...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 23 dicembre 2005
Ieri la commissione artistica - coordinata dal direttore artistico Gianmarco Mazzi e dal conduttore di quest’anno Giorgio Panariello - ha scelto fra le 484 domande di partecipazione nove dei dodici giovani. Ci sono un nome molto noto (Simone Cristicchi, quello del tormentone «Vorrei cantare come Biagio»), tre abbastanza noti fra gli addetti ai lavori (il siciliano Ivan Segreto, L’Aura - quella di «Radio star» - e il cantautore rock Riccardo Maffoni), cinque quasi sconosciuti (Ameba 4, Andrea Ori, Deasonika, Helena Hellwig, Virginio).
Non ce l’hanno dunque fatta due figlie d’arte che si erano proposte (Irene Fornaciari e Aisha Cerami, figlie rispettivamente di Zucchero e dello scrittore Vincenzo), ma anche altri nomi che erano dati per probabili, come Pago, altro protagonista di un altro tormentone estivo. La categoria giovani è comunque fatta. I nove nomi citati vanno infatti ad aggiungersi ai tre selezionati sempre dalla commissione artistica tra i finalisti di «SanremoLab Accademia della Canzone di Sanremo», e cioè Antonello, Antonio Tiziano Orecchio e Monia Russo.
Ma dei giovani alla gente non interessa molto. Anche se proprio fra loro ci sono spesso le cose più interessanti della rassegna. Al grande pubblico interessano soprattutto i sedicenti campioni o big che dir si vogliano.
Qui i nomi sicuri sono finora quelli di Gianluca Grignani, i Nomadi e l’accoppiata fra l’israeliana Noa e il milanese Carlo Fava. Dovrebbero essere della partita anche Renato Zero (che potrà dunque giocare sul palco dell’Ariston con il suo sosia Panariello...), Povia (ancora in classifica con «I bambini fanno ooh», presentata l’anno scorso fuori gara), Ron, Alex Britti, Mario Venuti, Dolcenera (rilanciata dal successo alla Music Farm»), Nicky Nicolai (stavolta senza il marito sassofonista Stefano Di battista), Anna Oxa, Loredana Bertè e Simona Bencini (per l’ex cantante dei Dirotta su Cuba c’è pronta una canzone scritta dalla nostra Elisa).
Nei giorni scorsi si era parlato anche di Patty Pravo e di Al Bano, in coppia nientemeno che con l’ex moglie Romina Power. L’ex ragazza del Piper ha smentito, l’uomo di Cellino San Marco ha smentito solo l’accoppiata, lasciando per il resto una porta aperta. Lista ufficiale, comunque, il 9 gennaio.
Nel frattempo, si parla anche di quattro clamorose ospitate: Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Zucchero e Andrea Bocelli. Ovvero, quattro star italiane che sono partite da Sanremo. E che vi tornerebbero, con tutti gli onori, duettando con altrettante star straniere. Chi vivrà, vedrà...
martedì 13 dicembre 2005
E allora sotto con qualche proposta. <CF32>Madonna</CF>, con «Confessions on a dance floor» (Warner), dopo aver attraversato mezzo mondo delle sette note, è tornata alle origini e propone nuovamente musica buona anche per ballare. Dance elettronica che rimanda a un paio di decenni fa, ma con la maturità artistica e la lussuosa produzione del presente. «Hung up» è già un tormentone. In «Sorry», secondo singolo tratto dal disco, esprime il suo dispiacere in tante lingue, italiano compreso.
<CF32>Rod Stewart</CF> cambia mogli e fidanzate (giovanissime) che non si riesce a stargli dietro. Meglio rifarsi le orecchie con «Thanks for the memory... The great american songbook volume IV» (Sony Bmg), con cui il rocker scozzese chiude il lungo capitolo dedicato alla riscoperta dei classici della tradizione americana (da «My funny Valentine» a «Let’s fall in love»). Duetti prestigiosi: con Diana Ross, Elton John, Chaka Khan...
Rimpiangete l’atmosfera dei vecchi dischi dei <CF32>Dire Straits</CF>? Ecco «The best of Dire Straits & Mark Knopfler - Private Investigations» (Mercury Universal). C’è dentro il meglio del meglio, rigorosamente anni Ottanta: «Sultans of swing», «Love over gold», «Romeo & Juliet»...
