venerdì 20 gennaio 2006

Raschiare il fondo del barile evidentemente conviene. Se è vero com’è vero che il mercato della musica rock dal vivo ha segnato nel 2005 un incremento del cinque per cento, in controtendenza con la situazione negli altri paesi del mondo, dove si tende a battere un po’ la fiacca. Il settore dunque non conosce crisi, anche se il caro biglietti è un problema grosso come una casa contro il quale sbattono molti giovani dalle ristrette disponibilità economiche. E anche se il grosso degli affari lo mettono in saccoccia artisti - italiani e stranieri - sulla scena da due o tre (e a volte quattro...) decenni. Molti dei quali trasformati in piccole aziende che danno lavoro a un sacco di gente e non possono permettersi di veder diminuire il fatturato.
Ma veniamo a quanto ci riserva, sul fronte «live», questo 2006 appena cominciato. A febbraio tornano gli Oasis. Dopo i concerti di ottobre a Milano e Treviso, la band dei fratelli Gallagher sarà il 6 a Firenze e il 7 a Roma. Sempre a febbraio arrivano anche i Depeche Mode. I padri del pop elettronico inglese, rilanciati dall’album «Playing the angel», saranno il 18 e 19 febbraio a Milano, al Forum di Assago. Un mesetto dopo, il 22 marzo, il loro tour europeo li porta anche al palasport di Zagabria.
A fine febbraio tornano per quattro date in Italia i Colosseum, storica band del jazz-rock inglese degli anni Settanta. Fra febbraio e marzo attraversa l’Italia con un lungo tour Lou Reed. Il suo «Winter tour 2006» parte il 24 febbraio da Firenze e si conclude il 12 marzo al Teatro Verdi di Pordenone (dopo che è tramontata la possibilità di avere l’ex Velvet Underground al Rossetti di Trieste: un traguardo al quale si era a lungo lavorato nei mesi scorsi, purtroppo senza successo, allo Stabile del Friuli Venezia Giulia...). E a marzo arrivano anche i Simple Minds, con tappa in regione, il 22 marzo al palasport di Pordenone.
Tappe italiane anche per David Gilmour (senza Pink Floyd), il 24 e 25 a Milano e il 26 marzo a Roma. Maggio sarà il mese degli Eagles, con concerti il 27 a Roma e il 29 all’Arena di verona. Ma anche di Carlos Santana, atteso il 30 maggio a Milano, solito Forum di Assago.
Il 22 giugno lo stadio di San Siro, a Milano, ospita l’ennesima tappa del «never ending tour» dei dinosauri del rock, i Rolling Stones. Un mese dopo, il 22 luglio, nello stesso stadio arriva il campione del pop inglese contemporaneo: l’ex Take That Robbie Williams.
L’estate dovrebbe poi riportare fra gli altri David Sylvian, Joan Baez, Paul Weller, assieme al primo tour italiano dei Mattafix. Mentre a settembre dovrebbe far tappa nel Belpaese il tour dei Pearl Jam, che seguirà il nuovo album annunciato per aprile.
Italiani. I Negramaro, bocciati l’anno scorso fra i Giovani a Sanremo, sono il gruppo del momento: in tour da quasi un mese, saranno a Mestre il 4 febbraio. La stessa sera, a Pordenone, suonano i Marlene Kuntz. Il tour di Roberto Vecchioni torna dalle nostre parti (dopo un’anteprima novembrina a Nova Gorica) il 6 a Udine e il 9 febbraio a Trieste. Il 10 febbraio parte da Montichiari (Brescia) la tournèe di Renato Zero, il 19 febbraio comincia a Firenze quella di Gianna Nannini. I Pooh suonano il 31 marzo al Palaverde di Treviso. Tutto esaurito per le quattro date milanesi, al Forum di Assago, del tour mondiale di Eros Ramazzotti: per accontentare tutti è stato necessario aggiungerne una quinta, il 15 aprile.
Finale con Carmen Consoli. A maggio esce il suo nuovo album, dopo il quale la «cantantessa» siciliana proporrà un tour speciale: partenza a Palermo, arrivo - dopo un numero imprecisato di tappe - a Londra.

