giovedì 3 novembre 2016

SAN GIUSTO D'ORO ALLA PSICHIATRIA TRIESTINA NEL RICORDO DI BASAGLIA, TARGA SPECIALE A MARIO LUZZATTO FEGIZ, EDIZIONE 2016 DEDICATA A GIULIO REGENI

Il San Giusto d'oro 2016 va alla Psichiatria triestina "nel ricordo di Franco Basaglia", la targa speciale del San Giusto d'oro al giornalista Mario Luzzatto Fegiz. L'edizione di quest'anno del premio, nato nel 1967 e organizzato dall'Assostampa Fvg e dal Gruppo Giuliano Cronisti, con la collaborazione del Comune di Trieste e della Fondazione CrTrieste, è dedicata alla memoria di Giulio Regeni: figlio di queste terre, ricercatore universitario ma anche appassionato autore di articoli, barbaramente assassinato a febbraio in Egitto, sulla cui morte ancora non si conosce la verità. 
"Con questo premio alla psichiatria triestina - dice Carlo Muscatello, presidente dell'Assostampa Fvg  - abbiamo voluto sottolineare il lavoro delle tante donne e dei tanti uomini che nei trentasei anni trascorsi dalla scomparsa di Basaglia hanno portato avanti le sue intuizioni e le sue idee. La chiusura dei manicomi seguita alla legge 180 del 1978 ha significato la restituzione della dignità e dei diritti a tutte le persone, comprese quelle soggette alla malattia e al disagio mentale, che prima di Basaglia vivevano segregate. La cosiddetta "rivoluzione basagliana" è nata qui, dopo le prime esperienze a Gorizia e a Parma. E da anni studiosi, ricercatori e addetti ai lavori arrivano da tutto il mondo a Trieste proprio per studiare sul campo l'organizzazione del locale Dipartimento di salute mentale".
"Con la targa speciale a Mario Luzzatto Fegiz - aggiunge Muscatello - diamo invece il giusto riconoscimento a un giornalista nato a Trieste, che da mezzo secolo non vive più qui, ma non ha mai dimenticato la sua città d'origine. Sul Corriere della Sera, alla radio e in televisione è diventato nel corso di una lunga carriera firma, voce e volto molto popolare: il decano dei critici musicali italiani, ma anche uomo di spettacolo, come ha dimostrato il suo show "Io odio i talent show", visto un paio d'anni fa anche in un Rossetti tutto esaurito per l'occasione. Esattamente quarant'anni fa, il San Giusto d'oro 1976 andava a suo padre Pierpaolo Luzzatto Fegiz: economista, padre della statistica italiana, fondatore della Doxa, accademico dei Lincei. Oggi, quarant'anni dopo, la targa speciale al figlio Mario".
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La psichiatria triestina
Le idee, gli interrogativi, le pratiche che sostennero il lavoro di Franco Basaglia (1924-1980) avviarono una stagione di straordinari cambiamenti. Le  porte aperte, la parola restituita, l’ingresso nel mondo reale animarono la paziente “lunga marcia attraverso le istituzioni” che quella impensabile apertura aveva tumultuosamente avviato.
Quando Basaglia entra per la prima volta nel manicomio di Gorizia, di fronte alla violenza e all’orrore che scopre, è costretto a chiedersi angosciato «che cos’è la psichiatria?». Da qui l’irreparabile rottura del paradigma psichiatrico, del modello manicomiale. Dopo quasi duecento anni, per la prima volta dalla sua nascita il manicomio, le culture e le pratiche della psichiatria vengono toccate alle radici. È un capovolgimento irreversibile: “il malato e non la malattia”.
I malati di mente, gli internati, i senza diritto, i soggetti deboli diventano cittadini. Entrano sulla scena con la loro singolarità, la diversità e i bisogni emergono per quello che sono, non più col filtro  della malattia. “Messa tra parentesi la malattia”, si scopriva la possibilità di vedere la malattia stessa in relazione alle persone e  alla loro storia. Persone che faticosamente guadagnano margini più ampi di libertà, intesa come possibilità di desiderare, di scoprire i propri sentimenti, di stare nelle relazioni. Di rientrare nel contratto sociale, di riappropriarsi della cittadinanza come condizione irrinunciabile per affrontare la fatica di attraversarla e costruire le infinite e minime declinazioni per renderla accessibile.
La legge 180 non è altro che questo. Non è più lo Stato che interna, che interdice per salvaguardare l’ordine e la morale; non più il malato di mente «pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo», ma una persona bisognosa di cure. Un cittadino cui lo Stato deve garantire, e rendere esigibile, un fondamentale diritto costituzionale.
Cambiamenti legislativi, culturali, istituzionali hanno restituito la possibilità ai malati di mente di sperare di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. Una storia di civiltà, una storia soprattutto triestina.
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Mario Luzzatto Fegiz
E' nato a Trieste nel gennaio 1947. Dopo l’esordio nel 1969 nel programma radiofonico “Per voi giovani”, si è affermato come uno dei critici musicali più noti e apprezzati del paese, come firma del Corriere della Sera, collaborando con altre testate e lavorando alla Rai, dove ha condotto per anni in televisione la trasmissione “Mister Fantasy” e alla radio “Fegiz Files”. Nella sua carriera ha anche lavorato direttamente nel campo musicale, scrivendo testi per la cantante Giuni Russo. Ha fondato una delle prime emittenti radiofoniche private italiane, Radio Milano Centrale (poi diventata Radio Popolare), e lavorato per Radio Capodistria, Radio della Svizzera italiana, Rete 105 e Radio Montecarlo.  È stato direttore editoriale della collana musicale edita da Sperling & Kupfer e docente dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Milano. Ha portato a teatro lo spettacolo “Io odio i talent show”, pubblicando anche il libro omonimo. Per i suoi settant'anni, a gennaio pubblicherà l’autobiografia intitolata "Troppe zeta nel cognome".

