martedì 30 marzo 2004

VASCO! Un nuovo alb...

VASCO!
Un nuovo album, intitolato «Buoni o cattivi», che esce venerdì. Un nuovo megatour, che debutta il 5 giugno allo Stadio Olimpico di Roma, e che farà tappa il 17 giugno allo Stadio Friuli di Udine (e il 24 a quello di Verona). Vasco Rossi ritorna e lo fa alla sua maniera. Non le manda a dire. Non si tira indietro nella critica a «una società che guarda sempre di più all'apparire e meno alla sostanza e nella quale le libertà individuali e i diritti umani vengono schiacciati dagli imperativi categorici della ragion di stato».
Dodici canzoni nuove, in bilico fra espressione di forza e ammissione di fragilità. «Si può spegnere ogni tanto il pensiero - canta il rocker di Zocca nel brano che apre e dà il titolo al cd, che arriva a tre anni da ”Stupido Hotel” e a uno e mezzo dalla raccolta ”Tracks” - smettere almeno di crederci per davvero, e non essere più schiavi per lo meno di un'idea come di un'altra, di un mistero...».
Venticinque anni di carriera e venti di successo non hanno fiaccato la voglia di ribellione. «Come stai, ti distingui dal luogo comune - canta in ”Come stai” - ti piace vivere come sei e vuoi rispondere solo a te. Come stai, ti distingui dall'uomo comune, ti piace vivere come vuoi e rispondi solo a te. Tu non li capisci ma tutti lo sai hanno messo la testa a posto...».
Poche certezze, nella filosofia del Vasco, tanti dubbi e altrettante insofferenze: «Hai mai dei guai per quello che sei - canta in ”Hai mai” - hai mai dei guai per quello che fai. Tu non puoi distrarti solo quando vuoi tu. Io non mi accontento io voglio di più. E chi dice che è facile, guarda qui, un uomo è così. Se fosse così semplice non sarei ancora qui. Io non mi voglio arrendere...». Un altro brano, «Non basta niente»: «Ogni tanto guardo intorno a me, a quello che c'è, se poi davvero è proprio tutto così, se è tutto qui...».
Sopravvive il Vasco ironico. «Ho allacciato con te - canta in ”Dimenticarsi” - ho allacciato un discorso. Sono cambiato per te e ora sono diverso. Ho passato con te, ho passato un inferno...». Quello disilluso, quasi disperato: «Non ho tempo oramai per fare tutti quei discorsi - confessa in ”Cosa vuoi da me” - Sono talmente disperato che spero che il cielo tramonti...». Ma anche quello autoironico: «Ma sì che sono io, e l'anima la vedi, oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi. Dammi una mano senorita e mettila qua...» («Senorita»).
Ma il manifesto è in «Un senso», appena sentito nella colonna sonora del film di Castellitto «Non ti muovere»: «Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l'ha. Voglio trovare un senso a questa condizione, anche se questa condizione un senso non ce l'ha. Voglio trovare un senso a tante cose, anche se tante cose un senso non ce l'ha...».
Fra gli altri brani, la ballata «Anymore» e l’energica «Rock’n’roll show». In un disco registrato tra Bologna e Los Angeles, presentato ieri al Gruppo Abele di Torino. Dove Don Ciotti lo ha definito «uomo dell’incontro». E dove lui ha detto: «Ho ascoltato i cantautori ma poi ho rotto con gli schemi tradizionali, mi sono creato uno stile mio. Parlo di rabbie, frustrazioni, trasmetto le emozioni che sento. Mi esprimo per sensazioni, mi piace svelare le bugie, le ipocrisie che abbiamo tutti».

mercoledì 24 marzo 2004

�Alla base del nostr...

