sabato 8 ottobre 2016

LIGABUE 17-3 A TRIESTE

Ligabue torna a Trieste. Nell’elenco delle città che verranno toccate dal prossimo tour del rocker di Correggio, “Made in Italy - Palasport 2017”, che partirà il 3 e 4 febbraio da Roma, c’è infatti anche il capoluogo giuliano. Appuntamento dunque già fissato per venerdì 17 marzo al PalaRubini.
Si diceva un ritorno. Anche perchè il Liga, nella città dove nel 2002 ha anche girato lo splendido video di “Eri bellissima”, ha suonato tante volte. L’ultima, nel settembre di due anni fa, allo Stadio Rocco, con il “Mondovisione Tour”. Ma prima nel dicembre 2010, sempre al palasport (tutto esaurito con due mesi di anticipo; nel novembre 2006, doppia data al Rossetti; nel dicembre 2002, altra “due giorni”, elettrico al palasport e acustico al Rossetti; nel luglio 2000, megaconcerto allo Stadio Rocco; nel novembre ’99, al palasport... Insomma, un legame forte fra un musicista e una città, che verrà rafforzato da questo nuovo evento.
Grande momento, per l’autore di “Certe notti”. Oltre centotrentamila persone (ma sarebbero potute essere di più, se gli organizzatori non avessero posto un limite per motivi di sicurezza...) il mese scorso al “Liga Rock Park” di Monza per la sua unica doppia data estiva. E l’attesa per il nuovo album, “Made in Italy”, annunciato per il 18 novembre: il suo ventesimo disco, l’undicesimo di inediti, che verrà presentato dal vivo proprio nel tour che farà tappa anche a Trieste.
«Il disco è una dichiarazione d’amore “frustrato” verso il mio Paese, raccontata attraverso la storia di un personaggio - ha spiegato il cinquanteseienne artista -. Si tratta di un vero e proprio concept album, il mio primo, ma è comunque composto di canzoni. Canzoni che godono di una vita propria ma che in quel contesto, tutte insieme, raccontano la storia di un antieroe».
A Monza il Liga ha presentato in anteprima il primo singolo, “G come Giungla”, già in testa alle classifiche dei brani più trasmessi dalle radio, e altri tre nuovi brani estratti dal disco: “La vita facile” (che aprirà l’album), “Ho fatto in tempo ad avere un futuro (che non fosse soltanto per me)” e “Dottoressa”. E proprio a Monza si era capito che un nuovo tour era nell’aria, quando il suo manager Claudio Maioli aveva detto che l’artista aveva voglia di fare altre cose, come appunto essere di nuovo tra il pubblico in più parti d’Italia, oltre a pubblicare il nuovo album.
Ma vediamo allora tutte le date del tour “Made in Italy - Palasport 2017”, organizzato da Riservarossa e F&P Group: 3 e 4 febbraio Roma; 14 febbraioAcireale (Catania); 20 febbraio Reggio Calabria; 24 febbraio Bari; 27 febbraioEboli (Salerno); 3 marzo Caserta; 6 marzo Perugia; 10 marzo Livorno; 13 e 14 marzo Assago, Milano; 17 marzo Trieste; 20 marzo Pesaro; 22 e 23 marzoFirenze; 28 e 29 marzo Torino; primo aprile Brescia; 7 e 8 aprile Bologna; 10 aprile Rimini; 19 aprile Bolzano; 21 aprile Padova; 24 aprile Ancona. Domani il via alle prevendite dei biglietti su www.ticketone.it, e martedì alle 11 tagliandi disponibili nei punti vendita abituali.
Ma il Liga, come molte rockstar, cura in maniera particolare il rapporto con i fan. E anche in occasione di questo nuovo disco e del tour, ha preparato una sorpresa per lo “zoccolo duro” del suo pubblico, formato da quelli che lo seguono ovunque, che spesso sono presenti in molti, se non tutti, i concerti delle sue tournèe. Per loro il 27 novembre canterà l’intero album al Nelson Mandela Forum di Firenze, in un evento riservato appunto ai soli iscritti al “BarMario”, il suo storico “fans club”.
Pochi giorni prima, il rocker emiliano parteciperà a Roma al “battesimo” di Fox Live, brand del canale Fox dedicato ai grandi musicisti italiani, che comincerà a trasmettere il 23 novembre proprio con un documentario dedicato ai due concerti di Monza e alla preparazione del suo nuovo album.
Altra segnalazione per il popolo del Liga, che da anni dedica parte del suo tempo anche al cinema e alla scrittura tout court. È uscito da poco per Einaudi “Scusate il disordine”, la sua nuova raccolta di racconti, il cui filo conduttore spazia fra amore, sesso e ovviamente musica. Racconti diversi gli uni dagli altri, ma allo stesso tempo in qualche modo complementari, quasi inseparabili, nei quali l’artista rincorre «quel mistero che è la magia del quotidiano».