lunedì 24 ottobre 2016

LACOSEGLIAZ, LE ULTIME MUSICHE

Aveva lavorato fino all’ultimo. Duramente provato dalla malattia, nella casa sul colle di Scorcola dove viveva da tanti anni Alfredo Lacosegliaz - scomparso il 28 settembre e ricordato due settimane fa in una toccante serata all’auditorium del Revoltella, alla quale ha partecipato fra gli altri Moni Ovadia - ha continuato finchè ha potuto a scrivere, a comporre musica, a sistemare il suo archivio, a parlare con gli amici.
Fra le ultime cose, oltre alle installazioni audio per la mostra al Parco della musica di Roma “L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi” di Paolo Rumiz, anche la colonna sonora del film di Mauro Caputo “Il profumo del tempo delle favole”, documentario tratto dal libro di Giorgio Pressburger “Sulla fede”, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Un percorso sulla fede, ma anche sul male, sulla sofferenza, che ripercorre la vita e il pensiero dello scrittore e drammaturgo nato a Budapest ma triestino d’adozione. E che restituisce un ritratto vibrante della città che è stata per secoli crocevia di civiltà. La Trieste multietnica, multiculturale, multireligiosa di cui l’interprete musicale per eccellenza è stato in tutti questi anni proprio Lacosegliaz.
Le sue musiche sorreggono le fasi di una ricerca introspettiva ed esistenziale, quasi un pellegrinaggio interiore di un non credente che ammette come «la disperazione della fede sia necessaria al nostro essere uomini».
Alfredo ci mette la sua arte, le sue musiche, echi di lontane suggestioni balcaniche ma anche canti gregoriani, violini struggenti e contaminazioni sonore figlie di culture diverse che ben si sposano alle immagini di repertorio dell’Istituto Luce, che offrono frammenti di un’Italia lontana.

