sabato 10 novembre 2007

TRIESTE Beh, quel che salva Ornella Vanoni, oltre alla gran voce, è decisamente l’autoironia. Prendete ieri sera, in un Politeama Rossetti impietosamente mezzo vuoto - o mezzo pieno, a seconda dei punti di vista - per il debutto del suo tour teatrale intitolato «Una bellissima ragazza» proprio come il nuovo album, il primo di canzoni inedite dopo una decina d’anni.
Presentando l’ultimo bis la grande signora della canzone italiana (classe 1934) farfuglia: «Mi vorrei accomiatare con... no, sa di antico... Allora mi vorrei ritirare con...». E prosegue: «Neanche, mi ricorda la mia ginecologa, ops, la mia foniatra che mi visita e mi dice: signora, per una gola come la sua non c’è casistica. Alla sua età o sono morti o si sono ritirati...». Sorrisi sul palco e in platea, e lei infila con noncuranza l’ennesima bella canzone della serata, «L’azzurro immenso», scritta con Sergio Cammariere.

Poca gente, si diceva, ed è un peccato, perchè lo spettacolo è di qualità. Scenografia teatrale, elegante ed essenziale. Sulla destra una sorta di gabbia bianca «contiene» i musicisti (l'argentino Natalio Luis Mangalavite al pianoforte, Luca Scarpa al pianoforte e alle tastiere, Michele Ascolese alle chitarre, Dino D'Autorio al basso, Roberto Testa alla batteria, Carlo di Francesco alle percussioni), sulla sinistra alcuni specchi e quattro gradoni su cui sono ammonticchiati degli enormi sacchi bianchi, dai quali la cantante estrae coloratissimi foulard. A rappresentare altrettanti amori, passioni, sentimenti.

Ornella canta l’amore, nello spettacolo come nel nuovo disco, né potrebbe essere altrimenti. La forza del recital sta nel fatto che le canzoni nuove, quelle che il pubblico conosce poco, non sfigurano al fianco dei classici di una vita e di una carriera ormai lunghe. «Una bellissima ragazza», «Dolce meccanica», «La vita che mi merito» (parole di Renato Zero) tengono insomma botta anche se vengono alternate con cavalli di battaglia datati come «Uomini», «Ho capito che ti amo» (splendida, per pianoforte e voce, con accoglienza timidina che la fa sbottare così: «Lo so che voi triestini siete un po’ freddi, anche quando applaudite, sù, coraggio...»), «Questa notte c’è», «La voglia la pazzia» (che stava nell’album del ’76 con Vinicius de Moraes e Toquinho)...

Secondo tempo. Cambio d’abito. Si riparte con un capolavoro assoluto della canzone italiana come «Insieme a te non ci sto più», scritto da Paolo Conte per Caterina Caselli nel ’68. Si prosegue con altri brani del nuovo disco («Cosa m’importa», «Gli amanti», «E del mio cuore», «Buona vita», «Pagine»...), la classicissima «Rabbia libertà fantasia», e ancora una canzone del 1968: quella «Canzone per te» con cui l’istriano Sergio Endrigo e il brasiliano Roberto Carlos vinsero Sanremo. Di nuovo versione pianoforte e voce, essenziale, dolente, quasi da antologia.

Si scivola verso il finale. Ornella molla i tacchi su cui si è costretta per tutta la serata e respira finalmente a piedi nudi. Sembra anche più rilassata. Non è una grande raccontatrice di aneddoti, ma più si va avanti e meno si impappina. Parlando, of course, perchè quando canta non ce n’è per nessuno...

Ecco allora un’antica «Senza paura», di Vinicius, quello che diceva sempre: «Ci hanno messo su questa terra, ma hanno dimenticato di darci il libretto per le istruzioni...». Ecco le immortali «Che cosa c’è» e «Una ragione di più», rispettivamente del ’63 e del ’69, ma emozionanti come allora.

Poi i bis, fra cui «Domani è un altro giorno», con la gag di cui si diceva all’inizio. Ornella saluta e ringrazia, ma ha ancora un sacco di voglia di parlare, ora che si è sciolta. Racconta allora di quanto le piace Trieste, del mare che lei ha trovato sempre calmo, di Strehler che la portava in quella tale pasticceria a mangiare lo strudel... Successo caloroso, peccato per le tante file vuote.

martedì 6 novembre 2007

di Carlo Muscatello


Enzo Biagi era il prototipo del giornalista, anzi, del cronista che non esiste (quasi) più. Quello che va, vede, ascolta, chiede, tenta di comprendere, e solo allora riferisce e spiega ai lettori o ai telespettatori. Quello che non urla, non insulta, non cerca il clamore. Quello che rifugge i toni scandalistici, che evita il cattivo gusto come fosse la peste. Quello delle vecchie regole del giornalismo anglosassone, le mitiche «cinque w» (who, what, why, when, where, ovvero chi, che cosa, perchè, quando, dove), che si continuano a insegnare agli aspiranti giornalisti ma si stentano a reperire in tante cronache dei nostri scassati giornali.

Biagi ha raccontato per quasi settant’anni l’Italia, gli italiani, la vita della gente, le cose e le persone che lo circondavano. L’ha fatto con sincerità, onestà professionale, ma soprattutto rispetto per le persone. Credendo in questo mestiere bello e dannato. Per questo piaceva alla gente ma non al potere politico, che in epoche diverse l’ha ostacolato.

