fianco di quelli dello spettacolo con Giuseppe Pambieri. L’effetto è divertente. O almeno a me ha fatto ridere. Anche quei manifesti sono la rappresentazione simbolica dei due spettacoli: tradizionale l’uno, psichedelico l’altro». Voi da dove siete partiti? «Dalla constatazione che Trieste, agli inizi del Novecento, fu davvero una città importante per la nostra letteratura. L’opera di Svevo è in fondo una sorta di vademecum delle nevrosi moderne. Non a caso la città è stata importante anche nella storia della psicanalisi e tanti anni dopo della psichiatria». Ma non vi fermate a Svevo. «Assolutamente no. Spazieremo anche fra le pagine “scandalose” di Joyce, fra le poesie e l’umorismo di Umberto Saba, toccando alla nostra maniera anche le opere di altri scrittori e poeti triestini». Lei quando li ha letti? «Quando ho cominciato ad avvicinarmi a questi autori ero già lontano da Monfalcone. Ma io leggo alla mia maniera, sono un lettore assolutamente particolare. Concordo con il grande Pennac quando rivendica il diritto del lettore di mollare lì un libro, senza terminarlo, tutte le volte che ne ha voglia, che non è convinto». Classici da lei “mollati”? «Innanzitutto l’“Ulisse” di Joyce. Sono arrivato a pagina 67, poi non ce l’ho più fatta a riprenderlo. Con alcuni amici e conoscenti è in atto anche una piccola gara, fra chi è arrivato più avanti nella lettura...». Ha visto che bruciano i libri? «L’episodio del libro di Corrado Augias bruciato dopo le sue critiche a Grillo e al M5S è una cosa brutta, barbara, terribile. I libri non vanno bruciati mai. Io non brucerei nemmeno il “Mein Kampf” di Hitler, perchè tutti hanno diritto di leggere qualsiasi cosa, qualsiasi idea, qualsiasi libro». Lei è stato censurato? «Più volte, innanzitutto alla Rai. Ma la censura peggiore è quella che fanno ai giovani. Se censurano me, un palco o un microfono o una telecamera li trovo sempre. Ma la censura preventiva ai giovani, a chi non ha potere è la cosa peggiore». Libri bruciati a parte, dei recenti episodi alla Camera cosa pensa? «Penso che i grillini hanno fatto un autogol. Tutti hanno parlato delle violenze, della Boldrini e di Augias, e la protesta sull’Imu e la Banca d’Italia nello stesso decreto legge è passata in secondo piano. Anzi, diciamo pure che nessuno ne ha parlato più. Davvero, hanno fatto un grosso errore». Lei segue la politica? «Devo dire la verità: ormai faccio fatica. E mi dispiace. Io come artista non sono di nessuno, non appartengo a nessuno. Faccio le mie cose, dico le mie cose. Consapevole di vivere in un Paese che negli ultimi venticinque anni ha subito una pesante controrivoluzione culturale. Siamo messi male, insomma». Grillo? «L’ho già detto: un tempo scherzavo sul fatto che Berlusconi mi rubava il mestiere, mentre Beppe ha ormai deciso di rubare il mestiere a Berlusconi. Non credo sia più possibile che lui torni a fare il comico. Come è assolutamente impossibile che io fondi un partito: non ho il “physique du role” dell’eroe». Sanremo? «A momenti stavo per tornarci anche quest’anno, dopo le mie precedenti “incursioni”. Ma ho rinunciato. Lì c’è qualcosa che non ho mai capito. Io che ho fatto non tutto ma di tutto, dal night al teatro greco, non capisco come al Festival si crei tanta tensione, tanta emozione per quella che in fondo in fondo, scusate, è una cazzata...». Ma lei ci è andato e tornato. «Certo. Quella volta con Enzo Jannacci mi sono anche divertito. Fino a due minuti prima di entrare in scena, perchè poi riescono a trasmetterti una tensione davvero incredibile. E non ti diverti più». Approfondiamo. «Essere a Sanremo significa partecipare a una settimana di autentico delirio, penso anche per voi giornalisti. In quei giorni un cantante qualsiasi, anche debuttante, è letteralmente preso d’assalto ventiquattr’ore su ventiquattro. E quasi sempre il lunedì non se lo considera più nessuno. Io ci rido, per un ragazzo agli inizi può essere dura». Il Pupkin Kabarett? «Sono bravissimi, fanno il cabaret come lo intendo io: un luogo che, più che una trovata seriale di tre minuti con battute-tormentone, è una palestra di originalità e di follia dal gusto mitteleuropeo». Possono funzionare anche fuori Trieste? «Assolutamente sì. Sandro e Laura sono ottimi attori, Dongetti è un genio cabarettistico, per non parlare di Massimo Sangermano: fantastico. Hanno solo un problema: temono che il dialetto triestino non si capisca lontano da qui». E invece? «Invece il teatro è dialettale, non esiste il teatro “in lingua”. Goldoni in veneziano, Eduardo in napoletano, Govi in genovese, lo stesso Dario Fo nel suo grammelot lombardo. Il vero teatro o è in cadenza o è in dialetto». In Cina com’è andata? «Appunto. Abbiamo fatto un’opera buffa del napoletano Cimarosa, con sottotitoli, regia e costumi miei. Un vero trionfo. A dimostrazione dell’internazionalità del nostro teatro». Guardando indietro cosa non rifarebbe? «Se si riferisce ai film con Vanzina, nulla. Con quei film, con i soldi di De Laurentis, negli anni Ottanta finanziavo i miei spettacoli teatrali. Anche se i veri soldi, quella volta, li vinsi al casinò di Montecarlo. Dove si girava uno di quei film». Quando mette sù casa a Trieste? «Sono sempre un girovago. Vado e vengo da Milano. Ma prima o poi, l’ho già detto, prendo casa a Trieste. Ritorno vicino alle mie origini monfalconesi. Per ora, quando vengo qui, abito in un ottimo residence in Cavana. A due passi da piazza Unità e dal mare. Che cosa c’è di meglio...?».

