...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 28 febbraio 2014
DISCHI, cristiano de andrè, come in cielo così in guerra
CRISTIANO DE ANDRÈ
COME IN CIELO COSÌ IN GUERRA
(Nuvole Production)
La partecipazione al Festival di Sanremo obbliga un artista a uscire con un nuovo album, o almeno con la riedizione dell’ultimo lavoro discografico “aggiornato”. Il cinquantunenne figlio di Faber non sfugge alla regola. Riecco dunque questo disco pubblicato poco meno di un anno fa, con l’aggiunta delle due canzoni sanremesi. “Invisibili”, delicato affresco sulla Genova della sua adolescenza, brano fermato dal televoto ma premiato dalla critica, è sicuramente migliore di “Il cielo è vuoto”, con cui l’artista ha incassato un dignitoso settimo posto (nel ’93 con “Dietro la porta” arrivò secondo...).
L’album è l’ideale seguito di “Scaramante”, il disco del 2001 al quale seguirono il “live” in studio “Un giorno nuovo” del 2003 e i due capitoli dedicati alla rilettura del repertorio del padre Fabrizio, “De André canta De André”, nel 2009 e 2010. Fra le canzoni del disco c’è anche “Il mio esser buono”, scritto da Zibba - finalista fra le Nuove proposte - per Cristiano.
DISCHI, david crosby, croz
Okay, dateci pure degli inguaribili nostalgici (solo musicalmente...). Ma noi continuiamo a pensare e dunque scrivere che fra i grandi del passato e i presunti grandi di adesso non ci sia proprio partita. Tre a zero, palla al centro. E, badate bene, non pensiamo soltanto ai soliti celebratissimi Beatles e Bob Dylan, Stones e Pink Floyd, David Bowie e gli altri dell’olimpo. Anche musicisti che negli anni Sessanta e Settanta inseguivano da vicino le primissime posizioni facevano, e in certi casi continuano a realizzare, musiche e canzoni che le star di oggi se le sognano.
Un mese fa scrivevamo di Neil Young, che - a quarantacinque anni dagli esordi con i Buffalo Springfield, e i trionfi subito dopo con Crosby Stills & Nash e da solista - continua a essere apprezzato da legioni di fan e a influenzare generazioni di musicisti. Ne parlavamo in occasione della pubblicazione di “Live at the cellar door”, album nuovo e vecchio al tempo stesso, visto che è una summa delle cose migliori registrate in sei concerti tenuti fra il novembre e il dicembre 1970 al Cellar Door di Georgetown, Washington Dc.
Per una sorta di par condicio proiettata al passato, oggi vi proponiamo invece “Croz” (Blue Castle / Warner), nuovo album ma anche soprannome usato dagli amici di David Crosby, che quaranta e passa anni fa - dopo l’avventura nei Byrds - stava nel trio citato, che quando arrivò Neil Young divenne più che un quartetto una vera e propria superband.
David Van Cortlandt Crosby, nato a Los Angeles, classe 1941, ha avuto una vita spericolata che al confronto Vasco Rossi sembra un chierichetto. Droghe, galera, un rischioso trapianto di fegato sono solo i titoli dei capitoli di una vita che ha conosciuto anche una fase, negli anni Ottanta, in cui il nostro girava con la pistola perchè temeva di finire come John Lennon. Per fortuna Crosby ha prodotto anche perle musicali purissime. Oltre agli album con i “suoi” gruppi, il capolavoro solista rimane “If I could only remember my name”, pubblicato nel ’71.
Ora, vent’anni dopo quel “A thousand roads” che può essere derubricato al rango di opera minore, ecco questo nuovo lavoro che coniuga esperienza e freschezza. Il racconto del viaggio di tutta una vita, come ha detto lui stesso, ma anche un autoritratto intimo e onesto. Dalla stagione hippy agli anni dorati da rockstar, dalla caduta alla rinascita, dalla rinata vena creativa fino all’equilibrio ritrovato o forse trovato per la prima volta. Nel disco, realizzato con la collaborazione del figlio conosciuto solo da adulto, profumo di West coast. Melodie e suoni rilassati. Lui, il grande vecchio, ci scruta dalla copertina coi capelli bianchi e gli inconfondibili baffoni. E uno sguardo che emana saggezza.