«Nella Bibbia - ricordava spesso - si trova quella che a mio parere è la miglior domanda che sia mai stata posta. Dio, che sa perfettamente quel che è successo, chiede a Caino, reduce dall’omicidio di Abele, “dov’è tuo fratello?”. Ecco, io credo di essere un discreto intervistatore perché mi limito a fare le domande che lettori o telespettatori farebbero se si trovassero al mio posto».

Ancora: «Non ho mai approvato le cosiddette domande provocatorie. Colui che chiede a una madre che ha appena saputo dell’assassinio del figlio cosa prova non è un giornalista, è un deficiente. D’altronde nello sforzo di apparire super-intelligenti si può ottenere il risultato di sembrare stupidi...».

Il vecchio maestro, con quell’arietta dimessa che celava un carattere tostissimo, la figura dello stupido non l’ha fatta mai. Tantomeno quando il 18 aprile 2002 Berlusconi, all’epoca presidente del consiglio, a conclusione di una visita di stato in Bulgaria, a Sofia, se ne venne fuori con quello che sarebbe passato alla storia recente del nostro povero Paese come «l’editto bulgaro».

«Ho già avuto modo di dire - sibilò quella volta il premier, dinanzi a duecento giornalisti internazionali perlopiù allibiti - che Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso criminoso della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti: credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga».

Povero Enzo. Lui, liberale vecchio stampo, di moderate idee di sinistra (diceva: «sono un socialista senza partito»), accomunato dalla foga berlusconiana al tribuno di «Sciuscià» (la trasmissione condotta all’epoca da Santoro) e al dissacratore di Satyricon (il programma nel quale Luttazzi aveva ospitato Marco Travaglio per parlare di un libro di cui non si doveva parlare).

La sua vera colpa, agli occhi del Cavaliere - che oggi si unisce al coro unanime del cordoglio e della stima post mortem -, era stata quella di aver dato ampio spazio, in una delle 814 puntate de «Il fatto», prima delle elezioni politiche del 2001, al diavoletto Benigni che ovviamente non ci era andato leggero, sugli argomenti di attualità politica ed elettorale del momento. Zac... L’uomo di Arcore - che nell’86 aveva tentato senza successo di ingaggiarlo per le sue reti tv - se l’era legata al dito. E alla prima occasione aveva presentato il conto.

Conto salato, soprattutto per lui. Sì, perchè quando escludi dal video una persona di ottantadue anni, con tutta evidenza l’effetto è molto diverso da quello ottenuto con chi ha aspettative di vita più ampie.

Che vita, comunque, quella dell’uomo nato nel 1920 (coetaneo dunque di Papa Woityla e di Carlo Azeglio Ciampi) a Pianaccio, paesino sull'Appennino bolognese, frazione di Lizzano in Belvedere. Dove vive fino ai nove anni, quando la famiglia si trasferisce a Bologna, al seguito del padre Dario che lavorava come magazziniere in uno zuccherificio.

Pare che l’idea di diventare giornalista, al ragazzo, fosse nata dopo aver letto «Martin Eden» di Jack London. Tanti anni dopo avrebbe ammesso: «Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un ”vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie. Ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo».

Intanto il ragazzo studia all'istituto tecnico, con i compagni di scuola dà vita a un giornalino studentesco, «Il Picchio», che si occupa soprattutto di vita scolastica ma viene comunque soppresso dal regime fascista. La mamma, che aveva la terza elementare, gli aveva detto: «Non devi mai dire bugie». Lui la prende alla lettera. Di più: ne fa il manifesto programmatico della sua vita professionale.

Che comincia presto. A diciassette anni, nel ’37, pubblica il primo articolo sull’Avvenire, quotidiano al quale collabora per un paio d’anni, prima di venir assunto giovanissimo, nel ’40, al «Carlino Sera», versione serale del Resto del Carlino. Primo incarico: estensore di notizie, ovvero colui che nei giornali di allora si occupava di scrivere gli articoli sulla base delle notizie portate in redazione dai cronisti.

Nel ’42 lo chiamano alle armi ma non parte a causa di problemi cardiaci con cui dovrà confrontarsi per tutta la vita. Nel ’43 sposa Lucia Ghetti, maestra elementare, modenese, che gli darà le tre figlie Carla, Bice e Anna. Una storia durata sessant’anni, fino alla scomparsa di lei nel 2002 (e nel 2003 morirà anche la figlia Anna).

Nel ’44 aderisce alla Resistenza combattendo nelle brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d'Azione. Si rifugia in montagna. Finita la guerra entra con le truppe alleate a Bologna e annuncia alla radio locale l'avvenuta liberazione. Poco dopo viene assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino.

Dal quotidiano bolognese viene allontanato nel ’51, quando aderisce al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica: l’editore lo accusa di «essere un comunista sovversivo». Ma da quel momento comincia per lui una carriera che lo porta a diventare uno dei più importanti giornalisti italiani della seconda metà del Novecento.

Arnoldo Mondadori lo chiama a Milano, a fare il caporedattore del settimanale Epoca dal ’52 al ’60, quando ne diventa direttore. E trasforma quella che era considerata una rivista di costume e pettegolezzi in un giornale impegnato. Ma un’inchiesta sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni scatena un putiferio e lo costringe a dimettersi.

