giovedì 13 febbraio 2014

VENDITTI a trieste / 1

Ci sono quelli che fra una canzone e l'altra non dicono una parola neanche se li ammazzi. Antonello Venditti, il cui tour "70-80 Ritorno al futuro" ha fatto tappa ieri sera al Rossetti, è di un'altra pasta. Dipendesse da lui, probabilmente parlerebbe e basta. Giusto con qualche cantatina ogni tanto, fra una chiacchiera e l'altra. Si scherza, ovviamente. Ma anche ieri quindici minuti iniziali a ricordare il ragazzino grasso che era, la mamma anaffettiva professoressa di greco e latino, il padre viceprefetto che lo controllava alle prime manifestazioni studentesche, la nonna che lo portava sempre a messa... E poi, fra un brano e l'altro, la seconda e la terza e la quarta puntata della sua vita. Ma al cantautore romano si perdona tutto, perché ha scritto tante bellissime canzoni. E dopo oltre quarant’anni di onorata carriera, dopo decine di classici già consegnati alla storia della canzone italiana, è normale che la sua “grande bellezza” si declini soprattutto al passato. Bene ha fatto, dunque, a dedicare il nuovo tour - che ha riempito il Rossetti di entusiasmo e ricordi - proprio ai classici degli anni Settanta e Ottanta. Del resto, che il sessantacinquenne cantautore (compleanno l’8 marzo, con festa-concerto al PalaEur) faccia parte della “grande bellezza” della capitale lo ha capito anche Paolo Sorrentino, che nel film in corsa per l’Oscar lo fa comparire in un breve ma significativo cameo nel quale interpreta se stesso. E che sta a significare proprio questo: fra i simboli romani, quelli fra i quali si dipana l’esistenza di Jep Gambardella (Toni Servillo) c’è anche lui, Antonello nostro. Ma torniamo al concerto. Prima parte pianoforte e voce, proprio come ai vecchi tempi, quelli degli esordi. Comincia con “Sora Rosa”, la sua prima canzone in assoluto, scritta in una domenica del ’63, casa borghese ai Parioli, Corso Trieste, quando nella sua cameretta il quattordicenne e grasso Antonello al pianoforte se ne viene fuori con quella melodia e quei versi crepuscolari. Prosegue con “Mio padre ha un buco in gola” e “Roma capoccia", "Campo de’ fiori” e "Le cose della vita”, ovviamente “Compagno di scuola": un salto nel passato di quarant’anni. Sembra di tornare ai tempi del Folkstudio, alba degli anni Settanta, album di debutto a quattro mani con Francesco De Gregori, s’intitolava “Theorius campus”, sembra ieri ed era il ’72. E proprio come avveniva nei concerti degli anni Settanta (a Trieste a una Festa dell'Unità, al Teatro Cristallo, a San Giusto...), a un certo punto entra la band. E anche una ventina di giovani spettatori invitati sul palco. “Penna a sfera", "Le tue mani su di me” e poi una sfilata di nomi di donna: “Marta”, “Lilly” (“quattro buchi nella pelle...”), “Giulia”, “Sara”... C’è tutto un canzoniere che scorre come il film delle nostre vite. Sono le 23, il concerto è a metà. Secondo la scaletta arriveranno ancora "Sotto il segno dei pesci”, “Modena”, “Notte prima degli esami”, “Ci vorrebbe un amico”, "In questo mondo di ladri”... Pare che alla fine scenda anche Paolo Rossi, che alla Sala Bartoli - cioè al piano di sopra - ha appena debuttato con "La coscienza di Zeno spiegata al popolo". Dopo mezzanotte dovrebbero cantare assieme "Ricordati di me". Se Paolo si ricorda le parole...

