...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
martedì 17 marzo 2015
BOBBY SOLO, 70 anni
Bobby Solo raccontò anni fa al nostro giornale: «Mia madre, Maria Pettener, abitava a Trieste ma era di Monfalcone (la nonna era istriana - ndr). Mio padre si chiamava Bruno Satti, un cognome probabilmente d’origine austriaca. Viveva a Trieste, in centro. Ho ancora un cugino che abita in Largo Barriera Vecchia e una zia, Emma, che ha 95 anni ed è molto in gamba. La nonna è sepolta a Castelvenere, un paesino croato. Siamo triestini da dieci generazioni...».
Parte dunque dalle nostre terre la storia di uno dei più importanti protagonisti della musica leggera italiana dell’ultimo mezzo secolo, che domani gira la boa dei settant’anni.
Roberto Satti - questo il suo vero nome - è infatti nato il 18 marzo 1945 a Roma, dove la sua famiglia si era trasferita per motivi di lavoro del padre, che faceva il pilota per l’Alitalia. E fu sempre a causa della professione del papà, che all’inizio degli anni Sessanta, con il ragazzo ancora adolescente, che la famiglia di trasferì a Milano.
Ma nonostante gli anni trascorsi nelle due capitali, l’artista non ha mai dimenticato Trieste. Della quale in quella vecchia intervista ebbe modo di dire: «Ricordo le piazze, i piccioni, quei due..., Mikeze e Jakeze. E poi l’odore del porto, del mare, Grignano e Sistiana, le osterie. Guardavo questi signori che bevevano vino bianco. Sono cose dell'infanzia, avrò avuto otto anni».
Ancora Bobby: «A Trieste sono tornato dopo aver fatto “Una lacrima sul viso”. È una città molto elegante, molto bella, molto romantica. Ma nessuno è profeta in patria. Finora ho fatto poche cose a Trieste, forse perché non si è mai saputo di queste mie radici. Sono disposto anche a venire ospite di qualche associazione, a scopo di beneficenza...».
Da quella canzone, “Una lacrima sul viso”, per l’allora diciannovenne artista cominciò tutto. Sanremo del ’64, il cantante aveva debuttato l’anno prima con il 45 giri “Ora che sei già una donna” e “Valeria”, grazie al fiuto del discografico Vincenzo Micocci. Al momento della firma del contratto il ragazzo scelse di chiamarsi Bobby, senza cognome - pare - per rispetto del padre. “Bobby solo” (nel senso di “solamente”...) disse Micocci al momento della stipula: ma la segretaria che stava scrivendo capì male, e nacque così il suo nome d’arte.
Ma il caso aveva appena cominciato a scrivere il copione della sua carriera. Al Festival propone in coppia con Frankie Laine quello che sarebbe diventato un grandissimo successo: testo di Mogol e musica sua, ma non può firmarla in quanto minorenne (all’epoca la maggiore età era a ventuno anni) e non ancora iscritto alla Siae. Solo tanti anni dopo, nel ’91, riesce a riaverne i diritti.
La sera della sua esibizione si presenta con un filo di rimmel sulle ciglia (piccolo scandalo: erano altri tempi...). Ma un calo di voce gli impedisce la diretta, canta allora in play-back, cosa vietata dal regolamento. Forse anche per questo non vince, ma solo nel ’64 vende due milioni di copie del disco e comunque viene “risarcito” l’anno dopo, quando trionfa con “Se piangi se ridi”, in coppia con i New Christy Minstrels. E poi vincerà anche nel ’69 con “Zingara”, in coppia con Iva Zanicchi.
La sua carriera brilla di successo, in Italia ma anche all’estero, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. Periodo in cui divide con Little Tony il titolo di “Elvis Presley italiano”. Poi soprattutto revival, senza rinunciare a qualche comparsata a Sanremo, ad altri dischi e a tantissime serate. Ora, padre di un bambino di due anni (ha già quattro figli grandi e otto nipoti), vive ad Aviano con moglie e bimbo.