Riparte subito come inviato speciale della Stampa, a Torino. Dove rimane poco: il primo ottobre ’61 viene nominato direttore del Telegiornale, che allora era unico. Sono gli anni del nascente centrosinistra, e quella nomina viene letta come un’apertura verso il Partito Socialista, che stava per affiancare la Democrazia Cristiana al governo.

Nel ’63 cura la nascita del tg del secondo canale e realizza il primo «RT - Rotocalco Televisivo» (marchio che poi avrebbe resuscitato nel 2007 per il suo breve ritorno in video dopo gli anni dell’ostracismo). Ma le mani della politica si fanno sempre più pesanti sul servizio pubblico, e il nostro è costretto nuovamente a lasciare. Torna da dove era venuto, alla Stampa, di nuovo a fare l’inviato. Ma comincia a scrivere anche sul Corriere della Sera e per il settimanale L'Europeo.

Alla Rai lo richiama nel ’68 Ettore Bernabei, potentissimo direttore generale. Nascono alcuni programmi di approfondimento giornalistico di successo, fra cui «Dicono di lei» (interviste a personaggi famosi fra pubblico e privato) e nel ’71 «Terza B, facciamo l'appello» (con personaggi famosi che incontravano ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, primi amori...).

E proprio nel ’71 ritorna da direttore nel giornale della sua città, quel Resto del Carlino da cui era stato cacciato vent’anni prima. Dura poco. Nel ’72 torna al Corriere della Sera, che non avrebbe più lasciato, tranne una breve parentesi come editorialista a Repubblica, negli anni seguiti allo scandalo della P2 che rischiò di travolgere la corazzata di via Solferino.

Negli ultimi trent’anni la vita professionale di Enzo Biagi si è divisa fra il Corriere, la Rai e i libri: romanzi, interviste, inchieste, libri storici, alcuni persino a fumetti. Giornalista multimediale senza bisogno di aspettare internet. Per il servizio pubblico cura dal ’77 all’80 su Raidue «Proibito», nell’82 su Raiuno «Film Dossier», nell’83 su Raitre «La guerra e dintorni» (un programma dedicato a episodi della seconda guerra mondiale) e poi su Raiuno il seguitissimo «Linea Diretta», che avrà più edizioni.

Gli anni Novanta sono quelli delle grandi trasmissioni tematiche («Che succede all'Est?», «I dieci comandamenti all'italiana», «Una storia», «Processo al processo su Tangentopoli»...), fino al «Fatto» di cui si è detto. Cominciò nel ’95, cinque minuti di approfondimento sui principali fatti del giorno subito dopo il Tg1 delle venti. Media di sei milioni di telespettatori a sera, nominato da una giuria di giornalisti il miglior programma giornalistico realizzato nei cinquant'anni della Rai. Fino a quell’intervista a Benigni nel 2001 e ai cinque anni di esilio dal video che ne seguirono.

Negli ultimi mesi, nell’ultimo giro di giostra, quasi alla fine di quelli che lui chiamava «i miei tempi supplementari», Biagi scriveva su Espresso, Oggi e Corriere della Sera. E si dedicava al premio «È giornalismo», da lui fondato anni fa con Montanelli e il suo coetaneo Bocca (più giovane di lui di nove giorni), già considerato il Pulitzer italiano. L’anno scorso è uscito «Quello che non si doveva dire», un saggio sull’«editto bulgaro».

Una volta aveva detto: «Le persone che ho intervistato erano tutte interessanti per la storia che avevano dietro. Ho parlato con grandi uomini, grandi donne, ma anche grandi imbecilli. E purtroppo viviamo in un mondo sguaiato, dove anche chi non ha veramente niente da dire si sente in dovere di rendere il mondo partecipe del proprio pensiero. Di sicuro è molto più piacevole intervistare una persona intelligente. Parlare con Roberto Benigni, per esempio, è sempre una festa perché è geniale...».

Biagi ha comunque fatto in tempo a tornare in televisione. Prima come ospite nel programma di Fabio Fazio «Che tempo che fa» (intervista di 20 minuti, standing ovation del pubblico, record di ascolti) e a «Primo Piano», a testimoniare il suo affetto per la Rai, «la mia casa per quarant'anni».

Poi nell’aprile scorso, esattamente a cinque anni dall’«editto», con il suo vecchio e nuovo «RT - Rotocalco Televisivo», aprendo la trasmissione vista da due milioni e mezzo di spettatori così: «Buonasera, sono contento di rivedervi, scusate se sono un po' commosso e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica...».

Quella volta parlò anche di Resistenza. Che non è solo un argomento del passato. Perchè c’è sempre qualcosa o qualcuno - ricordò Enzo Biagi - a cui bisogna resistere.

giovedì 1 novembre 2007

TRIESTE «Sono contenta di tornare a Trieste, città che amo molto, per cantare al Politeama Rossetti. Peccato per quel palcoscenico in discesa. Bisogna stare attenti a non scivolare. Ma mi hanno detto che la via del teatro è stata intitolata a Giorgio Strehler...».