SACRI CUORI stasera ven a trieste, teatro miela
Romagnoli di nascita ma apolidi per vocazione, innamorati di blues e folk, senza mai dimenticare le origini italiane che sanno di melodia. Spiegano così il nome che hanno scelto: «Sacri Cuori erano quelli appesi sopra i letti delle nostre nonne, in un’Italia che sognava di più. Sacri Cuori erano quelli nelle case di Nogales, in Messico, appena sotto il confine con l’Arizona...».
Noti in Italia soprattutto per aver firmato la colonna sonora del film “Zoran, il nipote scemo”, i Sacri Cuori - il cui tour fa tappa venerdì alle 21 a Trieste, al Teatro Miela - sono una band (ma loro preferiscono farsi chiamare “collettivo”) che suona molto in giro per il mondo: recentemente erano in Inghilterra, Grecia, Polonia, Bulgaria, ma hanno tenuto concerti anche in America, Australia, Argentina...
«Sì, suoniamo molto all’estero - dice Antonio Gramentieri, classe ’72, chitarrista e membro originario del gruppo - dove viene apprezzata la nostra sensibilità italiana, la melodia che comunque rappresenta le nostre radici. Fuori dall’Italia c’è un approccio più culturale alla musica, c’è più curiosità, e ciò ci ha permesso di coltivare una sorta di patriottismo musicale di ritorno».
Quando e come avete cominciato?
«Con il batterista Diego Sapignoli e il bassista Francesco Giampaoli lavoriamo assieme da tanti anni. Ma come Sacri Cuori, originariamente un trio, siamo nati nel 2009. E nel 2010 è uscito il nostro primo album, “Douglas & dawn”, registrato in Arizona, seguito due anni dopo da “Rosario”, entrambi i dischi realizzati con vari ospiti internazionali. Noi tre siamo romagnoli, gli altri che si sono via via aggiunti arrivano da mezza Italia».
Com’è che la Romagna sforna tanti musicisti?
«Fra balere e feste dell’Unità, c’è sempre stata una grande tradizione di orchestre, musica da ballo, musicisti professionisti. Da noi c’è un tessuto di base forte, la musica è la forma di intrattenimento più diffusa».
Ci spiega questa cosa del collettivo?
«È una forma di collaborazione presente in altre arti, l’ambizione è quella di creare una sorta di cenacolo musicale. Nel quale ognuno coltiva altri interessi, chi la scrittura, chi le arti visive, i video...».
Mischiate folk, blues, canzone...
«Forti di una coerenza iniziale: proporre un mix che unisce le musiche con le quali ci siamo formati. Dunque musica americana, afroamericana, latina, senza dimenticare la melodia italiana di cui dicevo prima».
La colonna sonora di “Zoran”?
«Con Matteo Oleotto, regista del film, ci eravamo conosciuti in una rassegna intitolata “Rock in Rebibbia”. Aveva l’idea di questo film, ci eravamo lasciati con una mezza promessa di fare qualcosa assieme. E poi ci ha chiamati».
Musiche “friulane” come il film?
«Proprio “friulane” no, anche se ci abbiamo messo dentro anche qualche spruzzata musicale di Nordest. Diciamo che noi abbiamo sempre coltivato un interesse per le aree di confine, da noi spesso indagate anche all’estero. E poi la nostra è musica apolide, che pesca ovunque».
Prossime cose?
«Il nostro terzo album, che uscirà dopo l’estate. Dico terzo, e non quarto, anche se nella discografia c’è anche quello con la colonna sonora del film».
lunedì 24 febbraio 2014
SANREMO, ultimo pezzo
Difficile vedere il bicchiere mezzo pieno, in un’edizione di così basso livello. Tanta lunghezza e poca bellezza, il festival della canzone trasformato in un nostalgico varietà celebrativo dei sessant’anni della televisione italiana, canzoni che non entreranno nella miglior tradizione della rassegna e che l’anno prossimo tutti avranno (giustamente) dimenticato, da ultimo ascolti bassi. E del resto come poteva essere altrimenti...?