Dice: «Non mi importa nulla di compiere settant’anni...». E si regala un nuovo disco: “Meravigliosa vita”, composto di nove inediti, tre di Mogol, quattro riletture blues dei suoi classici: “Se piangi se ridi”, “Non c'è più niente da fare”, “Gelosia” e ovviamente “Una lacrima sul viso”. Buon compleanno, Bobby...
domenica 15 marzo 2015
RADIO CITY TRIESTE, sul web da TS al mondo
Quarant’anni dopo le prime radio private (o “libere”, come si diceva allora, in tempi di monopolio radiotelevisivo...), una nuova emittente web è nata a Trieste. E sfruttando le meraviglie della tecnica, viene ascoltata e raccoglie consensi in mezzo mondo: dal Canada a Israele, dagli Stati Uniti all’India, dal Giappone alla Russia, dalla Bulgaria alla Polonia, dall’Inghilterra alla Scandinavia, dalla Germania all’Argentina, dalla Spagna alla Grecia, dalla Francia fino alle vicine Slovenia e Croazia.
Stiamo parlando di Radio City Trieste (www.radiocitytrieste.it), che in soli tre anni di vita ha visto aumentare in maniera importante la propria popolarità.
«Siamo partiti - dice Andrea Sivini, da anni regista di tutte le immagini di Claudio Baglioni, fra i fondatori della radio e conduttore di uno dei programmi più seguiti - con l’idea di trascorrere un’oretta proponendo gli album delle nostre collezioni private, con l’ambizione semmai di raggiungere parenti e amici. Rapidamente, il giocattolo ci è letteralmente esploso tra le mani, e oggi la crescita di ascolti, interesse e amici, salita esponenzialmente, sembra non avere fine. I messaggi ci arrivano in diretta da tutto il mondo, tramite i moderni mezzi di comunicazione e i social network».
Il programma condotto da Sivini (alias “Andrea Mr. Rock”) con Massimo Barzelatto (“Maxx Double X”), già diventati per tutti i “Rock Brothers”, s’intitola “Rock on” e va in onda ogni martedì sera, con inizio alle 21. Propongono delle autentiche “maratone rock”: Sivini più attento alla musica degli anni Settanta, Barzelatto più legato alle sonorità heavy e prog-metal, in mezzo anche tanto rock melodico e reminescenze anni Ottanta, senza ovviamente dimenticare quel che propone l’attuale scena rock internazionale.
Il programma prevede interviste (spesso via Skype) a protagonisti del rock, presentazioni di nuovi artisti italiani, esibizioni “unplugged” di musicisti locali emergenti. E la radio è diventata l’emittente ufficiale dell’associazione Trieste is Rock, da qualche anno impegnata nell’organizzazione di concerti in città.
Per la primavera/estate c’è in programma di seguire vari eventi, concerti e festival in giro per l’Europa: dal Frontiers Rock Festival a Trezzo sull’Adda (dal 10 al 12 aprile) allo Sweden Rock Festival a Solvesborg, in Svezia, dai “Metal days” di Tolmino, in Slovenia, fino al “Bang your head” a Balingen, Germania. Sempre a tutto rock.
lunedì 9 marzo 2015
SILENCIO, mafie e giornalisti fra Messico e Calabria / da Articolo 21
"Mi dicono che all'inaugurazione dell'anno giudiziario si parla sempre di Trieste come di un'isola felice. Quasi un'operazione di copia-incolla anno dopo anno. Ebbene, mi sembrerebbe molto strano che questa città fosse l'unica al mondo senza mafia. Chissà, forse è solo un problema di magistrati e investigatori disattenti...". Attilio Bolzoni, scrittore e giornalista, firma storica di Repubblica su cose di mafia e di Sicilia, ha chiuso con queste parole - accompagnate da un sorriso malizioso - il dibattito seguito alla presentazione triestina del docu-film "Silencio", che ha realizzato con Massimo Cappello. Una proiezione organizzata all'Auditorium del Museo Revoltella dall'associazione triestina di "Libera", con la collaborazione del Comune di Trieste (la vicesindaca e giornalista Fabiana Martini ha condotto il dibattito finale, al quale hanno partecipato anche Cappello e don Tonio Dell'Olio, responsabile del settore internazionale di "Libera") e con il patrocinio dell'Assostampa del Friuli Venezia Giulia.