venerdì 21 ottobre 2016

EZIO MAURO: CONIUGARE SOLIDARIETA' E SICUREZZA

Da un lato milioni di poveri, in fuga da guerre e miseria, che chiedono soltanto di essere aiutati a vivere. Dall’altro cittadini che esprimono sempre più forte una domanda di sicurezza. Sullo sfondo di un’Europa che non fa la sua parte fino in fondo, attraversata da nuovi nazionalismi, dalla tentazione di erigere muri, barriere, recinzioni.
Ne hanno parlato ieri sera a Trieste, al Salone degli incanti, nell’ambito di “Confini. Parole senza frontiere”, l’ex direttore e ora editorialista di “Repubblica” Ezio Mauro e la docente universitaria Marina Calculli, stimolati dalle domande e dalle riflessioni del direttore del “Piccolo” Enzo D’Antona. Dopo il saluto del sindaco Dipiazza e della governatrice Serracchiani - che ha fatto un forte richiamo ai valori europei -, la domanda delle domande è stata posta da D’Antona: «Le democrazie possono conciliare queste spinte contrapposte?». Soprattutto ora che la fase dell’emergenza sembra lasciare il posto a un fatto strutturale.
Mauro: «Le democrazie hanno un obbligo in più, rispetto ad altri regimi. Dobbiamo farci carico di questa domanda disperata di accoglienza, di solidarietà, di sopravvivenza. Voltarsi dall’altra parte sarebbe sacrilego. Ma dobbiamo chiedere il rispetto delle nostre leggi. E nel contempo dobbiamo rispondere all’inquietudine, alla domanda di sicurezza degli “indigeni”, soprattutto di quelli più anziani, delle popolazioni dei piccoli centri. Sapendo che c’è chi vuole incrementare questa paura, spesso per meri calcoli elettorali. Una democrazia che non garantisce la sicurezza tradisce la sua funzione».
Canculli: «Mettere assieme immigrazione e terrorismo è la cosa più sbagliata che possiamo fare. Sono fenomeni distinti. Anche se la presenza del terrorismo di matrice islamica in Europa ha fatto nascere l’equazione immigrazione uguale terrorismo. Dobbiamo riportare tutto sul piano della responsabilità politica. Rispettare il diritto internazionale significa anche dare accoglienza ai rifugiati. Le emigrazioni sono fenomeni normali, che non si possono fermare con frontiere e fili spinati».
«Troppo facile emozionarsi per la foto del bimbo morto sulla spiaggia - ha concluso Ezio Mauro -, salvo poi dimenticarla subito: è la stessa differenza che c’è fra compassione e condivisione, manca l’assunzione di responsabilità. Stiamo riducendo l’immigrato al suo corpo, vogliamo tenerlo fuori dal nostro spazio fisico. Tutto il sistema occidentale sta andando in crisi, non è più in grado di gestire fenomeni complessi. Lasceremo ai nostri figli un mondo molto più insicuro di quello che i nostri padri, che pure uscivano dalla guerra, hanno lasciato a noi. Chi perde o non trova lavoro dice che la democrazia non funziona. Ma la democrazia è un sistema che vale per tutti oppure non funziona».