lunedì 16 gennaio 2006

«Cara democrazia, sono stato al tuo gioco anche quando il gioco si era fatto pesante, così mi sento tradito, o sono stato ingannato, mi sento come partito e non ancora approdato, sento un vuoto, sento un vuoto al mio fianco, e nessuna certezza messa nero su bianco...».
Ovvero: quando una canzone dice di un momento politico, di una sensazione diffusa fra tanta gente, più di mille discorsi e articoli di giornale. Le parole sono di Ivano Fossati, tratte dalla sua nuova canzone «Cara democrazia», appena pubblicata su un singolo che anticipa il nuovo album, «L’arcangelo» (Sony Bmg), in uscita il 3 febbraio. Parole serie, gravi, pesanti, adeguate al momento storico e politico che stiamo vivendo, e che sembrano fatte apposta per esprimere il pensiero di tanti: delusi, allertati, disorientati.
Parole pessimiste che arrivano a quattordici anni dall’ottimismo della «Canzone popolare», poi adottata come prima sigla dell’Ulivo. Parole che richiamano il grido di dolore di Franco Battiato «Povera patria», datato 1991: si era alla vigilia della rivoluzione di Mani pulite, quando la credibilità dei politici della cosiddetta Prima repubblica era ridotta quasi a zero. Livello dal quale non siamo lontani oggi, con la Costituzione ridotta a carta straccia, modificata a botte di maggioranza. Con la contrapposizione politica ridotta a rissa, ad avanspettacolo.
Agli artisti non è chiesto di far politica in senso stretto. Ma dai più sensibili ci si può anche aspettare, a volte, di rappresentare lo spirito dei tempi, di interpretare un sentimento diffuso, di anticipare - con la forza e l’intelligenza delle emozioni - un cambio di stagione. Anche politico.
È quel che avviene con Ivano Fossati, che ha definito questa canzone «un'esortazione civile». Secondo lui «stiamo andando verso una democrazia di mercato che è pericolosa come un totalitarismo. La democrazia di mercato è quel tipo di sistema in cui, per esempio, se hai settanta-ottant’anni e poco denaro, nessuno si prende cura di te».
«Succede in tutto l'Occidente - dice il cantautore ligure in un’intervista a Vanity Fair - ma in Italia la democrazia ha subito duri colpi anche in passato. È quello che succede ogni volta che c'è una strage come Piazza Fontana, che non viene chiarita nemmeno più di trent'anni dopo. Così ci si abitua al fatto che la verità non verrà mai definita...».
Il brano è una ballata rock, ritmata, pulsante e incalzante, lontana dalle eleganti e spesso esotiche costruzioni melodiche cui l’artista ci ha tante volte abituati. «Con santa pazienza ho dovuto aspettare, con quanta buona fede sono stato ad ascoltare... con benedetta arroganza sono stato avvilito, con quanta leggerezza sono stato alleggerito... cara democrazia, cara gemma imperfetta, equazione sbagliata non scritta e mai corretta...».
Da un uomo che non ha mai nascosto la sua vicinanza alla sinistra, fra le righe si legge anche un senso di profonda delusione e disillusione - tipo il grido di dolore di Nanni Moretti di qualche anno fa, in piazza Navona, che diede il via alla stagione dei cosiddetti Girotondi - nei confronti di chi, fra un autogol e l’altro, non ha saputo risparmiare al paese le tante, troppe umiliazioni di questi ultimi anni.
Il finale è un’esortazione sofferta e puntuta: «Ahi che pessime orchestre, che brutta musica che sento, qui si secca il fiore e il frutto del nostro tempo, sono giorni duri, sono giorni bugiardi. Cara democrazia ritorna a casa che non è tardi...». Meglio, molto meglio di una dotta e noiosa analisi politica.



Nel 2003 ha vinto Sanremo Giovani. Ma l’anno dopo non l’hanno invitata fra i «big». E lei ha dovuto ricominciare tutto andando a vincere l’anno scorso il reality «Music Farm». Ora la pugliese Dolcenera - e già il nome d’arte «rubato» a una canzone di De Andrè la rende simpatica - a Sanremo ci va per davvero, dalla porta principale, con la canzone «Com’è straordinaria la vita». In attesa della quale, i suoi fan hanno molto apprezzato l’album «Un mondo perfetto» (Edel). Una manciata di canzoni emozionanti, con tre cover: «Sei bellissima» della Bertè, «Lulù e Marlene» dei Litfiba e «Pensiero stupendo» di Patty Pravo.
Da una donna del sud italiano a una splendida interprete nera del sud della Carolina, Stati Uniti. «Stone hits - The very best of Angie Stone» (Sony Bmg) è una raccolta che mette in fila alcune delle cose migliori regalate al pubblico di mezzo mondo da questa grande interprete della scena rhythm’n’blues. È il suo primo best, che conferma la Stone (che è anche compagna del soul-man D'Angelo, uno degli eredi artistici di Marvin Gaye) fra le regine del nuovo soul statunitense. C’è anche un inedito, «I wasn't kidding», fra le tante perle funky («Everyday», «Little boy», «No more rain»...) che brillano nel disco.
Cambio scena. Loro si chiamano Sikitis, vengono dalla Sardegna, hanno pubblicato un disco intitolato «Fuga dal deserto del Tiki» (Casasonica Emi). Mischiano radici hardcore, suggestioni psichedeliche, amore per il rock’n’roll e il progressive, ma soprattutto piccole e originali storie da raccontare. «Roma a mano armata», «Giulietta degli spiriti», «Metti una sera a cena» sembrano piccoli cortometraggi alla maniera di Tarantino. «Caravan» fa la figura di uno standard jazz. E la rilettura di «L'importante è finire», classico di Mina, non passa inosservata.



