...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 13 febbraio 2015
SANREMO 2015, terza serata
Con la serata dedicata alle cover, il 65.o Festival di Sanremo ha passato la boa di metà percorso e veleggia allegramente, accompagnato dagli ascolti record garantiti dalla formula nazionalpopolare portata in dote da Carlo “Pippobaudo” Conti, verso la finalona di domani sera. Tranquilli, poi tutto tornerà come prima.
Archiviato un nuovo vincitore e una nuova canzone regina di cui pochi si ricorderanno alla vigilia della prossima edizione, o forse già alla fine dell’estate, il Paese tornerà alle sue emergenze, la gente tanto cara all’abbronzato conduttore toscano riprenderà a occuparsi dei suoi problemi veri e reali, così lontani dalla vetrina edulcorata che ogni anno viene spacciata dai pusher del Teatro Ariston.
Va intanto preso atto che il ritorno alla tradizione, che come dicevamo fa rima con restaurazione e con normalizzazione, funziona. Eccome se funziona. I numeri parlano chiaro. E sono, per la gioia di mamma Rai, decisamente migliori di quelli incassati da Fabio Fazio e dalla sua formula radical chic ricca di birignao “de sinistra”.
Da buon professionista qual è, Conti fa un festival rassicurante ed ecumenico, mette assieme il diavolo (la drag queen con barba e baffi Conchita Wurst, mandata in onda però l’altra sera solo passata la mezzanotte...) e l’acqua santa, magari nei panni della devota famiglia calabrese con sedici figli. Anche se, per la par condicio, ci aspetteremmo che entro domani sera venga invitata sul palco anche una coppia di trentenni precari che non riescono a metter su casa, famiglia e prole proprio in virtù della condizione lavorativa, economica e sociale cui è costretta dalla perdurante crisi del Paese. Ma sappiamo che ciò non avverrà.
L’ex dj fiorentino sta anche riuscendo nell’impresa senza precedenti di schivare le polemiche. Non ce ne sono state alla vigilia (ricordate l’anno scorso il temuto arrivo al Festival di Beppe Grillo? e tutte quelle delle edizioni precedenti?), i taccuini non ne segnalano nemmeno in corso d’opera. Non hanno lasciato traccia né la sofferta identità transgender della canzone di Platinette (che ieri sera, per interpretare con Grazia Di Michele la cover della compianta Giuni Russo, ha ripreso la sua abituale “mise en travesti”), né la citata comparsata di Conchita Wurst. Per incocciare in uno straccetto di polemica abbiamo dovuto accontentarci dell’infelice battuta dell’infelicissimo Alessandro Siani al bambino sovrappeso.
Stasera prima finale, quella dei giovani. Un merito (l’unico?) di Conti è stato quello di non confinarli in orari notturni. Le giurie, come da contratto, hanno ovviamente eliminato subito i pezzi migliori (ogni riferimento a Chanty è puramente voluto), ma potrebbe essere un buon viatico per brillanti carriere. Gli esempi, fra i tanti, di Biagio Antonacci e Negramaro, partiti da un’eliminazione fra i giovani a Sanremo, insegnano...
giovedì 12 febbraio 2015
SANREMO 2015, seconda serata
E dopo i sedici figli avuti “per opera dello spirito santo” dalla simpatica famiglia calabrese, Sanremo schiera - quasi a mo’ di compensazione - Conchita Wurst, la barbuta “drag queen” vincitrice dell’Eurovision Song Contest. Presenza peraltro assai poco trasgressiva, quasi normale, come normale vuol essere questa edizione griffata Carlo “Pippobaudo” Conti.
La seconda razione dell’indigeribile sbobba ha proposto alcune pietanze che non farebbero infuriare Joe Bastianich - ieri comparsata quasi d’obbligo - e gli altri giudici di Master Chef. Innanzitutto Nina Zilli, che si aggiunge a Malika Ayane fra le presenze di classe, eleganza e qualità. La sua “Sola” (accezione italiana, non romanesca...) profuma di musica nera, brilla di fiati e ritmiche apprezzabili anche fuori dal contesto festivaliero, se volessimo esagerare parleremmo di alcuni spunti degni della grande Nina Simone. Ma non vogliamo esagerare.