Ornella Vanoni aprirà il suo tour teatrale - dopo due anteprime a Cattolica, oggi e domani - mercoledì 7 novembre al Rossetti. E il pensiero torna subito al grande Strehler. Corsi e ricordi della storia: correva l’anno 1955, e una giovanissima Ornella Vanoni, fresca di diploma alla Scuola d'arte drammatica del Piccolo di Milano, debuttava come attrice in «Questa sera si recita a soggetto»
, diretta proprio da quel triestino di Barcola, cittadino del mondo...

«La prima volta che sono venuta a Trieste - ricorda la cantante - è stato proprio con Giorgio. Lui amava molto la sua città. E posso dire che io l’ho scoperta attraverso lui. Che si emozionava sempre davanti a piazza dell’Unità, alle Rive, al mare, a quella vostra pasticceria in stile austriaco. Stava da tanti anni a Milano, ma bastava che tornasse a Trieste, o che incontrasse un suo concittadino, e riprendeva a parlare tranquillamente in dialetto. Me lo ricordo perfettamente che parlava in triestino con sua madre...».

Lei poi è tornata a Trieste tante volte...

«E l’ho sempre trovata un po’ abbandonata. Il porto, per esempio, credo avrebbe delle potenzialità immense. Non so se la situazione è cambiata negli ultimi anni, ma io me lo ricordo abbastanza sottoutilizzato. Eppure adesso la città ritorna a essere centro d’Europa...».

Cosa le piace della città?

«Per me, oltre a essere la città di Strehler, è la città di Svevo, di Saba. È quella la Trieste che amo. Ha quella leggera tristezza che la permea e la rende unica. La gente è molto gentile. Me lo ricordo quando siamo venuti con il primo tour Vanoni Paoli, verso la metà degli anni Ottanta, proprio al Rossetti: l’accoglienza fu splendida...».

Strehler, Paoli: fasi diverse della sua vita e della sua carriera...

«Giorgio era teatro puro. Fu lui che mi inventò come ”cantante della mala”. Era la Milano a cavallo fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, il Piccolo Teatro, la Galleria del Corso, il Festival di Spoleto nel ’59: un periodo irripetibile, di grande creatività. Ci sentivamo al centro di qualcosa di importante...».

Paoli, invece?

«A un certo punto mi ero stufata di cantare per un pubblico di nicchia. E lui, che è un poeta fantastico, aveva scritto per me un capolavoro assoluto come ”Senza fine”. Il grande pubblico mi scoprì allora, poi arrivarono ”Io ti darò di più”, la televisione come conduttrice, il cinema...».

E l’amore per il Brasile.

«Era il ’67, c’era questa canzone di Niltinho che si intitolava ”Tristeza”, che nella versione italiana diventò ”Tristezza”. Ma l’album fondamentale arrivò qualche anno dopo: ”La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria”, nato dalla collaborazione con Sergio Bardotti, Vinicius De Moraes e Toquinho. Credo che il pubblico italiano abbia scoperto la bellezza della musica brasiliana anche attraverso quei miei dischi...».

Un amore, quello con la musica brasiliana, che continua.

«Sì, certo. Nel nuovo disco, fra tante canzoni nuove, c’è anche “O que me importa”, un vecchio successo brasiliano del 1971, una perla preziosa recuperata in tempi recenti anche da Marisa Monte».

Lei ha cantato anche con le star del jazz.

«Erano gli anni Ottanta. E al mio album ”Ornella &...” parteciparono musicisti come Gil Evans, George Benson, Herbie Hancock, Lee Konitz, Michael Brecker... Non era come adesso, che si può fare un disco a distanza, scambiandosi dei ”file” musicale. Allora erano tutti assieme, lì, in sala di registrazione...».

Il piacere di farsi accompagnare dai jazzisti le è rimasto.

«I buoni musicisti sono sempre anche dei jazzisti. Nel nuovo disco suona Paolo Fresu, con cui collaboro da anni. E Mario Lavezzi, il mio produttore, si è inventato anche questa presenza di Mario Biondi, una voce davvero eccezionale».

Il nuovo disco è «Una bellissima ragazza». Dicono che è molto autobiografico.

«Sì, è un lavoro decisamente autobiografico. Sono canzoni che raccontano l’amore in ogni sua modulazione: da quello irregolare de ”Gli amanti” fino a quello della serenità, dell’affetto profondo di ”Qualcosa di te”, scritta da Lavezzi».

Una canzone è di Renato Zero.

«Sì, ha scritto per me un bellissimo pezzo, interpretando perfettamente il mio stato d’animo. Un artista ha sempre un lato femminile. Ed è quello che permette a tanti autori di scrivere splendide canzoni ”al femminile”...».

In copertina c’è lei ragazza.

«Quella foto me l’ha scattata mio padre, a Paraggi. Avevo quindici anni, stavo sbocciando. È un’immagine a cui ovviamente sono molto legata».

C’è anche una dedica a Gesù che ha fatto discutere.

«Da qualche anno frequento la chiesa evangelica di Milano, canto nei cori, partecipo alle funzioni. Ho anche condotto le ultime edizioni del festival dei canti religiosi al Palalido di Milano. Gesù ha cambiato la mia vita in meglio da quando l'ho accettato e mi sono affidata a lui».

Lei era cattolica.