Il docu-film, prodotto dall'Associazione stampa romana e dalla Fondazione Musica per Roma, è un'opera di grande valore civile. Parla di Messico e di Calabria, di narcos e di 'ndrangheta. Ma parla anche di decine di giornalisti seviziati, uccisi, fatti sparire nel nulla senza che venisse mai identificato un colpevole, nelle terre dove sorgono i lussuosi resort di Playa del Carmen, dove un italiano su tre ha a che fare con la malavita. E parla di altrettanti giovani cronisti calabresi finiti nel mirino della criminalità organizzata perchè hanno cominciato a dare fastidio al capoclan o al potente di turno. O semplicemente perchè hanno smesso di fare da cassa di risonanza ai potenti e hanno scelto di fare il loro lavoro con onestà. O ancora perchè hanno cominciato a chiedersi "perchè?". "Porqué?", ovvero la regola più importante di quella anglosassone delle "5 W", che i "reporteros" messicani hanno insegnato a Bolzoni nel viaggio compiuto nella primavera dell'anno scorso, dal quale ha avuto origine "Silencio".
"Da tempo - dice il giornalista - volevo dedicare un servizio ai giornalisti uccisi in Messico. Prima di partire ho studiato a lungo le storie di queste persone apparentemente ingoiate dal nulla, ma la situazione che ho trovato laggiù è decisamente più grave di quella che mi ero immaginato. Ne hanno uccise ottantuno negli ultimi quattordici anni. E altre sedici sono scomparse. E non c'è mai un colpevole. La cosa più grave è che nel 65 per cento dei casi, i killer non sono i narcos".
E poi la nostra Calabria, terra splendida e sfortunata. "C'è un collante - prosegue Bolzoni - tra queste due realtà distanti geograficamente ma non per mentalità: la presenza di una criminalità radicata, ramificata, che condiziona la vita delle persone. Fare il giornalista in alcuni luoghi è pericoloso. Perchè se solo si osa rompere il muro di omertà, si finisce male. A causa delle verità che scrive, Anabel Hernàndez è costretta a vivere sotto scorta. In Calabria ci sono colleghi giovanissimi che raccontano quotidianamente la 'ndrangheta, le storie dei preti che resistono e di chi cede. Vivono con il fiato sul collo".
Nel Messico di Anabel Hernàndez e Diego Enrique Osorno, nella Calabria di Michele Albanese e di Giovanni Tizian, nelle terre di tanti cronisti coraggiosi che vengono intimiditi e a volte uccisi e fatti sparire. Perchè la mafia, anzi, le mafie sono ovunque. Anche nei luoghi, nelle città che soltanto a un occhio distratto possono sembrare delle isole felici, delle oasi di tranquillità e legalità.
Carlo Muscatello
domenica 8 marzo 2015
JOAN BAEZ stasera udine, teatro nuovo
Ieri a Bologna, stasera alle 21 al Nuovo di Udine (tutto esaurito), poi ancora due tappe a Roma e Milano. Joan Baez manca dall’Italia da tre anni. E ogni volta che torna è una festa per chi ama la musica ma i diritti civili.
«Ho un rapporto speciale con l’Italia - ha detto l’artista, nata nel 1941 a Staten Island, New York -. Mi sono innamorata del vostro paese la prima volta che sono venuta, negli anni Sessanta: ero giovanissima ed era impossibile non restare affascinati dal posto, dalla gente».
Che storia, la sua. Ha appena diciotto anni quando viene notata al Newport Folk Festival nel ’59. L’anno dopo pubblica il primo lavoro, intitolato semplicemente “Joan Baez”, ben accolto da pubblico e critica, anche se sono gli album successivi quelli che la rendono popolare nell’America che si prepara alla grande stagione della protesta: “Joan Baez Vol. 2”, uscito nel ’61, e “Joan Baez in concert, part 1”, del ’62.