venerdì 7 ottobre 2016

TRIESTE, STRISCIONE PER GIULIO REGENI

Stupore, incredulità, disappunto. Anche il mondo della cultura e dello spettacolo stenta a comprendere la “strana fretta” dell’amministrazione comunale triestina di togliere dalla facciata del municipio lo striscione “Verità per Giulio Regeni”. Cominciamo con un “tweet”. Quello dell’attore Alessandro Gassmann, che chiede ironicamente al sindaco Dipiazza: «Assuefazione visiva? E che è...?»
«Una scelta che non comprendo - dice il filosofo Massimo Cacciari -, anche se sappiamo che uno striscione purtroppo non cambia le cose. Sarebbe stato serio parlarne con la famiglia del giovane, chiedere innanzitutto a loro se ritengono ancora utile che quello striscione rimanga lì. Assuefazione? Questo è vero, ma ormai siamo assuefatti anche alle centinaia di morti in mare, che stentano a trovare spazio persino sui giornali». Lapidario Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano e volto televisivo: «Una scelta assolutamente vergognosa, soprattutto per una città storicamente così importante per i valori della libertà, della democrazia e della tutela del dissenso».
«Ma cosa sta succedendo a Trieste?», chiede e si chiede Massimo Cirri, scrittore e conduttore radiofonico di “Caterpillar”. «Prima il tentativo di negare piazza Unità per il ricordo dell’annuncio delle leggi razziali. Ora questa storia. Cos’è, voglia di far vedere la propria cattiveria?».
«Trovo - prosegue Cirri - ci sia anche una componente di ipocrisia, nel dire che si crea un effetto di assuefazione: queste persone non hanno nemmeno il coraggio di fare una battaglia diretta. La verità è che la ferita è ancora aperta. È una scelta infelice come i nostri tempi, fra l’altro nella città dove Giulio ha studiato. Il turista che vede lo striscione? Vede che c’è una comunità unita nel chiedere verità...».
«Un caso come quello del povero Giulio Regeni - dice il “turista per caso” Patrizio Roversi - non deve mai essere dimenticato né abbandonato. È una ferita che rimane aperta, anche se coinvolge le relazioni fra stati. Mi spiace che questa tragedia leda l’immagine di un paese che conserva tesori inestimabili, per il turista oggi c’è un imbarazzo in più, nello scegliere quella meta».
«Trovo che il caso - prosegue - vada risolto quanto prima, anche per evitare che fatti del genere si ripetano. Una storia terribile, l’Egitto ha fatto cose inaccettabili, che gettano ombra su quel meraviglioso paese. Ed è sbagliato che si perda memoria di Regeni proprio vicino alla sua Fiumicello». Duro il commento di Gianni Lepre, regista triestino diviso tra teatro, televisione e cinema. «Una scelta vigliacca - scandisce -, che toglie voce a chi non ce l’ha più. Noi parliamo e parlavamo per lui, dobbiamo continuare a farlo. Non è questione estetica ma morale, anche perché l’estetica è in funzione della morale. E il nostro dovere è dare voce a chi non ce l’ha più».
Secondo Giovanni Tizian, giornalista dell’Espresso che vive sotto scorta, anche i simboli sono importanti. «Anzi, fondamentali in queste battaglie di ricerca della verità e dunque della libertà. Assuefazione? Non direi. Trovo anzi bizzarro togliere lo striscione proprio in questo momento in cui emergono fatti nuovi nelle indagini. Spesso le giustificazioni sui turisti che arrivano e non capiscono sono povere scuse, le stesse usate quando cerchiamo di far emergere i lati oscuri di un territorio, di una regione. La politica ha questa ossessione, come se certi fatti sporcassero qualcosa. Chiedere la verita è un atto di civiltà, non va mai nascosto».
Dalla sua casa di Gorizia esprime il suo parere anche Demetrio Volcic, scrittore e storico corrispondente Rai da Mosca, oltre che ex direttore del Tg1: «Sarebbe stato utile che il Comune, prima di prendere questa iniziativa, avesse chiesto, ovviamente in via riservata, quali sono le ultime novità nelle indagini. Capisco tutto: le ragioni degli affari, del turismo. Ma si tratta di decisioni simboliche, forse retoriche, da prendere dopo le consultazioni con la nostra intelligence». Sulle ragione della cosiddetta realpolitik ritorna Sergio Romano, storico e diplomatico. «Non discuto la scelta del Comune di Trieste. E ovviamente rispetto il dramma della famiglia. So che il governo italiano aveva l’obbligo politico e morale di fare pressioni sul Cairo. Ma non sono d’accordo che la politica estera venga delegata all’opinione pubblica. Oggi non si fa politica in Medio Oriente senza parlare con l’Egitto. E un governo ha molti modi per far capire a un governo straniero il proprio disappunto. Senza arrivare a rotture».