Ventottesimo album in carriera per <CF32>Neil Young</CF>, che con «Prairie wind» (Reprise Warner) dimostra di aver vinto la sua battaglia per la vita, che a primavera gli aveva messo dinanzi un aneurisma al cervello. Un disco senza tempo, lontano da mode e business, che riporta a sogni e ideali della West Coast degli anni Sessanta/Settanta, filtrati attraverso la maturità e l’esperienza di un uomo di sessant’anni. Qualcuno ha detto che il disco completa la trilogia cominciata con «Harvest» nel ’72 e proseguita vent’anni dopo con «Harvest moon».
Altro amarcord. Venticinque anni dopo «Guilty» (dodici milioni di copie vendute), <CF32>Barbra Streisand e Barry Gibb</CF> tornano sul luogo del delitto con «Guilty Pleasures» (Sony Bmg). Gran musica leggera, pop di qualità, per due voci da leggenda. E «Stranger in a strange land» picchia duro contro la guerra in Iraq.
«Amarantine» (Warner) è il sesto album di <CF32>Enya</CF>, tornano la voce eterea e le melodie vellutate della cantante irlandese che ha trasformato la world music d’influenza celtica in un fenomeno da classifica.
Dopo Lee Ryan, anche un altro Blue debutta come solista. È <CF32>Simon Webbe</CF>, e il suo «Sanctuary» (Virgin Emi) propone ritmi urbani ed eleganza pop non solo per giovanissimi. Giovanissimi che amano molto i <CF32>Mattafix</CF>: «Signs of a struggle» (Virgin Emi) ha diversi brani che funzionano, oltre al tormentone «Big city life».
C’è anche un inedito, «Cuanta pasiòn», nel nuovo doppio dal vivo di <CF32>Paolo Conte</CF> intitolato «Arena di Verona» (Warner). Registrato a luglio, ripropone classici come «Sparring partner», «Sotto le stelle del jazz», «Via con me», «Bartali»... C’è anche un dvd, com’è ormai abitudine per buona parte delle uscite discografiche, italiane e straniere.
Altro doppio, stavolta antologico, quello dei <CF32>Pooh</CF>: «La grande festa» (Warner) apre i festeggiamenti (tour, libro, dvd...) per i quarant’anni di carriera dell’intramontabile quartetto. Per l’occasione ripropongono mezza storia della musica italiana: da «Piccola Katy» a «Uomini soli», passando per tutte le altre.
S’intitola «Il dono» (Sony Bmg) ed è il nuovo album di <CF32>Renato Zero</CF>, già salito ai vertici delle classifiche di vendita. Dodici inediti, compresa una canzone dedicata a Papa Wojtyla («La vita è un dono») e un’altra che attacca l’America («Stai bene lì»). A 55 anni «el sor Fiacchini» è sempre uno spirito libero, che si permette tutto: la sua trasgressione, oggi, è essere un grande cantante melodico.
E siamo a <CF32>Mango</CF>, che ha appena pubblicato «Ti amo così» (Sony Bmg). Le sonorità etno-elettroniche sono quasi un marchio di fabbrica, per il cantante e autore di Lagonegro, che qui indulge sul lirismo poetico tanto amato dai suoi fan. «Il dicembre degli aranci» è un duetto con la moglie, Laura Valente, ex Matia Bazar. Chiusura napoletana con «I te vurria vasà» e «Mille male penziere», quasi un tributo al Sud del mondo tanto caro all’artista.
Chiusura con la <CF32>Pfm</CF>, ovvero la vecchia e cara Premiata Forneria Marconi, che a trenta e passa anni dagli esordi («Storia di un minuto», do you remember...?) se ne vien fuori nientemeno che con un’opera rock. S’intitola «Dracula» (Sony Bmg), è un kolossal firmato David Zard, che debutterà a marzo a Roma. Nel frattempo ci gustiamo l’ottimo pop-rock che Mussida e compagni gli hanno cucito addosso.
Trent’anni da «Born to run», il disco che ha imposto Springsteen all’attenzione del mondo. Facendolo entrare nell’olimpo dei grandissimi del rock di tutti i tempi. Un cofanetto celebra la ricorrenza. C’è dentro la riedizione adeguatamente rimasterizzata del capolavoro, completo di libretto fotografico. Ma ci sono anche due dvd: nel primo il leggendario concerto londinese all’Hammersmith Odeon, il 18 novembre 1975, che fece scoprire il Boss agli inglesi. Il secondo, «Wings for wheels: The making of Born to run», propone interviste e filmati d’archivio inediti. Documenti emozionanti, per tutti quelli - come noi - che amano il grande rocker di Freehold, New Jersey.