È diventato un dvd la bella registrazione dal vivo realizzata da Carlos Santana negli studi della Sony a New York, nell’ottobre del 2002. Il mitico chitarrista messicano, inventore del latin-rock, sulle scene ormai da quarant’anni, è qui in forma strepitosa. Meglio ancora che nel recente album «All that I am». E regala classici come «Oye como va», «Black magic woman», «Soul sacrifice», «Europa», ma anche perle dai recenti album «Supernatural» (venticinque milioni di copie vendute) e «Shaman». Il filmato riesce a restituire le emozioni che Santana - 59 anni a luglio - trasmette ogni volta che sale su un palcoscenico. Caliente...


Ha fatto dei duetti - assieme all’amore per la musica nera mischiata alla melodia italiana - il suo credo, la sua religione, forse anche il segreto della sua affermazione anche a livello internazionale. E in questo cofanetto (due cd e un dvd, che ripropone il concerto tenuto il 6 maggio 2004 alla Royal Albert Hall di Londra) spara tutte le cartucce a disposizione: Sting, Eric Clapton, Jeff Beck, Tom Jones, Macy Gray, John Lee Hooker, Sheryl Crow, B.B.King, Paul Young, Mark Knopfler, Pavarotti, Bocelli, l’inarrivabile (e compianto) Miles Davis, che aveva trasformato la sua «Dune mosse» in un capolavoro autentico. Insomma, bella parata di stelle. E documento fondamentale della carriera di Zucchero. Da collezione...

martedì 10 gennaio 2006

Sanremo? La solita sbobba, fuffa, broda... Il Festival, si sa, è da anni un format televisivo. Un format «made in Italy». Anzi, «made in Rai», perlomeno finchè dura l’accordo fra il Comune della cittadina ligure e Viale Mazzini. Comunque un prodotto che funziona da oltre mezzo secolo, pur fra tanti alti e pochi bassi. E per continuare a funzionare, in questa deprimente repubblica dell’Auditel, deve aggiornarsi, strizzare l’occhio ai gusti tradizionali e a quelli giovani, mediare fra personaggi televisivi e cantanti che hanno qualcosa da dire e da cantare.
Lo fa anche quest’anno col solito cast tuttifrutti, un colpo al cerchio e l’altro alla botte, nella speranza di catalizzare ancora una volta, per una settimana, l’attenzione degli italiani. Più con le polemiche, con il martellamento televisivo, con la forza dell’inerzia e dell’abitudine, che con cantanti e canzoni.
Se i dodici Giovani già annunciati (fra cui Simone Cristicchi, L’Aura, Ivan Segreto...) sono stati scelti da una commissione, l’identificazione dei diciotto big - divisi fra Uomini, Donne e Gruppi, si rinuncia vivaddio ai Classici... - è tutta farina del sacco di Panariello e del direttore artistico Gianmarco Mazzi.
Il risultato è quello che è. Poche note positive: Povia, trionfatore ideale del Sanremo dell’anno scorso con «I bambini fanno oh» (fuori gara perchè non inedita); l’accoppiata fra l’israeliana Noa e il milanese Carlo Fava (uno sulle orme del gaberiano teatro canzone); il ritorno dei Nomadi (ma chi glielo fa fare...) e quello di Mario Venuti (l’ex Denovo che due anni fa stupì con «Legami»), infilato fra i Gruppi, categoria supermarket, grazie alla band che lo accompagna. Per lo stesso motivo, sfilano fra i Campioni nomi nuovi come Sugarfree e Zero Assoluto (neanche ammessi l’anno scorso fra i Giovani, con quella «Semplicemente» poi esplosa...), che hanno all’attivo successi forse meno eclatanti di Cristicchi e L’Aura, inseriti fra i Giovani.
Ci siamo risparmiati Al Bano (per fortuna) e la Bertè (purtroppo). Ci cuccheremo invece, ahinoi, i Figli di Scampia, altri sedicenti Campioni: una progetto ideato da Gigi D’Alessio, con Gigi Finizio, qualche napoletano «di seconda (o terza) fascia» e alcuni ragazzi delle periferie degradate. Mah...
Completeranno il menù gli ospiti, con annessi botti ancora da confermare. Mentre è già sicura l’unica vera novità del Sanremo 2006, ovvero l’ascolto preventivo di trenta secondi delle canzoni in gara. Anche attraverso il cellulare. Una possibilità di cui in effetti sentivamo assai la mancanza...

