sabato 26 maggio 2012

SPRINGSTEEN, quasi sold out e una lotteria per il "pit"

Una lotteria per entrare nell’ambitissimo “pit”, la zona sotto al palco, quella a diretto contatto con Bruce Springsteen. Mentre il conto alla rovescia prosegue implacabile (mancano 15 giorni al concerto dell’11 giugno allo Stadio Rocco), mentre il tutto esaurito si avvicina (i biglietti venduti sono ormai a quota 29mila: c’è ancora un migliaio di posti disponibili in tribuna centrale), mentre il “Wrecking Ball Tour” macina tappe e successi (stasera a Colonia, domani in Olanda, mercoledì a Berlino...), una novità viene annunciata dagli organizzatori della tournèe.
Di solito, almeno in Italia, l’accesso al “pit” veniva permesso agli “amici degli amici” e ai primi che entravano sul prato, spesso dopo una notte di attesa davanti ai cancelli dello stadio. In questo tour europeo del Boss, viene per la prima volta adottata anche dalle nostre parti quella che negli Stati Uniti è ormai una consuetudine: il giorno del concerto, ai possessori di un biglietto per il prato, a partire dalle 8 del mattino verranno distribuiti braccialetti numerati, fino a un massimo di 1500 per serata. Alle 12.30, senza notaio ma comunque con garanzie di trasparenza, avverrà l’estrazione del numero che indicherà l’ordine di accesso al “pit”.
Procedura quanto mai democratica, dunque, per mettere ordine in quella che era diventata una corsa o alla raccomandazione per essere inseriti nel ristretto novero, oppure a faticosissime veglie per poter presentarsi per primi all’apertura dei cancelli.
Va anche detto che l’accesso al “pit”, a fronte del privilegio di essere “a portata di mano” della star, è un’esperienza consigliata solo a chi ha “orecchie forti”. Oltre che vicino all’artista e alla sua band, in quella sorta di recinto sotto il palco si è infatti anche vicinissimi ad amplificazioni talmente potenti da lasciare rintronati.
Ma questi sono dettagli, per il popolo del rock. Che attende impaziente le tappe italiane del tour di Bruce Springsteen: 7 giugno allo Stadio San Siro di Milano, 10 allo Stadio Franchi di Firenze, lunedì 11 allo Stadio Nereo Rocco di Trieste.
Altre info: http://www.azalea.it/ - http://www.barleyarts.com/ - http://www.brucespringsteen.net/

MEZZO CLAN DI CELENTANO stasera a trieste con PILAT

Ve lo ricordate il Clan di Celentano? Era il ’61, e al Molleggiato non bastava più una casa discografica. Voleva di più: una sorta di comune artistica sulla quale regnare, fare il bello e il cattivo tempo, da grande accentratore qual era già allora.
Ebbene, stasera alle 21, al Rossetti, tre degli ex ragazzi del Clan si riuniranno sul palco: il triestino Lorenzo Pilat (il cui concerto primaverile al Rossetti è ormai diventato una consuetudine che si ripete di anno in anno), Gino Santercole (nipote di Adriano, autore di “Una carezza in un pugno”) e Gian Pieretti (quello di “se sei buono ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre...»).
«Ho scelto di invitarli – ha spiegato Pilat - per dare ulteriore colore alla serata. Santercole poi è particolarmente affezionato a Trieste, perché è qui che ha conosciuto la moglie, con la quale infatti rimarrà in città per qualche giorno per rivivere quei momenti felici. Gian Pieretti è stato invece l’autore di un’altra grande hit di Celentano, “Sei rimasta sola”. Le eseguiranno assieme ad altri brani».
Pilat, ai tempi del Clan, si faceva chiamare Pilade. Vinse il primo Festivalbar e, con il suo cognome, è stato parte di un trio di autori (i leggendari “Pace Panzeri Pilat”) che ha firmato tanti brani che hanno fatto la storia della canzone italiana, mietendo successo anche all’estero. Basti pensare ai dieci milioni di copie vendute dalla versione che Tom Jones fece della sua “Alla fine della strada” (Sanremo ’69). In anni più recenti, tornato a Trieste, si è specializzato in un repertorio in dialetto.
Del vecchio Clan non ci saranno, per motivi diversi, tutti gli altri: Ricky Gianco, Miki Del Prete, Detto Mariano, Milena Cantù (nota all’epoca come “la ragazza del Clan”, mentre in realtà era la fidanzata del capo...), i Ribelli (quelli con Demetrio Stratos, quelli di “Pugni chiusi”), Don Backy, Ugolino...
Oltre ovviamente a Luciano Beretta, scomparso nel ’94. E a Celentano stesso. Che, c’è da scommetterci, sarà più volte evocato sul palco. Presenta Fulvio Marion.