martedì 18 ottobre 2016

TIZIANO FERRO 11-6 LIGNANO APRE TOUR

Nuovo botto per Lignano Sabbiadoro. L’estate appena conclusa è stata quella della data zero del “Live Kom 016” di Vasco Rossi, che nella località balneare friulana ha tenuto anche le prove dei concerti allo Stadio Olimpico di Roma. L’estate prossima l’operazione si ripeterà con Tiziano Ferro, che aprirà il suo prossimo tour da Lignano l’11 giugno. E anche lui terrà allo stadio comunale Teghil dieci giorni di prove prima del debutto ufficiale (nel suo caso dunque non si tratterà di una data zero, ma di un battesimo vero e proprio del tour 2017).
Ben prima dell’appuntamento estivo, c’è però un’altra data che i fan del cantante di Latina (famiglia di origine veneta, per la precisione del paese di Cavarzere, provincia di Venezia) hanno già segnato sul calendario. Il 2 dicembre uscirà infatti “Il mestiere della vita” (Universal Music), nuovo album di inediti di cui è stata appena diffusa la copertina. Nella quale il trentaseienne artista, sorridente in un elegante completo blu, si sistema la cravatta sullo sfondo di quella è stata definita “una ricostruzione urbana surreale, liberamente ispirata alla città di Los Angeles”, dove in effetti è stato registrato l'album.
Album che arriva a due anni dalla pubblicazione di “TZN - The Best of Tiziano Ferro”, sette dischi di platino per oltre 350 mila copie vendute, ovvero il disco più venduto in Italia negli ultimi tre anni. All’epoca lui stesso lo aveva definito “un viaggio nella scatola della memoria”, una sorta di viaggio lineare nel tempo. Il risultato fu una raccolta ricca, con tutti i grandi successi ma anche tanti inediti: otto nell’edizione da due cd e ben sedici in quella deluxe con quattro dischi (in più c’era anche la versione con dvd e quella con quattro lp). «Mi avevano chiesto - disse l’artista in quell’occasione - di fare una raccolta già nel 2011, alla Emi, la mia vecchia casa discografica a cui devo tutto. Ma all’epoca non vedevo ancora chiara la mia storia...».
Con ogni probabilità il nuovo album segnerà un ulteriore capitolo di una storia di successi che parla di oltre dieci milioni di dischi in Italia e nel mondo. Non dimentichiamo infatti che Tiziano Ferro è uno dei nostri artisti - assieme a Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Zucchero, per non parlare ovviamente del fenomeno planetario chiamato Andrea Bocelli - più conosciuti e amati nel mondo.
Basti pensare che in carriera ha ottenuto molti riconoscimenti italiani e internazionali: dal Billboard Latin Music Award all’European Border Breakers Award, dall’Mtv Europe Music Award all’Mtv Italia Award e a tanti altri (Nickelodeon Kids’ Choice Award, Onstage Award, Premios Cadena Dial, Premios Oye!, Premio Lunezia, Rockol Award...).
Proprio sull’onda di questo successo sono stati recentemente ripubblicati dalla Carosello Records (su licenza Nisa) i primi tre album dell’artista. Stiamo parlando di “Rosso relativo” (uscito nel 2001, pochi mesi dopo il primo singolo “Xdono”), “111 Centoundici” e “Nessuno è solo”: rimessi sul mercato delle piattaforme streaming e download, oltre che in cd e in vinile, in una versione da collezione.
Ma torniamo al #TZNtour2017 (questo è l’hashtag ufficiale della tournée, pubblicato in un tweet dallo stesso Ferro), il primo dopo i concerti negli stadi italiani e nei palasport europei dell’anno scorso: “Lo Stadio Tour 2015”, oltre 300mila spettatori in otto concerti nel nostro paese, e una bella serie di “tutto esaurito” nelle venti date disseminate in giro per il continente fra novembre e dicembre 2015.
Dopo l’esordio a Lignano Sabbiadoro l’11 giugno, un vero giro d’Italia: 16 giugno Milano (Stadio San Siro), 21 giugno Torino (Stadio Olimpico), 24 giugno Bologna (Stadio Dall’Ara), 28 giugno Roma (Stadio Olimpico), 5 luglioBari (Stadio Arena della Vittoria), 8 luglio Messina (Stadio San Filippo), 12 luglio Salerno (Stadio Arechi), 15 luglio Firenze (Stadio Franchi).
Le prevendite dei biglietti sono già cominciate su www.livenation.it e su www.ticketone.it. E visto gli strategici “buchi” sistemati fra una data e l’altra, come spesso accade in questi casi è possibile qualche raddoppio in caso di “sold out” già in prevendita.