lunedì 9 gennaio 2006

È stato senz’ombra di dubbio Vasco Rossi, il dominatore del rock italiano

nell’anno appena concluso. E lo è stato fino all’ultimo, grazie a «Buoni o

cattivi live anthology 04.05» (Emi), uno dei dischi più regalati per Natale,

sia nella versione cd doppio che in quella cofanetto con tre dvd oltre ai

due cd. Un’opera che rappresenta un’ulteriore lettura di un disco e di un

tour da record, che ha impegnato il nostro per due annate. E ha il merito, e

forse al tempo stesso il limite, di riprodurre perfettamente l’atmosfera dei

concerti del Vasco nazionale. Che sono da anni adunate di migliaia e

migliaia di fan, dimostrazioni di affetto e di dedizione e forse persino di

fede, occasioni nelle quali le canzoni del nostro sono quasi una scusa, un

spunto da lasciar spesso cantare per strofe e ritornelli interi dal popolo

vaschiano.

Lui spesso dà solo il via, eccita la folla, si lascia cullare dal coro dei
centomila. E riveste più che mai il ruolo del deus ex machina del rock

stellare di casa nostra. Fra i brani del doppio cd: «Cosa vuoi da me»,

«Sally», «Gli spari sopra», «Siamo solo noi», «Un senso», «Brava Giulia»,

«Dimentichiamoci questa città», ovviamente «Vita spericolata» e

«Albachiara».

E parlando di rock italiano il pensiero non può che tornare a quella che ne

è stata per tanti anni la band di punta, i Litfiba, che alla lunga non hanno

saputo sopravvivere alle controverse dinamiche personali. Un doppio cd a

prezzo speciale, «Litfiba ’99 Live» (Sony Bmg), con bella copertina di Mimmo

Rotella, fa affiorare la nostalgia e ce li restituisce al top del loro

fulgore. Quando Piero Pelù conduceva la danza e Ghigo Renzulli gestiva la

retrovia. «Regina di cuori», «Lacio drom», «El diablo»... Che energia! Altro

che adesso, quando la band senza il leader non lascia traccia, ma lo stesso

leader, da solo, non è mai più stato all’altezza delle premesse. Come

dimostra anche il recente «Piero Pelù Presente» (Warner), un best con due

inediti che non dice nulla di nuovo. Finirà che torneranno insieme,

vedrete...

Meglio allora il nuovo lavoro del siciliano Ivan Segreto, «Fidate correnti»

(Sony Bmg), che vedremo fra due mesi a Sanremo fra i giovani. A un anno dal

disco d'esordio, quel «Porta vagnu» che lo ha rivelato, si conferma cantante

sensibile e pianista di formazione jazzistica che potrebbe ripetere

l’exploit di Sergio Cammariere. Fra i brani: «Vola lontano», «Tingerei in

verde», «Allegra compagnia»...

E meglio anche la freschezza, la genuinità della prova d’esordio di Sabrina

Di Stefano, «Mi hanno detto che ero nata per essere felice» (Rca Records

Label). Una manciata di canzoni (fra cui spicca «Le cose vere», scritta con

Bungaro) che ne rivela la felice vena da cantautrice, un’originale cover di

«La bambola» di Patty Pravo, le esperte cure musicali di un gruppo di

jazzisti capitanati da Roberto Gatto.

E c’è ancora spazio per due vecchi leoni della canzone italiana. Il primo è

Riccardo Fogli, cui la vittoria di due anni fa al «Music Farm» televisivo

sembra aver donato nuova linfa. Il nuovo disco s’intitola «Ci saranno giorni

migliori» (Solomusicaitaliana), un titolo che è già tutto un programma per

questo bravo interprete cui è rimasta legata addosso la sindrome dell’ex

Pooh. L’altro è il pugliese/toscano Raf, che dà alle stampe la sua

«Collezione definitiva» (Warner): due cd con grandi e piccoli successi, da

«Self control» a «Infinito», passando per «Ti pretendo».