Altre emozioni. Due dvd e un libro per ripercorrere la grande avventura umana e intellettuale del Teatro Canzone di Giorgio Gaber. Quattro ore di filmati per fare di nuovo i conti con i monologhi e le canzoni che Gaber, vero combattente del pensiero, scrisse con Sandro Luporini. Oltre quaranta tra le sue canzoni più importanti, tra cui «Lo shampoo», «Far finta di essere sani», «Madonnina dei dolori», «Un'idea», «La libertà», «È sabato», «Gildo», «L'odore», «L'America»... Con quei versi che ti scavano dentro, soprattutto ora che lui non c’è più, ora che vive solo attraverso la dimensione visiva del suo teatro: l’espressività, la mimica facciale, l’uso del corpo come formidabile elemento di comunicazione...
sabato 3 dicembre 2005
Il gala inaugurale targato 2005 non fa dunque eccezione alla regola. Anche ieri sera, pochi minuti prima dell’inno di Mameli, l’anticamera della platea è il solito fiorire di pellicce, smoking, abiti lunghi, gioielli, acconciature fresche di parrucchiere, decollété d’ordinanza e sorrisi di circostanza. Col sindaco Dipiazza, strategicamente piazzato assieme al sovrintendente Zimolo in prossimità dell’ingresso ad accogliere ospiti più o meno importanti (c’è anche il sottosegretario Martusciello, che però nessuno conosce...), Dipiazza, dicevamo, dispensatore supremo di sorrisoni e grandi pacche sulle spalle: «come va? bene, nonostante voi...», dice per esempio a un paio di cronisti che lo salutano, prima di sbottare in una crassa e liberatoria risata.
Ma le tante e pesanti crisi economiche della città e del Paese, stavolta, s’incrociano con una crisi altrettanto grave che tocca da vicino il mondo della cultura e dello spettacolo. E quel grande striscione bianco, con la scritta rossa «Taglio Fus = chiusura!», affisso sopra l’ingresso del teatro, sta lì a ricordarlo. A ricordare che il giocattolo è sul punto di rompersi, che la dorata passerella non è garantita a vita, che le tante crisi che stringono in una morsa Trieste, l’Italia e il mondo dello spettacolo non sono in fondo poi tanto lontane. Nemmeno da questo foyer pavesato a festa.
Del resto anche essere qui, quasi come se nulla fosse, somiglia a un mezzo miracolo. Le rappresentanze sindacali del teatro hanno infatti deciso solo in extremis di revocare lo sciopero già indetto quale ulteriore forma di protesta contro i tagli apportati dalla Finanziaria al Fondo unico dello spettacolo. Senza quei soldi, oggi, in Italia, non c’è ente lirico in grado di sopravvivere. Quei soldi sono la principale voce di entrata di tutte le fondazioni lirico-sinfoniche. Senza, si chiudono baracca e burattini. E anche gli appuntamenti mondani devono trovare nuove occasioni.
Poi, si sa come vanno queste cose, la protesta è rientrata. Il sindaco, che come primo cittadino è anche presidente della fondazione lirica, si è impegnato a coprire coi fondi comunali, nella massima misura possibile, quella parte dei contributi statali che verrà a mancare per il 2006 (si parla di oltre due milioni di euro in meno). Dipiazza si è impegnato anche a sensibilizzare gli altri enti locali. Il presidente della Provincia Scoccimarro, anche lui ieri sera piuttosto allegro, non ha fatto mancare almeno il conforto della sua presenza. Lo stesso non si può dire del governatore Illy, assente dal gala per il secondo o forse terzo anno di fila.