giovedì 6 febbraio 2014

STASERA STEF BURNS A TRIESTE, ai Macaki

«Con Vasco ho suonato per la prima volta nel ’93, in studio, a Los Angeles. Era venuto per registrare “Gli spari sopra”. Mi aveva sentito in un disco con Alice Cooper. Ci siamo intesi al volo. Poi mi ha chiamato per una tournèe, poi per un’altra, poi per un’altra ancora. Risultato: da vent’anni facciamo coppia fissa sul palco...». Il chitarrista Stef Burns presenta stasera alle 21, a Trieste, al Macaki di viale XX Settembre, il suo nuovo album solista “Roots and wings”. Disco in parte registrato proprio a Trieste, negli studi della Casa della musica. Dove è arrivato grazie al pianista triestino Fabio Valdemarin, con cui collabora da anni e che fa parte della Stef Burns League, il suo gruppo con cui suona stasera nella prima tappa del tour di presentazione del disco. «Sono molto grato a Fabio - dice Stef Burns, vero nome Stephan Birnbaum, nato a Oakland nel 1959 - perchè mi ha fatto scoprire Trieste e gli studi della Casa della musica, dove ho trovato grande professionalità. Abbiamo lavorato davvero bene. Non è facile trovare una struttura di questo livello, situata peraltro nel pieno centro di una bellissima città». A Trieste era venuto anche con Vasco. «Certo, allo stadio, qualche anno fa. Ma in quelle occasioni delle città non vedi molto, anzi, possiamo dire che quasi sempre non vedi proprio nulla. Quando ho registrato il disco, invece, mi sono fermato diversi giorni, ho avuto modo di conoscere la città. Alla Casa della musica ho tenuto un paio di seminari di chitarra. E sono andato anche al mare, a Barcola...». Ricorda il primo concerto con Vasco? «Come dimenticarlo. Stadio di San Siro, estate ’95, il tour era quello di “Rock sotto l’assedio”. Sapevo che Vasco in Italia era una potenza, ma non potevo immaginare lo spettacolo di quello stadio pieno, l’affetto della gente che cantava in coro le sue canzoni...». Eppure lei aveva suonato con delle superstar. Come Alice Cooper. «Sì, era l’inizio degli anni Novanta. Un giorno mi chiama Alice Cooper che stava cercando un chitarrista. Il mio nome gli era stato segnalato nientemeno che da Joe Satriani. Suonai con lui negli album “Hey stoopid” e “The last temptation”. Con tour in mezzo mondo». Come con Sheila E. «Con lei ho suonato verso metà degli anni Ottanta. Fra l’altro fu proprio in un tour con Sheila E che venni per la prima volta in Italia. Più recentemente ho suonato anche con Huey Lewis & The News, un’altra splendida esperienza. E prima con Narada Michael Walden...». Ma non ha mai trascurato l’attività solista. «È stata sempre la mia valvola di sfogo. Quando non sono in tour, con Vasco o con qualcun altro, mi piace coltivare qualcosa di interamente mio. Un progetto da mettere da parte, e magari da tirare fuori più avanti. Com’è successo questa volta, con questo album». Un album molto rock. «Sì, abbastanza. Diciamo che ci sono delle canzoni rock, ma anche dei momenti di jazz fusion, mi piace mischiare i generi, le idee, le cose. Diciamo che i riferimenti spaziano fra Beatles e Led Zeppelin, Queen e Jimi Hendrix: gli artisti che amo di più». Come si è avvicinato alla musica? «Tramite mio padre. A casa mia si sentiva tanta buona musica. Woody Guthrie, Bob Dylan, i Beatles. Folk ma anche rock». La prima chitarra? «A sei anni. E a undici cominciai a prendere lezioni da un maestro, seriamente. Poi a scuola, i primi gruppi, le prime esibizioni alle feste. Solita trafila, insomma...». Il suo primo gruppo? «Gli Omega. Avevamo vent’anni ed eravamo pieni di sogni e speranze». Quali sono gli artisti italiani conosciuti negli States? «Oltre a Pavarotti e Bocelli, direi Pausini e Ramazzotti. Ma anche Zucchero ha avuto una sua visibilità, con i tanti duetti e proprio con Pavarotti and friends». Perchè Vasco non sfonda all’estero? «Lui è un genio con le parole, con i testi, che sono parte integrante della sua musica. E se non capisci l’italiano... Non a caso Eros e Laura Pausini, molto amati dal pubblico latino, cantano anche in spagnolo». I suoi italiani preferiti? «Elio e le storie tese, assolutamente, un gradino sopra agli altri. Ma mi piacciono anche Negrita e Jovanotti». Dove vive adesso? «Sono un pendolare fra San Francisco e Milano (il musicista è sposato con l’ex velina Maddalena Corvaglia, assieme hanno avuto la piccola Jamie - ndr). Scherzi a parte, di solito tentiamo di stare l’estate in Italia, anche perchè devo lavorare, e d’inverno in California». Bella vita...? «Beh, non mi lamento...». “Roots and wings” è stato anticipato dal singolo “What doesn’t kill us”, brano scritto da Burns proprio con Maddalena Corvaglia. Stasera ai Macaki con lui suonano Juan van Emmeloot, il triestino Fabio Valdemarin e Roberto Tiranti. Il concerto è organizzato dall’associazione Trieste is rock, che nelle prossime settimane propone anche Tim Reynolds, chitarrista della Dave Matthews Band (7 marzo, Teatro Miela), Ian Siegal con la Mike Sponza Band (18 marzo ai Macaki) e gli americani House Of Lords (5 aprile ancora ai Macaki). Informazioni e prevendite dei biglietti su www.triesteisrock.it