Quei due album sono altrettante pietre miliari, rimangono nelle classifiche di vendita per due anni. E per due anni, dal ’62 al ’64, la ragazza diventa il volto della musica folk, partecipando a concerti e festival, cantando a importanti eventi politici, come la Marcia su Washington nell’agosto ’63, quando Martin Luther King pronunciò il suo leggendario “I have a dream”. Sono anche gli anni del sodalizio con Bob Dylan. Pian piano il suo repertorio si sposta dalla tradizione verso la politica, verso quella maggiore coscienza sociale che si fa strada fra i ragazzi degli anni Sessanta.
«In tutti questi anni - ha detto - il mio rapporto con la musica non è cambiato: è la mia vita, non solo il mio lavoro, non sarei me stessa senza la musica. Ma sono passata attraverso molte fasi, all’inizio amavo andare in scena sola con la chitarra, poi la musica si è fatta più complessa e ricca. Nel nuovo show con me ci sono un percussionista e la mia assistente che è anche una brava cantante. E un polistrumentista che suona sette strumenti diversi. Sul palco accadono molte cose».
Ancora Joan Baez: «Ho 55 anni di repertorio a disposizione. Faccio i miei classici, ma non mi basta confermare le certezze del pubblico. E poi ci sono le cose che il pubblico vuole sentire. Soprattutto le mie storie: parlo tanto durante i concerti e quando sono in Italia mi piace farlo in italiano, per avere un rapporto più diretto con chi mi ascolta...».
VERDENA 27-4 trieste, teatro miela
I Verdena tornano a Trieste, per un concerto che si terrà lunedì 27 aprile al Teatro Miela, nella seconda parte del tour italiano seguito alla pubblicazione del loro nuovo album “Endkadenz - volume 1” (il secondo capitolo uscirà entro l’estate).
Nei quindici anni trascorsi dal loro debutto (era il ’99, fecero capolino con il singolo “Valvonauta” e l’album “Ver- dena”, e prodotto da Giorgio Canali dei Csi), questi tre ragazzi bergamaschi all’inizio erano considerati “i Nirvana italiani”. Una curiosità: originariamente si facevano chiamare Verbena, dal nome di una pianta, ma dovettero cambiare una consonante dopo aver scoperto l’esistenza di un gruppo statunitense con lo stesso nome, prodotto fra l’altro da Dave Grohl, ex batterista dei Nirvana.
Ma i fratelli Alberto e Luca Ferrari (chitarra, voce e batteria), assieme a Roberta Sammarelli al basso, sono riusciti negli anni a scrollarsi di dosso riferimenti e paragoni pur importanti, identificando una propria strada originale attraverso album come “Solo un grande sasso”, “Il suicidio dei samurai”, “Requiem”, “Wow”...
«Il titolo del nuovo album - dicono i Verdena - nasce da un gesto che abbiamo visto ritratto su un libro, dove un musicista, alla fine di un concerto, si gettava fisicamente dentro a un timpano...».
«Quando entriamo in studio l’obiettivo è sempre quello di uscirne alla fine con qualcosa di nuovo rispetto a quello che abbiamo sempre fatto. Chi si aspetta un nuovo “Wow” rimarrà deluso perche quello è un esperimento che appartiene al nostro passato. Ad ogni nostro disco capita che inizialmente il pubblico si divida, ma ci annoieremmo senza cambiare le cose».