Alle 20.37, con qualche minuto di ritardo sulla scaletta, tutti in piedi per l’inno di Mameli, che tradizionalmente apre le prime. Qualche mano sul petto, qualche verso sussurrato in punta di labbra. Poi, è solo «Turandot». Fuori del teatro, la<USnuogra> serata all’insegna della mondanità discreta si stempera pian piano nelle brume autunnali. E i tanti abeti illuminati che Dipiazza quest’anno ha voluto in piazza Unità ricordano che fra poco è Natale. Natale di crisi. Appunto.
mercoledì 23 novembre 2005
TRIESTE S’intitola «Luci a San Siro... di questa sera». È il nuovo tour di Roberto Vecchioni, che dopo la «data zero» della scorsa settimana a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, domani sera ha in programma un’altra anteprima nella nostra zona: al Casino Park di Nova Gorica, in Slovenia, con inizio alle 21. La tournèe debutterà invece ufficialmente lunedì 28 novembre a Verona, al Teatro Filarmonico. E farà tappa nel Friuli Venezia Giulia a febbraio: il 6 al Rossetti di Trieste, il 13 al Nuovo di Udine.
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Vecchioni, ma che fa: si è dato al jazz?
«È un progetto che avevo in testa da un po’ di tempo: fare le mie canzoni (i successi, gli episodi meno noti, alcune cose nuove...) nella maniera più essenziale possibile. Con due musicisti, Patrizio Fariselli <CF31>(ex Area - ndr)</CF> al piano e Paolino Della Porta al contrabbasso, che avessero tutta la libertà possibile e necessaria...».
Ne è venuto fuori uno spettacolo ma anche un disco.
«Sì, il tour è quello che sta partendo. Diversissimo da quelli passati. Il disco, intitolato ”Il contastorie”, è in realtà un cofanetto: cd più un libretto con cinque favole classiche ripensate per gli adulti».
Insomma, ormai mette i libri anche nei dischi...
«No, ho avuto la fortuna di vedere i miei libri pubblicati per Einaudi incontrare un certo interesse fra i lettori. Ma questo libretto è in realtà un’anteprima del libro vero che uscirà ad aprile. S’intitolerà ”Diario di un gatto con gli stivali” e sarà per l’appunto un libro di fiabe».
Fiabe alle quali lei cambia il finale...
«A volte sì. L’intento è rendere le cose più verosimili, togliere pesantezza agli stereotipi, evitare i finali del tipo ”vissero tutti felici e contenti”. Ecco allora che perfino il lupo di Cappuccetto rosso, alla fine, può diventare una vittima...».
Racconti.
«Non mi interessa lo stereotipo secondo cui il lupo dev’essere sempre e comunque cattivo. Fa parte delle menate che le fiabe raccontano per essere rassicuranti, proprio come lo sono i mass media. Ecco, in realtà io penso che le favole sono i mass media del Medioevo...».
Dunque le sue sono fiabe rilette per gli adulti...
«Sì, direi che la lettura è per persone vaccinate e piuttosto adulte. Provo a fare un altro esempio. Il brutto anatroccolo che rimane brutto, ed è felice così, al bambino non dice granchè. Lui vuole che il brutto anatroccolo diventi cigno. Invece noi sappiamo che il brutto anatroccolo può rimanere tale, ma esser felice lo stesso».
Interessante. Ma torniamo al jazz. Lei lo ascoltava da ragazzo?
«No. Io sono nato con la canzone e prim’ancora con la letteratura. Anche se la canzone d’autore italiana, a Genova, è nata col jazz...».
Luigi Tenco...
«Non solo lui. Anche Gino Paoli, Fabrizio De Andrè, gli altri suonavano jazz, all’inizio. Il jazz è stato importantissimo nella rivoluzione della musica italiana di quarant’anni fa».
Lei però...
«L’ho seguito poco. Sono sempre stato più attratto dalla ballata, dai francesi, da Dylan. La svolta è avvenuta quando ho capito che le melodie possono trasformarsi, seguire il filo della voce, proprio come una recita durante il canto».
Una scelta di libertà.
«Sì, l’unico mezzo per arrivarci era il jazz. Dopo tanti anni ero stufo di dischi e concerti con arrangiamenti sempre uguali: le chitarre, i violini, le batterie... Molto meglio due strumenti essenziali, affidati a due grandi professionisti».
Insomma, dopo «Malindi» la sua piccola rivoluzione continua...
«Quel disco mi ha dato molti stimoli nuovi a livello di composizione, di creatività. Ma l’interpretazione era molto simile a quella dei tanti lavori precedenti. Diciamo che qui continua il lavoro di trasformazione e cambiamento».