Ma vogliamo tentare di essere almeno un po’ ottimisti. E allora segnaliamo un dato che regala un briciolo di speranza: i tre artisti che hanno conquistato il podio arrivano tutti da Sanremo Giovani, o dalle “Nuove proposte” della rassegna, che dir si voglia. Che ogni anno vengono snobbate e relegate a ore impossibili, ma che ci hanno regalato star come Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli...
Arisa, la vincitrice, vero nome Rosalba Pippa (classe ’82, nata a Genova ma lucana a tutti gli effetti), ha cominciato da questo palco appena cinque anni fa. La ricordiamo ancora, aria smarrita, occhialoni da cartoni animati, a sbaragliare la concorrenza con quel delicato affresco che era “Sincerità”. Con lei, al pianoforte, c’era il nostro Lelio Luttazzi, nella sua ultima apparizione davanti al grande pubblico.
In questi anni la ragazza ha cambiato look e fatto quasi di tutto, da particine nel cinema alla giurata di “X Factor” (con storiche baruffe con l’insostenibile Simona Ventura). A Sanremo meritava di vincere due anni fa, quando arrivò seconda con quel gioiellino che rimane “La notte”, scritta da Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato, che firma anche questa “Controvento” che le ha permesso di vincere stavolta.
Anche Raphael Gualazzi e Renzo Rubino arrivano dall’affermazione a Sanremo Giovani: il primo nel 2011, l’altro lo scorso anno. Il pianista e jazzista urbinate rappresenta anzi una delle note più commestibili dell’edizione: la sua partnership con “l’uomo mascherato” The Bloody Beetroots (l’italianissimo Simone Cogo, star dell’elettronica, originario di Bassano del Grappa) ha aggiunto pepe ai fiumi di camomilla dispensati nelle cinque serate.
Il ventiseienne Oronzo in arte Renzo Rubino (classe ’88, nato a Taranto e cresciuto a Martina Franca) è la vera sorpresa del podio. Probabilmente è stato il cinquanta per cento dei voti affidato alla giuria di qualità a premiare il ragazzo, la sua freschezza, la sua verve. Penalizzando il grande favorito della vigilia Francesco Renga, cui la canzone regalatagli da Elisa non ha portato fortuna. Meglio così, tutto sommato.
domenica 23 febbraio 2014
ADDIO AL MUSICISTA WO ORSELLI
Il musicista Giuseppe Orselli, per gli amici “Wo”, è morto per un infarto all’ospedale di Udine, dove si era recato per dei banali controlli. Romagnolo di Bagnacavallo, classe 1956, era arrivato a Trieste da ragazzo. Da alcuni anni viveva con la famiglia a Codroipo, in posizione più comoda per i continui spostamenti conseguenti al suo lavoro di rappresentante di macchinari per gli ospedali.
La sua passione, sin da ragazzo, era però la musica. Nella Trieste degli anni Settanta è elemento attivo della scena musicale, suonando la chitarra nel Gruppo di espressione e ricerca musicale e in altre formazioni. Appassionato di “free jazz”, con gli anni passa prima alla tromba e poi al trombone. Dopo un periodo negli Ocho Rios, da qualche anno era una delle colonne della BandOrkestra di Marco Castelli, ma gli amici ricordano che tuttora suonava con vari gruppi e “big band”, tutte le volte che era possibile: tanti chilometri percorsi ogni giorno, da molti anni, per il suo lavoro ma anche per la passionaccia per la musica.
«Eravamo compagni di scuola al Liceo Galilei - ricorda commosso Donato Riccesi, imprenditore ma anche sassofonista, anche lui nella BandOrkestra -, abbiamo scoperto la musica e il jazz assieme. Allora suonava la chitarra non diversamente da come trattava il trombone oggi: la percuoteva, la violentava, un vero iconoclasta. La musica era la sua vita, la sua vera vita».