lunedì 3 ottobre 2016

ALVARO SOLER, PIAZZA UNITÀ PIENISSIMA

Una piazza dell’Unità così piena non si vedeva da molti anni. Diciamo dal luglio 2005, quando nel nostro salotto buono affacciato sul mare sbarcò la kermesse internazionale “Isle of Mtv”. Per sognare con la musica di Chemical Brothers, Garbage, Snoop Dogg e altri, quella volta il “Piccolo” scrisse - forse esagerando un po’ - che fra piazza e rive era assiepata una marea umana di 50 mila persone. Parlare di ventimila presenze l’altra sera per Alvaro Soler allora è forse addirittura riduttivo. La verità è che, trattandosi di eventi a ingresso gratuito, e mancando dunque l’inoppugnabile verifica dei biglietti venduti, si finisce per sparare cifre sempre abbastanza approssimative. Di certo, quella dell’altra sera verrà ricordata come una delle piazze più affollate di sempre. Dopo le ventuno, mentre la gente (mai viste tante bambine a un concerto...) aspettava il bel Soler, in piazza non si riusciva più a entrare.

BOCELLI 19-11 a LUBIANA, JUSTIN BIEBER 9-11 A ZAGABRIA

Andrea Bocelli il 19 novembre a Lubiana, al palasport Stožice (dove sabato alle 20, come già annunciato, canta Zucchero). E dieci giorni prima, il 9 novembre, Justin Bieber a Zagabria, al palasport Arena.
Insomma, le capitali delle vicine repubbliche ripartono alla grande, per la stagione musicale 2016/2017. E sono un’occasione in più, per i musicofili delle nostre zone, per assistere a concerti di star internazionali che altrimenti sarebbero quasi irraggiungibili.
Il tenore toscano - che due settimane fa, proprio alla vigilia del cinquantottesimo compleanno, ha inaugurato la 71.a assemblea delle Nazioni Unite - è oramai una star planetaria. Forse nessun italiano, dopo Pavarotti, ha mai goduto di una popolarità simile. Ottanta milioni di dischi venduti, acclamate tournèe in tutto il mondo, esibizioni al cospetto dei grandi della terra, il nome della Hollywood walk of fame sono solo un aspetto di un fenomeno cresciuto tutto sommato in pochi anni (ha debuttato nel ’92 alla corte proprio di Zucchero, cantando “Miserere”) a una velocità esponenziale. Il suo album più recente è “Cinema”, pubblicato lo scorso anno. Il 7 e 8 ottobresarà in concerto all’Arena di Verona, per poi volare in Brasile, Portogallo, Ungheria, prima del concerto in Slovenia, dove c’è molta attesa per quello che è considerato un evento.
Ma Bocelli è sempre stato impegnato anche nel sociale. Oggi pomeriggio, nell’area antistante la zona rossa di Amatrice, canterà l’Ave Maria di Schubert in memoria delle persone scomparse nel sisma; accanto a lui, Raoul Bova leggerà i versi del Cantico delle Creature, dando così il via alla due giorni di “Progetto sorriso”.
Cambiamo genere, per segnalare la tappa croata del tour mondiale di Justin Bieber. Il cantante canedese, classe ’94, idolo delle giovanissime, dopo l’estate è approdato in Europa con il suo Purpose World Tour. Venerdì era a Stoccolma, ieri sera a Copenaghen, per puntare nei prossimi giorni su Inghilterra (Londra, Manchester, Birmingham...), Belgio e Paesi Bassi. Dopo la tappa a Zagabria, sono previsti due concerti in Italia, il 19 e 20 novembre, entrambi alla Unipol Arena di Casalecchio sul Reno, Bologna.
Ma l’autunno, a Lubiana e Zagabria, offre altre occasioni per gli appassionati. Il 10 novembre, dunque appena ventiquattr’ore dopo Justin Bieber, a Zagabria arrivano i Placebo, con il loro “Twenty years world tour 2016/2017”. E l’11 dicembre a Lubiana è annunciato il concerto dei Saxon.