«Curtain Call - The Hits» (Universal) è la prima raccolta di Eminem. Il
bianco che ha preso la musica dei neri, il rap, l’ha riletta attraverso la

sua sensibilità e ne ha fatto un successo mondiale. Un po’ come Elvis aveva

fatto mezzo secolo fa con il rock... Il cd doppio ripercorre la sua carriera

- decollata nel ’99 e forte di 65 milioni di copie vendute, nonchè già

celebrata nel film autobiografico «8 Mile» - attraverso brani come «My name

is», «Stan», «Lose yourself»... Ci sono anche tre inediti («Fack», «Shake

that» e «When I’m gone»), la cui bontà sembra scacciare le voci girate su un

imminente ritiro dalle scene del rapper americano.

Ancora America con i newyorkesi Strokes, al terzo cd con questo «First

impressions» (Sony Bmg). Come nel debutto «Is this it» (era appena il 2001),

anche qui fresche melodie e sapienti riff. E il cantante Julian Casablancas

ha imparato la lezione dei grandi del passato. «Evening sun» e «Fear of

sleep» sono i brani che pulsano meglio.

Ancora America e ancora New York con la cantautrice Fiona Apple e un disco -

«Extraordinary machine» (Epic Sony Bmg) - che è stata una delle più belle

sorprese del 2005. Inizialmente bloccato dalla sua multinazionale, e poi

lanciato in prima battuta sul web, l’album coniuga atmosfere tipo music-hall

hollywodiano, lezioni di Joni Mitchell, arrangiamenti di grande eleganza ed

effetto. Brilla «O' Sailor», ballata sognante e ricca di pathos.

Chiusura con un’altra donna. La brasiliana Rita Lee si cimenta, nel cd

«Bossa’n Beatles» (Deck Venus), con l’inarrivabile repertorio lasciatosi dai

Fab Four. Lo fa, come dichiara già nel titolo, attingendo ai suoni della sua

terra e rileggendo con voce calda e ispirata capolavori come «With a little

help...» e «Michelle». Bella operazione, all’insegna della contaminazione

fra quanto di meglio ci ha lasciato musicalmente la seconda metà del

Novecento.

DE ANDRE'. Un cofanetto, tre cd, 54 canzoni, un libretto con  testi e foto... Insomma,
i motivi per riservare un posto sullo scaffale a quest’opera non mancano. Se

di solito siamo abituati a guardare con sospetto al fiorire di antologie e

raccolte varie, qui il discorso è diverso. Siamo in presenza di una parte

della storia della canzone - e della cultura - italiana. Di Faber ritroviamo

allora alcune delle opere più importanti, dalle origini fino ai capolavori

degli anni '80 e '90: da «Via del campo» a «Bocca di rosa», da «La guerra di

Piero» a interi frammenti tratti da album come «La buona novella» o «Non

all'amore né al cielo». Più l’inedita «Cose che dimentico», versione live

del ’97 cantata con il figlio Cristiano. Commovente.

DISCHI DEL SOLE. «I dischi del sole» hanno raccontato negli anni Sessanta e Settanta la
storia della musica popolare e di protesta italiana. Ora tornano in un

cofanetto che comprende un cd e un dvd. Nel primo ritroviamo le canzoni di

Caterina Bueno, Ivan Della Mea, Giovanna Marini (nella foto), Paolo Ciarchi,

Gualtiero Bertelli, Paolo Pietrangeli. Ma anche Fausto Amodei, Dario Fo con

Fiorenzo Carpi, il Canzoniere del Lazio, Rudi Assuntino, Laura Betti... Nel

dvd c’è il film «I dischi del sole», un prezioso documentario di novanta

minuti firmato da Luca Pastore. Che racconta con garbo e partecipazione

un’Italia che non c’è più.

 


 

 

 



 