Per capire, come dice lei, «la differenza fra silenzio e rumore»...
«Sì, bisogna cantare il meno possibile. Il canto dev’essere un parlato armonico, non bisogna sforzare le note, la voce. Le emozioni non vanno catturate, ma stimolate con la semplicità».
Nel disco si cimenta anche con Brel.
«Sì, ho rifatto ”Le moribond” trasformando la disperazione del capolavoro originale (già il titolo è tutto un programma...) in un inno alla vita, che infatti è diventato ”Stagioni nel sole”. Ho pensato a quest’uomo giovane che muore e che ha una figlia piccola. E allora la sua morte diventa uno sprone, un incentivo a vivere per tutti quelli che restano...».
martedì 22 novembre 2005
INTERVISTA CLAUDIO PASCOLI
sabato 12 novembre 2005
L’attacco a Celentano - grande protagonista di questa stagione televisiva con «Rockpolitik», concluso l’altra sera - arriva da uno che lo conosce bene: il triestino Lorenzo Pilat, che con il Molleggiato ha diviso negli anni Sessanta l’avventura del «Clan di Celentano» (all’epoca si faceva chiamare Pilade), prima di diventare fra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta un autore di grande successo. Da solo e soprattutto come socio della premiata ditta «Pace Panzeri Pilat» ha firmato tanti successi della canzone italiana. Uno dei quali, tradotto e ripreso da Tom Jones, ha sfondato anche negli Stati Uniti.
Pilat, ma perchè ce l’ha con Celentano?
«Io non ce l’ho con lui. Anzi. Mi legano a lui tanti bellissimi ricordi. Dico solo che non sa cantare, è stonato, ma ha una grande personalità. È furbo. Si circonda di gente in gamba...».
Da quanto non lo sente?
«Saranno ormai dieci anni. Ero a casa di sua sorella. Me l’ha passato al telefono. Mi ha chiesto: ”uè, come va?”. Gli ho risposto che faccio ancora tante serate e poi per scherzare gli ho chiesto ”allora, quand’è che mi lanci...?”».
Lui non l’ha aiutata?
«Nel Clan all’inizio eravamo un gruppo di amici. Lui ha aiutato Ricky Gianco, Guidone, Don Backy, Gino Santercole... Con me credo temesse il confronto. Io ero molto ingenuo, ma piacevo al pubblico quasi quanto lui...».
Addirittura...
«Sì, ricordo una volta a Imperia. Avevo appena fatto un disco intitolato ”Charlie Brown”: centomila copie con una sola apparizione televisiva. Dovevo aprire la serata, faccio tre canzoni, mi chiedono il bis. Poi me ne chiedono un altro... La faccio breve: alla fine Celentano mi dice ”uè, ma tu non devi mica cantare così, devi cantare un po’ meno, sennò poi io faccio fatica, eh...”».
Com’era arrivato al Clan?
«Tramite Vittorio Salvetti, che avevo conosciuto a un concorso a Udine, al quale avevo partecipato. Quello era il periodo dei concorsi musicali per esordienti. Teddy Reno ne organizzava uno per partecipare al quale bisognava pagare tremila lire, c’erano concorsi in cui dovevi pagare cinquemila lire, io un giorno decisi di iscrivermi a un concorso dove bisognava sganciare trentacinquemila lire, che all’epoca, nel 1958, erano dei bei soldi...».
Continui...
«Ricordo che mia madre quasi piangeva, quando glielo dissi. Delle trentacinquemila lire, intendo. Sono andato a Roma, ovviamente a mie spese, mi hanno fatto registrare con un Revox e mi hanno rispedito a casa col mio bravo acetato sotto il braccio. Era una specie di disco finto, di plastica, che potevi ascoltare solo tre o quattro volte, perchè poi cominciava a gracchiare. Nella mia ingenuità, pensavo che quelli fossero i dischi. Tornai a casa orgoglioso perchè credevo di aver registrato il mio primo disco...
Torniamo a Salvetti.
«L’avevo conosciuto a Udine. E dopo quel concorso a Roma, un po’ deluso, gli scrissi per chiedergli di aiutarmi. Mi disse di andare ad Asiago, dove stava organizzando la prima edizione del Festivalbar. Che poi io fra l’altro vinsi. Fu lì che mi presentò Celentano...».
Feeling a prima vista?