mercoledì 5 febbraio 2014

FILM E GUAI x JUSTIN BIEBER

Arriva oggi e domani nelle sale (a Trieste al Nazionale e alle Torri, a Udine al multiplex di Pradamano, entrambi del circuito The Space) “Justin Bieber’s believe”, il film del giovanissimo idolo di milioni di ragazzine. Diciannove anni, quindici milioni di dischi venduti, quaranta milioni di follower su Twitter, quasi sessanta milioni di seguaci su Facebook, Justin Bieber è considerato la terza celebrità al mondo secondo la rivista Forbes. Un padio d’anni fa ha già sbancato al cinema con “Never say never”, documentario-concerto firmato da Jon Chu, 73 milioni di dollari di incassi soltanto negli Stati Uniti (più di Michael Jackson e One Direction, per intenderci). Ora il ragazzo - origini canadesi - raddoppia con questo film evento che farà rivivere nelle sale cinematografiche gli episodi più importanti di una carriera giovane ma fulminante. Fra immagini dei backstage dei suoi concerti, brani eseguiti dal vivo, interviste a lui stesso ma anche ai suoi amici e collaboratori, curiosità raccolte dalle telecamere frugando nella sua vita, il film racconta non solo il lato artistico ma anche quello umano del giovanissimo talento della musica pop. A differenza del primo film, stavolta Bieber ha voluto collaborare in prima persona alla stesura del film sin dal principio. Infatti nell’ottobre scorso aveva lanciato su Twitter l’hashtag #MusicMondays: regalando ai fan, ogni lunedì, per dieci settimane, un suo brano inedito. Dieci canzoni per dieci settimane in attesa dell’uscita del film, che arriva adesso, e del prossimo imminente album. Ma non è tutto oro quel che luccica. A soli diciannove anni Justin Bieber è sì una popstar di fama mondiale, che però incappa spesso nei guai. Dopo il recente arresto in Florida per guida in stato di ubriachezza, ha appena dovuto fronteggiare l’accusa di aggressione nei confronti di un autista di limousine a Toronto, su cui un giudice canadese si pronuncerà il 10 marzo. E visto che piove sempre sul bagnato, un’altra batosta è arrivata con i risultati dei test sui campioni di urine presi dopo l’arresto a Miami. Bieber è risultato positivo alla marijuana e allo Xanax, un calmante contro l’ansia. Centomila americani hanno firmato una petizione nella quale si chiede la sua cacciata dagli Stati Uniti. Insomma, se continua così, da più parti che il ragazzo rischia di bruciarsi presto.