Rivedibile e dunque riascoltabile Lorenzo Fragola, il diciannovenne catanese che la recente vittoria a “X Factor” ha trasferito sic et simpliciter dall’anonimato al palco di Sanremo sezione sedicenti big, o campioni che dir si voglia. Se il celere passaggio non lo brucia (come ha quasi bruciato due anni fa Chiara, stesso percorso, tornata quest’anno per recuperare la credibilità perduta) ha le carte in regola per diventare una popstar. La sua “Siamo uguali” è fresca e gradevole, il che gli permette di insidiare - secondo gli scommettitori - i finora favoriti alla vittoria finale del trio Il Volo (non amano essere chiamati “i tre tenorini”, e non solo perchè uno è in realtà un baritono...).
Ma oggi siamo generosi, grati forse di essere miracolosamente sopravvissuti alla stucchevole “reunion di seconda mano” con Al Bano e Romina. E diciamo che, nella serata del secondo ospite italiano Biagio Antonacci, non ci sono dispiaciuti nemmeno Irene Grandi e Raf. E fra i giovani, finalmente non confinati dopo mezzanotte, gli eliminati Chanty e Kaligola.
Da parte sua, l’abbronzato epigono di Baudo (che per il suo ottantesimo compleanno l’anno prossimo ha chiesto per regalo alla Rai l’ennesima conduzione del festival, ma probabilmente si accontenterà di un altarino plaudente...) prosegue nella sua missione normalizzatrice. Il suo è un meccanismo quasi perfetto, professionale, oliato da anni di programmi nazionalpopolari, capace di fagocitare opposti estremismi spettacolari e restituirli al pubblico in versione innocua e potabile.
Il suo usato sicuro guarda al passato, si rivolge al pubblico delle famiglie e degli anziani di bocca buona, crede di poter intercettare l’attenzione e i gusti dei giovani infilando nel cast qualche avanzo di “talent show” e personaggi di dubbie qualità canore e musicali. L’Auditel lo sta premiando come spesso premia le proposte televisive più popolari. Ma il mondo va da un’altra parte. E i ragazzi da anni non guardano Sanremo.
mercoledì 11 febbraio 2015
SANREMO 2015, prima serata
Per il suo primo - e speriamo ultimo - Sanremo, Carlo Conti voleva quel poco che resta dei Pink Floyd. Si è dovuto accontentare della reunion di seconda mano (quella vera se la son ”magnata” gli oligarchi russi) di Al Bano e Romina. Tornati a cantare la loro “Felicità” sullo stesso palco in cui la proposero, giovani e belli, all’Italia del lontano 1982. Arrivarono secondi, dietro alle “Storie di tutti i giorni” di Riccardo Fogli, nell’edizione in cui Vasco Rossi arrivò ultimo con “Vado al massimo” (l’anno dopo, penultimo con “Vita spericolata”: dunque pronto per i trionfi).
Nostalgia canaglia, verrebbe da dire, giusto per restare in tema. Sì, perchè qui invece di andare avanti sembra di fare il passo del gambero. Dopo l’ironia e i birignao “de sinistra” di Fabio Fazio, cui va riconosciuto almeno il merito di aver proposto sempre festival contemporanei, in sintonia con i tempi che viviamo, la scelta di questo “Pippo Baudo 2.0” - da quanto si è visto ieri sera - puzza di quella tradizione che fa rima con restaurazione e se volete anche normalizzazione.
Un festivalone formato famiglia, senza eccessi e senza polemiche, in linea con lo stile da dj di provincia (toscana, che di questi tempi va di moda...) dei programmi che lo hanno eletto campione abbronzato dell’Auditel di Raiuno: da “I migliori anni” a “Tale e quale show”, senza dimenticare i fondamentali “L’eredità” e “Miss Italia”.
Proposte musicali in linea con questi imprinting nazionalpopolari: una macedonia tuttifrutti da discount alimentare, con rari picchi di gusto e tante scelte senza senso né personalità. La ricetta? Più o meno quella di sempre, con tendenza al ribasso. Alcuni soliti noti, magari di ritorno (Nek, Grignani, Masini, Raf), perchè a Sanremo c’è sempre qualcuno che ritorna, il problema è capire dove cavolo era negli anni in cui non ne avevamo sentito la mancanza. Poi una pattuglia di ragazzotte e ragazzotti “da talent” (Chiara, Lorenzo Fragola), possibilmente della scuderia di Maria De Filippi (Dear Jack, Annalisa), che anni fa aveva lanciato una sorta di opa sul festival. Infine una spruzzata di personaggi televisivi (Platinette, Soliti idioti), ex rapper convertiti sulla via della melodia (Nesli, Moreno), illustri sconosciuti (Lara Fabian, Bianca Atzei) arrivati nella città dei fiori non si sa grazie a quale santo in paradiso. Anzi, in certi casi lo si sa benissimo, ma è sempre meglio soprassedere.