venerdì 25 maggio 2012

SPRINGSTEEN libro D. Benvenuti

Un atto d’amore per il Boss, ma non solo. C’è chi la passionaccia per Bruce Springsteen l’ha inaugurata a Monaco di Baviera nella primavera 1981. Altri hanno atteso che il nostro arrivasse in Italia, 21 giugno 1985, Milano, stadio Meazza, quattro ore di maratona rock capace di schiantare chiunque.
Il triestino Daniele Benvenuti, come altri appassionati locali di musica, fa parte del secondo gruppo. Quella sera, nel catino bollente di San Siro, lui c’era. E per lui, giornalista, classe ’68, come per tanti altri la cavalcata dell’allora trentasettenne rocker del New Jersey somigliò tanto a una rivelazione.
Nei ventisette anni trascorsi da quel debutto, Benvenuti ha visto oltre centoventi concerti in giro per l’Europa e per il mondo («altri ne hanno visti molti di più...», si schermisce). Inghilterra, Spagna, Germania, Austria, Svezia, Svizzera. E negli Stati Uniti: New York al Madison Square Garden, Boston, New Jersey, Florida, California...
Se gli chiedi qual è stato il migliore, risponde “il prossimo”. Anche se poi si fa sfuggire una preferenza per due concerti italiani, Roma nel 2005 e Milano nel 2007, per alcune “rare” esecuzioni di brani spesso trascurati dal vivo.
Benvenuti, che ha assistito al debutto europeo il 13 maggio scorso a Siviglia, è riuscito nel corso degli anni ha intercettare più volte il Boss e scambiare qualche frase. Ora fa al suo idolo l’omaggio più grande: un libro, documentatissimo, che è anche ma non solo una dichiarazione d’amore.
«Per questa avventura - spiega Benvenuti - ho scelto un editore regionale per avere il “controllo totale sul prodotto”, senza scendere a quei forzati compromessi (anche in senso buono, si intende) che mi erano stati prospettati da realtà nazionali molto più importanti e forti in termini di distribuzione, anticipandomi l’intenzione di indirizzare caratteristiche grafiche e contenuti in una certa direzione».
Per tutti quelli che hanno amato e amano Springsteen, è un libro che parla di trent’anni della loro vita. Per questo si legge tutto d’un fiato. Per poter dire: quella volta io c’ero...