venerdì 23 dicembre 2005

Il 56.o Festival di Sanremo comincia a prender forma. Come ogni anno, a cavallo fra l’anno vecchio e quello nuovo, gli ingredienti della massima rassegna canora di casa nostra entrano nel pentolone di quello che ai primi di marzo sarà il minestrone festivaliero.
Ieri la commissione artistica - coordinata dal direttore artistico Gianmarco Mazzi e dal conduttore di quest’anno Giorgio Panariello - ha scelto fra le 484 domande di partecipazione nove dei dodici giovani. Ci sono un nome molto noto (Simone Cristicchi, quello del tormentone «Vorrei cantare come Biagio»), tre abbastanza noti fra gli addetti ai lavori (il siciliano Ivan Segreto, L’Aura - quella di «Radio star» - e il cantautore rock Riccardo Maffoni), cinque quasi sconosciuti (Ameba 4, Andrea Ori, Deasonika, Helena Hellwig, Virginio).
Non ce l’hanno dunque fatta due figlie d’arte che si erano proposte (Irene Fornaciari e Aisha Cerami, figlie rispettivamente di Zucchero e dello scrittore Vincenzo), ma anche altri nomi che erano dati per probabili, come Pago, altro protagonista di un altro tormentone estivo. La categoria giovani è comunque fatta. I nove nomi citati vanno infatti ad aggiungersi ai tre selezionati sempre dalla commissione artistica tra i finalisti di «SanremoLab Accademia della Canzone di Sanremo», e cioè Antonello, Antonio Tiziano Orecchio e Monia Russo.
Ma dei giovani alla gente non interessa molto. Anche se proprio fra loro ci sono spesso le cose più interessanti della rassegna. Al grande pubblico interessano soprattutto i sedicenti campioni o big che dir si vogliano.
Qui i nomi sicuri sono finora quelli di Gianluca Grignani, i Nomadi e l’accoppiata fra l’israeliana Noa e il milanese Carlo Fava. Dovrebbero essere della partita anche Renato Zero (che potrà dunque giocare sul palco dell’Ariston con il suo sosia Panariello...), Povia (ancora in classifica con «I bambini fanno ooh», presentata l’anno scorso fuori gara), Ron, Alex Britti, Mario Venuti, Dolcenera (rilanciata dal successo alla Music Farm»), Nicky Nicolai (stavolta senza il marito sassofonista Stefano Di battista), Anna Oxa, Loredana Bertè e Simona Bencini (per l’ex cantante dei Dirotta su Cuba c’è pronta una canzone scritta dalla nostra Elisa).
Nei giorni scorsi si era parlato anche di Patty Pravo e di Al Bano, in coppia nientemeno che con l’ex moglie Romina Power. L’ex ragazza del Piper ha smentito, l’uomo di Cellino San Marco ha smentito solo l’accoppiata, lasciando per il resto una porta aperta. Lista ufficiale, comunque, il 9 gennaio.
Nel frattempo, si parla anche di quattro clamorose ospitate: Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Zucchero e Andrea Bocelli. Ovvero, quattro star italiane che sono partite da Sanremo. E che vi tornerebbero, con tutti gli onori, duettando con altrettante star straniere. Chi vivrà, vedrà...