«No, lui era incuriosito perchè io facevo gli stessi brani americani che cantava lui. Io sono uno che non sta mai zitto, e ho cominciato a spiegargli che doveva cantare così e così... L’ho detto: ero giovane e ingenuo».
Facciamo un passo indietro. A Trieste come aveva cominciato?
«Studiavo da elettrotecnico ma sognavo la musica. Cantavo le canzoni americane che avevo conosciuto e imparato tramite i jukebox. Io stavo lì, nei bar, ad ascoltare quei brani rock’n’roll per ore. Non conoscevo né l’inglese nè la musica, ma imparavo tutto a memoria. Imitavo i grandi cantanti americani: Elvis Presley, Little Richard, Chuck Berry... Cercavo sui giornali gli annunci dei concorsi che si svolgevano in giro per l’Italia, partecipavo e devo dire che arrivavo sempre nei primi posti, spesso vincevo».
I locali triestini?
«In ogni bar c’era un jukebox. Gli americani ballavano nei bar, non era mica come adesso, c’era un’atmosfera di allegria ed euforia che contagiava chiunque. Per me andare a cantare alla birreria Dreher, lì dove adesso c’è il centro commerciale, era il massimo. Credevo fosse un trampolino di lancio per uno che voleva fare il cantante».
E ce la fece?
«Sì, ci arrivai nel ’59, quando vinsi uno dei tanti concorsi per dilettanti. Il primo impatto col pubblico fu molto difficile. Alle preselezioni cantai ”Don’t be cruel”, ma non so che parole sono venute fuori dalla mia bocca, so solo che tremavo tutto. Per farmi coraggio mi ero scolato un bicchiere di vino...».
Com’era la Dreher?
«Era una grande birreria impostata sullo stile austriaco: birra, cibo ma anche spettacolo. D’inverno dentro, lì dove ora c’è il negozio di articoli sportivi dentro il centro commerciale, d’estate fuori, nel grande giardino che costeggiava via Giulia».
Poi...?
«Poi, dopo un po’, capii che la birreria Dreher non era proprio il massimo. E che se uno voleva farcela per davvero doveva muoversi, partire, andare a Milano, dove all’epoca si facevano i dischi, si decideva il destino della musica italiana».
Dunque Milano...
«Partii pieno di entusiasmo e di speranze. Per tre mesi lavoravo come elettrotecnico in una ditta. E la sera del sabato e della domenica andavo a cantare nei locali. Era l’inizio degli anni Sessanta. C’era un’atmosfera incredibile. La nuova musica ormai stava arrivando anche nel nostro paese...».
Celentano era già un grande...
«Sì, aveva già fatto vari successi, fra cui ”Il tuo bacio è come un rock” e ”24.000 baci”. La sua forza, più che la voce, era come muoveva il corpo. Ma forse non tutti sanno come ha cominciato...».
Dica...
«Alla fine degli anni Cinquanta suo fratello Sandro faceva il rappresentante dell’Amaro Isolabella. All’epoca i bar, i locali avevano la sala da ballo, proponevano anche musica, piccoli spettacoli. Dunque lui, quando andava a vendere il liquore, in una maniera o nell’altra riusciva a piazzare anche il fratello. E così cominciò la sua carriera».
Claudia Mori?
«All’epoca non esisteva. Lui stava con Milena Cantù, la ”ragazza del Clan”. Fra l’altro lei aveva un ruolo importante, nelle dinamiche del Clan: andava in giro, nelle case discografiche, a cercare i brani americani di cui fare le cover. So che poi si è sposata con Fausto Leali, ci ha fatto due figli, prima di separarsi».
Diceva della Mori...
«Una volpe. Quasi più furba di Adriano. Si capiva subito che era una che voleva mettersi in vista. All’epoca aveva fatto anche un film di quelli piuttosto scollacciati. Senza alcun successo. Prima stava con un calciatore della Roma, Lojacono. Poi ha individuato Adriano. E non l’ha più mollato. Tuttora è lei che decide cosa fare e non fare».
Ma nel Clan i rapporti com’erano?
«Di amicizia. Celentano stesso all’epoca era uno di noi, un amico, andavamo a casa sua, si scherzava... L’amicizia per lui era un valore a cui sacrificare tutto: hai fatto questo, non andrebbe bene, ma sei un amico e allora... Poi a un certo punto le cose son cambiate».