Ieri sera, primo corposo assaggio dell’indigeribile sbobba. Unico tocco di autentica classe, Malika Ayane. Riascoltabile Alex Britti. In resto è noia.
Stasera, seconda razione di sbobba, ma almeno ci sono anche i primi quattro degli otto giovani di quest’anno. Ci sarà anche il quarantenne comico triestino di origine sarde Angelo Pintus, quello lanciato in tv da “Colorado” e rilanciato a teatro da “50 sfumature di Pintus”. Umorismo tradizional-giovanilista. E innocuo.Dunque perfetto per questo Sanremo.
domenica 8 febbraio 2015
ADRIANA VASQUES, triestina a londra, album Tactus
Musicisti triestini partono, annusano le capitali europee, non sempre ritornano. Adriana Vasquez, pianista e cantante, è una di questi. Da cinque anni vive a Londra, “Tactus” è il suo primo album, registrato a Trieste, alla Casa della Musica, ma uscito in Inghilterra e in altri paesi europei. A Trieste lo trovate da Knulp, in via Madonna del mare.
«Ho scritto musica per anni solo per me stessa - spiega l’artista -, poi con la chitarrista Sara Piran, il percussionista Goran Moskovski e il bassista Roberto Franceschini abbiamo cominciato a suonare assieme. Il lavoro di squadra nel dare forma al materiale è stato fondamentale. I miei brani contengono diversi “colori” stilistici, armonie modali associate a tempi dispari e poliritmie; molti vi ritrovano il “prog-rock”, altri una certa presenza brasiliana, il jazz, la classica da cui provengo. Il bello di nuotare in un mare aperto a tante suggestioni è di poter restituire almeno un po’ di quel che si è ricevuto».
“Tactus”?
«È il mio primo progetto originale. Ho scelto i dodici brani fra tante idee, abbozzi, pezzi finiti che ho scritto in circa un decennio. Il loro insieme può essere letto come una sorta di diario per immagini, una serie di istantanee che gelano il tempo e lo accomodano in piccoli riquadri, di volta in volta isolando e accostando gesti, incontri, svolte repentine e lunghe stasi, irrequietezza e distensione. Se si vuole, il paradigma di un decennio qualsiasi nella vita di un qualsiasi qualcuno».
Questo titolo?
«Fonde in un unico concetto la pulsazione cardiaca e quella ritmica musicale, implicitamente esalta il parallelo fra le emozioni e i gesti che ne conseguono. Spero che questo lavoro sia riuscito nell’intento e che, partendo dal cuore, al cuore alla fine arrivi».
Chi pubblica il disco?
«L’etichetta che mi ha accolto è Pathway Records, fondata da Paul Booth, un musicista che ho avuto la fortuna di conoscere qui a Londra: sassofonista talentuoso e polistrumentista versatile che orbita in diversi contesti, suona fra gli altri con Steve Winwood. È un’etichetta gestita da musicisti».
Perchè Londra?
«Sono partita per tante ragioni, personali e professionali. Lo stato della musica in Italia è conforme a tante altre questioni legate alla gestione della cultura nel nostro Paese. In Inghilterra c’è rispetto e considerazione per la musica, per la cultura. Londra per questo motivo si sta riempiendo di musicisti italiani».
Come si è inserita nell’ambiente musicale?
«Dire ambiente musicale è come parlare dell’oceano, è un ambito molto ampio ed eterogeneo, io stessa dopo cinque anni ne conosco solo una parte. Londra è un enorme calderone di culture, mescolate ma pur sempre definite e riconoscibili».
Il primo ingaggio?
«Appena arrivata con The Commitments, la cult band irlandese in cui ha militato per tanti anni un altro triestino, Stefano Muscovi, trombettista talentuoso e amico caro. Fra le altre cose, per citarne una particolarmente interessante, sono stata invitata a far parte di “Voices of nature”, che coinvolge in un progetto visionario e sfaccettato musicisti di provenienza varia: Croazia, Uruguay, Venezuela, Brasile, Macedonia, Italia...».
Ora con chi suona?
«Suono regolarmente con musicisti come Chris Frank (Smoke City) e Carl Smith (fra i fondatori di Stomp), ma in generale suono e canto accompagnata da professionisti preparatissimi e generosi. Sono fortunata perché sto imparando molto da tutti i musicisti con cui ho avuto il privilegio di condividere il palco qui a Londra».