venerdì 14 ottobre 2016

NOBEL LETTERATURA A BOB DYLAN

«Non è mai troppo tardi», ha detto Francesco De Gregori, che a Bob Dylan si è sempre ispirato, dedicandogli anche il recente album “De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto”. Ma tutto il mondo della musica - e non solo quello - festeggia la notizia del Nobel a “His Bobness” (parafrasi di Sua Santità...), come lo chiamano gli inglesi. Una notizia attesa in realtà da anni, visto che il suo nome circolava spesso fra i papabili della vigilia, salvo poi venir scavalcato all’ultimo miglio. Anzi, recentemente le sue quotazioni erano in calo. Nel 2011 gli scommettitori lo davano a 8 a 1, quest’anno era sceso 50 a 1. E invece giustizia è stata finalmente fatta...
Consacrazione dunque più che meritata e forse addirittura tardiva per Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, nato nel 1941 a Duluth, Minnesota, uno dei più grandi poeti e autori e cantanti di tutti i tempi. Secondo molti, il più grande di tutti. Uno di quelli (con Beatles, Rolling Stones, Elvis...) senza i quali la storia della musica popolare del Novecento non sarebbe stata la stessa.
Lui, il ragazzo riccioluto che sbucava dalla copertina di “Highway 61 revisited”, ai tempi del Vietnam aveva levato alto il suo urlo contro i signori della guerra (“Masters of war”, '62), ci aveva detto che i tempi stavano cambiando, ci aveva forse illuso che la risposta stesse effettivamente soffiando nel vento. Sfornava canzoni per una generazione cresciuta a pane ideali e utopia, con quella chitarra sempre appresso, e l’armonica a bocca che gracchiava quasi come quella voce che faceva storcere il naso a puristi del belcanto e benpensanti. Diventando negli anni Sessanta il riferimento di milioni di giovani donne e giovani uomini che, anche attraverso la musica, sognavano di cambiare il mondo.
Amato e da alcuni odiato, spesso discusso, tante volte incoerente. Una volta l’aveva ammesso: «Sì, sono incoerente, anche nei confronti di me stesso. È la natura della mia personalità. Posso essere euforico adesso e pensieroso un momento dopo. E perchè ciò avvenga può bastare una nuvola che passa in cielo...». Incarnava e incarna l’America contraddittoria della chitarra e del fucile, di Barack Obama e della sedia elettrica, patria delle libertà e gendarme del mondo. Bob Dylan, l’interprete delle grandi utopie civili e musicali degli anni Sessanta a cui tutti devono qualcosa, ha sempre coltivato un punto di vista “altro” sulle cose della vita e del mondo rispetto a quello spacciato dal potere. E dunque andava e va sempre premiato.