BOMBINO mart 11-2 a trieste, teatro miela

«Della mia infanzia ad Agadez, nel Niger, ricordo la povertà. Mi ha allevato mia nonna. Avevamo davvero poco. Vivevamo con la paura del governo, la situazione per noi tuareg era molto difficile. Ma ricordo che allora Agadez era un posto florido per il turismo e per la nostra culura. Ho ricordi felici di quand’ero bambino e tentavo di guadagnare qualcosa con i turisti». Parla Bombino, vero nome Omara Moctar, soprannominato il “Jimi Hendrix del deserto”, che domani alle 21 suona a Trieste al Teatro Miela, nell’ambito del “Nomad tour” già passato da Milano, Lecce e Firenze, e che toccherà giovedì Bologna, venerdì Siena e sabato Torino. Bombino è un berbero originario del Niger, persino Keith Richards è rimasto impressionato dalle sue doti chitarristiche. «La prima musica che ho ascoltato - dice l’artista - è quella tradizionale, che la gente suonava al mio paese. Ho scoperto il rock verso i dieci o undici anni». A quali usanze è legato? «Indossare il turbante mi mantiene in contatto con le mie radici. Lo tendo sempre al collo, sia in scena che nella vita di tutti i giorni». Il primo strumento? «Un piccolo piano ricevuto in dono da mio zio. Già allora volevo suonare la chitarra, ma ero timido e non avevo il coraggio di dirlo. Finchè un mio amico non me ne ha data una». Quando ha capito che la musica sarebbe stata la sua strada? «Sapevo da sempre di avere un destino da musicista. Avrei anche potuto guidare un tir o fare lo chef o qualcos’altro. Ma nulla sarebbe stato importante per me e per la mia identità come la musica». L’incontro più importante? «Ron Wyman (il regista che lo ha scoperto mentre girava un documentario - ndr), perchè tramite lui ho poi incontrato le altre persone importanti per la mia vita e la mia carriera. Lui è il mio “papà americano”. Gli devo buona parte del mio successo». I chitarristi che l’hanno più influenzata? «Ovviamente Jimi Hendrix, il re». Con Keith Richards com’è andata? «Quando l’ho incontrato e ho suonato con lui non sapevo nemmeno chi fosse. Ed è stato un bene, perchè sarei stato emozionato e nervoso, se avessi saputo che era uno dei Rolling Stones». Cosa l’ha colpita di più dell’Europa e degli Stati Uniti? «Mi sembra ancora incredibile che la gente abbia delle mentalità, degli stili di vita così diversi nelle varie parti del mondo. Non capisco come la gente viva nei freddi inverni, perchè mandi gli anziani a vivere da soli da qualche parte, come faccia a camminare lasciando per strada la gente che ha fame. Dell’Occidente non capisco molte cose come queste». Dove vive adesso? «A Niamey, capitale del Niger. Ma viaggio molto». Cosa suona in questo tour? «Soprattutto le canzoni del mio nuovo album, ma anche miei brani precedenti e adattamenti di musiche tradizionali tuareg». Conosce Trieste? «No, ma mi hanno detto che è una bella città sul mare. E sono curioso di visitarla». Bombino, astro nascente del “Tuareg blues” o “Desert blues”, è nato nel 1980 ad Agadez, Niger, nord dell’Africa. È un discendente dei Tuareg Ifoghas, tribù che lotta da secoli contro il colonialismo e l’imposizione dell’Islam più severo. Allievo di Haia Bebe, celebre chitarrista tuareg, ben presto entra a far parte della sua band. È lì che gli danno il soprannome di Bombino, semplice storpiatura dell’italiano “bambino”. “Group Bombino - Guitars from Agadez”, “Agadez” e “Nomad” sono i titoli dei suoi album.