martedì 22 maggio 2012

ANTONACCI quasi politico ieri a Trieste

TRIESTE Il Biagio Antonacci che non ti aspetti? Forse quello andato in scena ieri sera al PalaTrieste. L'amore, certo. I sentimenti. Ma anche un'inedita verve polemica, quasi politica. Sentite qua: «Con infinito onore io le scrivo due parole semplici, volevo dirle che mai come adesso il modo è sopravvivere... Come un servo schivo ma schiavo faccio politica, come un premio meritato non ho valore... Pago un pizzo organizzato e mi proteggono...». Ventuno e trenta di ieri sera. Le tremila persone attirate dalla tappa triestina del tour non bastano a riempire la struttura. Ti aspetti il solito mix di melodia e pop, canzone d’'autore e atteggiamenti da piacione, parole soprattutto d’'amore. E invece il quarantanovenne cantautore lombardo, idolo soprattutto del pubblico femminile, riesce a sorprenderti. Intendiamoci, la struttura dello show - che prende il nome dal nuovo album "“Sapessi dire no”" - è ancora una sapiente miscela degli ingredienti citati, che nel corso degli anni hanno contribuito a crearne successo e popolarità. Ma l’'inizio dello show, con i citati versi di "“Con infinito onore”", è nel segno dell’'attualità, del fallimento della politica, della delusione e del disincanto che non risparmia nemmeno il pubblico di Biagio. Il brano, che fa parte del nuovo disco, è cantato dalla voce fuori campo dell’'artista, mentre il palco accoglie la sua band (nella quale è tornato il chitarrista Gabriele Fersini) e alcuni performer che si esibiscono indossando maschere con i volti di politici italiani: Berlusconi, D'Alema, forse Bossi. «Nel brano - aveva spiegato Antonacci alla presentazione dell’'album - parlo di un politico che si sente fuori dal tempo e fuori moda, ma non sa come uscirne. Sono anni che io non voto e continuerò così fino a quando non troverò qualcuno che mi rappresenta. Oggi è tempo di cambiamento: i partiti sono finiti, questa politica non ci rappresenta più e non ci sono più personaggi che sanno parlare, come Berlinguer, Almirante o Pannella. Grillo potrebbe essere un’'alternativa ma anche lui deve mostrarmi le facce dei suoi uomini». Torniamo allo show. Allestimento minimale, senza megapalco, né effetti speciali, né proiezioni video. Un ritorno all’'essenzialità della musica, che quando tocca il cuore di chi ascolta non ha bisogna di fronzoli. Una scelta quanto mai apprezzabile, nel luogo dove pochi mesi fa, montando un megapalco, ha perso la vita un giovane che il pubblico triestino non dimenticherà facilmente. Lì, su quel parquet, una semplice passerella centrale a T taglia la platea, permettendo all’'artista una vicinanza anche fisica con il suo pubblico. Che come si diceva è prevalentemente femminile: ci sono le giovanissime ma anche e forse soprattutto le signore che seguono l’artista sin dagli esordi. Per loro, il bel Biagio ha allestito un programma che accanto alle canzoni del nuovo album ("Dimenticarti è poco", "Insieme finire", "Qui"...), pesca abbondantemente fra quelli che ormai possono essere considerati dei classici: "Così presto no", "Angela", "Iris", "Quanto tempo è ancora"... E poi - fidandoci della scaletta, considerato che scriviamo a concerto ancora in corso - "“Se è vero che ci sei”" e " “Coccinella”", "“Alessandra”" e "“Liberatemi”". Fino al crescendo finale di "“Se io se lei”", "“Convivendo”" e  "“Ti dedico tutto”" (primo singolo tratto dal nuovo album). A Trieste, successo meritato e affettuoso. Il tour, cominciato venti giorni fa da Bari (dove il nostro ha finito la serata all’'ospedale per una spina di pesce finitagli in gola durante la cena...), prosegue fino alla fine di maggio, per poi riprendere in autunno.