«Sì, in Italia siamo tutti cattolici. Da noi c’è tanta religione ma manca la fede. Io anni fa ho conosciuto un pastore evangelico che mi ha parlato di Gesù. E ha cambiato la mia vita. Ricordavo il catechismo come qualcosa di noioso, andare a messa era puro formalismo. Oggi frequento il culto che comprende ringraziamento, adorazione e molta musica...».

Lo spettacolo che debutta a Trieste?

«Le canzoni del nuovo disco, ovviamente. Ma anche un percorso a ritroso nella mia storia artistica. Diciamo che mi racconterò attraverso le mie canzoni. Con una scenografia molto bella e la regia di Giancarlo Cauteruccio, uno dei nomi più importanti e innovativi dell’avanguardia teatrale».

Con Ornella Vanoni, sul palco del Rossetti, ci saranno l’argentino Natalio Luis Mangalavite al pianoforte, Luca Scarpa (pianoforte, tastiere e programmazione), Michele Ascolese alle chitarre, Dino D’Autorio al basso, Roberto Testa alla batteria, Carlo di Francesco alle percussioni. Dopo il debutto triestino, il tour sarà l’11 novembre a Torino, il 13 a Bergamo, il 15 a Ravenna, il 22, 23 e 24 a Milano al Teatro Smeraldo, il 26 e 27 al Sistina a Roma. E poi a dicembre a Bari, Firenze, Venezia, Modena e altre città in via di definizione.



ROBERT WYATT C’è un signore che sta da trentaquattro anni su una sedia a rotelle. Ma rimane una delle menti più geniali e visionarie della musica pop. I ragazzi non lo conoscono. Si chiama Robert Wyatt. Fra la fine degli anni Sessanta e l’alba dei Settanta suonava la batteria nei Soft Machine (gruppo storico del jazz-rock inglese, che una volta suonò anche a Trieste, al Rossetti...), poi trasportò il suo genio iconoclasta nei Matching Mole (la cui pronuncia corrispondeva alla traduzione in francese del nome Soft Machine...), poi un giorno, a un party, a Londra, strafatto d’alcol e di chissà che altro, precipitò giù dal terzo piano forse nella convinzione errata di poter volare. Poteva morire, perse invece l’uso delle gambe. E da quel giorno del ’73, come detto, sta una sedia a rotelle. Oggi, a sessantadue anni, quattro anni dopo l’album «Cuckooland», esce con un nuovo disco intitolato «Comicopera» (Domino Records), registrato in parte in Italia, in cui suonano fra gli altri i suoi vecchi amici Brian Eno, Phil Manzanera, Paul Weller, Annie Whitehead, David Sinclair... Si tratta di una suite, come quelle che andavano di moda negli anni Settanta di cui Wyatt è stato protagonista. Con brani cantati in inglese, in spagnolo («Hasta siempre comandante») e anche in italiano («Del mondo» dei Csi).

L’opera è divisa in tre atti abbastanza eterogenei, indipendenti l’uno dall’altro: «Lost in noise» (il più intimista, con canzoni pop tutto sommato tradizionali, tipo «Just as you are», scritte assieme alla moglie Alfreda Benge), «The here and the now» e «Away with the fairies». Wyatt mescola jazz, musica etnica, pop di non immediata lettura, elettronica, inni politici, in quella che a tratti somiglia a una raccolta di appunti, ma non per questo perde il suo fascino e la capacità di incuriosire e intrigare l’ascoltatore.

Parte da «Stay tuned» di Anja Garbarek, cita Garcia Lorca («Cancion de Julieta»), oltre ai Csi di cui si è detto. «Registrare un disco non è solo un piacere astratto - ha spiegato Wyatt - e in questo disco si sente fortemente la presenza di esseri umani distinti e in comunione, intenti nell'atto di creare musica...».

Ma nel disco, soprattutto nel secondo atto, c’è anche una riflessione amara sul potere e sulla guerra. «Siamo tutti uniti in questa arrogante missione per civilizzare il mondo - sostiene il musicista - non sarebbe un male, se lo scopo fosse davvero nobile. Ma non lo è, considerato chi andiamo a bombardare...».

Ed è per questo che nel terzo atto l’artista evita la lingua inglese, considerata l’idioma dei paesi potenti, quelli che pretendono di esportare la democrazia con le guerre, e mette in scena una sorta di anarchica protesta poliglotta.

Lavoro di grande libertà, avanguardistico, quasi folle, non etichettabile, che ci riporta ai furori creativi della stagione di cui Robert Wyatt è stato grande - e per tanti versi sfortunato - protagonista. Una lezione di intelligenza e di eleganza, di ragione e sentimento, mai autoreferenziale, lontana anni luce dalle produzioni musicali attuali. Sorta di messaggio nella bottiglia per chi lo voglia ascoltare e intendere...








NOMADI «Nomadi & Omnia Symphony Orchestra» (Atlantic Warner) è invece il doppio cd (ma c’è anche la versione con dvd) che raccoglie trentadue pezzi storici del repertorio della band fondata negli anni Sessanta dal compianto Augusto Daolio e da Beppe Carletti. Che dice: «Dopo 35 anni siamo riusciti a suonare con gli archi: nel '72 li avevo fatti con il mellotron, la tastiera che allora si usava per riprodurre i suoni dell'orchestra. Per me suonare con l'orchestra sinfonica è il massimo...». Il progetto si deve alla collaborazione con Bruno Santori, incontrato al Sanremo 2006, quello da loro vinto nella categoria gruppi con «Dove si va», presente nel disco. Ed è stato registrato nell’aprile scorso al palasport di Brescia. Nella scaletta non mancano «Dio è morto» e «Auscwitz», scritte da Francesco Guccini più di quarant’anni fa, diventate veri e propri inni dei Nomadi. Ma anche i tanti altri successi di ieri e di oggi. E due inediti: «Ci vuole un senso» e «La mia terra». Già in classifica.