Nel Clan quanto è durata?
«Cinque anni, nei quali feci tantissime serate, un tour con Adriano, un disco all’anno. E nel ’66, nel Trio del Clan, andai a Sanremo a cantare la seconda versione de ”Il ragazzo della via Gluck”. All’inizio Celentano si era inventato un arrangiamento pesante, davvero terribile. Per fortuna accettò i nostri consigli e la fece praticamente solo chitarra e voce...».
A Sanremo ci tornò altre due volte.
«Sì. Ma prima nel ’67 feci il Cantagiro con ”La legge del menga”, canzone che venne censurata dalla Rai per alcuni tormentoni e doppi sensi legati al titolo della canzone. Si sa: erano altri tempi. Bastava un nulla per incorrere nella mannaia della commissione che stabiliva cosa poteva andare in onda e cosa no...».
Ci dica del Festival.
«Sì. Nel ’68 avevo scritto ”La tramontana”, senza poterla firmare. Dovevo portarla a Sanremo, dove invece la cantarono Antoine e Gianni Pettenati per accordi e beghe fra case discografiche. A quel Sanremo, vinto da Endrigo e Roberto Carlos con ”Canzone per te”, ci andai comunque, cantando ”Il re d’Inghilterra” con Nino Ferrer: una canzone che non mi era mai piaciuta, ma per andare a Sanremo (dove poi sarei tornato anche nel ’75, con ”Madonna d’amore”) si fa qualsiasi cosa...».
Nel frattempo era diventato anche autore...
«In fondo fu Celentano a spingermi senza saperlo su quella strada. Lui aveva capito che ci sapevo fare e non mi voleva aiutare. Ma mi ha fatto un piacere, perchè così mi sono dedicato alla composizione e ho avuto fortuna».
Racconti.
«All’inizio non mi facevano firmare le canzoni. Perchè allora si usava così. La gavetta era questa. Io ho scritto ”Nessuno mi può giudicare” (con Beretta) nel ’66 per Caterina Caselli, ”Io tu e le rose” nel ’67 per Orietta Berti, ”Quando m’innamoro” nel ’68 per Anna Identici, ma alla Siae le hanno firmate altri autori già affermati».
Perse un sacco di soldi...
«Sì, ma a quel punto avevo fatto la mia gavetta come autore. Ed era arrivato il mio turno. Prima da solo e poi con Pace e Panzeri firmai molte canzoni: «La rosa nera» e «Alle porte del sole» per Gigliola Cinquetti, «Tipitipitì», «Non illuderti mai» e «Fin che la barca va» per Orietta Berti, ”Quanto è bella lei” per Gianni Nazzaro...».
Pace e Panzeri come li ha conosciuti?
«Pace in un albergo, sempre a Milano. Io giocavo a biliardo, lui veniva a giocare a carte, poi si finiva sempre a suonare la chitarra. Io ero nel Clan, lui era un autore, abbiamo cominciato a lavorare assieme. Con Panzeri la stessa cosa. Le canzoni le scrivevamo assieme, ognuno metteva qualcosa, a volte l’idea arrivava per caso, magari viaggiando in macchina...».
Come cantante aveva guadagnato molto?
«Poco. Come autore sono arrivati molti più soldi. Basti pensare che quando facevo le serate, alla fine degli anni Sessanta, prendevo centomila lire a sera, di cui davo quindicimila a testa ai ragazzi del gruppo: dunque me ne restava la metà. Celentano prendeva un milione a sera, e al complesso dava dodicimila lire a testa. E a me diceva: tu sei matto, non bisogna dargli tanto...».
La svolta economica?
«Quando ho visto i soldi della Siae per ”La rosa nera”: due milioni di lire in un anno per settecentomila copie vendute. Fu allora che capii che le cose stavano cambiando».
Un suo brano finì in America...
«Sì, ”Alla fine della strada”, portata al Sanremo del ’69 da Junior Magli e dai Casuals. Furono eliminati subito, perchè se a Sanremo non paghi non puoi far nulla. Ma il disco fu spedito a una casa discografica inglese. Magli imitava un po’ Tom Jones, aveva fatto anche una cover di ”Delilah”. Fatto sta...».
Fatto sta?