martedì 13 dicembre 2005

Vecchia e sana abitudine: mettere un disco sotto l’albero. Quella che un tempo era una scelta riservata solo a giovani e giovanissimi, col passar degli anni è diventata una consuetudine buona per tutte le generazioni. Un po’ perchè ormai la frammentazione dei gusti musicali porta a una realtà in cui c’è un genere, un artista, un disco buono (quasi) per ogni destinatario del pacchetto natalizio con tanto di fiocco e bigliettino. C’è il cd per il bambino e quello per la nonna, per la ragazzina quasi adolescente e per il cinquantenne che ha visto tanto rock passare sotto i ponti, per i giovanissimi e per il trenta/quarantenne coi suoi gusti e i suoi ricordi. Ma c’è anche un altro motivo: il costo. Un prezzo che durante l’anno può sembrar alto per un cd, a Natale diventa quasi una soluzione economica...
E allora sotto con qualche proposta. <CF32>Madonna</CF>, con «Confessions on a dance floor» (Warner), dopo aver attraversato mezzo mondo delle sette note, è tornata alle origini e propone nuovamente musica buona anche per ballare. Dance elettronica che rimanda a un paio di decenni fa, ma con la maturità artistica e la lussuosa produzione del presente. «Hung up» è già un tormentone. In «Sorry», secondo singolo tratto dal disco, esprime il suo dispiacere in tante lingue, italiano compreso.
<CF32>Rod Stewart</CF> cambia mogli e fidanzate (giovanissime) che non si riesce a stargli dietro. Meglio rifarsi le orecchie con «Thanks for the memory... The great american songbook volume IV» (Sony Bmg), con cui il rocker scozzese chiude il lungo capitolo dedicato alla riscoperta dei classici della tradizione americana (da «My funny Valentine» a «Let’s fall in love»). Duetti prestigiosi: con Diana Ross, Elton John, Chaka Khan...
Rimpiangete l’atmosfera dei vecchi dischi dei <CF32>Dire Straits</CF>? Ecco «The best of Dire Straits & Mark Knopfler - Private Investigations» (Mercury Universal). C’è dentro il meglio del meglio, rigorosamente anni Ottanta: «Sultans of swing», «Love over gold», «Romeo & Juliet»...
Ventottesimo album in carriera per <CF32>Neil Young</CF>, che con «Prairie wind» (Reprise Warner) dimostra di aver vinto la sua battaglia per la vita, che a primavera gli aveva messo dinanzi un aneurisma al cervello. Un disco senza tempo, lontano da mode e business, che riporta a sogni e ideali della West Coast degli anni Sessanta/Settanta, filtrati attraverso la maturità e l’esperienza di un uomo di sessant’anni. Qualcuno ha detto che il disco completa la trilogia cominciata con «Harvest» nel ’72 e proseguita vent’anni dopo con «Harvest moon».
Altro amarcord. Venticinque anni dopo «Guilty» (dodici milioni di copie vendute), <CF32>Barbra Streisand e Barry Gibb</CF> tornano sul luogo del delitto con «Guilty Pleasures» (Sony Bmg). Gran musica leggera, pop di qualità, per due voci da leggenda. E «Stranger in a strange land» picchia duro contro la guerra in Iraq.
«Amarantine» (Warner) è il sesto album di <CF32>Enya</CF>, tornano la voce eterea e le melodie vellutate della cantante irlandese che ha trasformato la world music d’influenza celtica in un fenomeno da classifica.
Dopo Lee Ryan, anche un altro Blue debutta come solista. È <CF32>Simon Webbe</CF>, e il suo «Sanctuary» (Virgin Emi) propone ritmi urbani ed eleganza pop non solo per giovanissimi. Giovanissimi che amano molto i <CF32>Mattafix</CF>: «Signs of a struggle» (Virgin Emi) ha diversi brani che funzionano, oltre al tormentone «Big city life».
 C’è anche un inedito, «Cuanta pasiòn», nel nuovo doppio dal vivo di <CF32>Paolo Conte</CF> intitolato «Arena di Verona» (Warner). Registrato a luglio, ripropone classici come «Sparring partner», «Sotto le stelle del jazz», «Via con me», «Bartali»... C’è anche un dvd, com’è ormai abitudine per buona parte delle uscite discografiche, italiane e straniere.
Altro doppio, stavolta antologico, quello dei <CF32>Pooh</CF>: «La grande festa» (Warner) apre i festeggiamenti (tour, libro, dvd...) per i quarant’anni di carriera dell’intramontabile quartetto. Per l’occasione ripropongono mezza storia della musica italiana: da «Piccola Katy» a «Uomini soli», passando per tutte le altre.
S’intitola «Il dono» (Sony Bmg) ed è il nuovo album di <CF32>Renato Zero</CF>, già salito ai vertici delle classifiche di vendita. Dodici inediti, compresa una canzone dedicata a Papa Wojtyla («La vita è un dono») e un’altra che attacca l’America («Stai bene lì»). A 55 anni «el sor Fiacchini» è sempre uno spirito libero, che si permette tutto: la sua trasgressione, oggi, è essere un grande cantante melodico.
E siamo a <CF32>Mango</CF>, che ha appena pubblicato «Ti amo così» (Sony Bmg). Le sonorità etno-elettroniche sono quasi un marchio di fabbrica, per il cantante e autore di Lagonegro, che qui indulge sul lirismo poetico tanto amato dai suoi fan. «Il dicembre degli aranci» è un duetto con la moglie, Laura Valente, ex Matia Bazar. Chiusura napoletana con «I te vurria vasà» e «Mille male penziere», quasi un tributo al Sud del mondo tanto caro all’artista.
Chiusura con la <CF32>Pfm</CF>, ovvero la vecchia e cara Premiata Forneria Marconi, che a trenta e passa anni dagli esordi («Storia di un minuto», do you remember...?) se ne vien fuori nientemeno che con un’opera rock. S’intitola «Dracula» (Sony Bmg), è un kolossal firmato David Zard, che debutterà a marzo a Roma. Nel frattempo ci gustiamo l’ottimo pop-rock che Mussida e compagni gli hanno cucito addosso.
Trent’anni da «Born to run», il disco che ha imposto Springsteen all’attenzione del mondo. Facendolo entrare nell’olimpo dei grandissimi del rock di tutti i tempi. Un cofanetto celebra la ricorrenza. C’è dentro la riedizione adeguatamente rimasterizzata del capolavoro, completo di libretto fotografico. Ma ci sono anche due dvd: nel primo il leggendario concerto londinese all’Hammersmith Odeon, il 18 novembre 1975, che fece scoprire il Boss agli inglesi. Il secondo, «Wings for wheels: The making of Born to run», propone interviste e filmati d’archivio inediti. Documenti emozionanti, per tutti quelli - come noi - che amano il grande rocker di Freehold, New Jersey.
Altre emozioni. Due dvd e un libro per ripercorrere la grande avventura umana e intellettuale del Teatro Canzone di Giorgio Gaber. Quattro ore di filmati per fare di nuovo i conti con i monologhi e le canzoni che Gaber, vero combattente del pensiero, scrisse con Sandro Luporini. Oltre quaranta tra le sue canzoni più importanti, tra cui «Lo shampoo», «Far finta di essere sani», «Madonnina dei dolori», «Un'idea», «La libertà», «È sabato», «Gildo», «L'odore», «L'America»... Con quei versi che ti scavano dentro, soprattutto ora che lui non c’è più, ora che vive solo attraverso la dimensione visiva del suo teatro: l’espressività, la mimica facciale, l’uso del corpo come formidabile elemento di comunicazione...