lunedì 3 febbraio 2014

VELEMIR DUGINA, il ricordo di MONI OVADIA

di MONI OVADIA* Velemir Dugina aveva la cavata dei violinisti russi. Ho sempre amato il violino, nei miei spettacoli gli ho sempre riservato un ruolo importante. E nel corso degli anni ho conosciuto tanti bravi violinisti. Ma quando sentii per la prima volta quel ragazzo, rimasi veramente colpito. Era la fine degli anni Settanta. Me lo fece conoscere un altro triestino, Alfredo Lacosegliaz. Il mio Gruppo folk internazionale si stava allora trasformando nell’Ensemble Havadià. Stavamo preparando il disco e lo spettacolo “Specchi”. Velemir venne a Milano, abitò per un periodo anche nella mia vecchia casa di piazza Napoli. Ammiravo molto il suo modo di suonare. Ero incantato dalla sua grazia naturale, non costruita, non coltivata. Aveva negli occhi anche quella malinconia poetica tipica dei meticci, delle persone cresciute nelle terre di mezzo, fra le culture di confine. Ricordo che in quelle settimane di preparazione dello spettacolo studiava con grande meticolosità dal manuale per violino di Jakob Dont. Studiava le mezze posizioni, ci metteva davvero l’anima, come tutti i grandi musicisti che non si fermano finchè non raggiungono il risultato desiderato. Velemir mi ha portato il sogno della musica dell’Est Europa come animus e come suono. Oltre alla lezione russa, conosceva la dimensione magica del violino irlandese, i gig, i reel della musica popolare. Quando seppi, fu un grande dolore. Un talento così limpido, una vita così giovane. Poi mi tornò alla mente quel suo sguardo malinconico. E capii che questo mondo greve e volgare non era adatto a un’anima speciale come la sua. (*Moni Ovadia ha concluso ieri al Teatro Miela le repliche de “Il registro dei peccati”; testo raccolto da Carlo Muscatello)