lunedì 21 maggio 2012

ADDIO A ROBIN GIBB, BEE GEES

Il destino sembra aver voluto unirli anche nell’estremo passo. Dopo la morte pochi giorni fa di Donna Summer, regina della disco music degli anni Settanta, se n’è andato anche Robin Gibb, altro protagonista di quell’epoca musicale e non solo musicale. Con i fratelli Barry e Maurice si era inventato quell’incredibile avventura planetaria chiamata Bee Gees. Un nome ch’era una sorta di acronimo dei Brothers Gibb, i fratelli Gibb. Robin aveva 62 anni, uno in meno della Summer. Anche lui sconfitto da un tumore, diagnosticato due anni fa.
Non ci sarebbe stata Febbre del sabato sera, senza i fratelloni australiani (ma erano nati nell’Isola di Man, Gran Bretagna) e senza la regina della disco. La storia della musica per ballare, delle discoteche, del divertimento sarebbe stata diversa.
Una famiglia sfortunata, quella dei fratelli Gibb. Andy, il più piccolo, quello che non era voluto entrare nella band ma aveva inciso tre album da solista, morto nell’88 a soli trent’anni. Maurice, gemello di Robin, scomparso nel 2003. Ora, dopo il nuovo lutto, dei quattro fratelli rimane soltanto Barry, il primogenito.
Tutta la storia era cominciata in Australia, dove la famiglia si era trasferita nel ’58. Nel ’60 nasce il gruppo, prima apparizione in tv. Fra il ’63 e il ’66 escono alcuni singoli (“Spicks and specks” finisce anche primo in classifica), poi i ragazzi - che facevano un po’ il verso ai Beatles - tornano in Inghilterra.
Dove il primo successo s’intitola “New York mining disaster 1941”, che va bene anche negli Stati Uniti. Il ’67 è l’anno del primo album (“Bee Gees 1st”) e del primo hit mondiale, “Massachusetts”, cui segue l’anno dopo “Words”. Entrambi spopolano anche in Italia.
Altri successi, baruffe fra fratelli, avventure soliste. Quando i tre si ripresentano assieme, nel ’71, il singolo “How can you mend a broken heart” fa di nuovo il botto in mezzo mondo. Bissato da successi come “Run to me” e “My world”, e dagli album “Trafalgar” e “To whom it may concern”.
Verso la metà degli anni Settanta, la svolta. Suoni più “black”, Barry adotta il falsetto che diventa un marchio di fabbrica della band, il grande successo degli album “Main course” e “Children of the world” (col brano “You should be dancing”). Ma soprattutto la colonna sonora del film “Saturday night fever”, la febbre del sabato sera, protagonista John Travolta nei panni di Tony Manero: trenta milioni di copie vendute (sui duecento complessivi in carriera), ventiquattro settimane consecutive ai vertici delle classifiche americane.
A cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, i Bee Gees sono probabilmente il gruppo più popolare del pianeta. E arrivati in cima, non si può far altro che scendere (l’importante, come diceva Nilla Pizzi, è farlo piano, piano, piano...). Nell’83 esce la colonna sonora di “Staying alive”, il seguito di “Saturday night fever”. Robin si dedica alla carriera solista: l’album “How old are you?” e il singolo “Juliet” sono i successi maggiori, ma escono anche “Secret agent” e “Walls have eyes”.
Il suo ultimo lavoro, l’opera classica “The Titanic Requiem, è stato suonato per la prima volta il mese scorso dalla Royal Philharmonic Orchestra in occasione dei cent’anni dall’affondamento del Titanic.
Il resto è gestione del successo. Con altri dischi, tour miliardari, l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, separazioni, riunioni e purtroppo malattie e lutti. L’ultimo, quello che porta via Robin, segna la definitiva parola fine a una vicenda già consegnata alla storia della musica.