sabato 8 febbraio 2014

100 ANNI CAFFÈ SAN MARCO, TRIESTE, UN LIBRO

È il 3 gennaio 1914, giusto un secolo fa, quando viene inaugurato il Caffè San Marco. I locali sono quelli di oggi, in via Battisti 18 (detta allora Corsia Stadion, l’intitolazione a Cesare Battisti è del 1918), edificio di proprietà delle Generali costruito appena due anni prima, intestatario dell’avventura tale Marco Lovrinovich, originario di Fontane di Orsera, due passi da Parenzo. Il caffè diventa subito ritrovo di studenti e intellettuali, ma anche rifugio di giovani irredentisti, dove vengono persino prodotti passaporti falsi per permettere la fuga in Italia (non dimentichiamo che un secolo fa Trieste era territorio austriaco) di patrioti antiaustriaci. È per questi motivi che dopo poco più di un anno, per la precisione il 23 maggio 1915, soldati austroungarici entrano nel locale e lo devastano, decretandone “la chiusura permanente”. La storia ha deciso diversamente. Un secolo e mille storie dopo, il Caffè San Marco - fresco reduce dall’ennesimo cambio di gestione, nell’edificio sempre di proprietà delle Generali - è uno degli ultimi caffè letterari europei: accoglie ancora clienti abituali, gente di passaggio, turisti e curiosi nei locali che hanno mantenuto quasi intatte le caratteristiche e l’atmosfera di cent’anni fa. E proprio lì, dove nel corso dei decenni hanno bevuto il caffè, letto i giornali e fatto “quatro ciacole” fra gli altri Italo Svevo e Umberto Saba, James Joyce e Giani Stuparich, Virgilio Giotti e Giorgio Voghera, da Fulvio Tomizza fino a Claudio Magris, che ancor oggi riceve al “suo” tavolo studenti e inviati dei giornali nazionali, proprio lì oggi alle 18 Stelio Vinci presenta il suo libro “Caffè San Marco. Un secolo di storia e cultura a Trieste. 1914-2014” (Comunicarte Edizioni e Libreria Antiquaria Umberto Saba). Sono centocinquanta pagine ricche di documenti, immagini in gran parte inedite, dettagli delle caratteristiche decorazioni pittoriche, testimonianze e ricordi di Stelio Mattioni, Piero Kern, Giorgio Voghera, Manlio Cecovini... E dello stesso Magris, che nella quarta di copertina ricorda: «Quando mi chiedono dove mi sento in Europa, me la cavo - fingendo di scherzare ma in realtà parlando sul serio - dicendo che, per esempio, mi sento in Europa quando sono al Caffè San Marco». Merito dell’atmosfera che resiste al tempo, dell’arredamento e delle decorazioni stile Secessione Viennese, ancora in voga negli anni della fondazione del caffè. Con le decorazioni sui soffitti e sulle pareti attribuite ad artisti come il pittore secessionista Vito Timmel, anch’egli frequentatore del caffè. Con l’autore e curatore Stelio Vinci, alla presentazione di stasera saranno presenti Renata Da Nova Ernè, autrice di un saggio sulle decorazioni pittoriche del caffè, il giornalista e fotografo Claudio Ernè, che ha curato l’apparato iconografico del volume, l’assessore alla cultura della Comunità ebraica triestina Mauro Tabor e l’editore Massimiliano Schiozzi.