sabato 8 ottobre 2016

STRISCIONE REGENI / su ARTICOLO 21

Prima una “mozione urgente” di quattro consiglieri comunali per rimuovere lo striscione “Verità per Giulio Regeni” dalla facciata del municipio di Trieste, in piazza dell’Unità. Poi la mobilitazione di tanti triestini e del quotidiano “Il Piccolo”, che ha trasformato tutta la prima pagina in un enorme striscione giallo. Infine la decisione del sindaco Dipiazza, che – indispettito dal clamore suscitato dalla vicenda – non ha nemmeno aspettato la discussione in consiglio comunale della “mozione urgente” e ha fatto togliere lo striscione. Perché “é passato tanto tempo e si rischia l’assuefazione visiva”, perché “il turista che arriva a Trieste ha diritto di vedere le facciate dei palazzi in piazza Unità senza scritte e striscioni”, perché “il Pd ha organizzato questa gazzarra”.
«Una scelta che non comprendo – ha detto al “Piccolo” il filosofo Massimo Cacciari -, anche se sappiamo che uno striscione purtroppo non cambia le cose. Sarebbe stato serio parlarne con la famiglia del giovane, chiedere innanzitutto a loro se ritengono ancora utile che quello striscione rimanga lì. Assuefazione? Questo è vero, ma ormai siamo assuefatti anche alle centinaia di morti in mare, che stentano a trovare spazio persino sui giornali».
Lapidario Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano e volto televisivo: «Una scelta assolutamente vergognosa, soprattutto per una città storicamente così importante per i valori della libertà, della democrazia e della tutela del dissenso».
«Ma cosa sta succedendo a Trieste?», chiede e si chiede Massimo Cirri, scrittore e conduttore radiofonico di “Caterpillar”. «Prima il tentativo di negare piazza Unità per il ricordo dell’annuncio delle leggi razziali. Ora questa storia. Cos’è, voglia di far vedere la propria cattiveria?».
«Trovo – prosegue Cirri – ci sia anche una componente di ipocrisia, nel dire che si crea un effetto di assuefazione: queste persone non hanno nemmeno il coraggio di fare una battaglia diretta. La verità è che la ferita è ancora aperta. È una scelta infelice come i nostri tempi, fra l’altro nella città dove Giulio ha studiato. Il turista che vede lo striscione? Vede che c’è una comunità unita nel chiedere verità…».
Moni Ovadia: «Ma io mi domando: questo sindaco e questa amministrazione, che si sono insediati da poco, non hanno cose più urgenti da fare? Che so, l’economia, la qualità della vita, la cultura…».
«La argomentazioni, poi, mi sembrano risibili. Cosa vuol dire che dopo tanti mesi c’è l’effetto assuefazione? Allora con questo criterio rimuoviamo tutti i monumenti e i memoriali che ricordano fatti tragici. Non disturbare il turista? Allora non parliamo più di guerre, di Siria, delle migliaia di morti in mare. La verità è che questa scelta del Comune è un boomerang, scatena polemiche, divide i cittadini in maniera trasversale, non è una questione di destra e di sinistra, ma un fatto di civiltà».
Ezio Mauro, per vent’anni direttore e ora editorialista di “Repubblica”, sottolinea il ruolo dell’opinione pubblica in questa vicenda. Che «è stato ed è importantissimo – dice – nel richiedere verità e rifiutare spiegazioni di comodo. La memoria di una comunità è fondamentale. Non solo lo Stato e le istituzioni devono fare la loro parte».
«Anche le motivazioni addotte – aggiunge – mi sembrano deboli. C’è una sorta di galateo estetico, non bisogna parlare dei guai perchè ciò danneggia il Paese. Ma il bene di un Paese si fa chiedendo verità e trasparenza, e rimanendo al fianco della famiglia. Trovo dunque importante che Trieste continui a tenere un’attenzione speciale su questa dolorosa vicenda».
Gian Antonio Stella, scrittore e firma di punta del Corriere della Sera: «Capisco le ragioni del sindaco, capisco che ci sia un’assuefazione che a un certo momento può pesare sulla memoria delle persone. Capisco che se uno arriva a Trieste avrebbe piacere di vedere piazza dell’Unità nel suo splendore, senza striscioni che ricordino tragedie e cause peraltro nobilissime. Però togliere lo striscione in questo momento è come voler rimuovere l’effetto memoria su Regeni. E siccome la verità non è ancora arrivata, forse sarebbe stato il caso di lasciare lo striscione al suo posto. La storia ha i suoi tempi. E forse questo non era il momento adatto».
L’eco della vicenda ha raggiunto anche la giornalista triestina Giovanna Botteri, corrispondente Rai da New York: «Non possiamo camminare da soli. E una volta che abbiamo cominciato, dobbiamo prendere l’impegno solenne che andremo avanti, fino in fondo. Non possiamo tornare indietro. Queste cose Martin Luther King le diceva più di cinquant’anni fa. Ma valgono sempre, in tutte le battaglie per la verità. E la giustizia».