giovedì 29 settembre 2016

ADDIO AD ALFREDO LACOSEGLIAZ

«Alfredo Lacosegliaz - ha detto una volta Moni Ovadia - è quello che mi ha introdotto, quasi quarant’anni fa, alla musica balcanica. E gliene sarò sempre grato. Spero che Trieste prima o poi lo onori come si deve...».
Dovrà farlo ora che il musicista triestino, classe 1953, se n’è andato. Se n’è andato ieri a Trieste, maledettamente troppo presto, lasciandoci un’eredità culturale, musicale e umana molto importante.
Lacosegliaz è stato per oltre quarant’anni un protagonista di primissimo piano della scena musicale triestina. Un anticipatore dell’interesse per la musica balcanica, per le contaminazioni che guardavano a Oriente, per i ritmi dispari così poco praticati in Occidente.
Comincia da ragazzo, nei primissimi anni ’70, nel gruppo Mahayana Trans, lo spettacolo “Happiness” ispirato al movimento hippy, tante registrazioni alla Rai regionale e a Radio Capodistria. Ma il rock gli sta stretto. È naturalmente curioso di generi, stili, strumenti. La musica popolare fa parte del suo dna. Nel ’76 pubblica con I Giorni Cantati (“canzoniere popolare”, recitava il sottotitolo...) l’album “Trieste contro”. Per il debutto solista deve aspettare solo un anno, quando a Milano pubblica per la Cooperativa L’Orchestra l’album “L’orco feroce”. Nel ’79 segue “Triaca oder drek”.
Nel frattempo Moni Ovadia - che non è ancora diventato il massimo divulgatore della cultura yiddish in Italia - lo vuole nel Gruppo Folk Internazionale, con cui realizza gli album “Il nonno di Jonni” e “Le mille e una notte”, e con cui va in tournèe in mezza Europa. Nell’81 il gruppo cambia nome, diventa Ensemble Havadià: escono l’album omonimo e poi “Specchi”.
Ma sono anni pieni di stimoli, Alfredo è uno curioso. Collabora con Wolf Biermann, con la Scalcinata Compagnia Solfrini, ma anche con Sergio Bardotti, Anna Identici. Nell’89 è al Festival dei Due Mondi a Charleston, nel Sud Carolina, con la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli e lo spettacolo “The legend of Pocahontas”.
Il lavoro per il teatro diventa sempre più importante. Nel ’90 è a Rabat, in Marocco, per il progetto “Le voyage en bateau”, con attori e musicisti dell'Azerbaidjan, dello Zaire, della Corea. Realizza “Est Est Est”, disco e spettacolo, con libere interpretazioni di danze, ritmi e stili musicali suggeriti dal Medio Oriente. Va in tournée (Roma, Berlino, New York, Parigi, Cracovia...) con Moni Ovadia, ormai decollato, e il suo “Golem”. Un altro suo disco s’intitola “Reset”, opera da lui definita “di mistilinguismo musical/verbale”.
Dunque teatro, ma anche cinema. Nel ’94 firma la colonna sonora del film “Senza pelle”, di Alessandro D'Alatri. Compare come musicista/attore in “La vera storia di Antonio H.” di Enzo Monteleone e in “Dov’è Yankel?” di Paolo Rosa, presentati al Festival del Cinema di Venezia. Scrive le musiche per “Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli.
È di nuovo con Moni Ovadia nel “Dibbuk” e in “Ballata di fine millennio”. Sue le musiche per “Madre coraggio di Sarajevo” al Piccolo Teatro di Milano e per “Il caso Kafka”, regia di Roberto Andò. Ogni tanto esce un suo disco: nel ’98 “Dom Taty Tomka”. A cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio è attivissimo. Scrive le musiche per “Trieste, ebrei e dintorni”, di Moni Ovadia, che apre una stazione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, al Rossetti di Trieste. Michele Santoro si accorge di lui e gli chiede le musiche per i suoi programmi “Circus” e “Sciuscià”, con partecipazioni dal vivo assieme al Patchwork Ensemble.
Ancora dischi: “WindRose” (tratto dall’omonimo spettacolo di “varietà etnico”) e “Matàda” (da lui definito «blues in scale orientali in dialetto triestino»). Ancora spettacoli, ancora collaborazioni: “Ascoltando immagini in paesaggi sonori”, “La ballata di Franz” (che debutta al Mittelfest), “Un triestino d’Irlanda”. Nel 2005, ancora per il Mittelfest, produce la “Cergoleide”, prima proposta di spettacolarizzazione poetica su testi di Carolus Cergoly. Di cui tanti anni prima aveva musicato “Fuma el camin” (“de la Risiera, del lager de Mauthausen grande fradel...”).
Lacosegliaz sembra quasi invaso da una fretta creativa. Attorno al 2010 escono i dischi “Panduro” e “Hypnos”. Poi “Dunje Ranke”, complemento dell’audiolibro “La cotogna di Istanbul”, di Paolo Rumiz, con cui realizza l’adattamento teatrale, portato in vari festival. Gli ultimi lavori: “L’insostenibile arte della guerra”, “installazione semi-tragica in tecnica multivideo” rappresentata al Mittelfest e al Peace Event di Sarajevo; “La sposa di Sarajevo e Ahmet Jusuf”, spettacolo in italiano e bosniaco tratto da una novella di Novak Simic.
Seppur provato dalla malattia, ha lavorato fino all’ultimo. Stava preparando nuovi progetti. Poche settimane fa aveva curato a distanza la messinscena dello spettacolo “MultiKulti”. Perchè la musica è stata sempre la sua vita. Ciao Alfredo.