venerdì 7 febbraio 2014

PAOLO ROSSI con Pupkin Kabarett: LA COSCIENZA DI ZENO SPIEGATA AL POPOLO

«Come faremo a spiegare “La coscienza di Zeno” al popolo? Facile. Ogni sera estrarremo a sorte un capitolo e poi vediamo cosa succede. Il nostro sarà uno spettacolo allucinato e visionario. Ma non ci occuperemo soltanto dell’opera di Svevo. Parleremo anche dei suoi “compagni di avventura”: Saba, Joyce, Giotti, persino Kafka e Freud...». Paolo Rossi è impegnato da qualche giorno a Trieste nelle prove de “La coscienza di Zeno spiegata al popolo”. Con lui quelli del Pupkin Kabarett (Stefano Dongetti, Alessandro Mizzi, Laura Bussani...), antichi sodali di tante sue avventure teatral musicali. «Fra l’altro - dice l’attore e musicista, classe 1953, nato a Monfalcone ma milanese di adozione - ho scoperto dai manifesti per le strade che negli stessi giorni in cui siamo in scena alla Sala Bartoli del Rossetti (debuttano martedì - ndr), sotto, al Politeama, c’è “La coscienza di Zeno” nell’adattamento di Tullio Kezich e con l’allestimento di Scaparro». È stato fatto apposta? «Questo non lo so. So che sarà un bel casino: magari gli spettatori prima vanno da loro, poi vengono da noi, poi ritornano da loro... Sempre senza capire nulla. Anche perchè la cosa migliore è comunque leggere il libro». Diceva dei manifesti per le strade. «Sì, hanno attaccato i nostri a fianco di quelli dello spettacolo con Giuseppe Pambieri. L’effetto è divertente. O almeno a me ha fatto ridere. Anche quei manifesti sono la rappresentazione simbolica dei due spettacoli: tradizionale l’uno, psichedelico l’altro». Voi da dove siete partiti? «Dalla constatazione che Trieste, agli inizi del Novecento, fu davvero una città importante per la nostra letteratura. L’opera di Svevo è in fondo una sorta di vademecum delle nevrosi moderne. Non a caso la città è stata importante anche nella storia della psicanalisi e tanti anni dopo della psichiatria». Ma non vi fermate a Svevo. «Assolutamente no. Spazieremo anche fra le pagine “scandalose” di Joyce, fra le poesie e l’umorismo di Umberto Saba, toccando alla nostra maniera anche le opere di altri scrittori e poeti triestini». Lei quando li ha letti? «Quando ho cominciato ad avvicinarmi a questi autori ero già lontano da Monfalcone. Ma io leggo alla mia maniera, sono un lettore assolutamente particolare. Concordo con il grande Pennac quando rivendica il diritto del lettore di mollare lì un libro, senza terminarlo, tutte le volte che ne ha voglia, che non è convinto». Classici da lei “mollati”? «Innanzitutto l’“Ulisse” di Joyce. Sono arrivato a pagina 67, poi non ce l’ho più fatta a riprenderlo. Con alcuni amici e conoscenti è in atto anche una piccola gara, fra chi è arrivato più avanti nella lettura...». Ha visto che bruciano i libri? «L’episodio del libro di Corrado Augias bruciato dopo le sue critiche a Grillo e al M5S è una cosa brutta, barbara, terribile. I libri non vanno bruciati mai. Io non brucerei nemmeno il “Mein Kampf” di Hitler, perchè tutti hanno diritto di leggere qualsiasi cosa, qualsiasi idea, qualsiasi libro». Lei è stato censurato? «Più volte, innanzitutto alla Rai. Ma la censura peggiore è quella che fanno ai giovani. Se censurano me, un palco o un microfono o una telecamera li trovo sempre. Ma la censura preventiva ai giovani, a chi non ha potere è la cosa peggiore». Libri bruciati a parte, dei recenti episodi alla Camera cosa pensa? «Penso