Nel corso degli anni, il trio “titolare” è stato affiancato nei concerti da altri musicisti. Attualmente, solo dal vivo, il quarto è Giuseppe Chiara (tastiere, chitarra e cori). Prima del concerto triestino, saranno il 28 marzo al Deposito di Pordenone.
venerdì 6 marzo 2015
CONTRATTO DI SOLIDARIETA' AL PICCOLO DI TRIESTE
Il Comitato di Redazione del Piccolo di Trieste ha firmato ieri a Roma, affiancato dall'Assostampa Fvg e dalla Fnsi, un contratto di solidarietà per il prossimo biennio. L'azienda aveva fatto richiesta di accedere al meno penalizzante degli ammortizzatori sociali per l'esigenza di ridurre ulteriormente il costo del lavoro giornalistico, in presenza di indicatori di crisi economica anche per l'anno in corso, dopo i risultati in calo degli anni passati. Ciò è avvenuto mentre il Gruppo Espresso Repubblica Finegil (di cui il Piccolo fa parte, assieme al Messaggero Veneto di Udine) ha presentato e sbandierato sui propri giornali il raddoppio degli utili nel 2014.
La firma di ieri è arrivata dopo una lunga trattativa, nel corso della quale il sindacato ha contestato la scelta dell'editore di scaricare sempre e comunque sui giornalisti il costo di crisi vere o presunte. Una possibilità, questa, che purtroppo la legge permette alle aziende e che le nuove normative sul lavoro del governo Renzi non faranno che accentuare.
Ricordiamo che il Piccolo nel 2011 poteva contare su una redazione di 48 giornalisti. In concomitanza con il passaggio al tabloid, al nuovo sistema editoriale, al full color e al centro stampa goriziano comune ai due quotidiani regionali del gruppo, una serie di pensionamenti (con blocco del turn over) ed esodi incentivati ha portato la redazione a 40 giornalisti. Fra la fine del 2014 e questo inizio del 2015 altri cinque colleghi sono andati in pensione e ovviamente non sono stati sostituiti, portando la redazione a 35 giornalisti. Alla fine di questo percorso biennale, nel quale l'azienda chiede anche dei prepensionamenti, la redazione del Piccolo potrebbe scendere a 32 giornalisti (direttore compreso). Un terzo della redazione in meno di cinque anni.
Il contratto di solidarietà sottoscritto, approvato dalla redazione con un voto sofferto ma a larghissima maggioranza, segno anche questo di grande responsabilità del corpo redazionale, prevede 1,41 giorni al mese a testa di solidarietà, 17 all'anno a testa: meno della metà di quanto richiesto inizialmente dall'azienda. Una penalizzazione dunque piccola, soprattutto se confrontata con quella ben più pesante che da tre anni stanno vivendo sulla propria pelle i colleghi del Primorski Dnevnik, anche loro in solidarietà ma con numeri decisamente superiori. Una penalizzazione accettata dalla redazione del Piccolo perché considerata una sorta di male minore, dinanzi al rischio di ammortizzatori sociali ben peggiori, come la cassa integrazione.
Rimane però lo schiaffo alla redazione. Alla quale tutti i direttori che si sono succeduti in questi anni a Trieste hanno sempre fatto grandi complimenti. Vien da pensare allora che le responsabilità della crisi, del calo delle vendite e di tutti i conti economici vadano ricercate altrove. Ma a pagare sono sempre e comunque i giornalisti.
I risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti quelli che li vogliono vedere. E la realtà, per il presente e per il futuro, parla di un Piccolo sempre più piccolo, con pochi redattori, tanti collaboratori malpagati e tantissime pagine sinergiche prodotte a Roma dall'agenzia del gruppo che lavora per tutti i quotidiani locali Finegil.
Trieste sta perdendo, o forse ha già perso, il suo storico quotidiano. Alla città interessa?
martedì 3 marzo 2015
ARES TAVOLAZZI con Danilo Rea e David King domani a Udine
Ha suonato nei tumultuosi Settanta con l’immenso Demetrio Stratos negli Area e qualche anno prima con Carmen Villani (ve la ricordate?). Ma anche con Mina e Francesco Guccini, con Paolo Conte ed Eugenio Finardi, con Gil Evans e Steve Lacy. Ancora: con Max Roach e Lee Konitz, Enrico Rava e Phil Woods, Stefano Bollani e Franco D'Andrea, Gianni Basso e Paolo Fresu...