domenica 20 maggio 2012

BIAGIO ANTONACCI mart a Trieste

«A chi non so dire no? Beh, ai miei figli, Giovanni di dieci e Paolo di sedici anni. Non sono un padre com’è stato il mio con me, fatico a prendere posizioni categoriche».
Confessione di Biagio Antonacci, il cui tour fa tappa domani alle 21 al PalaTrieste. Un tour che fa seguito alla pubblicazione del nuovo album, intitolato per l’appunto “Sapessi dire no”, presentato un mese fa al Cinema Teatro Odeon di Milano, in collegamento con altre 35 sale cinematografiche, fra cui anche il Cinecity/The Space di Trieste.
Ma figli a parte, il cantautore lombardo, alla vigilia dei cinquant’anni (è nato nel novembre ’63), ammette di aver imparato anche a dire tanti no. «Ora so dichiarare, senza rimanere schiavo dell’educazione, se una cosa non mi va più. Sono perfino capace di alzarmi da tavola se la cena è in compagnia di gente sgradevole...».
Ancora Biagio: «Il saper dire no è un’esperienza che viene vissuta, da ogni essere umano, come una negazione, quando invece, il più delle volte, rappresenta la manifestazione di un atto di maturità e rispetto verso la vita degli altri. Sapere dire no è un’esperienza molto più frustrante non per chi riceve questa limitazione, ma bensì per chi ha il compito di intonare un secco e sgradevole “no” che in realtà spesso cela un grande gesto d’amore».
Non dire sì a volte fa paura. «Ma saper dire no a chi si ama è quasi sempre fonte di dolore o mortificazione, perchè mette a repentaglio dinamiche istintive che spesso appartengono alla sfera degli affetti più intimi. Saper dire di no a un figlio, alla persona che ami o a qualcuno che condivide con noi qualcosa di importante è sicuramente un modo per definire e marcare un nuovo punto di partenza o un nuovo modo di vivere e vedere le cose. Sapere dire di no è un passaggio, un attimo di profonda crescita che arricchisce sia i fautori che i destinatari di questa iconica esperienza verbale».
Il nuovo album, che verrà presentato nel concerto assieme ai classici di una carriera ormai lunga, è dedicato alla vita in tutti i suoi aspetti e si chiude - nei crediti - con una toccante dedica a Lucio Dalla: “Maestro di musica e poesia”. La copertina è del grande Milo Manara.
Disco e concerto semplici. «Ho scoperto l’essenza. Tutti i concerti italiani sono sempre complicati da strutture e sovrastrutture come schermi e megaschermi che non servono a niente. Io ho optato per una passerella lunga tutto il palasport e per avere sette musicisti. Credo di poter arrivare alla gente nella maniera più semplice ed efficace possibile, sapendo che quel luogo non è nato per fare musica».
«Sento grande emozione a presentare questo disco - prosegue Antonacci -, è una nuova esperienza, ho qualche anno in più, sono cresciuto come cantautore e come uomo. È un album poco preparato, alcuni brani sono nati mentre stavo già lavorando e - anche se si dice sempre... - penso davvero che questo sia il mio album migliore».
Fra le quattordici nuove canzoni che compongono il disco, c’è spazio anche per una critica alla degenerazione della politica e della televisione. In “Naturale” il cantautore parla delle persone che cambiano solo perche sono andate in tv. «Il post-popolarita è pericolosissimo - sostiene -, la popolarità ti gonfia un po’...».
E poi c’è “Con infinito onore”, nella quale «c’è un politico fuori tempo e modo che non riesce a uscire dal suo stato: è talmente invischiato nel suo mondo che non riesce a cambiare».
Altri brani: “Insieme finire”, “Dimenticarti è poco”, “Sono stato innamorato”, “Dormi nel cuore”, “Liberandomi di te”... Il tour, che domani sera è a Trieste, prosegue fino alla fine di maggio. Per riprendere in autunno.

giovedì 17 maggio 2012

KEITH TIPPETT ven a Trieste

Doppio appuntamento, fra oggi e domani a Trieste, con un grande della musica jazz europea. Il pianista Keith Tippett sarà infatti il protagonista del concerto che aprirà, stasera alle 21 al Teatro Miela, l’edizione 2012 del festival “Le nuove rotte del jazz”: con il contrabbassista regionale Giovanni Maier improvviserà su musiche di Chris Mc Gregor, Harry Miller, Dudu Pukwana, Mongesi Feza e Johnny Dyani.
Ma oggi e domani, al Conservatorio Tartini (aula magna, 10-13 e 15-18), Tippett terrà anche una masterclass che sarà un’occasione unica, per studenti e appassionati, di scoprire i segreti di un pianista, compositore, leader di orchestre e docente, da oltre trent’anni nell’olimpo del jazz e della nuova musica europea.
Nato a Bristol nel ’47, Keith Graham Tippetts (questo il vero nome) debuttò nel ’67 in un sestetto che comprendeva Elton Dean al sassofono, Mark Charig alla tromba e Nick Evans al trombone. Il matrimonio nel ’70 con la cantante e attrice Julie Driscoll diede origine anche a un importante sodalizio artistico. Dei primi anni Settanta sono anche la big band Centipede, che riunì diverse generazioni di musicisti jazz e rock britannici, e la collaborazione con i King Crimson e i Soft Machine.
Insomma, il rock progressive, il jazz rock, la cosiddetta scuola di Canterbury e le avanguardie musicali che hanno vitalizzato la scena musicale inglese ed europea degli ultimi quarant’anni hanno visto Keith Tippett (con formazioni come The Ark, Tapestry, Mujician, Dedication Orchestra) fra i maggiori protagonisti.
Oggi e domani il Tartini propone una masterclass anche con il trombettista statunitense David Short. Mentre il concerto di Tippett al Miela sarà aperto dai Wildflowers, gruppo di allievi del Conservatorio triestino.