«Alla base del nostro incontro c’è il desiderio di fare canzoni, di fare musica assieme. Sposando culture musicali diverse. E tanto ci basta...».
Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel, parla così del suo incontro con gli italoargentini Javier Girotto e Natalio Mangalavite. Assieme hanno fatto un disco, intitolato «L’amico di Cordoba», uscito proprio in questi giorni, e un sacco di concerti: uno dei quali, domani alle 21, al Teatro Miela di Trieste.
«Tutto è cominciato - spiega l’artista casertano - alcuni anni fa, quando ogni tanto ero ospite del gruppo del jazzista Roberto Gatto. In quell’occasione ho conosciuto Girotto, argentino di origini pugliesi, gran suonatore di sax, clarinetto e flauti andini. Lui era tornato in Italia nei primi anni Novanta, collaborando con vari musicisti, e poi fondando il gruppo Aires Tango: sette dischi per coniugare le ragioni del tango con quelle del jazz e della musica etnica».
«La storia di Natalio Mangalavite - prosegue Servillo - è diversa ma ha alcuni tratti comuni. Anche lui come Girotto è nato a Cordoba, anche lui di origine italiana come tantissimi in Argentina: i suoi nonni erano siciliani. Lui vive in Europa da quasi vent’anni e da un po’ sta in Italia. Ha suonato con tantissimi nel campo del jazz e del pop, accompagnando per molti anni Ornella Vanoni».
«L’estate scorsa abbiamo cominciato a suonare noi tre: voce, pianoforte e fiati. Ed è così nato questo ”Progetto Gsm”, acronimo delle nostre iniziali, che ha già dato vita a un disco: l’abbiamo registrato a dicembre quasi in diretta, con pochi mezzi, come nella miglior tradizione del tango, e così siamo riusciti anche a metterlo in vendita a un prezzo assai contenuto».
«Il rapporto fra la nostra canzone e il loro tango? Beh, credo che la musica argentina - riflette il cantante - sia in qualche modo debitrice anche nei confronti della musica popolare italiana. Per Javier e Natalio è una sorta di viaggio di ritorno, che permette loro di mettere in luce elementi che si sono difesi dalla contaminazione culturale e musicale».
«E poi - conclude Servillo - mi piace l’assoluta semplicità della nostra proposta, che permette la giusta valorizzazione delle melodie e dei testi. A volta, quando suoniamo, non mi sembra di essere soltanto in tre sul palco. Perchè la nostra semplicità non va mai a scapito della ricchezza degli arrangiamenti, dell’orchestrazione...».
Insomma, radici italiane e argentine che si incontrano, Piazzolla ma anche Jobim, per un repertorio con «doppia cittadinanza»: latinoamericana ed europea.
Un ultimo dubbio. Servillo con questo nuovo trio, Mario Tronco con l’Orchestra di Piazza Vittorio: non è che gli Avion Travel si stanno perdendo per strada...? «No, assolutamente - rassicura Peppe Servillo - stiamo assieme da vent’anni, e ogni tanto c’è bisogno di nuove esperienze. Dipende sempre con che spirito si fanno le altre cose. E poi è appena uscito il disco degli Avion Travel in Francia. Il 6 e 7 aprile andiamo a Parigi a presentarlo...».

lunedì 22 marzo 2004

Claudio Baglioni tor...

Claudio Baglioni torna domani sera in regione, per un concerto al palasport di Pordenone, a quattro mesi di distanza dal trionfo del PalaTrieste. Il tour «Crescendo» è quello che, dopo i 320 mila spettatori in otto sere dell’estate scorsa - 120 metri di palco, sei musicisti e un'orchestra di 33 elementi, 34 ballerini e più di 300 performer - prometteva una dimensione «più raccolta, essenziale, intima».
I quattromila che a dicembre hanno assistito allo show triestino sanno però che il cantautore romano fa ancora una volta le cose in grande. Lo show propone infatti un palcoscenico-casa su quattro livelli, che corrispondono ad altrettante fasi. Per raccontare in tre ore trentacinque anni di carriera Baglioni ha immaginato gli spartani esordi in una cantina, poi il primo trasloco in un comodo appartamento, il secondo in una terrazza-tetto e infine l’«ascesa in cielo», o giù di lì, con i cavalli di battaglia.
A ogni livello scende dall’alto un palco: struttura semplice ma complessa. In un gran via vai di «addetti ai traslochi», tanti oggetti caratterizzano le varie fasi: un vecchio registratore che diventa proiettore, un baule da cui poi escono le bolle, un telescopio che diventa faro per illuminare il pubblico, e ancora il tavolo, la cucina, la scala, il camino...
Le canzoni delle varie fasi non sono coetanee dei diversi momenti storici: l’assemblaggio è tematico, avvicinando anche brani di anni lontani. Di solito attacca dal solo con «Yesterday», dei Beatles: musica classica del Novecento, che gli serve per ricordare i tempi degli esordi in cantina, negli anni Sessanta.
Poi mette in fila «Noi no» e «Dagli il via», «Quanto ti voglio» e «Fotografie» (con il quintetto d’archi, per quattro quinti femminile), «Ragazze dell’Est», «Bolero», «Tienimi con te». Ma anche, quasi a voler indicare un passaggio verso un futuro migliore e allora solo sognato, quella «Di là dal ponte» che sta nell’ultimo disco «Sono io, l’uomo della storia accanto».
Nella fase «comoda» dell’appartamento canta «Notte di note» e «Quante volte», «Serenata in sol» e «Mai più come te», «Domani mai» e «E adesso la pubblicità»... Finale sul tetto, in una terrazza che è una citazione beatlesiana, per cantare «Acqua dalla luna», «Avrai», «Ninna nanna nanna ninna», «Tutto in un abbraccio», «Grand’uomo», «E tu». Rimane il tempo per le stelle, con i classicissimi «Amore bello», «Strada facendo», ovviamente «Questo piccolo grande amore», «Cuore di aliante», il medley con «Poster», «Solo», «E tu come stai», «Io me ne andrei»...