VELEMIR DUGINA. Mostra a trieste

Anche il ricordo delle persone s’inventa a volte strani percorsi. Prendete Velemir Dugina, il violinista triestino che il 16 gennaio 1987 decise di spegnere la luce della propria vita e della propria arte. Aveva appena ventotto anni e davanti una carriera probabilmente luminosa nel campo della musica. Ebbene, il percorso della memoria, del ricordo di Velemir passa dalla Germania. Mentre in tutti questi anni a Trieste veniva ricordato e rimpianto - oltre che dai familiari - soltanto da amici e colleghi musicisti, pochi mesi fa in Germania è uscito un libro su di lui: “Velemir Dugina - Eine spurensuche, Una ricerca di tracce”, del docente universitario e musicologo di Dresda Mathias Bäumel. Ne abbiamo scritto su queste colonne. Ora anche la sua città (anche se in realtà era nato a Melbourne, in Australia, il primo luglio 1958, da madre anglo-irlandese e padre fiumano: a Trieste era arrivato nel ’68, dopo alcuni anni anche a Fiume) gli rende finalmente omaggio, tanti anni dopo le sue precoci gesta nel campo della musica e della cultura cittadina, ma non solo cittadina, degli anni Settanta e Ottanta. Venerdì a Palazzo Costanzi viene infatti inaugurata la mostra “Magrit Dittmann-Soldicic. Sulle tracce dell’anima del violinista Velemir Dugina”. È organizzata dal Comune di Trieste (grazie all’impegno di Adriano Dugulin, direttore del Servizio cultura e sport) assieme alla Casa della musica, con il supporto fondamentale del suo coordinatore Gabriele Centis. Ma anche in questo ricordo dell’artista c’entra la Germania. È infatti la fotografa tedesca Magrit Dittmann-Soldicic che attraverso trenta scatti originali rievoca la figura di violinista Velemir. Il resto sono fotografie d’epoca, manifesti, oggetti messi a disposizione da Joanne e Vieko Dugina, sorella e fratello di Velemir: che contribuiscono a «delineare - si legge nella nota della mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 9 marzo - la personalità e la produzione artistica del musicista, di formazione classica ma fortemente orientato verso la musica folk e popolare. Ancora dalle note degli organizzatori: «Postazioni di ascolto permettono così al visitatore di fare un tuffo nella Trieste tra gli anni Settanta e Ottanta, gustando vere “chicche” come l’album “Trieste contro” del canzoniere popolare Giorni Cantati, a cui Dugina ha collaborato, oltre alla musica dei suoi “Veema” e dei “Whisky Trail”. Sarà inoltre possibile vedere rari filmati d’epoca con spezzoni di trasmissioni televisive, concerti e documentari che hanno visto la partecipazione o la collaborazione del violinista, in parte concessi dalla Rai del Friuli Venezia Giulia”. «La mia storia su Velemir Dugina - ricorda Magrit Dittmann-Soldicic, tedesca di Itzehoe, classe 1950 - è nata per caso. Mi ha colpito la fotografia sulla lapide della sua tomba. Il suo sguardo era così aperto che mi è sembrato di poter guardare nella sua anima. Ho saputo che aveva finito la sua giovane vita suicidandosi. Nella lettera d’addio ha chiesto di essere sepolto a Stivan, un villaggio dell’isola di Cherso, in Croazia». Ancora la fotografa: «È stato l’inizio di un’intensa ricerca. Ho ricavato molte informazioni, impressioni ed esperienze viaggiando e incontrando i musicisti che avevano suonato con Velemir, gli amici, i parenti. Ho premuto il pulsante della mia macchina fotografica quando un luogo mi faceva sentire in contatto con Velemir. Empatia per una persona significa anche intrecciare con essa la propria storia, le proprie esperienze e sentimenti». Velemir aveva cominciato a suonare il violino da bambino, prima a Fiume e poi a Trieste. Aveva sempre alternato musica classica, suonando nell’orchestra del Teatro Verdi di Trieste ma anche dell’Arena di Verona, e popolare. Con il gruppo folk sloveno Stu Ledi, con i triestini Giorni cantati, fondando i gruppi Humus e Veema, collaborando con i fiorentini Whisky Trail e con gli allora sconosciuti Litfiba, con Eugenio Bennato, con l’Ensemble Havadià di un Moni Ovadia non ancora famoso (che lo ricorda qui sopra) e del triestino Alfredo Lacosegliaz, che con Velemir aveva già lavorato. In questi casi si dice: meglio tardi che mai. Ebbene, tentiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno di questa mostra importante anche se tardiva che Trieste dedica a uno dei suoi figli migliori. Il fatto che libro e mostra arrivino attraverso l’arte e la sensibilità di un musicologo e una fotografa tedeschi, entrambi incuriositi da quella lapide a Cherso, dopo averne letto in “Microcosmi” di Claudio Magris, è poi un ulteriore omaggio all’internazionalità di una figura come quella di Velemir Dugina. Che per molti di noi che lo avevamo conosciuto e apprezzato, rimarrà sempre quel ragazzo dai capelli rossi, sorridente ma malinconico, con il violino sempre appresso, scappato via davvero troppo presto.