che i grillini hanno fatto un autogol. Tutti hanno parlato delle violenze, della Boldrini e di Augias, e la protesta sull’Imu e la Banca d’Italia nello stesso decreto legge è passata in secondo piano. Anzi, diciamo pure che nessuno ne ha parlato più. Davvero, hanno fatto un grosso errore». Lei segue la politica? «Devo dire la verità: ormai faccio fatica. E mi dispiace. Io come artista non sono di nessuno, non appartengo a nessuno. Faccio le mie cose, dico le mie cose. Consapevole di vivere in un Paese che negli ultimi venticinque anni ha subito una pesante controrivoluzione culturale. Siamo messi male, insomma». Grillo? «L’ho già detto: un tempo scherzavo sul fatto che Berlusconi mi rubava il mestiere, mentre Beppe ha ormai deciso di rubare il mestiere a Berlusconi. Non credo sia più possibile che lui torni a fare il comico. Come è assolutamente impossibile che io fondi un partito: non ho il “physique du role” dell’eroe». Sanremo? «A momenti stavo per tornarci anche quest’anno, dopo le mie precedenti “incursioni”. Ma ho rinunciato. Lì c’è qualcosa che non ho mai capito. Io che ho fatto non tutto ma di tutto, dal night al teatro greco, non capisco come al Festival si crei tanta tensione, tanta emozione per quella che in fondo in fondo, scusate, è una cazzata...». Ma lei ci è andato e tornato. «Certo. Quella volta con Enzo Jannacci mi sono anche divertito. Fino a due minuti prima di entrare in scena, perchè poi riescono a trasmetterti una tensione davvero incredibile. E non ti diverti più». Approfondiamo. «Essere a Sanremo significa partecipare a una settimana di autentico delirio, penso anche per voi giornalisti. In quei giorni un cantante qualsiasi, anche debuttante, è letteralmente preso d’assalto ventiquattr’ore su ventiquattro. E quasi sempre il lunedì non se lo considera più nessuno. Io ci rido, per un ragazzo agli inizi può essere dura». Il Pupkin Kabarett? «Sono bravissimi, fanno il cabaret come lo intendo io: un luogo che, più che una trovata seriale di tre minuti con battute-tormentone, è una palestra di originalità e di follia dal gusto mitteleuropeo». Possono funzionare anche fuori Trieste? «Assolutamente sì. Sandro e Laura sono ottimi attori, Dongetti è un genio cabarettistico, per non parlare di Massimo Sangermano: fantastico. Hanno solo un problema: temono che il dialetto triestino non si capisca lontano da qui». E invece? «Invece il teatro è dialettale, non esiste il teatro “in lingua”. Goldoni in veneziano, Eduardo in napoletano, Govi in genovese, lo stesso Dario Fo nel suo grammelot lombardo. Il vero teatro o è in cadenza o è in dialetto». In Cina com’è andata? «Appunto. Abbiamo fatto un’opera buffa del napoletano Cimarosa, con sottotitoli, regia e costumi miei. Un vero trionfo. A dimostrazione dell’internazionalità del nostro teatro». Guardando indietro cosa non rifarebbe? «Se si riferisce ai film con Vanzina, nulla. Con quei film, con i soldi di De Laurentis, negli anni Ottanta finanziavo i miei spettacoli teatrali. Anche se i veri soldi, quella volta, li vinsi al casinò di Montecarlo. Dove si girava uno di quei film». Quando mette sù casa a Trieste? «Sono sempre un girovago. Vado e vengo da Milano. Ma prima o poi, l’ho già detto, prendo casa a Trieste. Ritorno vicino alle mie origini monfalconesi. Per ora, quando vengo qui, abito in un ottimo residence in Cavana. A due passi da piazza Unità e dal mare. Che cosa c’è di meglio...?».