domenica 21 marzo 2004

...legami le mani le...

...legami le mani legami con doppi nodi all'anima, porta la mia vita a correre da qualche parte, stancala... (mario venuti)

sabato 20 marzo 2004

Stasera a Reggio Emi...

Stasera a Reggio Emilia, domani a Milano, martedì al «Nuovo» di Udine. Il tour mondiale di David Byrne comincia dall’Italia, a conferma dell’amore del musicista scozzese (ma newyorkese d’adozione) per il nostro Paese. «Partirò il primo giorno di primavera - ha detto l’ex Talking Heads, classe 1952 - e a quella serata seguirà un lungo viaggio nel vostro Paese». Infatti, dopo la tappa nel Friuli Venezia Giulia, sono previsti concerti anche a Roma, Catania, Torino...
Musicista, ma anche regista («True stories»...) e fotografo (come i triestini ricordano bene, visto che ha tenuto delle mostre al Museo Revoltella e alla Galleria Lipanje Puntin...), Byrne ha appena pubblicato il disco «Grown Backwards». Saranno dunque i brani del nuovo disco a fare da fulcro alla scaletta dei concerti italiani. Ma conoscendolo, non mancheranno brani dei Talking Heads e della sua carriera solista, fra cui quelli del recente «Look Into The Eyeball».
La nuova produzione è parsa ad alcuni un ritorno al passato. Un’impressione confermata e per certi versi spiegata da questa dichiarazione dell’artista: «A volte si va avanti guardando indietro...».
Ma nel passato di Byrne, restando all’ambito musicale, ci sono moltissime cose. Con le sue «Teste Parlanti», a cavallo fra gli ultimi anni Settanta e l’alba degli Ottanta, ha coniugato con nevrotica intelligenza e indiscutibile genialità rock, funky e new wave (manifesto di quel periodo, l’insuperato «Remain in light»). Poi si è innamorato delle contaminazioni etniche e in particolare dei ritmi latinoamericani (soprattutto con un disco-capolavoro come «Rei Momo»). Successivamente ha vissuto anche lui il suo periodo votato all'elettronica (con l’album «Feelings»).
Ora, forte di una semplicità difficile a farsi, si fa strada una linea musicale limpida, attenta alla melodia più che alla ritmica, a tratti quasi beatlesiana. Quasi un «periodo romantico», come dimostrano i due omaggi nel disco alla lirica di Georges Bizet e Giuseppe Verdi, riguardo ai quali l'artista dice: «Sono convinto di una cosa: la canzone pop moderna deve molto all'opera, in termini di ruolo sociale e struttura. L'opera, ai tempi di quando veniva scritta, era come le canzoni oggi: veniva cantata per la strada, dalla gente».
Ancora Byrne: «Ogni canzone parla dell'amore tra un uomo e una donna e affronta altri argomenti del genere. È un disco romantico in quanto parla della necessità di gustarsi il mondo, di vivere la vita e trarne piacere. Questo è un lavoro molto diverso dal precedente: è passato un po' di tempo e credo che quest'album rappresenti esattamente il punto dove mi trovo ora».
Con David Byrne, ovviamente voce e chitarra, sul palco in questi concerti italiani (e al «Nuovo», martedì alle 20.45) ci saranno Paul Frazier al basso, Mauro Refosco alle percussioni, Graham Hawthorne alla batteria e il sestetto d'archi Tosca Strings Ensemble (tre violini, una viola, due violoncelli).

mercoledì 17 marzo 2004

Bambine di sette-ott...