venerdì 9 settembre 2016

da NEWSLETTER ORDINE GIORNALISTI FVG

RINNOVO DEL CONTRATTO
L'IMPEGNO DEL SINDACATO
PER L'OCCUPAZIONE



di Carlo Muscatello*

Il 30 settembre scade la proroga del contratto di lavoro dei giornalisti, a sua volta scaduto il 31 marzo 2016 dopo la disdetta dalla Fieg dell'ottobre 2015. Settimane decisive, dunque, per il rinnovo. L'impressione che abbiamo avuto nei mesi scorsi, come giunta esecutiva della Fnsi, è stata che la nostra controparte, più che rinnovare, vuole smantellare il contratto, dando l'assalto a tutti quegli istituti che ne sono parte fondante e sono il sofferto frutto di decenni di battaglie sindacali.
La lista delle richieste della Fieg è lunghissima: tocca l'orario di lavoro e il numero degli scatti, il lavoro festivo e quello domenicale, il notturno e i giorni di permesso straordinario, i contratti a termine e i poteri del direttore, la settimana corta e il lavoro straordinario, le qualifiche e l'indennità di agenzia, il calcolo della tredicesima e i periodi di malattia, la tutela sindacale e i poteri del comitato di redazione...
Potremmo continuare, entrando nello specifico delle richieste (tutte ovviamente al ribasso) degli editori. Ma quel che ci interessa sottolineare è la portata della piattaforma che ci è stata presentata. L'impressione è quasi che, dopo il "pareggio" dell'ultimo rinnovo, la nostra controparte sia animata da uno spirito di "redde rationem".
Sappiamo che una parte della Fieg il contratto nazionale non lo vuole più. E lo dimostra il fatto che nell'ottobre scorso è arrivata la disdetta. Nella migliore delle ipotesi gli editori vogliono riscrivere tutto il contratto, per abbassare ulteriormente il costo del lavoro giornalistico. Come già si diceva, viene chiesta ai giornalisti una sorta di contratto di solidarietà nazionale, stante, a loro dire, il perdurare della crisi economica.
La Fnsi continua responsabilmente a opporsi a questo piano scellerato, chiedendo nuovi posti di lavoro, allargamento della base contrattuale, riscrittura di quelle parti contrattuali che nelle redazioni (e fuori dalle redazioni) è ormai superata da tempo. Senza rilancio dell'occupazione non c'è futuro per il giornalismo in questo paese, senza investimento non c'è rilancio, non c'è ripresa del mercato del lavoro, e i prossimi anni rischiano di essere più neri del presente. Non abbiamo chiesto un euro in più, ma soltanto lavoro, soprattutto per tutti i colleghi che sono fuori dal perimetro contrattuale e, stante la situazione, rischiano di rimanervi a lungo.
Da ultimo, una sottolineatura che vuole essere anche una rassicurazione per tutti quei colleghi che ci chiedono: ma dopo il 30 settembre, in assenza di un accordo e di un'eventuale seconda proroga, che cosa succede? Sia chiaro: disdetta del contratto non significa rescissione della contrattazione collettiva, la cui validità è confermata dall’intero ordinamento giuridico e dalla stessa Costituzione. Come già avvenuto in passato (l’ultima volta con il contratto disdettato nel 2005 e rinnovato soltanto nel 2009), le norme contrattuali scadute continuano a trovare applicazione. Gli editori non potrebbero dunque disapplicare il contratto in quanto scaduto, anche perché i giornalisti sono stati assunti con un contratto individuale di lavoro nel quale si richiama l’integrale applicazione del contratto. La legge non consente di venire meno agli accordi sottoscritti fra le parti e l’applicazione rientra nella tutela dei diritti individuali acquisiti.