giovedì 6 febbraio 2014

STASERA STEF BURNS A TRIESTE, ai Macaki

«Con Vasco ho suonato per la prima volta nel ’93, in studio, a Los Angeles. Era venuto per registrare “Gli spari sopra”. Mi aveva sentito in un disco con Alice Cooper. Ci siamo intesi al volo. Poi mi ha chiamato per una tournèe, poi per un’altra, poi per un’altra ancora. Risultato: da vent’anni facciamo coppia fissa sul palco...». Il chitarrista Stef Burns presenta stasera alle 21, a Trieste, al Macaki di viale XX Settembre, il suo nuovo album solista “Roots and wings”. Disco in parte registrato proprio a Trieste, negli studi della Casa della musica. Dove è arrivato grazie al pianista triestino Fabio Valdemarin, con cui collabora da anni e che fa parte della Stef Burns League, il suo gruppo con cui suona stasera nella prima tappa del tour di presentazione del disco. «Sono molto grato a Fabio - dice Stef Burns, vero nome Stephan Birnbaum, nato a Oakland nel 1959 - perchè mi ha fatto scoprire Trieste e gli studi della Casa della musica, dove ho trovato grande professionalità. Abbiamo lavorato davvero bene. Non è facile trovare una struttura di questo livello, situata peraltro nel pieno centro di una bellissima città». A Trieste era venuto anche con Vasco. «Certo, allo stadio, qualche anno fa. Ma in quelle occasioni delle città non vedi molto, anzi, possiamo dire che quasi sempre non vedi proprio nulla. Quando ho registrato il disco, invece, mi sono fermato diversi giorni, ho avuto modo di conoscere la città. Alla Casa della musica ho tenuto un paio di seminari di chitarra. E sono andato anche al mare, a Barcola...». Ricorda il primo concerto con Vasco? «Come dimenticarlo. Stadio di San Siro, estate ’95, il tour era quello di “Rock sotto l’assedio”. Sapevo che Vasco in Italia era una potenza, ma non potevo immaginare lo spettacolo di quello stadio pieno, l’affetto della gente che cantava in coro le sue canzoni...». Eppure lei aveva suonato con delle superstar. Come Alice Cooper. «Sì, era l’inizio degli anni Novanta. Un giorno mi chiama Alice Cooper che stava cercando un chitarrista. Il mio nome gli era stato segnalato nientemeno che da Joe Satriani. Suonai con lui negli album “Hey stoopid” e “The last temptation”. Con tour in mezzo mondo». Come con Sheila E. «Con lei ho suonato verso metà degli anni Ottanta. Fra l’altro fu proprio in un tour con Sheila E che venni per la prima volta in Italia. Più recentemente ho suonato anche con Huey Lewis & The News, un’altra splendida esperienza. E prima con Narada Michael Walden...». Ma non ha mai trascurato l’attività solista. «È stata sempre la mia valvola di sfogo. Quando non sono in tour, con Vasco o con qualcun altro, mi piace coltivare qualcosa di interamente mio. Un progetto da mettere da parte, e magari da tirare fuori più avanti. Com’è successo questa volta, con questo album». Un album molto rock. «Sì, abbastanza. Diciamo che ci sono delle canzoni rock, ma anche dei momenti di jazz fusion, mi piace mischiare i generi, le idee, le cose. Diciamo che i riferimenti spaziano fra Beatles e Led Zeppelin, Queen e Jimi Hendrix: gli artisti che amo di più». Come si è avvicinato alla musica? «Tramite mio padre. A casa mia si sentiva tanta buona musica. Woody Guthrie, Bob Dylan, i Beatles. Folk ma anche rock». La prima chitarra? «A sei anni. E a undici cominciai a prendere lezioni da un maestro, seriamente. Poi a scuola, i primi gruppi, le prime esibizioni alle feste. Solita trafila, insomma...». Il suo primo gruppo? «Gli Omega. Avevamo vent’anni ed eravamo pieni di sogni e speranze». Quali sono gli artisti italiani conosciuti negli States? «Oltre a Pavarotti e Bocelli, direi Pausini e Ramazzotti. Ma anche Zucchero ha avuto una sua visibilità, con i tanti duetti e proprio con Pavarotti and friends». Perchè Vasco non sfonda all’estero? «Lui è un genio con le parole, con i testi, che sono parte integrante della sua musica. E se non capisci l’italiano... Non a caso Eros e Laura Pausini, molto amati dal pubblico latino, cantano anche in spagnolo». I suoi italiani preferiti? «Elio e le storie tese, assolutamente, un gradino sopra agli altri. Ma mi piacciono anche Negrita e Jovanotti». Dove vive adesso? «Sono un pendolare fra San Francisco e Milano (il musicista è sposato con l’ex velina Maddalena Corvaglia, assieme hanno avuto la piccola Jamie - ndr). Scherzi a parte, di solito tentiamo di stare l’estate in Italia, anche perchè devo lavorare, e d’inverno in California». Bella vita...? «Beh, non mi lamento...». “Roots and wings” è stato anticipato dal singolo “What doesn’t kill us”, brano scritto da Burns proprio con Maddalena Corvaglia. Stasera ai Macaki con lui suonano Juan van Emmeloot, il triestino Fabio Valdemarin e Roberto Tiranti. Il concerto è organizzato dall’associazione Trieste is rock, che nelle prossime settimane propone anche Tim Reynolds, chitarrista della Dave Matthews Band (7 marzo, Teatro Miela), Ian Siegal con la Mike Sponza Band (18 marzo ai Macaki) e gli americani House Of Lords (5 aprile ancora ai Macaki). Informazioni e prevendite dei biglietti su www.triesteisrock.it