A Trieste insegnava pianoforte.
«Lo faccio anche qui. E anche dal punto di vista didattico ho imparato un sistema nuovo, legato alla varietà dell'offerta didattica».
La sua città le manca?
«Certo. Meno di quanto vorrei, ma torno a Trieste sempre volentieri. Le mie radici sono lì. E naturalmente provo anche molta nostalgia...».
sabato 7 febbraio 2015
FARIAN SABAHI stasera a trieste, Iran, Teheran
Ieri pomeriggio era in una grande azienda vicino Udine, a spiegare ad alcuni manager il “suo” Iran, ottanta milioni di abitanti e dunque di potenziali consumatori. Oggi alle 17, terrà al Caffè San Marco di Trieste un reading dal suo ultimo libro “Noi donne di Teheran”, un racconto sulle origini della capitale iraniana e sulle sue contraddizioni, sui diritti delle delle minoranze religiose e delle donne. Con lei, la vicesindaca Fabiana Martini e la giornalista Viviana Valente.
Lei è Farian Sabahi, nata nel ’67 ad Alessandria da padre iraniano (in Italia dal ’61) e da madre piemontese. Docente universitaria ed editorialista del Corriere della Sera, scrive di questioni islamiche per il Sole 24 Ore ed è autrice di vari volumi sull’Iran e lo Yemen.
«È un testo nato per il teatro - spiega -, il che mi ha costretto a cambiare registro di scrittura rispetto all’abituale linguaggio giornalistico. È anche un testo autobiografico che leggo in prima persona femminile davanti al pubblico, pur non essendo un’attrice».
Ancora Farian: «L’Iran è un paese multiculturale e mutireligioso, sospeso fra passato e presente, fra Oriente e Occidente. Da anni lo spiego agli italiani, molti mi ringraziano, ma alcuni iraniani mi hanno rimproverato il titolo. In effetti non ho mai vissuto a Teheran, dove sono andata tante volte e dove la mia famiglia ha una casa. Mi sento italiana e iraniana al tempo stesso».
Il reading ha per sottofondo musiche di Ludovico Einaudi e per sfondo tante immagini che accompagnano il testo. «Metto in primo piano - prosegue la docente - i paradossi e le contraddizioni di Teheran, per esempio l’obbligo del foulard per le donne che però sono la maggioranza fra gli studenti universitari, soprattutto nelle materie scientifiche. Penso davvero che Teheran, così diversa da Istanbul e Il Cairo, le altre due megalopoli mediorientali, sia una città donna».
«Nel libro, che è un pretesto per raccontarne la storia, ci sono molti versi poetici. La poesia è la seconda lingua madre per i persiani, è normale intercalare versi nel parlare quotidiano. E poi c’è sempre l’idea del viaggio, perchè viaggiare è vivere due volte. Mi piace infine trovare delle analogie fra Italia e Iran: si pensi che Teheran è sullo stesso parallelo di Lampedusa e che tanti riti religiosi dei due paesi si somigliano...».
«Che cosa insegno ai manager? Tante piccole cose - conclude Farian Sabahi - che riguardano la cultura, la storia, il business, le usanze. Per esempio spiego che non bisogna mai far vedere la suola delle scarpe, nemmeno casualmente, magari quando uno è seduto in attesa all’aeroporto e appoggia il piede sul trolley: è considerato un gesto di grande offesa. Meglio evitare...».
mercoledì 4 febbraio 2015
VASCO BRONDI 20-3 TRIESTE
Partenza stasera da Lugano, prima tappa italiana venerdì al “New Age” di Roncade, Treviso, e dopo una decina di tappe in giro per lo Stivale approdo venerdì 20 marzo a Trieste, all’Etnoblog (accanto all’Ausonia). Stiamo parlando di Vasco Brondi, l’originale cantautore ferrarese che si fa chiamare Le luci della centrale elettrica. In onore del suo ultimo album, “Costellazioni”, questa serie di concerti s’intitola “Firmamento Tour 2015”. E potrebbe essere l’ultimo prima di una lunga pausa.
«Penso che mi fermerò per un bel po’ - scrive infatti l’artista nella sua newsletter -, l’ultima volta mi sono fermato un paio di anni fino all’uscita di questo disco. Adesso non lo so, scriverò, viaggerò, suonerò ma senza fare concerti. “Costellazioni” è uscito a marzo scorso, praticamente un anno fa e da allora mi sono dedicato interamente a quelle canzoni. Una cosa strana, un disco che portava dei cambiamenti è stato difficile ed è stato facilissimo e indispensabile».