Bambine di sette-otto anni al primo concerto della vita, felici ma anche un po’ intimorite, con l’emozione negli occhi per quell’idolo che almeno per una sera è così vicino. E canzoni intere cantate in coro, scritte vergate su artigianali cartelloni («6 grande...»), videotelefonini funzionanti a pieno regime, un’atmosfera da «festa di fine anno nella palestra della scuola».
Anche questo è il concerto di Nek, visto l’altra sera in un Politeama Rossetti affollatissimo soprattutto di bambini e giovanissimi. Sì, la presenza fra il pubblico di mini-fan in età da elementari (altro che cantante per teen-ager...) è quel che resta maggiormente impresso a fine serata. E ciò senza nulla togliere alla bravura della popstar di Sassuolo e della band che lo affianca. I cantanti amati dai giovanissimi sono sempre esistiti, ma una volta, non troppo tempo fa, la stagione del primo concerto fioriva verso i 14-15 anni. Ora arriva molto prima.
Lui, Filippo Neviani in arte Nek, bello quanto basta per far sognare mamme e figlie (sì, perchè ci sono anche certe madri, che meriterebbero un discorso a parte...), ci mette del suo per trasformare lo spettacolo in un’entusiasmante bolgia. Dopo appena tre canzoni («Dimmi cos’è», «Le cose da difendere» e «Sul treno»), butta lì con aria indifferente: «A me piacerebbe vedere il teatro tutto in piedi...».
È un attimo. Per la gioia soprattutto di chi ha sborsato una trentina abbondante di euro (comprensiva dei famigerati diritti di prevendita) pur di assicurarsi i posti migliori, la zona a ridosso del palcoscenico si trasforma in un bollente catino: tutti in piedi come ha chiesto «Lui», a cantare e ballare e battere le mani...
Le canzoni più applaudite sono «Almeno stavolta» (e ai bimbi poco importa che somigli un sacco a «Still waiting», dei canadesi Sum 41...), «Ci sei tu», «Parliamo al singolare», «Sei grande»... Un urlo particolare arriva con «Fatti amare», non tanto per la canzone, quanto perchè è lì che il «ragazzuòlo» si toglie il giubbino di pelle, rimane in t-shirt attillata con tatuaggi in bella mostra, e accenna pure qualche gesto allusivo.
Nella serata non può mancare il brano da cui tutta la storia di Nek è cominciata, a un Sanremo Giovani del ’93: «In te», quello delle «mani cucciole», al tempo criticata da molti perchè letta in chiave antiabortista. E nel finale ovviamente arriva anche il turno di «Laura non c’è», ovvero il brano che ha trasformato Nek da cantante di successo solo nazionale in popstar di livello internazionale. «Se io non avessi te», «L’anno zero» (che dà il titolo all’ultimo disco, raccolta di successi più inediti) e «Se una regola c’è» completano la scaletta, prima del rituale dei bis: «Tutto di te», «Sei solo tu», di nuovo «Almeno stavolta»...
Insomma, alla prova dal vivo la ricetta dimostra di funzionare ancora perfettamente. Melodie orecchiabili, pop-rock ben cantato e ben suonato, testi vicini alle corde dei giovanissimi. E senza dimenticare il retaggio di quella certa passionaccia - di Nek da ragazzo - per i Police e soprattutto per Sting.
A Trieste, come detto, successo trionfale. E poi presto, tutti a casa, che domattina c’è da andare a scuola...

domenica 7 marzo 2004

Si può vivere, anzi,...