mercoledì 5 febbraio 2014

FILM E GUAI x JUSTIN BIEBER

Arriva oggi e domani nelle sale (a Trieste al Nazionale e alle Torri, a Udine al multiplex di Pradamano, entrambi del circuito The Space) “Justin Bieber’s believe”, il film del giovanissimo idolo di milioni di ragazzine. Diciannove anni, quindici milioni di dischi venduti, quaranta milioni di follower su Twitter, quasi sessanta milioni di seguaci su Facebook, Justin Bieber è considerato la terza celebrità al mondo secondo la rivista Forbes. Un padio d’anni fa ha già sbancato al cinema con “Never say never”, documentario-concerto firmato da Jon Chu, 73 milioni di dollari di incassi soltanto negli Stati Uniti (più di Michael Jackson e One Direction, per intenderci). Ora il ragazzo - origini canadesi - raddoppia con questo film evento che farà rivivere nelle sale cinematografiche gli episodi più importanti di una carriera giovane ma fulminante. Fra immagini dei backstage dei suoi concerti, brani eseguiti dal vivo, interviste a lui stesso ma anche ai suoi amici e collaboratori, curiosità raccolte dalle telecamere frugando nella sua vita, il film racconta non solo il lato artistico ma anche quello umano del giovanissimo talento della musica pop. A differenza del primo film, stavolta Bieber ha voluto collaborare in prima persona alla stesura del film sin dal principio. Infatti nell’ottobre scorso aveva lanciato su Twitter l’hashtag #MusicMondays: regalando ai fan, ogni lunedì, per dieci settimane, un suo brano inedito. Dieci canzoni per dieci settimane in attesa dell’uscita del film, che arriva adesso, e del prossimo imminente album. Ma non è tutto oro quel che luccica. A soli diciannove anni Justin Bieber è sì una popstar di fama mondiale, che però incappa spesso nei guai. Dopo il recente arresto in Florida per guida in stato di ubriachezza, ha appena dovuto fronteggiare l’accusa di aggressione nei confronti di un autista di limousine a Toronto, su cui un giudice canadese si pronuncerà il 10 marzo. E visto che piove sempre sul bagnato, un’altra batosta è arrivata con i risultati dei test sui campioni di urine presi dopo l’arresto a Miami. Bieber è risultato positivo alla marijuana e allo Xanax, un calmante contro l’ansia. Centomila americani hanno firmato una petizione nella quale si chiede la sua cacciata dagli Stati Uniti. Insomma, se continua così, da più parti che il ragazzo rischia di bruciarsi presto.

lunedì 3 febbraio 2014

VELEMIR DUGINA, il ricordo di MONI OVADIA

di MONI OVADIA* Velemir Dugina aveva la cavata dei violinisti russi. Ho sempre amato il violino, nei miei spettacoli gli ho sempre riservato un ruolo importante. E nel corso degli anni ho conosciuto tanti bravi violinisti. Ma quando sentii per la prima volta quel ragazzo, rimasi veramente colpito. Era la fine degli anni Settanta. Me lo fece conoscere un altro triestino, Alfredo Lacosegliaz. Il mio Gruppo folk internazionale si stava allora trasformando nell’Ensemble Havadià. Stavamo preparando il disco e lo spettacolo “Specchi”. Velemir venne a Milano, abitò per un periodo anche nella mia vecchia casa di piazza Napoli. Ammiravo molto il suo modo di suonare. Ero incantato dalla sua grazia naturale, non costruita, non coltivata. Aveva negli occhi anche quella malinconia poetica tipica dei meticci, delle persone cresciute nelle terre di mezzo, fra le culture di confine. Ricordo che in quelle settimane di preparazione dello spettacolo studiava con grande meticolosità dal manuale per violino di Jakob Dont. Studiava le mezze posizioni, ci metteva davvero l’anima, come tutti i grandi musicisti che non si fermano finchè non raggiungono il risultato desiderato. Velemir mi ha portato il sogno della musica dell’Est Europa come animus e come suono. Oltre alla lezione russa, conosceva la dimensione magica del violino irlandese, i gig, i reel della musica popolare. Quando seppi, fu un grande dolore. Un talento così limpido, una vita così giovane. Poi mi tornò alla mente quel suo sguardo malinconico. E capii che questo mondo greve e volgare non era adatto a un’anima speciale come la sua. (*Moni Ovadia ha concluso ieri al Teatro Miela le repliche de “Il registro dei peccati”; testo raccolto da Carlo Muscatello)