SANREMO, TANTA LUNGHEZZA E POCA BELLEZZA
Sempre meno festival della canzone, sempre più nostalgico varietà televisivo, avanspettacolo, autocelebrazione, gigantesco contenitore con dentro tutto e il contrario di tutto. In un mondo dove i consumi musicali da tempo si sono parcellizzati, dove ogni gruppo e ogni tribù - giovanile e non - hanno la propria musica, i propri artisti, le proprie mode, il problema è che ogni anno Sanremo pretende di fare un maxi-spettacolo per tutti i gusti, una mega-maratona di cinque sere, dall'ora di cena fino alle ore piccole, le cui leggi sono dettate sempre e comunque e solo dai dati di ascolto. Meno dell'anno scorso, più di quella volta con la Ventura, così così rispetto a Morandi, e vai con i paragoni che appassionano solo Rai e organizzatori.
Fazio si è da tempo baudizzato, il suo immutabile e ormai decennale teatrino collaudato a "Che tempo che fa" con la Littizzetto mostra la corda. Siamo in presenza di quei meccanismi di spettacolo, il presentatore perfettino che finge di scandalizzarsi per le parolacce e le provocazioni di lei, che la prima volta ti divertono, la seconda un po' meno e poi, via via, fino a un senso di autentico e sincero fastidio. Idem per questo eterno clima da "politically correct" de noantri. Quest'anno il pretino savonese e il suo staff hanno puntato sulla bellezza ferita del nostro Paese, simboleggiata da quella scenografia settecentesca ma "sgarrupata" della triestina Emanuela Trixie Zitkowsky e dalle immagini, la prima sera, del treno deragliato sulla Genova-Ventimiglia. Sfiga ha voluto che il sipario non ha funzionato e sono subito arrivati i due disoccupati aspiranti suicidi dal loggione: "nu juorno buono", giusto per citare il rapper salernitano Rocco Hunt, vincitore fra i giovani, in questi casi si vede dal mattino...
Come ha detto qualcuno, l'Italia è stufa dei suoi partiti (Baudo stava alla Dc come Fazio sta al Pd) ma anche del suo Sanremo, li vota e lo guarda ancora ma molto meno che in passato. E il paradosso vuole che nelle stesse ore in cui va al governo il più giovane premier di sempre (ieri sera brevemente sbeffeggiato da Crozza), le cui parole d'ordine sono rottamazione e una riforma al mese, al festivalone non cambia mai nulla. Anzi, i piccoli progressi intravisti l'anno scorso e in alcune edizioni passate stavolta sono stati spazzati via con un colpo di spugna. A botte di Carrà e Kessler, Franca Valeri e Don Matteo, maestro Manzi e Brignano e persino Mago Silvan. Ma la botta definitiva arriva dalle canzoni. Il vecchio patron Ravera diceva che per fare un buon festival ci vogliono almeno tre brani che non si dimenticano facilmente: merce quest'anno molto rara, anzi, inesistente.
Le cose migliori da Cat Stevens, Damien Rice, Rufus Wainwright (tutti dopo mezzanotte), Paolo Nutini, Ligabue (tornato anche ieri sera), Stromae. In Italia siamo sempre in bilico, ha detto Crozza, fra la grande bellezza e l'enorme disastro. Parole sante.
È vero, in Italia abbiamo ben altri problemi. Sanremo è fuori classifica, ma non può essere migliorato. Il suo dna è questo. Può essere trasformato in un Sanremo Awards, affidato a Pif (le cui pillole avrebbero alleggerito le serate se distribuite fra le canzoni, magari al posto di legioni di ospiti inutili). Oppure chiuso. Con buona pace per tutti.
sabato 22 febbraio 2014
ADDIO A FRANCESCO DI GIACOMO, VOCE DAL BANCO
Un malore mentre era al volante, lo schianto contro un’auto che procedeva in senso opposto, il tentativo di trasportarlo in ospedale, poi più nulla. È morto così, ieri sera, vicino Roma, Francesco Di Giacomo, il cantante del Banco del Mutuo Soccorso. Fabio Fazio lo ha ricordato durante il Festival di Sanremo, il pubblico dell’Ariston si è alzato in piedi.