Ancora Brondi: «Pensavo in questi giorni che le prime canzoni che ho scritto nella mia vita sono diventate direttamente quelle che ho inciso nel mio primo disco, quelle “canzoni da spiaggia deturpata” da dove è nata questa surreale (e inverosimile) avventura». L’artista sostiene poi che «quel primo disco è stato per me come quei razzi di segnalazione luminosi sparati in aria dai naufraghi sperando che qualcuno li veda e venga a salvarli. L’ho sparato mettendoci dentro tutto e qualcuno l’ha visto in lontananza e in qualche modo mi ha salvato. Mi ha salvato da una vita che non volevo e mi ha fatto entrare nella vita che volevo».
«Sono passati quasi dieci anni da quelle prime “canzoni da spiaggia deturpata” e mi sono accorto che non mi interessava dover rispettare un’idea che gli altri si erano fatti di me. Mi sono accorto che in questi anni in realtà l’unica cosa che era davvero cambiata era la percezione degli altri nei miei confronti. E che un mio personalissimo e maldestro modo di prendermi cura di me, degli altri, del mio tempo e dei miei luoghi era scrivere questo ultimo disco e portarlo in giro per un anno creando ogni sera delle strane feste, senza più il bisogno di difendersi. Sono stati e saranno dei riti liberatori».
Vasco Brondi, nato a Verona ma cresciuto a Ferrara, ha appena compiuto trentuno anni. Prima di “Costellazioni” ha pubblicato “Le luci della centrale elettrica” (2007/2008), “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008), “Per ora noi la chiameremo felicità” (2010) e “C'eravamo abbastanza amati” (ep, 2011).
domenica 1 febbraio 2015
RESSEL BROTHERS presentano disco oggi (sab) a ts / di ritorno dal Light of day, New Jersey
Rockettari del Friuli Venezia Giulia al “Light of day”, nel New Jersey. Il chitarrista degli Wind Anthony Basso, il chitarrista dei Ressel Brothers Frank Get e il giornalista scrittore Daniele Benvenuti hanno infatti partecipato con successo alle serate finali della quindicesima edizione della manifestazione benefica itinerante per la lotta contro il Parkinson. Tutti protagonisti allo Stone Pony e poi spettatori al Paramount Theatre di Asbury Park, dove - a sorpresa ma in fondo non troppo... - alla fine è arrivato anche Bruce Springsteen, che dell’iniziativa è lo sponsor più importante.
«Ho suonato venerdì - dice Frank Get, all’anagrafe Franco Ghietti -, la sera prima del gran finale con il Boss, ed è andato tutto alla grande. È stato molto gratificante poter contribuire anche negli States alla causa del “Light of Day”: quest’anno siamo infatti arrivati a tre milioni di dollari nella raccolta di fondi. Ho conosciuto Bob Benjamin, amico di Bruce, colpito duramente dal Parkinson e coordinatore della manifestazione. Ho suonato assieme a Willie Nile, Joe D’Urso, James Maddok, tanti altri, in un’atmosfera familiare e al tempo stesso altamente professionale».
«Per me - aggiunge il musicista triestino, che alle 21 al Naima, l’ex Macaki di viale XX Settembre, presenta con i suoi Ressel Brothers il nuovo album “To milk a duck” - è stato il coronamento di un sogno. Ho ricevuto molti complimenti, fra cui quelli di Joe Grushecky, che il giorno dopo con la sua band ha accompagnato Springsteen durante il set finale del concerto al Paramount Theatre». Daniele Benvenuti, invitato dagli organizzatori, ha presentato il suo apprezzato libro su Springsteen. E dice: «È stata una grande festa del rock. Fra gli italiani c’erano anche il ferrarese John Strada, Daniele Tenca di Milano, il romano Antonio Zirilli, Cesare Carugi di Cecina, ma soprattutto i Fireplaces di Padova con i quali ho fatto suonare anche il friulano Anthony Basso...». «Ma voglio segnalare soprattutto - conclude Benvenuti - il gesto generoso e nobile di Willie Nile, che ha aperto il suo show con una dedica pubblica al povero Ruggero Prazio di “Trieste is rock”, morto a dicembre in un incidente stradale proprio dopo aver collaborato all’organizzazione della tappa di Muggia della manifestazione, quando stava andando a salutare gli artisti stranieri in partenza. Quando Willie mi ha visto nel backstage, mi ha abbracciato a lungo...».
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