sabato 3 dicembre 2005

«Ma cos’è questa crisi, para-para-pà-pà-pà-pà... ma cos’è questa crisi...». Vanno sempre bene, in qualsiasi epoca e forse per qualsiasi situazione, gli storici e immortali versi di Ettore Petrolini. Del resto, la crisi di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, da che mondo e mondo, non è mai entrata nel fiammeggiante foyer del Teatro Verdi la sera della prima.
Il gala inaugurale targato 2005 non fa dunque eccezione alla regola. Anche ieri sera, pochi minuti prima dell’inno di Mameli, l’anticamera della platea è il solito fiorire di pellicce, smoking, abiti lunghi, gioielli, acconciature fresche di parrucchiere, decollété d’ordinanza e sorrisi di circostanza. Col sindaco Dipiazza, strategicamente piazzato assieme al sovrintendente Zimolo in prossimità dell’ingresso ad accogliere ospiti più o meno importanti (c’è anche il sottosegretario Martusciello, che però nessuno conosce...), Dipiazza, dicevamo, dispensatore supremo di sorrisoni e grandi pacche sulle spalle: «come va? bene, nonostante voi...», dice per esempio a un paio di cronisti che lo salutano, prima di sbottare in una crassa e liberatoria risata.
Ma le tante e pesanti crisi economiche della città e del Paese, stavolta, s’incrociano con una crisi altrettanto grave che tocca da vicino il mondo della cultura e dello spettacolo. E quel grande striscione bianco, con la scritta rossa «Taglio Fus = chiusura!», affisso sopra l’ingresso del teatro, sta lì a ricordarlo. A ricordare che il giocattolo è sul punto di rompersi, che la dorata passerella non è garantita a vita, che le tante crisi che stringono in una morsa Trieste, l’Italia e il mondo dello spettacolo non sono in fondo poi tanto lontane. Nemmeno da questo foyer pavesato a festa.
Del resto anche essere qui, quasi come se nulla fosse, somiglia a un mezzo miracolo. Le rappresentanze sindacali del teatro hanno infatti deciso solo in extremis di revocare lo sciopero già indetto quale ulteriore forma di protesta contro i tagli apportati dalla Finanziaria al Fondo unico dello spettacolo. Senza quei soldi, oggi, in Italia, non c’è ente lirico in grado di sopravvivere. Quei soldi sono la principale voce di entrata di tutte le fondazioni lirico-sinfoniche. Senza, si chiudono baracca e burattini. E anche gli appuntamenti mondani devono trovare nuove occasioni.
Poi, si sa come vanno queste cose, la protesta è rientrata. Il sindaco, che come primo cittadino è anche presidente della fondazione lirica, si è impegnato a coprire coi fondi comunali, nella massima misura possibile, quella parte dei contributi statali che verrà a mancare per il 2006 (si parla di oltre due milioni di euro in meno). Dipiazza si è impegnato anche a sensibilizzare gli altri enti locali. Il presidente della Provincia Scoccimarro, anche lui ieri sera piuttosto allegro, non ha fatto mancare almeno il conforto della sua presenza. Lo stesso non si può dire del governatore Illy, assente dal gala per il secondo o forse terzo anno di fila.
Alle 20.37, con qualche minuto di ritardo sulla scaletta, tutti in piedi per l’inno di Mameli, che tradizionalmente apre le prime. Qualche mano sul petto, qualche verso sussurrato in punta di labbra. Poi, è solo «Turandot». Fuori del teatro, la<USnuogra> serata all’insegna della mondanità discreta si stempera pian piano nelle brume autunnali. E i tanti abeti illuminati che Dipiazza quest’anno ha voluto in piazza Unità ricordano che fra poco è Natale. Natale di crisi. Appunto.