STRISCIONE GIULIO REGENI / 2

Se il solo annuncio della “mozione urgente” aveva scatenato tutta una serie di commenti negativi e inviti a ripensarci, con la rimozione dello striscione giallo dalla facciata del municipio lo stupore e il disappunto hanno virato sui toni dell’indignazione. Anche nel mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, fra i cosiddetti intellettuali. Sul giornale di ieri avevamo già registrato le prese di posizione e la mobilitazione dell’attore Alessandro Gassmann, del filosofo Massimo Cacciari, di Massimo Cirri (anche dai microfoni di “Caterpillar”, su RadioDue), del “turista per caso” Patrizio Roversi, del giornalista sotto scorta dell’Espresso Giovanni Tizian, della storica voce Rai da Mosca Demetrio Volcic.
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«Ma io mi domando: questo sindaco e questa amministrazione, che si sono insediati da poco, non hanno cose più urgenti da fare? Che so, l’economia, la qualità della vita, la cultura...». Se lo chiede Moni Ovadia, uomo di teatro, massimo divulgatore della cultura yiddish in Italia, particolarmente legato a Trieste.
Che prosegue: «La argomentazioni, poi, mi sembrano risibili. Cosa vuol dire che dopo tanti mesi c’è l’effetto assuefazione? Allora con questo criterio rimuoviamo tutti i monumenti e i memoriali che ricordano fatti tragici. Non disturbare il turista? Allora non parliamo più di guerre, di Siria, delle migliaia di morti in mare. La verità è che questa scelta del Comune è un boomerang, scatena polemiche, divide i cittadini in maniera trasversale, non è una questione di destra e di sinistra, ma un fatto di civiltà».
Ezio Mauro, per vent’anni direttore e ora editorialista di “Repubblica”, sottolinea il ruolo dell’opinione pubblica in questa vicenda. Che «è stato ed è importantissimo - dice - nel richiedere verità e rifiutare spiegazioni di comodo. La memoria di una comunità è fondamentale. Non solo lo Stato e le istituzioni devono fare la loro parte».
«Anche le motivazioni addotte - aggiunge - mi sembrano deboli. C’è una sorta di galateo estetico, non bisogna parlare dei guai perchè ciò danneggia il Paese. Ma il bene di un Paese si fa chiedendo verità e trasparenza, e rimanendo al fianco della famiglia. Trovo dunque importante che Trieste continui a tenere un’attenzione speciale su questa dolorosa vicenda».
Gian Antonio Stella, scrittore e firma di punta del Corriere della Sera: «Capisco le ragioni del sindaco, capisco che ci sia un’assuefazione che a un certo momento può pesare sulla memoria delle persone. Capisco che se uno arriva a Trieste avrebbe piacere di vedere piazza dell’Unità nel suo splendore, senza striscioni che ricordino tragedie e cause peraltro nobilissime. Però togliere lo striscione in questo momento è come voler rimuovere l’effetto memoria su Regeni. E siccome la verità non è ancora arrivata, forse sarebbe stato il caso di lasciare lo striscione al suo posto. La storia ha i suoi tempi. E forse questo non era il momento adatto».
L’eco della vicenda ha raggiunto anche la giornalista triestina Giovanna Botteri, corrispondente Rai da New York: «Non possiamo camminare da soli. E una volta che abbiamo cominciato, dobbiamo prendere l’impegno solenne che andremo avanti, fino in fondo. Non possiamo tornare indietro. Queste cose Martin Luther King le diceva più di cinquant’anni fa. Ma valgono sempre, in tutte le battaglie per la verità. E la giustizia».
Tranchant l’inviato di guerra triestino Fausto Biloslavo, che fa un distinguo. «Togliere lo striscione - scrive su Facebook - è una boiata. Piuttosto sarebbe il caso di aggiungere una semplice parolina: “tutta” la verità per Regeni. Non solo quella a senso unico contro l’Egitto, che ha sicuramente le mani sporche di sangue, ma pure sul ruolo più che ambiguo dell’Università di Cambridge e in particolare dei tutor che lo hanno mandato allo sbaraglio».
La giornalista Sandra Bonsanti, presidente emerito di “Libertà e Giustizia”, già parlamentare: «Inorridisco soprattutto per le motivazioni. Penso che, una volta presa la decisione di esporlo, lo striscione non vada tolto finchè non c’è ancora chiarezza sulla dolorosa vicenda. Qui invece sembra prevalere la decisione di lasciar perdere, di arrendersi alle ragioni degli affari. E la scelta del Comune di Trieste rispecchia proprio questa tendenza».
«La storia di Giulio Regeni - conclude Bonsanti - non può e non deve aggiungersi a quelle di tante persone che vengono abbondanate alla dimenticanza della storia, non è giusto. È passato tanto tempo? Beh, è proprio il motivo per cui quello striscione deve restare esposto...».