Si può vivere, anzi, si deve vivere senza Sanremo. Sembrerà una banalità, un dato di fatto già acquisito per milioni e milioni di persone, ma a nostro
avviso è l’insegnamento che ci lascia la 54.a edizione del (da molti anni
sedicente) Festival della canzone italiana per l’appunto di Sanremo.
Che la miglior musica di casa nostra non facesse più tappa nella città dei
fiori (dove comunque, ogni tanto, qualche gran canzone c’è stata, anche di
recente...), lo si sapeva da un pezzo. Che nella settimana festivaliera si
celebrasse da anni il nulla, lo ripetevamo da tanto. Insomma, che Sanremo
fosse soltanto uno spettacolo televisivo con la scusa delle canzoni, era
sotto gli occhi di tutti quelli che lo volevano vedere.
Ora sappiamo che la vecchia «balena bianca» della canzone (che peraltro è
durata qualche anno più della Dc...) non esiste più, è morta, defunta, forse
proprio perchè quella di Sanremo è un’Italia che non c’è più. Ma non c’è da
rallegrarsi, se è vero com’è vero che è stata sostituita da un Paese se
possibile ancor peggiore, ben simboleggiato da quel «Grande fratello» che
giovedì sera ha operato lo storico sorpasso di ascolti. E alla stessa
maniera in cui, dopo averla per anni criticata, molti sono oggi costretti a
rimpiangere la Dc, potrebbe anche darsi che un giorno, e forse anche prima
del previsto, qualcuno si ritrovi a rimpiangere il Sanremo che fu...
Tony Renis - già amico di mafiosi, ma quel che è più importante amico di
Berlusconi, che come tutti i potenti, fra le prime cose che fa, sistema gli
amici - da novello direttore artistico aveva promesso mari e monti: vi porto
Mina e Celentano, e Ramazzotti, e poi mezza Hollywood, tanto io basta che
alzi il telefono... E poi, visto che quei cattivoni delle grandi case
discografiche mi boicottano, sapete che faccio, io metto al centro del
festival la qualità delle canzoni. Solo grandi canzoni nel mio festival.
Sarà un grandissimo festival. Si è visto poi com’è finita.
Celentano è stato recuperato in extremis. Delle star nemmeno l’ombra, da
Hollywood è arrivato solo Dustin Hoffman, e a momenti gli facevano leggere
anche il telegiornale... Il livello qualitativo delle canzoni è stato medio
basso, di certo inferiore a quello dell’anno scorso (Cammariere, Britti,
D’Angelo, Giuni Russo, la stessa vincitrice Alexia...). Dal piattume di un
festival più vicino a Castrocaro che a Sanremo, si sono salvati in pochi:
Neffa, Mario Venuti (premio della critica), e poi Bungaro, Pacifico, Omar
Pedrini, forse Mingardi. Stop.
Simona Ventura (che quando le cose non vanno bene sa anche essere
arrogantina...) e la sua banda, con il rinforzo della strepitosa Paola
Cortellesi, hanno fatto quello che sanno fare: cioè «Quelli che Sanremo». La
formula - fresca, spigliata, ironica e autoironica, grazie soprattutto a
Gnocchi e Crozza - funziona la domenica pomeriggio su Raidue. Quasi meglio
ora che con l’inventore Fazio. Ma una cosa è una volta per settimana per un
pubblico che cerca e vuole quello. Altro è sciropparla per cinque sere di
fila, dalle nove a mezzanotte. Meglio della liturgia baudiana, certo, ma
perchè nella vita bisogna sempre soffrire...
Sanremo ha perso il suo zoccolo duro di spettatori, formato da persone
adulte e soprattutto anziane (che non a caso sono tornate all’ovile venerdì,
nella serata del revival...). Ma non ha guadagnato i giovani, che non
guardano la televisione, o se la guardano preferiscono - purtroppo - i
cervelli all’ammasso dei «reality show»: grandi fratelli, isole dei famosi,
talpe, bisturi e pivetti e tivù spazzatura di quella risma. Insomma, un cast
e una formula troppo nuovi per i tradizionalisti, ma non abbastanza vicino
ai gusti dei giovanissimi.
Appena ha visto la mala parata, Mister Quando Quando Quando ha detto: se i
dischi venderanno, avremo vinto. Il trucco è già pronto. Per la prima volta
la compilation del festival è in vendita anche nelle edicole, col potente
traino di «Sorrisi e Canzoni» (a tredici euro e 90, mentre quella taroccata
a Napoli la spacciano già a tre euro...). Perchè Sanremo è Sanremo. O almeno
lo era.