Domani sera (e non oggi come annunciato, per alcuni problemi sopraggiunti nel tour) alle 20.45, al Palamostre di Udine, suona con Danilo Rea - tra i pianisti più apprezzati del jazz italiano ed europeo - e David King, batterista americano per anni con la band The Bad Plus.
A questo punto manca solo rivelare il nome del musicista di cui stiamo parlando, anche se gli appassionati del genere lo hanno ovviamente già capito: lui è Ares Tavolazzi, contrabbassista nato a Ferrara nel ’48, jazzista di valore ma anche turnista apprezzato nelle sale di incisione.
«Con Danilo Rea - spiega il musicista - suoniamo assieme da tanto tempo. In realtà ci eravamo conosciuti alla fine degli anni Settanta, quando suonavo con gli Area. Ma all’epoca le nostre strade musicali non si incrociarono. Poi una decina di anni fa è successo che ci siamo ritrovati. Abbiamo suonato prima in trio con Ellade Bandini alla batteria, ora suoniamo con questa formazione: standard, classici dei Beatles, arte varia. Andiamo a memoria, a volte non sappiamo nemmeno che cosa suoniamo. Si parte e via...».
Gli Area?
«Sono entrato nel ’74, sono passati quarant’anni e non mi sembra neanche vero. Fui chiamato per sostituire Jan Patrick Djivas che se n’era andato nella Pfm. A quei tempi facevo il turnista a Milano, suonavo nei dischi dei cantanti ma ero mosso da grande curiosità. Gli Area mi hanno permesso di scoprire che si poteva fare altro nella musica: il jazz, la musica popolare, quella etnica... Un universo che successivamente è diventato il mio interesse principale, musicalmente direi l’unico».
Demetrio?
«Ero un grande musicista ma anche un vero amico. Con lui si lavorava bene, nel gruppo c’era una grande democrazia musicale. Lui era molto aperto culturalmente, anche lui mosso da incredibile curiosità. E poi aveva quelle eccezionali doti vocali. Non ha inventato nulla, le sue tecniche vocali arrivavano dall’Asia, dalla Mongolia. Ma ha il merito di averle scoperte e portate da noi, nel panorama musicale italiano degli anni Settanta».
Quando il jazz è diventato il suo unico verbo?
«Prima e dopo gli Area, la musica pop e leggera mi hanno aiutato a vivere. Si sa che nel jazz non girano tanti soldi, alcuni fanno letteralmente la fame. Diciamo che suonando nei dischi e nei concerti di vari cantanti e gruppi ho potuto dedicarmi al jazz, all’improvvisazione. Poi, quando me lo sono potuto permettere, diciamo una quindicina di anni fa, ho mollato tutto il resto per dedicarmi soltanto alla mia passione».
Guccini?
«Un amicone, oltre che un grande artista. Ci sono arrivato tramite Vince Tempera, che conoscevo dagli anni Sessanta, quando suonavo con Carmen Villani. E nel suo gruppo storico ho ritrovato un altro vecchio amico e collega, ferrarese come me: Ellade Bandini. Pensi che da ragazzi, negli anni Sessanta suonavamo assieme in un complesso beat, gli Avengers. Con Guccini sono stati anni molto belli. Ma ha fatto bene a mollare: era stanco, voleva dedicarsi interamente alla scrittura. E poi c’è un’età per tutto, quand’è ora è ora...».
Un nome fra i jazzisti con cui ha collaborato.
«Gil Evans. Ho avuto il privilegio di suonare con la sua orchestra in occasione di alcuni concerti che ha tenuto in Italia, attorno all’82. Un grandissimo musicista, un eccellente direttore d’orchestra. Musicalità assoluta».
Negli anni Settanta la musica era anche politica. Come si trova in questa Italia?
«Se devo dire la verità, mi ci ritrovo molto a fatica. Non seguo molto, ammetto un certo disinteresse. Allora si credeva di poter cambiare il mondo anche con la musica. Volevamo fortemente cambiare il mondo. Ma con il senno di poi era un sogno, non era una cosa reale, anche se lo abbiamo creduto...».
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