 

SANTANA Carlos Santana ha descritto questa raccolta «una lettera d’amore dedicata ai miei fan». I classici di una carriera irripetibile (novanta milioni di dischi venduti in quarant’anni) ci sono tutti: da «Samba Pa Ti» a «Black Magic Woman», da «Corazon Espinado» a «Oye como va»... Nuovi arrangiamenti e collaborazioni celebri (Tina Turner, Jennifer Lopez, Manà, Steven Tyler...) fanno di questo disco qualcosa di più della solita antologia di grandi successi. Anticipata dal singolo inedito «Into the night», interpretato dal leggendario chiarrista messicano assieme al leader dei Nickelblack, Chad Kroeger. Da mettere da parte per le grandi occasioni.

 

MATIA BAZAR Ci sono quarant’anni di musica nel nuovo cd dei Matia Bazar, che ripercorre la storia dei più rappresentativi gruppi italiani con quindici cover. Quasi un omaggio alle band che hanno influenzato in passato il quartetto guidato da Piero Cassano e Giancarlo Golzi, o che da questi sono state amate: da «Una ragazza in due» (Giganti, ’65) fino a «Svegliarsi la mattina» (Zero Assoluto, 2006). Passando per Equipe 84, Corvi, Dik Dik, Pooh, Nomadi, Pfm, Banco, Delirium, Negramaro... «Canzoni che avrei voluto scrivere», come spiega Cassano. Roberta Faccani dal 2005 è la nuova voce femminile del gruppo. Il disco è uscito anche in vinile.


MORANDI Gianni Morandi, un mito: quarantacinque anni di carriera (il primo 45 giri è del ’62) e quasi cinquanta milioni di dischi venduti. Numeri da festeggiare con «Grazie a tutti» (EpicSonyBmg), triplo cd antologico con cinquanta canzoni rimasterizzate a Londra. Nell’antologia ci sono i classici degli anni Sessanta («In ginocchio da te», «Non son degno di te», «C’era un ragazzo», «La fisarmonica»...) e i successi della seconda giovinezza, cominciata quando Mogol nel 1980 scrisse per lui «Canzoni stonate». Gli inediti sono quattro: «Stringimi le mani» di Pacifico, «Un mondo d’amore» in duetto con Baglioni, una versione «live», mai pubblicata prima, di «Se non avessi più te» eseguita con l'orchestra diretta da Ennio Morricone nel ’65, e un medley («Questa vita cambierà/Come è grande l'universo/Principessa»), inciso dal vivo per questo album con l'orchestra di soli archi Roma Sinfonietta, diretta da Celso Valli. Un monumento discografico a un monumento vivente della canzone italiana. Uno che ha attraversato cinque decenni di storia musicale - e di costume - del nostro paese. Ed è ancora qui.

mercoledì 24 ottobre 2007

TRIESTE Dionne Warwick canterà a Trieste, al Politeama Rossetti, martedì 15 gennaio. Il concerto è previsto a conclusione del tour italiano che comincerà il 7 gennaio al Sistina di Roma e poi toccherà anche Napoli e Firenze, prima di ripartire per gli Stati Uniti. La tournèe mondiale della cantante del New Jersey è già in corso: ieri sera ha fatto tappa a New York.

E va detto che la stagione musicale dell’autunno/inverno triestino - cominciata l’altra sera con i Negramaro al Rossetti, dove il 7 novembre debutta il tour teatrale di Ornella Vanoni - promette sin da ora anche altre attrattive. Sabato primo dicembre arriva Max Pezzali (ex 883) al PalaTrieste, dove a marzo è annunciato un concerto di Biagio Antonacci e ai primi di aprile ritornano gli intramontabili Pooh. E il calendario si arricchirà certamente col passare delle settimane.

Ma torniamo a Dionne Warwick, vera signora della musica americana e internazionale, il cui concerto triestino di gennaio si preannuncia sin d’ora come un appuntamento da non perdere. Classe 1940, vero nome Marie Dionne Warrick. Dopo gli esordi da ragazza nel gospel, debutta nel ’63 col singolo «Don't make me over», sulla copertina del quale il suo cognome viene riportato in maniera errata (Warwick anzichè Warrick) originando però quello che sarebbe rimasto il suo cognome d’arte. Di quello stesso anno è l’album intitolato «Presenting Dionne Warwick».

Successivamente «Walk on by» ma soprattutto nel ’67 «Here where there is love» (in particolare grazie al singolo «I say a little prayer», rispolverato per il film «Il matrimonio del mio migliore amico») la consacrano come cantante di successo mondiale. Sono di quegli anni anche le sue partecipazioni al Festival di Sanremo, nel ’67 con «Dedicato all'amore» e nel ’68 con «La voce del silenzio».