Rimane il problema dei nuovi assunti. Va ricordato al proposito che il contratto collettivo del 1959 ha acquisito validità erga omnes con legge dello Stato e, come ribadito in una recente sentenza della Corte di Cassazione, non può essere disatteso. Pertanto, qualora il contratto non fosse rinnovato, per i nuovi assunti si farebbe riferimento al contratto del 1959 e, per l’adeguamento economico, all’articolo 36 della Costituzione che garantisce a ogni lavoratore una retribuzione proporzionale alla qualità e quantità del suo lavoro. Fra l'altro, la parte normativa del contratto del 1959 prevede numerosi istituti, fra i quali gli aumenti biennali (e non triennali) di anzianità, le maggiorazioni per lavoro festivo e domenicale, l’indennità fissa in caso di risoluzione del rapporto (ex fissa), successivamente modificati.
Crisi e tagli negli ultimi cinque anni hanno comportato la perdita di più di tremila posti di lavoro giornalistico e consistenti riduzioni delle nostre retribuzioni, anche per effetto del ricorso massiccio alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà. I costi della crisi sono stati dunque già pesantemente pagati dall’intera categoria. Insomma, abbiamo già dato. E tanto.

* presidente Assostampa Fvg e componente giunta Fnsi

giovedì 1 settembre 2016

WHO 14-9 a VIENNA (poi BOLOGNA e MILANO)

Due date italiane per “The Who Tour 2016”, il 17 settembre a Bologna e il 19 a Milano. Ma per i nostalgici rockettari del Nordest che non hanno paura delle trasferte, gustosa anteprima già fissata per mercoledì 14 settembre alle 19.30, a Vienna, allo Stadthalle. Da segnalare che con questi tre concerti si chiude la prima parte europea del tour, che sarà seguita da una serie di concerti americani (a partire dal 6 ottobre a Santa Barbara, California), prima di tornare nella vecchia Europa, dal 30 marzo, appuntamento alla Royal Albert Hall, a Londra.
Occasione insomma da non perdere per gli appassionati di ieri e di oggi. In scena uno dei gruppi che hanno letteralmente scritto la storia del rock, il cui antico vessillo è attualmente portato avanti dal cantante Roger Daltrey e dal chitarrista Pete Townshend, componenti originari e superstiti della band, dopo la scomparsa di Keith Moon nel 1978 e di John Entwistle nel 2002.
È passato più di mezzo secolo dal primo, vero successo degli Who, quella “My generation” (dall’album omonimo) che divenne nel lontano ’65 il primo inno generazionale del popolo internazionale del rock. La cui forza rimane intatta, come dimostra anche il fatto che nel 2004 la rivista Rolling Stone l’ha inserito all’undicesimo posto tra le 500 migliori canzoni di sempre.
All’interno di una carriera immensa, non si possono non ricordare le due opere rock “Tommy” (1969) e “Quadrophenia” (1973), figlie soprattutto del genio visionario e iconoclasta di Townshend. Proprio di “Quadrophenia”, nel cui film del ’79 si fece notare un giovanissimo Sting, è stato annunciato per il 2017 un seguito, basato sul libro di Peter Meadow “To be someone”. Ma i due Who superstiti hanno bollato il progetto come una mera operazione commerciale.