domenica 2 febbraio 2014

DANA FUCHS 7-5 A TRIESTE

Se avete amato “Across the universe”, il film di Julie Taymor con la colonna sonora composta dai classici dei Beatles, segnatevi la data del 7 maggio. Sì, perchè Dana Fuchs, splendida protagonista della pellicola, sarà quella sera a Trieste, per un concerto ai Macaki di viale XX settembre, organizzato dall’associazione Trieste is rock. Nel film, uscito nel 2007, che ha lo stesso titolo di un immortale brano dei Fab Four, Dana Fuchs interpreta il ruolo dell’aspirante rockstar Sadie e canta lei stessa canzoni come “Helter Skelter”, “Oh! Darling” e “Why don’t we do it in the road?”. Interpretazioni assolutamente da antologia, in bilico fra blues e hard rock, che hanno permesso a milioni di persone di scoprire la bravura di questa interprete. Nata nel ’76 nel New Jersey, ma cresciuta in un piccolo centro della Florida, Dana ha sempre alternato l’attività di interprete e cantautrice a quella di attrice, dopo un’adolescenza tutta nel segno della musica. A dodici anni entra nel First Baptist Gospel Choir, a sedici in una band locale, a diciannove parte per New York «per cantare il blues». Lo fa nei club e nei localini della Grande mela, dove incontra Jon Diamond (già con Joan Osborne e Debbie Davies), con cui forma la Dana Fuchs Band. Il gruppo cresce di notorietà, suona nei locali più importanti, divide il palco con gente del calibro di Taj Mahal, John Popper e James Cotton. Poi la ragazza sceglie la strada solista, cantando anche con Etta James (fra le interpreti che l’hanno ispirata, con Otis Redding e Aretha Franklin) e Marianne Faithfull. “Lonely for a lifetime” è il suo primo album, pubblicato nel 2003. In anni più recenti sono usciti anche “Love to beg” (2011) e “Bliss Avenue” (2013). In mezzo, il film che le ha regalato una grande popolarità fra gli amanti del blues e del pop/rock. A quel film, l’artista americana è arrivata dopo il successo personale ottenuto nel musical “Love, Janis”, dedicato ovviamente alla grande Janis Joplin, da lei fatta rivivere sulle scene di Broadway con grande maestria e passione. Dopo averla vista dal vivo in quel musical, la regista Julie Taymor (quella del film ”Frida”) l’ha scelta per il ruolo di Sadie in “Across the Universe”. Ora Dana Fuchs torna a Trieste - dov’era già stata nell’estate 2011 in piazza Unità - nell’ambito di un tour europeo che fa seguito a quello negli Stati Uniti, premiato a livello di critica e di pubblico. Come si diceva, il concerto è organizzato dall’associazione Trieste is rock, che nelle prossime settimane propone anche i concerti di Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi (6 febbraio ai Macaki), di Tim Reynolds, chitarrista della Dave Matthews Band (7 marzo, Teatro Miela), di Ian Siegal con la Mike Sponza Band (18 marzo ai Macaki) e degli americani House Of Lords (5 aprile ancora ai Macaki). Informazioni e prevendite dei biglietti su www.triesteisrock.it

PEARL JAM, 25000 BIGLIETTI VENDUTI x CONCERTO TRIESTE 22-6; NUOVO SINGOLO (pubblicato 31-1)

Venticinquemila biglietti già venduti, rimangono soltanto i cinquemila posti a sedere per esaurire le 30mila presenze della capienza massima concessa. È questo l’ultimo dato sulle prevendite per l’attesissimo concerto dei Pearl Jam il 22 giugno a Trieste, allo Stadio Rocco, già virtualmente “sold out”. Mentre prosegue la marcia di avvicinamento al tour europeo della band di Seattle, il 16 giugno ad Amsterdam. E mentre esce proprio oggi il nuovo singolo “Getaway”, tratto dall’album “Lightning Bolt”. Ma andiamo per ordine. Per quanto riguarda il tour, confermate le due sole tappe in Italia: il 20 giugno a Milano, stadio di San Siro, e il 22 giugno a Trieste. E poi, per Eddie Vedder e compagni, ancora due presenze in altrettanti festival rock europei: il 3 luglio all’Open’er Festival in Polonia e il 5 al Rock Werchter Festival in Belgio. Prima del gran finale dell’11 luglio al National Bowl di Milton Keynes, in Inghilterra. L’album del ritorno continua a vendere in quantità industriali. Ha conquistato i vertici delle classifiche di mezzo mondo, Italia compresa, piazzandosi al primo posto assoluto della Billboard Top 200 statunitense e anche delle hit in Canada, Australia, Irlanda e Portogallo. L’album comprende dodici brani, arriva a quattro anni dal precedente “Backspacer” ed è il decimo lavoro in studio della band americana, formatasi nel ’90, che in oltre vent’anni di carriera hanno venduto più di sessanta milioni di copie, di cui la metà negli Stati Uniti. Influenzati dal rock classico degli anni Settanta, a loro volta continuano a influenzare molti gruppi rock contemporanei. Prima del nuovo albu, nel 2011 i Pearl Jam hanno celebrato il loro ventesimo anniversario con un “destination weekend” ad Alpine Valley, e un tour in Canada, Sud America, America Centrale, e Messico. Per festeggiare il compleanno hanno inoltre pubblicato il film “Pearl Jam Twenty”, con tanto di libro e colonna sonora. (prevendite e info su http://pearljam.com/ - www.ticketone.it - www.azalea.it)