Nei decenni successivi Dionne Warwick - famosa soprattutto per le sue interpretazioni delle canzoni di Hal David e Burt Bacharach - si è sempre mantenuta su un buon livello qualitativo, collaborando fra gli altri con Barry Manilow, gli Spinners, Barry Gibb dei Bee Gees (il famoso duetto di «Heartbreaker», nell’82),

Nell’85 partecipa alla registrazione di «We are the world». L’anno dopo è alla guida di un progetto benefico per la ricerca sull'Aids e canta «That's what friends are for» con Gladys Knight, Elton John e Stevie Wonder. È il suo quinto Grammy Award, dopo quelli vinti alla fine degli anni Sessanta.

<Nel suo attuale spettacolo, che sta portando in giro per il mondo, non mancano ovviamente i suoi cavalli di battaglia, quali «Walk on by», «Alfie», «I say a little Prayer», «That's what friends are for» e «I never fall in love again». Quest’anno è uscito il suo nuovo album intitolato «My friends & me», tutto al femminile, nel quale duetta fra le altre con Cindy Lauper, Gloria Estefan, Angie Stone, Kelis e Gladys Night.

Da segnalare ancora che la cantante - cugina per parte di madre di Whitney Houston - è stata arrestata per possesso di marijuana nel 2002 a Miami (condanna ritirata in seguito a un pattegiamento che prevedeva un programma di disintossicazione).

Per quanto riguarda gli altri protagonisti della stagione triestina, ricordiamo che Ornella Vanoni - che ha appena pubblicato l’album «Una bellissima ragazza» - farà due anteprime del tour teatrale il 30 e 31 ottobre a Cattolica, prima di debuttare mercoledì 7 novembre a Trieste, al Politeama Rossetti. In scaletta, le canzoni del nuovo album ma anche i tanti cavalli di battaglia della sua lunga carriera, senza dimenticare i brani che testimoniano il suo antico amore per il Brasile.

Il tour di Max Pezzali, seguito all’uscita dell’album «Time out» e partito da Milano il 12 ottobre, dopo un’anteprima nel maggio scorso in un locale milanese, arriva al PalaTrieste quasi in chiusura: il 30 novembre sarà al Palaverde di Treviso, il primo dicembre è nel capoluogo giuliano e si conclude il 6 dicembre a Napoli.

Biagio Antonacci girerà invece la penisola nei palasport, a partire dal 9 novembre (debutto a Treviglio, provincia di Bergamo), dopo i due megaconcerti dell’estate scorsa allo Stadio San Siro di Milano e al Velodromo di Palermo. Prima di arrivare a Trieste a marzo, il «Vicky Love Tour» fa tappa martedì 13 novembre al palasport di Pordenone.

Da segnalare infine altri due importanti appuntamenti a Pordenone: il 9 novembre è in programma un concerto dei leggendari Deep Purple, il 22 febbraio sono invece attesi i californiani Korn.
TRIESTE Aromi di Negramaro, ieri sera al Politeama Rossetti. Aromi rock caldi e appassionati, con quel retrogusto amarognolo tipico del vino del Salento da cui Giuliano Sangiorgi e compagni hanno preso il nome. Aromi di grande musica italiana, che la band esplosa negli ultimi due anni e mezzo ha deciso di «denudare» e proporre in versione acustica nella cornice elegante di un tour teatrale, dopo i tanti club e spazi all'aperto riempiti dalla primavera/estate 2005 a oggi.

L'apertura offre uno splendido colpo d'occhio. Scenografia essenziale, lineare come l'operazione acustica richiede. Una grande griglia colorata fa da fondale. I musicisti sono disposti a semicerchio sul palco pieno di strumenti quasi tutti acustici e molti etnici: il piano Rhodes, l'organetto diatonico, la steel guitar, lo xilofono, il contrabbasso elettrico, ma anche la fisarmonica, il banjo, il bouzuki vestono di colori nuovi canzoni già conosciute e amate dal pubblico.

«La distrazione», il brano che apre l’ultimo disco registrato a San Francisco, è anche quello scelto per cominciare lo show. Si capisce subito che l'operazione è stata fatta con gusto e intelligenza. L'abito musicale è diverso ma l'anima, il cuore sono rimasti immutati. Né poteva essere altrimenti. Una sontuosa conferma arriva con «Mentre tutto scorre», il brano clamorosamente bocciato al Sanremo Giovani 2005, che poi nello spazio di poche settimane trasformò il gruppo pugliese nella grande sorpresa di quell'annata musicale italiana. Ebbene, per quello che rimane comunque la loro bandiera, per quello che si porta dentro il marchio di fabbrica che ha fatto grandi i Negramaro, ieri sera al Rossetti rilettura elegante ed essenziale, quasi scarna, soltanto per chitarra e voce, praticamente perfetta.

Sangiorgi si alterna fra piano e chitarra. Quando ha le mani libere si trasforma in uno scatenato folletto nero, una marionetta snodata che corre, salta, s’inginocchia, ma soprattutto permea lo spettacolo della sua splendida e poderosa vocalità meridionale. I cori del migliaio abbondante di spettatori fanno il resto.