Di Giacomo aveva sessantasette anni, era la voce del “progressive” italiano. Nel ’71 era entrato nel Banco, fondato due anni prima dai fratelli Vittorio e Gianni Nocenzi: assieme hanno attraversato oltre quarant’anni di musica italiana. All’alba degli anni Settanta, con Orme, Premiata Forneria Marconi, Osanna e altri gruppi, la band romana ha scritto le pagine più importanti dell’allora nascente pop/rock italiano.
«Nocenzi cercava un cantante alto e biondo ed arrivai io, che sono l’esatto contrario», disse una volta, scherzando sulla sua mole molto importante, utilizzata anche dal cinema. È apparso in ben tre lavori di Federico Fellini: “Satyricon” (1969), in una breve sequenza dove, in un vicolo di Roma, accenna una melodia con uno strumento a corde; “Roma” (1972), nella parte di un compare del protagonista nella scena del bordello; “Amarcord” (1973), nella parte di un addetto alla sicurezza del califfo, al Grand Hotel di Rimini.
Voce tenorile, studi musicali da autodidatta, autore di quasi tutti i testi del gruppo, Di Giacomo aveva realizzato anche dei lavori solisti, fra cui “Non mettere le dita nel naso”, album pubblicato nell’89.
Ma è soprattutto per la discografia con il Banco, che lo ricordiamo: nel ’72 “Banco del Mutuo Soccorso” (con la copertina ormai da collezione a forma di grande salvadanaio) e “Darwin!” (lavoro sull’evoluzione della specie, ripreso due anni fa nell’edizione del quarantennale), “Io sono nato libero” nel ’73, “Banco” nel ’75, “Come in un'ultima cena” nel ’76, “Canto di primavera” nel ’79, “Urgentissimo” nell’80, “Buone notizie” nell’81...
Non si pensi però a una carriera declinata solo al passato. Non più tardi di sei mesi fa, Di Giacomo e gli altri del Banco (che nel corso degli anni ha cambiato varie formazioni, ma il cui nucleo centrale è rimasto quello formato da Vittorio Nocenzi e dallo stesso Di Giacomo) sono tornati al Deposito Giordani di Pordenone, nell’ambito dell’On the road tour 2013, che era il seguito della tournèe del quarantennale passata anche quella nella nostra regione.
In quell’occasione Nocenzi ci aveva detto: «Nei concerti ci siamo accorti che “Darwin”, con un impianto narrativo così evocativo, pur avendo quarant’anni, funziona ancora. Nel disco la teoria scientifica è solo un pretesto per parlare dell’uomo, della sua storia, del suo percorso, delle sue lotte, della sua dignità. L’anno prossimo andiamo a suonare negli Stati Uniti e in Australia. E c'è un progetto per Cina e Giappone». Sì, perchè il Banco - come altri gruppi del pop/rock italiano - aveva un seguito anche all’estero: in Asia, in Sud e Centro America...
Negli Stati Uniti “Darwin” è ancora al primo posto nella speciale classifica dei migliori album progressive di sempre. Una grande soddisfazione, per gli eterni ragazzi del Banco. «Che conferma - ancora parole di Nocenzi - il discorso appena fatto: quell’intuizione funziona ancora, a distanza di tanto tempo. All’estero hanno amato e amano la grande suggestione di un racconto così ampio, evocativo di riflessioni e immagini».
Francesco Di Giacomo aveva detto una volta: «Quando penso alla morte la paragono al mare, immenso e aperto». Su Twitter Jovanotti lo ricorda con i versi di “Moby Dick”, altro loro capolavoro: «La sorte corre nella tua scia, colpo di coda e vola via. Ciao Francesco, voce meravigliosa...».
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