«Fatto sta che il disco arrivò in qualche maniera alle orecchie di Tom Jones e l’ha incisa. Una sera ero fuori con una ragazza, a Trieste, dove tornavo ogni tanto, e la radio dava questa canzone, che in inglese era diventata ”Love me tonight”...».
In America c’è poi andato?
«Quell’anno dovevo andare a Los Angeles per ritirare un premio perchè la canzone aveva avuto un milione di passaggi radiofonici e televisivi. Ma la mia paura dell’aereo mi fece rinunciare. Negli Stati Uniti ci sarei andato qualche anno dopo, per incidere un disco, ma mi ritrovai in mezzo a un giro che non mi piaceva per niente, e la cosa non ebbe un seguito...».
Trieste?
«Per tanti anni sono andato avanti e indietro. Poi sono tornato a vivere qui. Ora sto a Sistiana, vicino al mare. E i miei dischi li faccio ancora...».
Pilat, ma se Celentano la chiamasse?
«Ovvio: ci andrei di corsa. Al suo prossimo programma, a questo punto...».
giovedì 3 novembre 2005
Lo spettacolo dell’ebreo bulgaro/milanese Ovadia, presentato l’estate scorsa al Mittelfest, parte da un dato di fatto: la storia dello spettacolo e della cultura americani non può prescindere dalla linfa portata dagli ebrei. Da Al Johnson ai primi produttori di Hollywood, dai fratelli Marx a George Gershwin (vero nome Jakob Gershowitz), da Leonard Bernstein a Woody Allen, da Fred Astaire (che di cognome faceva Austerlitz) a Irving Berlin, da Allen Ginsberg appunto fino a Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan.
Le scene rilanciano i grattacieli di New York, entra Moni e attacca con piglio swing «Rotchild». Poi il grande affabulatore comincia un altro capitolo del suo eterno racconto. Dice che la storia comincia oltre un secolo fa, quando due milioni di ebrei orientali, cioè russi, polacchi, ucraini, bielorussi, decisero di abbandonare le loro terre. Vita dura sotto lo zar: i ricchi diventavano più ricchi, i poveri sempre più poveri. Metà della popolazione era composta da «luftmench», uomini d'aria, i disoccupati di oggi, e vivevano di elemosina.
Ma le tempeste rivoluzionarie dell'Europa occidentale cominciavano a toccare anche quei territori. Molti giovani lasciavano i villaggi, le casupole di legno, le strade di fango, partivano per Varsavia, Minsk, Bialistok. Operai nelle prime manifatture. Scriveva il pro-pro-pro cugino Moyshele (classico personaggio delle storie di Ovadia) alla mamma: «Si lavora dalle sette di mattina alle undici di sera. A volte tutta la notte. Questo vuole il padrone».
Prime idee rivoluzionarie. Ebrei in prima fila. Repressione durissima. E la decisione: andare oltreoceano, in quel grande e mitico paese che erano gli Stati Uniti. Con la maledizione degli anziani: «Quel paese è una dannazione. Vi faranno mangiare cibi impuri. E dimenticherete lo Shabbat, la nostra festa...».
Il racconto procede alla maniera di Ovadia, fra canzoni e aneddoti e storielle che strappano il sorriso, anche quando è sorriso amaro. Il viaggio, l’arrivo a Ellis Island, le visite mediche, il villaggio che risorge, le prime attività, i piccoli commerci, gli affari: la tradizione ebraica accanto alla modernità di Manhattan. E la sinagoga, dove il canto straziante del cantore accende la nostalgia.
Alcuni di quei cantori diventarono star dell'opera, come Ian Pierce e Richard Tucker. Le avanguardie dei tanti americani ebrei di cui si diceva all’inizio, e che hanno segnato la storia dello spettacolo americano e di tutto il mondo.
«Es iz Amerike!» - che si replica fino a domenica - ha la preziosa capacità, tipica di Moni Ovadia, di raccontare storie e trattare temi serissimi e spesso tragici con leggerezza, col sorriso sulle labbra ma il cervello sempre ben collegato. Sempre più sorprendente lui, attempato ma irresistibile showman. Non perde un colpo la Stage Orchestra diretta con piglio da primus inter pares da Emilio Vallorani. E Lee Colbert (che regala una «Funny girl» da antologia e una «Summertime» che in yiddish diventa «Zummertsait») è la rossa ciliegina su una torta gustosissima e nobilmente meticciata.