Lo show, diviso in due parti, va a pescare nei tre album diciamo così «ufficiali» della giovane discografia del gruppo (il primo era stato una sorta di «album test» uscito nel 2003, dall'anima profondamente rock, un po' stile Radiohead, dovuto alla solita geniale intuizione di Caterina Caselli...), realizzando una riuscita operazione a ritroso. Canzoni che erano nate nella versione chitarra e voce, oppure pianoforte e voce, e che solo in un secondo tempo erano state rivestite di abiti rock, con un occhio alla tradizione melodica italiana e l'altro al miglior rock progressive degli anni Settanta, ritornano metaforicamente a casa, nude, semplici, acustiche, come mamma le ha fatte...

Ecco allora «Come sempre» e «Scusa se non piango», «Quel posto che non c’è» (ai sei Negramaro si aggiungono Andrea Di Cesare al violino e Claudia Della Gatta al violoncello) e «Solo per te», «Nuvole e lenzuola» (altra bandiera...) e «Neanche il mare», «Scomoda-mente» e «La finestra», che chiude il primo tempo.

Si riparte con «Giuliano poi sta male» (che diventa un vibrante mix fra una taranta pugliese e una giga irlandese...), si prosegue con «Un passo indietro» e «L’immenso», «Estate» (con Sangiorgi che sbuca in platea, una piccola torcia in una mano e il microfono nell’altra...) e «Cade la pioggia» (con commossa dedica a Jovanotti, che la canta con loro nel disco, e proprio ieri sera ha perso il fratello in un incidente).

Fra i bis non può mancare «Parlami d’amore», tormentone dell’estate ormai conclusa. Dentro il Rossetti - fra suoni, aromi e colori del Sud -, canzone dopo canzone la temperatura ormai è calda. Fuori la notte autunnale non promette nulla di buono. E forse anche per questo il pubblico, ieri sera, non aveva nessuna voglia di andar via...

sabato 20 ottobre 2007

TRIESTE «Volevamo rimetterci in discussione, ripartire da zero. Come quando l’anno scorso siamo andati a San Francisco per registrare ”La finestra”. Anche stavolta, dopo il tour estivo nelle arene e nei grandi spazi, abbiamo sentito l’esigenza di metterci alla prova con un tour teatrale, il nostro primo tour teatrale, tutto acustico, con strumenti etnici, denudando le canzoni, per vedere se funzionano anche così...».

Giuliano Sangiorgi, cantante e leader dei Negramaro, racconta con entusiasmo genesi e motivazioni di questo tour teatrale, partito l’altra sera da Verona, dopo una «data zero» a Trento, che domani sera arriva a Trieste, al Politeama Rossetti.

«Finora il pubblico triestino - prosegue Sangiorgi - ci ha visti solo in versione elettrica, al Barcolana Festival di due anni fa e al Festivalbar dell’anno scorso, entrambe le volte nella vostra splendida piazza Unità. Stavolta scoprirà le nostre canzoni con nuovi arrangiamenti, quasi com’erano nate, nella ”stanzetta” delle origini».

A teatro per intercettare un pubblico più adulto?

«No. Non ci spinge una voglia elitaria, non cerchiamo un pubblico diverso, anche perchè noi abbiamo sempre avuto un pubblico vario, molto trasversale. Non decidi a tavolino a chi ti rivolgi. Diciamo anzi che con questo tour vogliamo rendere omaggio al nostro pubblico, quello che ci ha permesso di arrivare dove siamo».

Dalla bocciatura al Sanremo Giovani 2005 al trionfo nelle classifiche e nelle piazze già nell’estate successiva. Come avete mantenuto i piedi per terra?

«La nostra storia è cominciata sette anni fa, anche se negli ultimi tre anni ha subito una netta accelerazione. Il progetto era solido, radicato nelle nostre teste e nella nostra cultura, e ci ha dotato dei mezzi necessari per affrontare questo successo, per non farci andare fuori di testa. Oggi facciamo cento concerti all’anno, ma non dimentichiamo quel nostro primo concerto a Trani, sette anni fa, davanti a pochissime persone...».

Dal Sud arriva oggi molta della miglior musica italiana...

"Il Sud oggi è verità, c’è poco artificio, in un mondo come quello musicale che soffre proprio di artificiosità. La cultura musicale del Salento è sempre stata elevata, forse serviva solo che qualcuno la scoprisse. Noi non usiamo il dialetto, non suoniamo la pizzica per una scelta precisa: puntare sul lato internazionale della nostra musica, usufruibile ovunque».

Per questo siete andati negli Stati Uniti?

«Anche. Andando negli States non inseguivamo il sogno americano che peraltro non abbiamo mai avuto. Ci serviva ricominciare da zero, confrontarci con una realtà sconosciuta, con studi di registrazione e tecnici che ci dessero i consigli giusti, senza essere condizionati dal fatto che in Italia eravamo primi in classifica».

E avete registrato in analogico.

«Fa parte dello stesso discorso minimalistico del tour teatrale. Volevamo giocare con poche cose, catturare le emozioni, la magia che sta nell’essenza delle canzoni».

Cos’è questa storia che ora vivete tutti assieme in campagna?

«È vero. Ci dividiamo fra il nostro Salento, che non abbiamo abbandonato, e questo casolare di campagna, vicino Parma, dove torniamo tutte le volte che è possibile. C’è anche una sala prove. Chi è venuto a trovarci ha detto che c’è l’atmosfera di una vecchia comune degli anni Settanta...».